-di Luca Novara*
Dov’è la radice della
corruzione?
Le notizie ricorrenti di
cronaca locale e nazionale sulle variegate e degradate forme di corruzione che
continuano ad affliggere non poche amministrazioni pubbliche, dal Sud al Nord,
non possono non sollecitare una reazione decisa da parte di chi ha a cuore una
moralità pubblica e sociale all’altezza delle esigenze del bene comune. È
sempre limpido il richiamo di papa Francesco: «Nessuno può esigere da noi che
releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna
influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute
delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che
interessano i cittadini» (Evangelii gaudium, n. 183).
E proprio il carattere
contestuale e sapienziale della teologia morale è profondamente sfidato da un modus
vivendi che sembra trasversale a tutti gli schieramenti politici e che è
anche una radice di degrado e corruzione: sembra che nessuno dei partiti
attualmente in gioco si muova sensibilmente come un agente culturale in grado
di offrire formazione civica ai cittadini e spazio di libero impegno sociale,
nel pieno rispetto dell’assetto costituzionale pubblico. Più che altro sembrano
dedicati al mantenimento di reti di dominio e di interessi a fini elettorali,
come altrettanti comitati d’affari.
Le parti guardano il
tutto
La politica è sempre
accompagnata da una legittima competizione tra i partiti per la conquista del
consenso elettorale, ma perché la dialettica tra le parti non perda di vista
l’unico bene comune, deformandolo, è indispensabile che sussista nelle città un
confronto culturale gestito in primis dai partiti, dedicato agli ideali
politici migliori e non immediatamente finalizzato alla conquista del potere,
bensì alla comprensione dello spessore destinale della socialità e
dell’istituzione che è la forma originaria dove l’uomo si riceve. Di più, dove
l’uomo è chiamato in un tessuto connettivo reciproco, che ha il tono della cura
benevolente, senza la quale nessuno sopravvive (A. Guarino).
È deprecabile infatti
l’elefantiasi della politica intesa quale attività volta esclusivamente
all’occupazione del potere e non all’alimentazione della percezione di ciò che
è giusto e della potenza istituente della vita umana stessa al fine di
alimentare disposizioni interiori permanenti e dinamiche orientate al bene
concreto di tutti e di ciascuno.
È percepibile qui
l’appello di don Luigi Sturzo: che la buona politica, locale, nazionale,
globale sia «libera e forte»! Perché «ci mette insieme politicamente», cioè
secondo una forma e un contenitore vitale per le esistenze di tutti noi,
presenti e futuri.
La migliore politica
In questo senso, le
segreterie dei partiti dovrebbero sostenere la capacità e il desiderio di
ascoltare e discernere le competenze, la coerenza di vita e di spessore morale
dei candidati alle cariche pubbliche, e costituirlo come elemento strutturale
permanente e definitivo, che non andrebbe mai dimenticato, ma che purtroppo
invece sempre cede il passo alle ormai altrettanto strutturali richieste di
portaborse, procacciatori di voti, yes men e simili. La formazione
globale dei candidati alle varie cariche dovrebbe essere considerata una
priorità politica.
Invece contenuti come la
tutela dell’interiorità della persona, la cura della vita, la formazione al
sapere critico, il contrasto all’idolatria del denaro e del potere personale,
il superamento della dicotomia pubblico/privato, la convivialità delle differenze,
la difesa strenua della legalità democratica sembrano essere considerati merce
ingombrante e poco funzionale al raggiungimento di obiettivi primari come il
bene comune e la pace sociale.
Ma è proprio questo
insieme di saperi interiori che edifica lo spessore morale necessario a chi si
occupa di amministrare ai vari livelli, contribuendo così alla comprensione
generale dell’orizzonte comune da costruire e verso cui incamminarsi: «Vero vincitore
e migliore politico è colui che riesce a far capire agli altri la portata dei
valori comuni in cui tutti possono riconoscere spazi di libertà e di
realizzazione validi per sé» (Pizzolato).
*Luca Novara è docente di Filosofia e Teologia morale sociale presso l’ISSR «S. Metodio» di Siracusa e presso lo Studio teologico «S. Paolo» di Catania – II ciclo.

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