è il dono più grande e, insieme,
la sfida più profonda
che la vita possa regalare.
La maternità ti cambia dentro:
cambia il cuore, il tempo
e il modo di guardare il
mondo”.
Con queste parole la
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di ricordare la
ricorrenza che oggi, domenica 10 maggio, si celebra in Italia e in decine di
altri Paesi. “Oggi voglio dedicare un pensiero speciale a tutte le mamme“,
ha aggiunto in un post sui social, “a quelle che corrono tutto il giorno
senza fermarsi mai, a quelle che custodiscono silenziosamente ogni
preoccupazione“.
Anche il Ministro
dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha scelto i
social per mandare un messaggio in riferimento alla festa: “I miei
auguri più belli a tutte le mamme. Grazie per la profondità con cui sapete
amare i vostri figli”.
Dietro la seconda
domenica di maggio, però, c’è una storia meno oleografica di quanto si possa
immaginare. Una storia fatta di campi di battaglia, lutti personali, attivismo
femminile e perfino una crociata contro la commercializzazione della
ricorrenza.
Le origini americane:
madri in trincea
Negli anni Sessanta
dell’Ottocento, durante la Guerra civile americana, Ann Reeves Jarvis organizza
i Mothers’ day work clubs: donne che migliorano le condizioni
sanitarie e curano i feriti di entrambi gli schieramenti. Dopo aver perso
diversi figli per malattie infettive, nel 1868 fonda il Mother’s
friendship day per riunire ex nemici di Nord e Sud. Intanto Julia Ward
Howe, autrice dell’Battle Hymn of the Republic, scrive nel 1870 la Mother’s
Day Proclamation contro la guerra.
Ma è la figlia di Ann,
Anna Jarvis, a compiere il passo decisivo: nel 1908 organizza la prima
celebrazione (seconda domenica di maggio) e nel 1914 ottiene la festa
nazionale. Quando la ricorrenza diventa un affare fatto di biglietti e regali,
Anna si ribella, critica la commercializzazione e difende l’apostrofo al
singolare (Mother’s day, non mothers’ day): la festa deve
riguardare la propria madre, non le madri in generale.
L’arrivo in Italia: dalla
Giornata del fanciullo al garofano
In Italia la ricorrenza
segue un percorso diverso. Nel 1933 il regime fascista istituisce la Giornata
della madre e del fanciullo, celebrata il 24 dicembre. Vengono premiate le
madri più prolifiche, in particolare quelle con molti figli maschi. La logica è
demografica e nazionalista.
Quella che conosciamo
oggi nasce nel dopoguerra. Negli anni Cinquanta si sviluppano due iniziative
indipendenti: una a Tordibetto di Assisi, con un significato religioso legato
al mese di maggio, e una in Liguria, favorita dalla produzione e vendita di fiori.
Dal 1959 la ricorrenza si
diffonde in tutto il Paese. Inizialmente fissata l’8 maggio, viene poi spostata
alla seconda domenica del mese, allineandosi alla tradizione statunitense.
Il mondo celebra, ognuno
a suo modo
Non tutti seguono il
calendario americano. Nel Regno Unito, ad esemopio, la Mothering Sunday cade
la quarta domenica di Quaresima. La tradizione voleva che chi lavorava lontano
tornasse nella chiesa del proprio battesimo, quasi sempre nel paese d’origine
dove viveva la famiglia. Il ricongiungimento con la madre diventava naturale.
Il dolce tipico è la Simnel cake, una torta alla frutta con due
strati di pasta di mandorle.
In Messico si festeggia
il 10 maggio, fisso. In Thailandia la data è il 12 agosto, compleanno della
regina Sirikit, madre dell’attuale sovrano. Parate e decorazioni invadono il
Paese.
In Norvegia, invece,
bisogna segnarsi un’altra data: la seconda domenica di febbraio. La festa è già
passata. Anche lì si regalano fiori e biglietti, ma la tradizione prevede un
piatto speciale preparato per la madre, spesso a base di baccalà. In Indonesia
il 22 dicembre non si onorano soltanto le madri: è anche una giornata di
manifestazioni politiche a sostegno dei diritti delle donne.
Quanto ai fiori, il
garofano resta il simbolo più diffuso. Rosso o rosa per le madri in vita,
bianco per quelle che non ci sono più. Un codice semplice, che non ha bisogno
di istruzioni.
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