e
comunione
agapica
Riflessione di don Massimo Naro
sulla liturgia della Parola
nella VI domenica di Pasqua (anno A)
At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv
14,15-21
È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.
Nella Pasqua la morte si trasfigura in
vita vera.
Viene così fasciata e curata l’antica
ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio
l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una
egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete
dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen
2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo
a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne
morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente
«di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto
che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni
dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del
Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno
interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come
l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione
pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla
radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere
per tanti anni ancora.
Accogliendo il parere di pensatori
cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la
morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere
che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte
dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità
come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone
ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto
tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno,
naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una
partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in
accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante,
contronatura, terminale, opposto al vivere.
Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel
greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia,
in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il
«giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità,
rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose,
conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna
volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita.
Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive
veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera
paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche
loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita
radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente:
«Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il
sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di
qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).
La condivisione di questa vita radicale,
che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli
di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare”
(così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in
questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei
discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno
saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di
Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro
comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.
La comunione con Dio in Cristo Gesù,
tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire
concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta
intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una
relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e
donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis
tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati,
vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del
Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo
stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un
suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra
vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una
partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo
implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello
Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi
partecipiamo a questa spirazione divina».
L’amore agapico
Questo è l’esito straordinario dell’amore
agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere
“atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in
cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a
ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō:
«Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare
di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne
testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua
volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica.
Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco:
mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in
quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.
L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania.
Dio si rende presente, ci
fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce
pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza
credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non
toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio
dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso
forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei
discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente
retta, solidale, giusta.
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