DOMENICA
XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 19 Settembre 2021
Sap
2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37
- Commento di Matias Augé
Tra
la via della croce, tema della domenica scorsa, e la via del servizio che ci
viene proposta oggi dalla parola di Dio c’è una profonda affinità. Dopo la
rivelazione del mistero di sofferenza verso cui si incammina, Gesù formula il
codice dell’autorità cristiana come servizio e dono di sé per gli altri. Così
comprendiamo quale senso Egli dà alla sua passione: è un servizio, un donare la
vita per gli altri.
Le
tre letture bibliche parlano di una serie di comportamenti inaccettabili da
colui che intende vivere da uomo giusto. Constatiamo infatti che non è la
giustizia ciò che il più delle volte interessa agli uomini, ma il prestigio, la
grandezza, la carriera (cf. lettura evangelica), il possesso (cf. seconda
lettura). Per ottenerli si litiga, si ricorre all’insulto, magari all’omicidio
e alla guerra (cf. seconda e anche prima lettura). Infatti, l’avidità,
l’intolleranza, la gelosia, l’asservimento agli istinti umani del possesso e
del dominio hanno sempre generato guerre e conflitti larvati o dichiarati anche
talvolta nelle comunità cristiane e nella Chiesa. Prendendo come punto di
riferimento principale il brano evangelico, vediamo che domenica scorsa san
Pietro cercava di dissuadere Gesù dal percorrere il cammino della croce; oggi
mentre Gesù annuncia che sta per essere consegnato nelle mani degli uomini che
lo uccideranno, tutto il gruppo dei discepoli sta discutendo su questioni di
prestigio, su a chi aspettano i primi posti. Insomma, sembra che Gesù e i suoi
discepoli parlano linguaggi diversi, sono mossi da interessi contrastanti, non
riescono a comunicare tra loro. I pensieri di Gesù sono in aperta
contraddizione con i pensieri dei discepoli. Comprendere la parola di Gesù
implica un coinvolgimento spirituale che essi al momento non hanno raggiunto.
Pazientemente
il Signore, arrivati a casa - dice il testo - cerca di spiegare quali devono
essere i rapporti in seno alla comunità di coloro che intendono seguirlo e
diventare discepoli: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il
servitore di tutti”. Gesù aggiunge alle sue parole il tenero gesto
dell’abbraccio ad un bambino. Nel contesto, il gesto intende essere un
pressante appello alla totale disponibilità, all’abbandono senza calcoli,
doppiezze e interessi. A chi ambisce i primi posti fondandosi sulla propria
“grandezza”, Gesù oppone il piccolo e ultimo per eccellenza, il bambino.
Accoglierlo nel suo nome è accogliere lui stesso come Salvatore inviato dal
Padre.
Il
servizio è il segno del vero discepolo di Cristo, è il frutto di un amore dimentico
di sé, e - ad esempio di Cristo - ha la sua massima espressione nel dono della
vita per gli uomini. Il servizio cristiano non è passivo, ma attivo. Servire
non significa sottomettersi a chiunque, ma mettere le nostre risorse spirituali
e materiali, noi stessi a disposizione della promozione dei nostri fratelli e
sorelle. San Giacomo, nella seconda lettura, parla della “sapienza che viene
dall’alto”. La saggezza cristiana procede per vie pacifiche, con la
persuasione, cerca di evitare dissidi e contrasti, limita la polemica, evita la
maldicenza; si pone invece al servizio della giustizia.
MUNUS
Papa Francesco:
Oggi la parola “servizio” appare un po’ sbiadita, logorata dall’uso. Ma nel Vangelo ha un significato preciso e concreto. Servire non è un’espressione di cortesia: è fare come Gesù, il quale, riassumendo in poche parole la sua vita, ha detto di essere venuto «non per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Così ha detto il Signore. Dunque, se vogliamo seguire Gesù, dobbiamo percorrere la via che Lui stesso ha tracciato, la via del servizio. La nostra fedeltà al Signore dipende dalla nostra disponibilità a servire. E questo, lo sappiamo, costa, perché “sa di croce”. Ma, mentre crescono la cura e la disponibilità verso gli altri, diventiamo più liberi dentro, più simili a Gesù. Più serviamo, più avvertiamo la presenza di Dio. Soprattutto quando serviamo chi non ha da restituirci, i poveri, abbracciandone le difficoltà e i bisogni con la tenera compassione: e lì scopriamo di essere a nostra volta amati e abbracciati da Dio.
(Angelus)