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giovedì 21 maggio 2026

TORNARONO A GERUSALEMME

 


 ...con grande gioia


Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

Una riflessione spirituale e una testimonianza unica dal valore eccezionale sulla vita e la situazione dei cristiani in Medioriente da parte di una delle personalità più note oggi a livello mondiale.

Riflessione di notevole rilevanza sui cristiani nel Medioriente di oggi, segnato da conflitti, guerre e continue tensioni.

In queste pagine, che uniscono acume nel discernimento, una significativa competenza biblica e una spiritualità di inequivocabile profondità, l'autore indica anche una proposta concreta per i cristiani di ogni tempo e luogo.

Prendendo spunto dal libro dell'Apocalisse, il patriarca di Gerusalemme argomenta perché, anche di fronte al male subito, il cristiano non si deve chiudere in sé stesso, bensì restare aperto all'incontro con l'altro.

Pagine quanto mai attuali per ogni credente, così come eloquenti per ogni lettore.

Dettagli

Autore: Pierbattista Pizzaballa

Editore: Libreria Editrice Vaticana

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 11 maggio 2026

Pagine: 112 p., Brossura

EAN: 9788826610948

 

domenica 5 ottobre 2025

LETTERA DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME


 A tutta la diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme

 

Carissimi fratelli e sorelle,
il Signore vi dia pace!

 Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. È ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.

Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. È un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte.

Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza. Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo –necessario e indispensabile – di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza.

I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro.

La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.

Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo. Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato “il mistero dell’iniquità” (2Tes 2,7), che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio.

Potenza, forza, violenza sono diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Abbiamo sentito molte volte ripetere in questi ultimi mesi che bisogna usare la forza e solo la forza può imporre le scelte giuste da fare. Solo con la forza si può imporre la pace. Non sembra che la storia abbia insegnato molto, purtroppo. Abbiamo visto nel passato, infatti, cosa producono violenza e forza. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo assistito e vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore.

Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per un credente non è scontato vivere nella fede tempi duri come questo. A volte percepiamo forte dentro di noi la distanza tra la durezza degli eventi drammatici da un lato, e la vita di fede e di preghiera dall’altro. Come se fossero lontane l’una dall’altra. L’uso della religione, inoltre, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad accostarci con animo riconciliato al dolore e alla sofferenza delle persone. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, costituisce una sfida non indifferente per chi vede nella vita del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio.

Da soli non riusciremo a comprendere questo mistero. Con le nostre sole forze non riusciremo a stare di fronte al mistero del male e a resistergli. Per questo sento sempre più impellente il richiamo a tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2). Solo così riusciremo a mettere ordine dentro di noi e a guardare alla realtà con occhi diversi.

E insieme a Gesù, come comunità cristiana vorremmo raccogliere le tante lacrime di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti, amici, uccisi o rapiti, di chi ha perso casa, lavoro, paese, vita, vittime innocenti di una resa dei conti di cui ancora non si vede la fine.

Lo scontro e la resa dei conti sono stati la narrativa dominante di questi anni, con la inevitabile e dolorosissima conseguenza delle prese di posizione. Come Chiesa la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono, la sua scelta di vita. Le sue ferite non sono un incitamento alla vendetta, ma la capacità di soffrire per amore.

In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia.

Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso.

La tomba vuota di Cristo, presso cui mai come in questi due anni il nostro cuore ha sostato in attesa di una risurrezione, ci assicura che il dolore non sarà per sempre, che l’attesa non sarà delusa, che le lacrime che stanno innaffiando il deserto faranno fiorire il giardino di Pasqua.

Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità. Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera. “Circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb. 12,1-2).

In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro. Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.

Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione.

Ci avviciniamo alla festa della Patrona della nostra diocesi, la Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa. Nella speranza che in quella giornata ci si possa finalmente incontrare, rinnoviamo alla nostra Patrona la preghiera di intercessione per la pace.

Un fraterno augurio di bene a tutti!

 

Gerusalemme, 5 ottobre 2025

 

  †Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini

sabato 12 aprile 2025

UN PULEDRO LEGATO


 Domenica delle Palme 



Vangelo Lc 19,28-40


"Troverete un puledro legato... "




Commento del Card. Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che viene letto all’inizio della Celebrazione eucaristica della Domenica delle Palme (Lc 19,28-40) ci racconta l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, dove poco dopo, verrà consegnato alle autorità romane, per essere condannato e crocifisso.

La particolarità di questo brano, però, è che per gran parte del suo racconto non ci parla tanto di quanto succede durante questo giorno di festa, quanto piuttosto dei suoi preparativi (Lc 19, 29-35).

In modo particolare, l’attenzione si focalizza sulla cavalcatura che Gesù utilizza, ovvero un puledro, che è descritto con due caratteristiche, su cui ci soffermiamo.

La prima caratteristica è che questo puledro è legato: questo termine ritorna 4 volte in pochi versetti (Lc 19,30.31.33), e ritorna per dire che i discepoli troveranno un puledro legato, e dovranno slegarlo.

Era un periodo in cui il popolo era in grande attesa, (Cf. “Poiché il popolo era in attesa” - Lc 3,15) e tale attesa riguardava la venuta di un re, un messia che avrebbe assicurato alla sua gente la pace. Dio stesso si era rivelato come il vero Re, ma il popolo aveva insistito per avere un re come tutti gli altri popoli. E Dio aveva concesso un re, come suo rappresentante, posto a capo del popolo per assicurargli la pace.

Ma lungo tutta la storia biblica, ben pochi erano stati i re all’altezza di questo compito, capaci di non lasciarsi sedurre dalle logiche del potere e della ricchezza. Al posto di guidare il popolo come fa un pastore buono, che slega le pecore e le porta al pascolo, loro avevano legato e oppresso il popolo con scelte sbagliate, ingiuste. Al posto di donare libertà e pace, avevano portato al popolo oppressione ed esilio.

L’attesa di un re buono, dunque, era andata crescendo, così come la certezza che un re buono non poteva essere se non un re unto, ovvero donato da Dio.

Per questo l’evangelista Giovanni fa precedere il racconto dell’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme (Gv 12,12-15) dal racconto dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11): Gesù è il vero re, Colui che viene per liberare il suo popolo. Gesù viene dunque a sciogliere, a slegare ogni legame di oppressione, a slegare il suo popolo dal potere del male, della violenza, di tutto ciò che tiene l’uomo legato e incapace di libertà vera.

Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria (“Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” - Zc 9,9), che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.

Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.

Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito (“troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno” - Lc 19,30). La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta (Lc 19,37-38).

 Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli (“Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli” – Lc 19,39).

Questo, però, non è più possibile: i discepoli potranno anche tacere, rimanere muti, e questo accadrà durante la passione, dove tutto l’entusiasmo di oggi lascerà il posto allo sgomento. Ma d’ora in poi anche ciò che non può parlare, come le pietre, non farà altro che dire che la salvezza è giunta (“Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre»” – Lc 19,40).

L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo.

 + Pierbattista

Patriarcato Latino Gerusalemme

 

sabato 1 febbraio 2025

LA REDENZIONE DI GERUSALEMME

Presentazione del Signore

Ml 3,1-4; Sal 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

 

Commento di Ester Abbatista

In questa domenica si celebra la festa della presentazione di Gesù al Tempio. Luca è molto attento a descrivere gli atti importanti che seguono la nascita di un figlio nella fede ebraica.

Dopo otto giorni, la circoncisione (berit milà): «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù» (Lc 2,21). E, successivamente, dopo il tempo della purificazione, la presentazione del primo figlio maschio al Tempio per il riscatto (pidion haben), secondo la Torah: «Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella Torah del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la Torah del Signore».

Il tutto avviene quindi in osservanza della Torah, e più precisamente secondo quanto è scritto nel Levitico: «L’ottavo giorno si circonciderà il prepuzio del bambino. Poi ella [la madre] resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione» (Lv 12,3-4).

Inoltre è proprio il testo del Levitico che ci informa sul fatto che l’offerta di una coppia di tortore o colombi è segno che la coppia non era ricca: «Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio per il peccato. (…) Se non ha mezzi per offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio per il peccato. Il sacerdote compirà il rito espiatorio per lei ed ella sarà pura» (Lv 12,6-8).

All’interno di questa descrizione, che fa vedere come i genitori di Gesù agiscano in tutto e per tutto secondo la fede ebraica, Luca pone due figure di anziani che si trovano allo stesso tempo nel Tempio: Simeone e Anna. In comune, oltre all’età avanzata, i due hanno il fatto che sono in attesa, che sperano in qualcosa.

Il primo, Simeone – dice il testo – «aspettava la consolazione d’Israele»; la seconda, Anna, aspettava «la redenzione di Gerusalemme». Ambedue vedono in questo bambino la realizzazione delle loro attese e speranze. Simeone, mosso dallo Spirito, si reca al Tempio e, preso in braccio il bambino, realizza che la sua speranza si sta compiendo. Anna, invece, che praticamente vive nel Tempio, è una profetessa e, alla vista del bambino, lo indica come la realizzazione di quello che sarà la liberazione di Gerusalemme e, conseguentemente, di tutto il popolo.

Due anziane persone, ormai prossime alla fine, risultano fondamentali nel riconoscimento di Gesù come Messia e liberatore di Israele. Che cosa permette loro tutto questo? Certo la presenza dello Spirito, per l’uno, e il dono della profezia, per l’altra; ma aggiungerei proprio la loro età, l’esperienza dei loro numerosi anni, la memoria di una storia tramandata, accolta e vissuta in prima persona: tutto questo è futuro. È ciò che permette loro di intra-vedere il futuro, di riconoscerne i segni, di annunciarne la venuta.

È forse questo uno dei tanti messaggi che questo bellissimo testo può offrirci: la memoria, la storia, come esperienza vissuta e tramandata, non è qualcosa che appartiene al passato, ma è la porta di accesso al nostro futuro, la lente attraverso cui possiamo intra-vederlo, riconoscerlo, accoglierlo. Senza storia, senza memoria, non solo non c’è futuro, ma non c’è neanche attesa, non c’è neanche speranza e, soprattutto, non c’è novità.

E andrebbe sottolineato il fatto che sia Simeone che Anna, nel rappresentare la memoria e la storia, non sono personaggi attaccati «al passato», incapaci di cambiamento, quasi morbosamente cristallizzati in un’epoca o in una comprensione dei testi e della realtà ancorata al passato; i loro occhi sono capaci di vedere il «nuovo» proprio a partire dall’«antico», cioè a leggere e interpretare le Scritture cogliendone la «novità» di Dio.

Non è forse questo quello che, anni dopo, lo stesso Gesù farà con i discepoli sulla strada verso Emmaus? Anche questi speravano e attendevano «che fosse lui a liberare Israele» e cercavano consolazione nella memoria storica racchiusa proprio ad Emmaus, ma ciò che mancava loro era la capacità di intra-vedere, a partire proprio dalla storia, dalla memoria delle Scritture, quel «nuovo» di Dio di cui senza saperlo erano stati testimoni.

Alla fine, anche i loro occhi si sono aperti e il futuro è apparso loro, ma questo è stato possibile solo quando hanno saputo guardare alla memoria vera, a quella storia che Dio aveva costruito con il suo popolo, alle Scritture: «E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).

Il Regno

 


sabato 4 aprile 2020

RIVESTITI DI CRISTO !

Visualizza Mt 26,14-27,66

Commento di don Roberto Seregni 

Dopo una quaresima davvero indimenticabile, siamo arrivati alla domenica delle Palme. Quest'anno non sventoleremo rami di ulivo, ma le nostre paure e le nostre solitudini; non faremo processioni verso le nostre chiese, ma santificheremo con pazienza e amore i corridoi e le stanze delle nostre case; non potremo riunirci come comunità, ma potremo trasformare le nostre case in chiese domestiche in ascolto della Parola.
Quest'anno il Signore ci chiama a una profonda conversione per vivere questa Settimana Santa “rivestiti di Cristo” (Rm 13,14) in comunione con tutti quelli che stanno lottando, soffrendo e sperando.
Vorrei fermare la vostra attenzione sull'iscrizione posta sulla Croce di Gesù:“Costui è Gesù, il re dei Giudei”. È vero: Gesù è re, ma è un re completamente diverso dalle attese dei suoi discepoli. Un re che sorprende. Un re che dobbiamo ancora imparare a conoscere, a amare, a contemplare.
É un re che entra a Gerusalemme non con un cocchio regale, ma con un asinello dato in prestito.
È un re che tra il tradimento di Giuda e l'annuncio del rinnegamento di Pietro, dona tutto se stesso nel pane spezzato e nel calice della nuova alleanza.
É un re che si spoglia delle sue vesti e tra gli sguardi sbigottiti dei presenti si mette in ginocchio e inizia a lavare i piedoni dei dodici discepoli.
É un re fragile e indifeso come ogni uomo.
É un re solo, abbandonato dai suoi amici.
É un re senza trono e senza scettro, nudo e irriconoscibile, appeso ad una croce.
É un re che ha bisogno di un cartello per essere riconosciuto.
È un re che muore nella piú completa solitudine, come sono morti tutti gli infettati del coronavirus.
Questo è senza dubbio uno dei tratti piú misteriosi e stupendi della Croce: Gesù condivide l'abbandono, la solitudine, la povertà e la morte con tutti i crocifissi della storia. Gesù non ci salva dalla morte, ma nella morte, ci salva condividendo radicalmente la nostra povertà e fragilità. Questa è la grandezza dell'amore di Gesù. La sua debolezza è il segno piú luminoso della potenza del suo amore.