sabato 10 ottobre 2026

INVITO A NOZZE

 


Non roviniamo

 la festa del Signore


Riflessione di don Massimo Naro

sulla liturgia della Parola 

nella XXVIII domenica 

del tempo ordinario (anno A)

Is 25,6-10a; Sal 22/23; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Nell’odierna pagina evangelica Gesù continua a rivolgersi ai capi dei sacerdoti e ai farisei, che erano a quell’epoca le persone maggiormente in vista a Gerusalemme. A quei notabili racconta un’altra parabola. E questa, ancora una volta, suona severa nei confronti di quegli uditori. Perché, raccontandogliela, il Maestro di Nazareth smaschera il loro fraintendimento riguardo alla vera natura del Regno di Dio.

Il quale si può immaginare come una festa, preparata con molto sforzo e con generoso sfarzo. Il re che governa quel Regno è, difatti, un padre, a cui sta a cuore – come a tutti i veri padri – la felicità del figlio, mirando a rendere il più gioioso possibile il giorno delle sue nozze. Nella festa del figlio, com’è normale consuetudine, vuole coinvolgere coloro che egli considera suoi amici, invitandoli alle nozze. Si tratta probabilmente dei dignitari della sua corte, dei suoi ministri, dei suoi più stretti collaboratori, dei suoi vassalli, oltre che dei parenti degli sposi. Tutti costoro, però, rifiutano a più riprese l’invito. Costringono il re a implorare la loro partecipazione, se non altro per non sprecare quel che era stato preparato per far festa, opponendogli sempre e comunque un rifiuto. Offendono, così, il re. E, per giunta, lo fanno indignare, allorché qualcuno di loro si spinge persino a malmenare e a uccidere i suoi ambasciatori: il re finirà per inviare le sue truppe a punire gli assassini e a distruggere le loro case.

Viene da chiedersi il motivo di tanta accanita pervicacia nel rifiutare un invito da cui quegli invitati ingrati si sarebbero dovuti invece sentire onorati. Cosa e chi stanno rifiutando? Cosa non stanno comprendendo? Cosa e chi non vogliono accettare? Quel loro rifiuto sembra opporsi al figlio del re non meno che al re stesso. Snobbano la festa preparata dal re per le nozze del figlio, mostrando di non considerare quel figlio degno di tanto impegno. E danno l’impressione di reputare l’impegno del padre come qualcosa che esprime una sdolcinata debolezza non consona alla figura di un re. Il re, che in quel frangente aveva desiderato essere semplicemente un padre, è costretto da quel loro rifiuto a velare – con la sua indignata reazione – il suo aspetto paterno e a rivelarsi tramite un intervento dispotico. È come se a condizionarne il comportamento, faraonico oppure paterno, sia la maniera di percepirlo da parte di quei suoi dignitari, sordi al suo invito. La loro incomprensione rifiuta l’indole familiare del Regno. Se il Regno è una famiglia che si raduna per festeggiare, allora essi presumono di poterne fare a meno. Non apprezzano di essere inclusi in quella famiglia come veri e propri familiari del re e del suo erede, del padre e del suo amatissimo figlio. Preferiscono rimanere sudditi, perché in tal modo possono restare sollevati dalle esigenze intrinseche a un vincolo di vera amicizia e di reale parentela. Possono, cioè, continuare a curare il loro tornaconto, svicolando di qua e di là, senza sentirsi obbligati a investire il loro tempo migliore e le loro più belle energie nella festa che quel padre ha organizzato per la felicità di suo figlio. Torna in mente l’atteggiamento scorbutico del figlio maggiore nella parabola lucana del figliol prodigo che viene riabbracciato festosamente dal padre di entrambi.

Quei dignitari, che impediscono al re di esercitare gioiosamente la sua paternità, risultano indegni dell’invito. Ma la festa non può e non deve fallire. Perciò l’invito viene rilanciato verso altri destinatari, buoni o cattivi che di per sé possano essere. Poiché è l’invito che conferisce effettiva dignità, non la presunta dignità a meritare l’invito: «Usciti per le strade, i servitori del re radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Il senso complessivo della parabola, sin qui, è determinato dal contesto in cui Gesù la racconta. Egli si presenta come il Figlio del Padre celeste, come l’erede del Regno, ma quei suoi interlocutori non lo accolgono come tale. E non lo accolgono proprio perché pensano che Dio non possa essere Padre, abituati come sono a concepirlo piuttosto nelle vesti di un padrone. Sono quei notabili giudei gli invitati indolenti e neghittosi della parabola, diffidenti e risentiti verso il Rabbi galileo. Essi, non riconoscendo in Gesù il Messia, rischiano di restar fuori dal Regno dei cieli e di escludersi dalla festa di Dio. Nella quale, di conseguenza, verranno coinvolti tanti altri al posto loro.

La festa di Dio, infatti, è aperta a tutti, nessuno escluso. Tuttavia non vi ci si può imbucare, come lascia intendere l’appendice aggiunta alla parabola: «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». È un epilogo che sembra smentire la paternità del re. Del resto, come si può pretendere che chi viene invitato all’ultimo momento, senza aver il tempo di ben prepararsi, possa presentarsi a una festa col vestito adatto per l’occasione? E poi, perché tanto rigore? Basterebbe metterlo garbatamente alla porta, più che farlo incaprettare dai buttafuori.

Il fatto è che l’invito è anche un appello alla responsabilità. La qual cosa significa che si è abili a dare una risposta solo se si è abilitati a rispondere. Non è un gioco di parole. È l’invito a rendere chi lo riceve abile a rispondere, ossia a renderlo responsabile. E giacché la festa del Regno non è una festa qualunque, ma una festa di nozze, l’invito a parteciparvi è strettamente connesso al rapporto che si deve accettare di avere e di mantenere con colui per il quale la festa è organizzata. Cioè con il Figlio. Per coloro che sono invitati, ormai dopo che i confini del Regno si sono slargati oltre l’antico Israele, indossare la veste nuziale vuol dire avere a che fare col Figlio, impersonato da Cristo Gesù. Gli invitati alla sua festa di nozze sono resi partecipi della sua stessa parentela con il re, Padre suo. Devono pertanto somigliargli.

Riaffiora, a questo punto, il ricordo della veste bianca che, dopo il battesimo, viene consegnata a ogni cristiano con l’auspicio che non smetta di indossarla e la mantenga sempre pulita. Quella veste simboleggia la grazia di essere rivestito di Cristo stesso, come suggerisce Paolo nella sua lettera agli Efesini. E rievoca altresì l’impegno a rivestirsi continuamente di lui, uomo nuovo, lasciandosi alle spalle l’uomo vecchio (Ef 4,24). Come fece, per esempio, Francesco d’Assisi denudandosi davanti a Pietro di Bernardone e lasciandosi ricoprire dal mantello che gli porgeva il vescovo Guido. E come fanno sempre i santi, tutti, anche quelli ancora viventi in mezzo a noi, anche quelli della porta accanto, anche quelli che dobbiamo riconoscere incontrandoci gli uni con gli altri ai crocicchi delle nostre strade.

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