- di Vito Mancuso
Qualche giorno fa
il segretario alla difesa alias ministro della guerra degli Usa Peter Hegseth ha concluso un discorso ai
militari citando l’incipit del salmo 144: “Benedetto il Signore, mia roccia, che
addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”.
Avrebbe potuto
citare altri passi dello stesso tipo, visto che la Bibbia ebraica ne abbonda: Per rimanere ai
salmi: “Il giusto godrà nel vedere la vendetta, laverà i piedi nel sangue dei
suoi nemici” (58,11); “Tu, Signore, Dio degli eserciti, Dio d’Israele, alzati a
punire tutte le genti” (59,6); e ancora rivolgendosi a Babilonia: “Beato chi
afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra” (137,9). Persino ai
neonati viene augurata la morte, e che tipo di morte.
Se però Hegseth
fosse stato il responsabile di un ipotetico ministero della pace avrebbe lo
stesso potuto citare la Bibbia, perché essa presenta anche pagine
proto-pacifiste che fanno fiorire il seme dell'utopia. Per esempio: “Dio farà
cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le
lance, brucerà nel fuoco gli scudi” (salmo 46,10) …
La Bibbia è violentemente nazionalista e al
contempo pacificamente universalista. Così prescrive il Deuteronomio: “Nelle città di questi popoli che il
Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun vivente ma li
voterai allo sterminio” (20,16-17). Così invece profetizza Isaia: “In quel giorno Israele sarà il terzo con
l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il
Signore degli eserciti dicendo: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro
opera delle mie mani e Israele mia eredità” (19,24-25).
Siamo al cospetto
della somma contraddizione ed è inevitabile chiedersi se la Bibbia promuova più la guerra o la pace. La
risposta non è difficile: dipende da chi la legge. E dal perché. La Bibbia, diceva Hegel, è “un naso di cera” che ognuno modella a
piacimento nella forma che più gli conviene.
Non è per nulla
vero che la Bibbia trasmette l'oggettività della
rivelazione divina, perché essa, come indica già il suo nome che viene dal
greco e significa “libri”, è plurale, e in questa sua disordinata pluralità vi
si legge pressoché tutto: il bene e il male, la luce e le tenebre, la pace e la
guerra, l'amore e l'odio, la violenza e la non-violenza. E ognuno ne estrae ciò
che più gli conviene. Lo mostra alla perfezione la storia sia dell’ebraismo sia
del cristianesimo con le sue innumerevoli contraddizioni.
I pastori
evangelici che sostengono Trump (talora riuniti alla Casa bianca in preghiera
con lui) leggono la Bibbia trovandovi le motivazioni della politica
del loro presidente che diffonde odio e morte nel mondo. Nulla di nuovo se
già Spinoza scriveva: “La religione non corrisponde
più al sentimento di carità, ma alla disseminazione della discordia tra gli
uomini e alla propagazione di un odio crudele”. Allo stesso tempo però anche i
preti e i missionari che curano i migranti e si oppongono alla politica di
Trump ritrovano nella Bibbia le pagine a sostegno della loro azione.
Ognuno nella Bibbia trova ciò che gli serve.
Ma la domanda a
questo punto diventa: se la Bibbia è un naso di cera, che cosa non lo
è?
Esiste qualcosa di
fronte a cui la volontà di potenza dell’uomo si fermi e ascolti e obbedisca?
Esiste anche solo una pagina a cui tutti si sottomettano e dicano sì? Certo, la
gran parte degli esseri umani è costretta a obbedire alla legge perché altrimenti
interviene la sanzione dell’autorità, ma così non è per coloro che disponendo
dell’autorità la usano a loro piacimento. Per essi non esiste più legge, non ci
sono più regole, fanno a pezzi il diritto, impongono il loro arbitrio, e noi
oggi, a causa loro, siamo alla vigilia della tirannide. Ma non è sempre stato
così? I faraoni che facevano scolpire se stessi tra gli Dei, come Ramses II ad Abu Simbel, non agivano forse
nello stesso modo? E che dire di Caligola e di Nerone? E dei Papi che per secoli hanno promosso l’Inquisizione bruciando uomini e libri, e
giungendo a proclamare se stessi infallibili?
In realtà però io
non penso che sia sempre stato così, abbiamo conosciuto anche il volto giusto e
buono del potere, con faraoni giusti, imperatori giusti, papi giusti e persino
santi.
Oggi però, caduta
l’autorità normativa della Bibbia, caduta l’autorità infallibile del Papa e
delle chiese, caduta anche l’autorità della politica in
quanto creatrice di diritto e di ordine internazionale, oggi, quando appare
evidente l’imperio della forza anticamera della tirannide di cui Trump e i suoi
solerti servitori sono la personificazione, oggi, quando l’intelligenza artificiale governata da una
ristrettissima élite ci presenta il Grande Fratello di Orwell come uno scenario del
tutto realistico del nostro futuro, oggi, io chiedo, che cosa rimane a chi si
sente diverso e percepisce di non poter rinunciare agli ideali del bene, della
giustizia e della migliore umanità?
Già un secolo
fa Simone Weil si poneva questa domanda e
rispondeva così in uno scritto mirabile del 1934 intitolato “Riflessioni sulle
cause della libertà e dell’oppressione sociale”: “Soltanto dei fanatici possono
attribuire valore alla propria esistenza unicamente nella misura in cui essa
serve una causa collettiva; reagire contro la subordinazione dell'individuo
alla collettività implica che si cominci col rifiuto di subordinare il proprio
destino al corso della storia”. L’equazione salvifica è quindi la seguente:
"Io diverso da Storia", laddove il termine “storia” equivale ora a
Stato, ora a Partito, ora a Chiesa, ora a Bibbia, ora a qualunque altra “causa collettiva”.
Simone Weil proseguiva dicendo che tale differenza “permetterebbe a chi vi si
impegnasse di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva
tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il
patto originario dello spirito con l'universo”.
Parole bellissime,
che mi rimandano a quelle scritte da Hannah Arendt in risposta a Gershom Scholem che, dopo aver letto “La
banalità del male”, l’aveva accusata di non nutrire ciò che la tradizione
ebraica chiama Ahabath Israel, l’amore per il popolo ebraico: “In
te, cara Hannah, non ne trovo traccia”. Lei gli rispose così: “Hai
perfettamente ragione – non sono animata da alcun «amore» di questo genere”. E
proseguiva: “Nella mia vita non ho mai «amato» nessun popolo o collettività –
né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe
operaia, né nulla di questo genere. Io amo «solo» i miei amici e la sola specie
d'amore che conosco e in cui credo è l'amore per le persone”.
Da queste due
straordinarie donne ebree del Novecento giunge a noi ancora oggi ciò che si
potrebbe a ragione denominare “parola di Dio” ben più di molte pagine bibliche.
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