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mercoledì 30 agosto 2023

LA SOLITUDINE DI STUDENTI, INSEGNANTI E FAMIGLIE


La lettera sulla scuola


“La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti”. Su ilLibraio.it la lettera sulla scuola scritta da Franco Lorenzoni, maestro elementare e fondatore del centro di sperimentazione educativa Casa-laboratorio di Cenci, dal nuovo numero della rivista “Sotto il vulcano”: “Fuori dalle classi i meccanismi di esclusione sono ancora più spietati…”

 

-di Franco Lorenzoni *

 Un gruppo di studenti di un liceo di Terni, rispondendo all’invito della preside di indicare possibili miglioramenti per la loro scuola, ha proposto di istituire uno psicologo bidello. Uno psicologo sempre presente, in corridoio, che si possa interpellare al momento del bisogno senza passare al vaglio di insegnanti o genitori.

 Tra bidelle e bidelli, come gli studenti chiamano il personale Ata, ci sono talvolta figure che incarnano un’attenzione curiosa verso la vita di ragazze e ragazzi e che sanno entrare in relazione con loro al di là degli esiti scolastici.

 Proviamo a prendere sul serio questa espressione ingenua di un bisogno.

 Un numero sempre più ampio di studentesse e studenti ha un evidente bisogno di aiuto. Se ascolto una ragazza di seconda media che dice “mi taglio le braccia per soffrire meno”, se assistiamo a una moltiplicazione geometrica di casi gravi che si presentano alle Asl e ai centri di igiene mentale, se crescono a dismisura disturbi dell’alimentazione e forme di autolesionismo o di isolamento e chiusura totale, non possiamo non pensare che ci sia qualcosa da ripensare con radicalità e urgenza nella scuola, perché la scuola è il principale e spesso unico luogo pubblico di incontro tra le generazioni.

 Il decennio della cura

 Nei mesi che seguirono la fase più acuta della pandemia ci siamo trovati a ragionare sulla necessità di inaugurare un decennio da dedicare alla cura.

 Cura delle persone, a partire dai più giovani, che avevano subito l’isolamento domestico ed erano stati costretti a considerare il contatto come contagio con conseguente avvilimento del corpo, in una età in cui il corpo è primario ed essenziale luogo di conoscenza e desiderio. Intorno al corpo e alla percezione di sé, tra l’altro, si stanno giocando negli ultimi anni sommovimenti profondi nelle nuove generazioni, i cui sintomi vanno dall’esplosione delle tematiche di genere a nuove inibizioni che accompagnano relazioni vissute frequentemente solo a distanza.

 Il paradigma della cura non riguarda tuttavia solo il corpo e la salute dei singoli, ma la relazione con l’intero pianeta ferito, i cui equilibri sono a rischio per via dei cambiamenti climatici, avvertiti dalle nuove generazioni con maggiore sensibilità.

 Quello che, nelle prime settimane della pandemia, in cui sembrava prevalere la solidarietà, era apparso come un momento di svolta e di presa di coscienza dell’insostenibilità dei nostri modi di vivere e abitare la terra, si è dissolto velocemente.

 Non appena ci siamo liberati dalle mascherine c’è stata una rimozione collettiva pressoché assoluta di ciò che era accaduto, mentre a livello individuale ragazze e ragazzi e bambine e bambini anche piccoli, si sono trovati a dovere affrontare in solitudine le conseguenze profonde di quel trauma.

 A tutto questo si è aggiunta una guerra percepita come vicina, dal momento in cui la Russia di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: un bambino, che vede alla televisione le conseguenze di un bombardamento scoprendo che non è finzione, non può non esserne colpito e offeso.

 La distanza tra generazioni

 La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti.

 Già in un articolo sul “Giornale dei genitori” del 1962 Ada Gobetti descrive “genitori che si mostrano e si dichiarano il più delle volte smarriti, impotenti, sprovveduti, […] che ancora conservano, pur senza rendersene conto, molte caratteristiche dell’adolescenza: incerti, instabili, disorientati essi stessi, quale sicurezza possono dare ai loro figli?”. Aggiungendo poi: “Non sanno offrire modelli a cui i figli possano ispirarsi o contro cui possano polemicamente ribellarsi; troppo assorti nei propri problemi, difficilmente sanno uscire da se stessi per dare ai figli quell’amore completo e disinteressato capace di colmare da solo ogni lacuna di preparazione culturale e pedagogica”.

 L’analfabetismo che allarmava Ada Gobetti oltre sessanta anni fa non riguardava tanto la preparazione culturale, quanto l’incapacità di “uscire da se stessi”, che è base imprescindibile per costruire un confronto positivo con figlie e figli, sapendo accogliere il fatto che possano incarnare punti di vista diversi dal nostro.

 Le relazioni sono rese ancora più difficili da una distanza tra le generazioni che si è enormemente ampliata per la costante dipendenza che tutti abbiamo verso strumenti di comunicazione, informazione, gioco e distrazione permanentemente accesi.

 Questa distanza è alimentata ulteriormente dall’ossimoro che caratterizza il comportamento di molti genitori: un bisogno di controllo sempre più accentuato unito a una presenza incostante e intermittente.

 Questo vuoto, questa difficoltà di relazioni nelle famiglie, viene talvolta compensata, paradossalmente, da una difesa a oltranza di qualsiasi comportamento anche improprio di figlie e figli nella scuola. Da cui una sfiducia diffusa, che a volte sfocia in aggressività e violenza verso gli insegnanti e il loro ruolo educativo.

 Teniamo presente anche il fatto che ormai più della metà dei bambini sono figli unici e non conoscono dunque il salutare allenamento alla condivisione di spazi e oggetti che aiuta a ridimensionare l’espansione illimitata delle proprie esigenze.

 La terza solitudine riguarda noi insegnanti, in grande difficoltà nel costruire regole condivise con ragazze e ragazzi che incorporano esperienze segnate dalla difficoltà adulta di assumersi le proprie responsabilità nello stabilire confini sensati, nella vicinanza.

 Si arriva così a un altro paradosso. Ragazze e ragazzi pensano a volte di poter fare ogni cosa pur sapendo, con maggiore o minore consapevolezza, che li aspetta un mondo dominato da vecchi spesso incattiviti, che stanno sottraendo loro libertà e futuro, perché rimandare ogni scelta sul clima o minare le fondamenta del welfare riguarda molto concretamente la qualità della vita che li aspetta.

 Pronto soccorso culturale

 Molti anni fa Felice Pignataro, geniale artefice di interventi artistici e laboratori proposti nelle periferie di Napoli, invocava la necessità di un pronto soccorso culturale, più che mai necessario oggi.

 E allora una domanda che dovremmo porci con rigore e radicalità riguarda il ruolo giocato dalla scuola in questi decenni, in cui evidentemente noi che insegnavamo e provavamo ad educare non siamo stati in grado di elaborare un controcanto convincente, capace di criticare e contrastare ciò che stava accadendo nelle famiglie e nella società riguardo al disprezzo per la cultura e a una sfiducia crescente verso il sapere come terreno per la realizzazione di una vita migliore.

 La peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazione individuale e collettiva.

 Ma noi sappiamo che fuori dalla scuola i meccanismi di esclusione e discriminazione sono ancora più spietati, perché chi è ricco di parole, curiosità e domande potrà utilizzare al meglio le potenzialità della rete e di future “intelligenze” artificiali, mentre chi è più povero di riferimenti culturali e desideri di conoscenza si troverà relegato alla mercé di un mercato che non privilegia certo la qualità.

 Tra chi prova a fatica ad affrontare la dispersione scolastica e le crescenti povertà educative si sta sviluppando una discussione di cui tenere conto. Dobbiamo puntare a un ampliamento del tempo della scuola o dobbiamo immaginare e finanziare altri apporti educativi da parte del volontariato sociale, del terzo settore in collaborazione con le istituzioni locali, moltiplicando progetti capaci di dare vita a comunità educanti aperti al contributo delle famiglie?

 Alcuni tentativi di costruzione di comunità educanti locali stanno dando risultati interessanti.

 In altre situazioni, invece, il finanziamento di progetti educativi nati fuori dalla scuola sta alimentando diffidenze tra insegnanti e famiglie, che a volte sono invadenti, o tra scuola e terzo settore.

 Tra scuola e territorio

 Personalmente penso che chiunque lavori per migliorare la qualità culturale del territorio sia un alleato indispensabile per chi nella scuola non rinuncia a battersi contro ogni forma di discriminazione.

 Penso tuttavia che la scuola debba mantenere le sue peculiarità e sforzarsi di essere un luogo di costruzione culturale lenta. E che dunque noi docenti non possiamo sottrarci al tentativo di intrecciare sempre il ruolo di insegnanti a quello di educatrici ed educatori, sapendo trasformare l’incontro con arte, scienza, letteratura e bellezza come luoghi possibili di quel bisogno di cura di cui siamo noi i responsabili.

 Il cuore dell’educazione attiva sta nel costruire strumenti per arricchire le qualità e potenzialità di ciascuno alimentando la fiducia in sé stessi. Al tempo stesso il nostro ruolo sta nella capacità di seminare inquietudine, cercando ogni modo per moltiplicare le domande.

 Seminare inquietudine dovrebbe essere un anelito costante in chi educa, con la consapevolezza che a scuola stiamo svolgendo una funzione politica nel senso più ampio e autentico del termine, cioè di allenamento all’arte del convivere e di cura del bene comune.

 La mezza verità

 Mario Lodi, nel più noto dei suoi diari didattici che intitolò Il paese sbagliato, fa un’unica lunga citazione, tratta da un saggio dello psicologo e pedagogo svizzero Jean Piaget: “Lo scopo dell’educazione intellettuale non è quello di saper ripetere o conservare verità belle e fatte, perché una verità che viene ripetuta non è che una mezza verità: ma è piuttosto quello di apprendere e conquistare da se stessi il vero, a rischio di metterci molto tempo e di passare per tutte le traversie che una attività reale richiede. Non è possibile formare delle personalità autonome nel campo morale se l’individuo è sottoposto a una costrizione intellettuale tale che egli debba limitarsi ad apprendere a comando senza scoprire da se stesso la verità: se passivo intellettualmente non saprà essere libero moralmente”.

 Offrire la possibilità di scoprire e costruire la propria verità imparando a ricercare e a pensare insieme è una funzione sociale che la scuola deve fare propria con convinzione, facendosi magari anche aiutare da altre figure professionali, ma non delegandola a nessuno.

 Il libraio

martedì 15 settembre 2020

SCUOLA, VIRUS E BAMBINI

 Scuola, il maestro:
 «Così il Covid ha cambiato
 la percezione della morte 
nei bambini»

  •  di Walter Veltroni 

Franco Lorenzoni si è guadagnato negli anni, sul campo, la stima e l’attenzione del mondo della scuola italiano. La sua esperienza di laboratorio con i bambini di Amelia e quella trentennale dell’insegnamento a Giove, in Umbria, hanno a che fare con la migliore tradizione pedagogica del nostro Paese. Ha recentemente scritto un libro, pubblicato da Sellerio, dal titolo «I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento».

Immagina di non essere in pensione ma in classe e di vedere arrivare lunedì, con le mascherine, i tuoi bambini. Cosa dici loro?

«Cercherei di curare con grande attenzione l’accoglienza, come stanno progettando di fare migliaia di insegnanti. E non parlerei di ciò che è accaduto in modo esplicito e diretto perché non funziona. Cercherei piano piano di far emergere impressioni e ricordi di quello che si è vissuto. C’è stato un grande sconvolgimento nella vita quotidiana di bambini e adolescenti, che ha generato emozioni inedite e nuove idee. È molto importante raccoglierle, trascriverle, e poi confrontarle e farne territorio di conoscenza. Il rischio è che rimangano sepolte nella memoria di ciascuno e non si abbia la possibilità collettiva di elaborarle e dunque non se ne traggano le conseguenze culturali, che possono essere molto importanti. Il tempo della “non scuola” è stata per tutti un’esperienza profonda. Bisogna parlarne, per razionalizzare e condividere».

Hai paura che il silenzio nasconda?

«Si può partire da un disegno, da un sogno, da un testo. Dialogando molto emergono spesso spunti portati dai bambini ed è sempre interessante quando le cose arrivano in modo indiretto. C’è una bella immagine evocata da Calvino nella “lezione americana” sulla leggerezza, quando parla dello sguardo di Perseo. L’eroe scruta il mondo attraverso il suo scudo e questo modo indiretto gli permette di guardare negli occhi Medusa, senza esserne pietrificato. A questo serve la cultura e dunque la scuola, a guardare la realtà —anche quando ci ferisce come il virus — senza restare pietrificati».

Cosa è stato il lockdown per i bambini?

«Ci sono bambini che hanno goduto inizialmente di una specie di curioso carnevale, in cui molte cose erano rovesciate, e altri che hanno sofferto moltissimo. Sono aumentate in modo esponenziale le discriminazioni e oltre un milione di bambini e ragazzi sono rimasti isolati, completamente disconnessi. Quando si abita in tanti in spazi ridotti o in famiglia regna la tensione o la sopraffazione, restare chiusi in casa diventa un incubo. Le infanzie sono vissute in modi completamente diversi. A tutti è mancata molto la presenza dei compagni, l’incontro quotidiano, il vivere in una piccola comunità. Non dimentichiamo mai che la metà dei bambini sono figli unici e stare intere giornate circondati da adulti spesso non è una esperienza tanto allegra».

In questa crisi è cambiata la percezione della morte nei ragazzi?

«I bambini parlano spesso della morte. È molto presente in loro il tema della scomparsa, dell’assenza, di cosa accade quando si muore. Credo che in questa occasione abbiano piuttosto vissuto con trepidazione la paura del mondo adulto che hanno visto, taluni per la prima volta, più inquieto e con meno certezze. Seguire ogni sera i numeri quotidiani della pandemia e incontrare la grande incertezza dei genitori sul da farsi è certo entrato nell’immaginario infantile. Ci vorrà tempo per scoprire cosa ha provocato. Anche a questo serve la scuola e credo che incontrare adulti incerti, che si pongano domande, sia un bene. Se saremo in grado di non riempire subito con facili certezze il grande smarrimento provocato dalla pandemia, sarà per tutti una buona scuola di umiltà e di umanità. E una straordinaria occasione per scoprire quanto sia importante porsi domande e amare scienza e conoscenza. Capire è importante, molto importante. La scienza è entrata nella nostra vita e tutti ci siamo resi conto di quanto sia decisivo fare esperimenti, studiare, cercare di capire. Quanto ci rassicuri poter far affidamento su buoni medici e infermieri ce ne accorgiamo quando abbiamo un nostro caro ammalato. In questo caso ce ne siamo accorti tutti insieme. Non dobbiamo farci sfuggire questo piccolo varco che si è aperto e dobbiamo esplorarlo anche con i bambini».

Temi che i bambini possano considerare l’altro da sé come un pericolo?

«Facciamo un passo indietro. Una delle esperienze più significative e positive che la scuola dell’infanzia ed elementare ha realizzato negli ultimi trent’anni è stata la capacità di integrare con i figli di famiglie straniere immigrate. È stata un’impresa enorme, realizzata spesso con sensibilità ed efficacia dalle maestre (parlo al femminile perché sono il 96%). La scuola primaria è stata il luogo pubblico più aperto all’incontro interculturale, uno straordinario laboratorio di convivenza tra diversi, tanto che molti insegnanti si sono spesi con convinzione per lo Ius soli e lo Ius culturae. Oggi il rischio concreto che un bambino avverta l’altro come portatore di malattia è da considerare con estrema attenzione».

È il momento più difficile della scuola italiana?

«Conosco insegnanti che non ci dormono la notte. Mantenere un metro di distanza dal tuo compagno e indossare la mascherina ogni volta che ti alzi non è facile. Pensiamo ai tanti bambini iperattivi o con disturbi del comportamento. Cosa facciamo, li puniamo? Penalizziamo la loro incapacità di stare fermi e seduti per ore? Allontanarli affidandoli a un insegnante di sostegno o a un operatore sarebbe una sconfitta per tutti perché darebbe luogo a nuove forme di apartheid educativo. E allora bisogna lavorare con duttilità sui contesti e immaginare soluzioni con grande creatività. Ci sono maestre che stanno progettando ricreazioni in luoghi aperti della città. Credo che, ovunque sia possibile, intorno alle scuole dovrebbero essere create isole pedonali abitabili da bambine e bambini. Siamo di fronte alla sfida educativa più difficile di sempre e si tratta di costruire insieme delle regole sensate per andare incontro al bisogno di sicurezza, che sicuramente è fondamentale perché riguarda tutti, ma anche condividere con i bambini le difficoltà e cercare insieme soluzioni. Senza una lunga e complessa costruzione di un sentire comune è difficile dare regole che siano rispettate. Dobbiamo tutti metterci in ricerca e non limitarci ad applicare protocolli, pur necessari. La parola chiave in questo momento è includere tutti. Sapendo riconoscere che ogni ragazzo è diverso, ognuno ha qualità originali, ognuno ha un background familiare che influenza il suo apprendere. Ogni bambino è un mondo, non un numero».

La scuola, abbandonata nel territorio, finisce con l’essere isolata?

«La scorsa primavera, quando le discriminazioni crescevano a dismisura e troppi bambini e ragazzi sono rimasti completamente isolati, sono sorte alleanze inedite tra insegnanti e operatori sociali attivi nel territorio per fornire device a chi non li aveva. Per affrontare le tante fragilità e disabilità, per contrastare il crescere della povertà educativa, è necessario costruire patti territoriali capaci di coordinare le scuole con i comuni, i municipi, le Asl e il variegato mondo del terzo settore. Promuovere e realizzare “comunità educanti” attorno alle scuole, come in tante realtà difficili si sta cominciando a fare, è necessario più che mai perché quello che si cerca a fatica di costruire nella scuola non venga disfatto dal territorio che le circonda. Nel deserto la scuola da sola non ce la fa. Ci sono quartieri urbani del sud in cui il 40% dei ragazzi smette di frequentare la scuola dell’obbligo. Possibile che questo inaudito spreco di intelligenze non venga messo all’ordine del giorno della vita pubblica? Moltiplicare i linguaggi è il modo migliore per cercare di includere tutti. Per questo le scuole devono essere aperte tutto il giorno e offrire la più vasta e ricca varietà di proposte educative e di incontro per ragazze e ragazzi. Sono anni che se ne parla, è il momento di farlo. A 50 anni dall’istituzione del tempo pieno non è tollerabile che riguardi solo un terzo degli studenti della scuola di base. Questo vuol dire che si fa meno scuola dove ce n’è più bisogno. La scuola pubblica deve restare al centro ed essere rafforzata, ma dobbiamo immaginare le più larghe collaborazioni e mille forme di intervento per contrastare la desertificazione culturale dei territori più a rischio, investendo molto di più e meglio».

Consigli da dare all’attuale ministro?

«Credo che la gestione di questa fase sia stata largamente inadeguata. Pochissimo si è fatto per mettere in comunicazione le esperienze più significative e renderle generative, tenendo vivo il confronto educativo. Dobbiamo facilitare al massimo lo scambio di pratiche sensate ed efficaci perché siamo in una fase di ricerca. Noi stiamo chiedendo ai nostri figli e nipoti un sacco di soldi. È a loro che stiamo chiedendo un prestito, non all’Europa. È sulle loro spalle che ricadrà un debito pubblico di proporzioni gigantesche. E allora abbiamo l’obbligo etico, prima ancora che politico, di risarcirli. E l’unico modo per risarcire le nuove generazioni sta nell’investire in istruzione, educazione, ricerca e formazione almeno il 20% del recovery fund. L’Italia è l’unico Paese in Europa che affrontò la crisi del 2008 tagliando fondi all’istruzione. Mentre tutti investivano di più, Tremonti tagliò 8 miliardi alla scuola di base».

In nessun luogo sociale come la scuola è giusto sperimentare una dimensione circolare invece che verticale?

«Calamandrei diceva: “Se lo Stato fosse un corpo, la scuola sarebbe l’organo ematopoietico”, cioè dove si forma il sangue. Questo luogo non può che essere partecipato e attivo. Un luogo in cui bambini e ragazzi siano protagonisti. E allora affrontare le difficoltà della sicurezza nella scuola può diventare una grande palestra di democrazia. Una reale educazione civica deve cogliere oggi questa sfida: scriviamo insieme le regole per proteggere la salute di tutti. Ma per poterla cogliere dobbiamo impegnarci assai ed essere consapevoli che la scuola è un luogo di creazione culturale e non di pura trasmissione di conoscenze. In questo momento la cultura di cui abbiamo maggior bisogno riguarda l’attenzione e la cura. Se ci pensi lo scorso anno scolastico iniziò il 27 settembre, con le grandi manifestazioni del movimento dei venerdì del futuro promosso da Greta Thunberg. Quelle manifestazioni dicevano una cosa chiara: capire e cambiare. Se tu non cambi vuol dire che non hai capito. Oggi quel capire e cambiare parte dalla costruzione di una cultura della cura. Cura delle relazioni reciproche, degli spazi che abitiamo, degli equilibri del pianeta. Se non ora, quando?».

La scuola resta ai margini delle scelte pubbliche...

«Mi fa un po’ rabbia che parlino di centralità di ricerca e istruzione solo Draghi o Visco. Mi piacerebbe fosse all’ordine del giorno di chi governa. Dovrebbe essere la priorità di un Paese che ha bisogno di profonde trasformazioni per crescere e aprirsi a una profonda conversione ecologica. È una vergogna che l’Italia sia penultima in Europa per numero di laureati: il 27,6% contro il 40,3% della media Ue. Questa mancanza di desiderio di istruzione deve interrogarci come insegnanti, perché se così tanti giovani non credono nella conoscenza come possibilità di sviluppo della loro personalità, qualche responsabilità credo che l’abbiamo anche noi. È importante rivendicare la centralità della nostra funzione, ma anche darci da fare».

L’Italia non è un Paese per giovani...

«Negli ultimi anni a scuola con i bambini ho lavorato molto sulla statistica. La cosa che più li colpiva era che al sud del Mediterraneo il 50% della popolazione fosse sotto i 24 anni e da noi invece meno del 20%. Una bambina un giorno ha detto: “Se al nord sono vecchi e ricchi e al sud giovani e poveri, cosa succederà?”. Un’altra una volta ha fatto una scoperta sorprendente. Stavamo lavorando sull’emigrazione e lei si è ricordata di un quadro di Giotto su cui avevamo lavorato a lungo in prima elementare: la cacciata dei demoni da Arezzo. Davanti a san Francesco c’è la città di Arezzo con due porte, dalle quali si affacciano un povero e un ricco. In mezzo c’è un abisso, la terra è spaccata. Da quel crepaccio si levano demoni che volteggiano in cielo. Questa bambina, in terza elementare, ha esclamato: “Allora il mar Mediterraneo è la spaccatura di Giotto”. Ecco, questa capacità di fare associazioni e domandarci cosa accade con la ricchezza di suggestioni che provengono da un affresco del 1300 mi ha confermato che questa è la cultura di cui abbiamo bisogno. Osservare un quadro, leggere un racconto o ragionare su una tabella di dati può aiutare a capire cosa succede oggi, quando lo colleghiamo alla nostra vita. Quando accade, bambine e bambini si emozionano, scoprono la gioia della conoscenza, che può essere ricerca attiva, scoperte da condividere, scambio. Mi fa disperare la scuola che rende tutto uguale: fai geografia, musica o scienze e tutto è sempre uguale, leggere o ascoltare, mandare a mente, ripetere in una interrogazione o verifica. Se non si dà voce alle diverse opinioni di chi impara perdiamo la radice più feconda della motivazione allo studio che è sforzo, fatica, ma anche gioia della scoperta di connessioni inattese».

Bisogna inventare un nuovo modello, sperimentare...

«Questo sarà l’anno degli occhi, perché ci dovremo guardare tantissimo. Sono convinto che sarà utile mettersi spesso le mascherine per avere la libertà di disporsi in cerchio, discutere, cercare insieme. Mettiamo le mascherine e facciamo in modo di lavorare scambiando pensieri tra i bambini e non solo guardando verso la cattedra. Immaginare di tenere quattro o sei ore i bambini seduti e distanziati è assurdo. E poi usciamo e cerchiamo e proviamo a utilizzare tutti gli spazi possibili e immaginabili nella città. Sempre Calamandrei definiva la scuola come “incubatrice di vocazioni”. È una espressione che mi piace molto: l’incubatrice è una macchina costruita per far fronte alle difficoltà della natura e superarle. La scuola deve essere proprio questo: sono tanti i bambini che soffrono, un milione di bambini vivono in condizioni di povertà assoluta. E allora le scuole dovrebbero farsi incubatrici, per limare le differenze e fornire opportunità. Sono lo spirito e la lettera della nostra Costituzione».

Se dovessi dire il momento più bello vissuto da educatore e quello da alunno, quali sceglieresti?
«Come studente certamente l’incontro con Emma Castelnuovo alle medie. Ci faceva creare la matematica, ci faceva gioire nel capire. Quando la scuola è questo, è un luogo di sogno. I momenti più felici da insegnante sono quelli in cui ho imparato di più ascoltando i miei alunni. Un giorno una bambina, dopo un lungo lavoro su Gandhi e la nonviolenza, ha detto: “Ho capito... Gandhi non dava ragione a uno, ma a due”. Una sintesi geniale del pensiero nonviolento. Ne abbiamo parlato a lungo. Che voleva dire? Si era resa conto che la ragione di uno non è mai assoluta».

Hai scelto di portare il tuo desiderio di cambiare il mondo e combattere le discriminazioni nel piccolo, con i piccoli. Per il Talmud salvare una persona significa salvare il mondo intero...

«Nel Talmud mi hanno raccontato che non viene mai pronunciata la parola maestro, sostituita dalla bellissima espressione di “scolaro saggio”. Solo chi riesce a rimanere scolaro tutta la vita può provare a far bene il mestiere di maestro».

 

Da  CORRIERE DELLA SERA



 

 

sabato 16 febbraio 2019

I BAMBINI CI GUARDANO. Un maestro racconta.

Lorenzoni e la scuola 
che insegna la realtà
Fra il romanzo, il saggio e l’inchiesta, un libro che si muove sulla falsariga di classici della letteratura scolastica come Lodi, Mosca e Bernardini: un maestro racconta l’esperienza sul campo in una classe della provincia italiana con bambini provenienti da varie culture. Lezioni costruite su fatti concreti collegati a grandi personaggi della storia e dell’attualità per ridare alle nuove generazioni il gusto di fare domande
È necessario raccontare i bambini e i ragazzi di oggi, non con il taglio di chi fa ipotesi su di loro, ma attraverso lo sguardo e le riflessioni di chi con loro ha vissuto quotidianamente, li ha coinvolti in progetti che allargano le prospettive delle discipline, ha ascoltato e trascritto le loro parole, facendole diventare parte di un lungo racconto che è ben più di una cronaca, ma si trasforma in un romanzo- saggio corale dove si alternano innumerevoli voci. Sono quelle del maestro che racconta le esperienze degli ultimi cinque anni di scuola, seguendo un ordine non di sola natura diaristica, ma che offre partenze, rimandi, momenti di racconto di esperienze significative, punti di arrivo di un percorso costruito insieme alla propria classe, in un momento storico in cui diventa sempre più complesso creare delle relazioni.
È ciò che racconta Franco Lorenzoni, in questo libro, tanto intenso, quanto profondo dal punto di vista civile, di quelli che non si leggevano, per novità e ricchezza di contenuti, dai tempi delle esperienze di Mario Lodi o di Albino Bernardini ( Un anno a Pietralata), 'classici' di una letteratura- verità, fondata sull’umano, degli anni Settanta. In un succedersi di esperienze, di pensieri e di dialoghi Lorenzoni propone il senso di un viaggio compiuto in una classe elementare della scuola di Giove, il piccolo paese umbro che si affaccia sulla valle del Tevere.
Lorenzoni scrive che «per noi maestri e maestre elementari la crescente disomogeneità che abita le nostre classi, non solo riguardo alle provenienze geografiche dei bambini, costituisce la principale sfida, per affrontare la quale non finiamo mai di allenarci ». Così è necessario che l’avventura pedagogica, «per far spazio a un futuro diverso e migliore », ha bisogno di navigare necessariamente controvento, cambiando le prospettive, facendo sì che i ragazzi rappresentino la verità da cui partire per giungere alla conoscenza, per farsi un’immagine del mondo che non sia stigmatizzata su concetti stereotipati o su luoghi comuni, ma che si avvalga dell’arte dell’incontro come strumento di crescita e di costruzione di una futura e possibile forma di nuova moralità.
E ancora ritroviamo il senso di questa esperienza e la profondità del libro che la racconta in queste riflessioni: «La geografia che oggi abita le nostre classi ci offre una possibilità inedita di riflettere e di ricercare intorno allo stato delle condizioni umane nelle diverse latitudini del pianeta che abitiamo. Quando riusciamo a prenderci tempo e sostare a lungo attorno a domande cruciali, memorie di lingue diverse e molteplici storie possono intrecciarsi e ravvivare lo studio, aiutandoci a comprendere meglio ciò che si muove nel mondo » .
Lorenzoni crea situazioni che attingono al passato, le fa riconoscere ai ragazzi e al contempo ne riporta la lezione nel presente. Fa diventare persone vive il primo storico, Erodoto, chiama in causa la lezione di Gandhi e al contempo ne confronta gli esiti di ricerca con i giocattoli africani che vengono portati in classe dai ragazzi, analizzando la realtà della Somalia, di cui indaga la situazione socio-culturale attraverso la lettura di articoli che aiutano a capire cosa sia lo Stato: «Studiando alcuni articoli della nostra Costituzione e ragionando sulla separazione dei poteri, il confronto con la situazione politica in Somalia ci ha fatto capire quanto sia difficile e duro vivere in un Paese senza Stato».
Molti sono i grandi temi trattati e stupisce, nella lettura delle produzioni infantili riportate, il grado di autenticità e di bellezza cui possono giungere i bambini quando affrontano parole per temi non convenzionali, come la relazione tra guerra e pace, violenza e non violenza, maschile e femminile. E ancor più numerosi sono gli incontri fatti in questo viaggio, oltre ai già ricordati Erodoto e Gandhi, Pericle, Socrate, Aristofane, Ipazia, Martin Luther King, ma anche Malala e Leyman Gbowee, l’attivista africana, premio Nobel per la pace, che aveva guidato una rivolta delle donne contro gli uomini, che costringevano i bambini a combattere in una guerra civile in Liberia. Anche se resta nella mente un’altra figura, quella di Aylan, il piccolo bambino curdo morto affogato e fotografato sul bagnasciuga dell’isola di Kos. È un’immagine che emerge all’inizio della terza elementare, mentre tutti i ragazzi della classe condividono le memorie dell’estate, momenti felici e altri comici, ma anche questa figura drammatica che interroga sul perché dell’emigrare; ne nasce un lungo percorso di riflessione che arriva fino a Giotto e a una scritta che comparirà in grande sulle pareti della classe: « Il mar Mediterraneo è la spaccatura di Giotto » , indicazione nata da un incrocio di riflessioni, a partire da La cacciata dei demoni da Arezzo.
Si tratta di un viaggio che non smette di stupire, che racconta e interroga, che riafferma il bisogno di una pedagogia non solo a scuola per ritornare a far pensare i bambini, per costruire le coscienze di un futuro che non si vorrebbe vada perduto. La scuola, così come è stata vissuta da Lorenzoni, è come l’arte: «Non offre spiegazioni, ma dona immagini capaci di moltiplicare le nostre domande. Esattamente ciò di cui abbiamo bisogno a scuola, se vogliamo educare bambine e bambini a diffidare di ogni facile semplificazione».
Franco Lorenzoni, I bambini ci guardano, Sellerio, 2019, pagg. 334, €  14