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giovedì 20 marzo 2025

COMPITI A CASA ???


CI VUOLE
BUON SENSO

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria. 

Il dibattito sulla loro efficacia

 coinvolge ogni anno 

tutto il sistema scolastico e i genitori.

 

di Redazione

 Compiti a casa si o no? Ogni anno si riapre il dibattito tra coloro che sono a favore e coloro che sono contro.

In molti sostengono che le otto ore di scuola primaria dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento. Alla secondaria, invece, sono utili per acquisire autonomia e imparare a seguire un metodo di studio. Tuttavia, nonostante le opinioni dei genitori, a decidere spetta sempre agli insegnanti.

Compiti a casa: sì o no.

La discussione intorno all’utilità dei compiti a casa è sempre molto attiva e si ripete, ciclicamente, ogni estate e anno scolastico, polarizzando non poco le posizioni.  In generale, ci sono alcune regole importanti che andrebbero tenute a mente, anche se nella vita reale si possono incontrare difficoltà nel seguirle alla lettera:

1.     La collaborazione tra insegnanti e genitori è fondamentale per un iter scolastico soddisfacente, e in generale per il benessere psicofisico del bambino, che deve sentire una buona comunicazione tra gli adulti che si occupano di lui.

2.     Questa collaborazione deve però avvenire su altri piani, che non riguardano l’esecuzione dei compiti: le decisioni riguardanti i compiti sono degli insegnanti, e agli insegnanti rimane la responsabilità del loro corretto svolgimento.

Ai genitori spetta tutto il lavoro necessario a creare ogni giorno le condizioni che permettono ai figli di mettere le loro energie al servizio degli apprendimenti, supportarli nelle difficoltà che incontrano, comunicare con gli insegnanti per un confronto utile a conoscere reciprocamente aspetti importanti della vita del bambino.

Pro e contro dei compiti a casa nella scuola primaria

Scendiamo nello specifico: se e quando sono utili i compiti a casa come integrazione del lavoro in classe?

Secondo me in una scuola a tempo pieno e negli anni della scuola primarianon si può parlare di necessità di dare compiti da svolgere a casaLe otto ore di scuola dovrebbero essere sufficienti per offrire al bambino gli strumenti necessari all’apprendimento, ed aiutarlo ad assimilarli.

Naturalmente all’interno delle otto ore dovrebbe essere garantita un’alternanza ottimale tra i tempi in cui è possibile richiedere attenzione (tempi variabili a seconda delle ore della giornata, e di alcuni altri parametri, ma comunque non più di quarantacinque minuti) e quelli di pausa. Altrimenti si apprende di meno e con più fatica; e non è aggiungendo la fatica dei compiti a casa che si migliora la situazione.

Quando l’insegnante ravvisa l’opportunità per un bambino di lavorare di più in un determinato ambito (le tabelline!) ne parla con lui e insieme concordano le strategie: questo perché l’apprendimento per essere efficace deve avvenire all’interno di una relazione di fiducia con l’insegnante.

L’insegnante a sua volta deve avere più elementi possibile per conoscere i punti di fragilità e i punti di forza del bambino, in modo da aiutarlo a rinforzare i primi e utilizzare meglio i secondi.

Una parola va detta per quanto riguarda le vacanze estive, che sono così estese in Italia da far temere a genitori e insegnanti l’oblio di quanto appreso durante l’anno. Sappiamo però che un’informazione, se accolta con attenzione e “codificata”, cioè rappresentata mentalmente (ognuno ha le sue strategie visive, uditive…per far questo), possiamo dire banalmente “capita”, entra nel magazzino mentale della memoria chiamata “a lungo termine”, e può essere richiamata facilmente quando la situazione lo richiede.

Quello che deve essere mantenuto durante i periodi di vacanza è l’interesse ad accogliere e magari riflettere sugli stimoli ambientali offerti, in modo da arricchire un bagaglio culturale utile per far fronte alle richieste ineludibili della crescita. Questo naturalmente si può fare utilizzando gli strumenti appresi a scuola (diari, misurazioni).

D’altra parte, c’è però chi sostiene che i compiti a casa contribuiscono allo sviluppo della concentrazione, una competenza preziosa da coltivare per quando si crescerà e gli impegni aumenteranno. Inoltre, aiutano a rafforzare l’assimilazione di ciò che è stato appreso.

Le considerazioni intorno a questo argomento sono molteplici e spesso soggette a dibattito. Dopo un’indagine diretta condotta tra docenti, ecco riassunti gli aspetti positivi e negativi dei compiti a casa.

Vantaggi e svantaggi dei compiti a casa

Uno dei principali aspetti positivi è il fatto che aiutano gli studenti a sviluppare l’autonomia e l’organizzazione. Nell’ambiente familiare, i bambini imparano a gestire il proprio tempo e a pianificare le attività, acquisendo competenze utili per il futuro. Inoltre, i compiti a casa consentono di rivedere nozioni già apprese a scuola, fornendo l’opportunità di consolidare le conoscenze e ripetere gli argomenti che potrebbero non essere stati compresi pienamente in classe. Questo approccio favorisce la comprensione profonda e la memorizzazione a lungo termine.

Oltre a ciò, i compiti a casa preparano gli studenti all’autoapprendimento e al problem solving. Affrontare compiti da soli stimola la curiosità e l’interesse per l’apprendimento indipendente.
Questa pratica si traduce in uno sviluppo delle abilità cognitive e della capacità critica, fondamentali per il successo in varie sfide accademiche e nella vita lavorativa. I compiti assegnati possono anche introdurre argomenti più approfonditi e nuovi interrogativi, stimolando la sete di conoscenza e l’espansione delle prospettive degli studenti.

Svantaggi dei compiti a casa

Un rischio notevole è rappresentato dalla possibilità che gli studenti imparino a memoria senza comprenderne il significato. Questo approccio superficiale può portare al rapido oblio delle nozioni apprese, riducendo l’efficacia dell’apprendimento a lungo termine. Inoltre, alcuni studenti potrebbero sentirsi sopraffatti dall’onere dei compiti, che potrebbe portarli a sviluppare un atteggiamento negativo nei confronti dell’apprendimento stesso.

È fondamentale evitare che lo studio diventi un’attività meccanica e priva di passione, affinché gli studenti sviluppino un amore genuino per l’acquisizione di conoscenze.

Un altro svantaggio da considerare è la disparità nel livello di difficoltà dei compiti per gli studenti. Mentre alcuni possono affrontarli senza problemi, altri potrebbero trovarli troppo impegnativi o, al contrario, banali. Inoltre, il supporto familiare può variare notevolmente, influenzando la qualità dell’apprendimento a casa.

Infine, un’eccessiva quantità di compiti a casa potrebbe limitare il tempo libero degli studenti e precludere attività essenziali per la loro crescita personale, come il coinvolgimento in sport, arte e altre attività extracurriculari. È importante trovare un equilibrio tra lo studio e il tempo dedicato al gioco, al riposo e alla scoperta del mondo esterno.

Compiti a casa nella scuola secondaria, inferiore e superiore

Nel panorama della scuola italiana il tempo pieno non è attuato nella scuola secondaria. Inoltre gli adolescenti dovrebbero aver acquisito una discreta autonomia di lavoro, e una capacità di elaborazione concettuale che giustifica la richiesta degli insegnanti di completare a casa un lavoro di approfondimento degli argomenti presentati in classe.
I compiti a casa sono quindi importanti perché possono aiutare i ragazzi a scoprire che cosa li interessa e che cosa no, ad organizzarsi e ad assumersi la responsabilità del proprio successo o insuccesso.

I genitori, quando possibile, possono accompagnare i propri figli in questa attività, fungendo da interlocutori affidabili. Possono dedicare del tempo per chiarire dubbi, ascoltare preoccupazioni, offrire suggerimenti e fornire supporto in molteplici modi.

In conclusione, è fondamentale valutare attentamente come vengono assegnati e quali benefici possono effettivamente apportare agli studenti. Una pianificazione oculata e una varietà di approcci educativi possono contribuire a massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi di questa pratica.

 

Santagostino

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venerdì 13 novembre 2020

VIRUS. CONTAGI A SCUOLA O ALTROVE?

I contagi della seconda ondata? 

Nel tempo libero, non a scuola

Bar, ristoranti, palestre, mezzi di trasporto sembrano essere diventati più pericolosi con la ripartenza dell’epidemia. Così anche tra le professioni. A rischio le fasce deboli.

Uno studio condotto sui telefoni cellulari negli Usa, e pubblicato su Nature, indica come maggiormente responsabili della diffusione gli spazi ristretti, al chiuso e affollati. Una ricerca in Norvegia sui lavori più colpiti: ristorazione, tassisti, guide turistiche. Meno tra gli insegnanti

 di VIVIANA DALOISO e FRANCESCO RICCARDI

È la domanda delle domande, quella a cui riuscivamo (forse) a rispondere ai primi di agosto, quando in Italia si contavano poco più di 300 contagi al giorno, e su cui oggi brancoliamo totalmente nel buio: dove si prende, il Covid? La risposta messa nero su bianco dall’Istituto superiore di sanità è più o meno questa: non lo sappiamo. Più precisamente «continua ad aumentare il numero di casi non riconducibili a catene di trasmissione note – recita l’ultimo monitoraggio della Cabina di regia, su cui mercoledì si è deciso il cambio di colore di un altro pezzo di Paese –: 74.967 questa settimana contro i 49.511 di quella prima». P er capire di cosa stiamo parlando, in termini concreti, serve ricordare che mediamente ogni persona intrattiene rapporti considerati a rischio con almeno altre 10: significa che nel corso dell’ultima settimana abbiamo avuto potenzialmente quasi un milione di persone a spasso senza la minima percezione di essere potenziali diffusori e senza poterli intercettare. Questo spiega bene perché, saltato completamente il sistema di tracciamento, l’unica soluzione per raffreddare la curva sia la mitigazione del contagio attraverso le chiusure generalizzate: non sappiamo più da dove viene e dove va il virus, riduciamo il più possibile circolazione e contatti finché i contagi non tornano a scendere. La strategia, intendiamoci, probabilmente funzionerà: i primi, timidi segnali di rallentamento della curva si sono concretizzati già negli ultimi giorni. Ma i costi delle misure adottate in termini sociali ed economici sono, di nuovo, altissimi. E rieccoci al punto allora, alla domanda a cui una volta usciti da questa seconda fase critica il governo e le autorità sanitarie dovranno saper rispondere: dove si prende, il Covid? Meglio, dove gli abbiamo permesso di circolare indisturbato e di minare tutto il vantaggio che avevamo costruito nel corso degli ultimi sei mesi? Saperlo, ormai è chiaro, diventa decisivo per non trovarci più nella situazione di oggi.

Risposte ne sono state ipotizzate molte. In queste ore, per esempio, un’inchiesta della Procura di Cagliari è tornata a mettere a tema la spinosa questione delle discoteche aperte quest’estate in Sardegna (ma fino a dopo Ferragosto lo sono state anche nel resto del Paese): in quel caso, non sarà difficile da accertare, gli assembramenti indiscriminati nei locali e la circolazione dei turisti su un territorio in buona sostanza rimasto Covid-free sono stati decisivi per la ripartenza dell’epidemia. Col disastro in termini di vite umane ed emergenza sanitaria che per l’isola questo ha comportato. Dal punto di vista scientifico, tuttavia, dati sui luoghi dove il contagio corre di più in Italia non ne abbiamo e non ne abbiamo mai avuti. È una delle lacune lamentate più volte nel corso delle ultime settimane dai più svariati gruppi di studio indipendenti sul Covid ed esplicitata dal presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi in un articolo pubblicato alla fine di ottobre su Scienza in rete: «Quanto influiscono sui contagi in Italia i ristoranti, le cene in famiglia, la riunione in ufficio, la convivenza familiare, le feste?

Quali sono le attività più a rischio, oltre ovviamente quelle che già si conoscono: la sanità, la preparazione dei salumi, i centri di distribuzione postale?» si chiedeva Parisi, ricordando che l’unico monitoraggio effettuato con precisione (ma anche qui con diversi limiti) è stato da settembre quello sulla scuola, che per altro ha dimostrato di non essere affatto un luogo di propagazione sostenuta dell’epidemia: 3,5% i focolai riconducibili alle classi, e ancora ieri la ministra Azzolina lo ha ricordato con forza. «Senza dati precisi – proseguiva Parisi – come fare a valutare gli effetti positivi o negativi di provvedimenti come la chiusura dei centri commerciali durante il weekend o delle scuole elementari?». O, aggiungiamo noi, dei parchi e dei lungomare, che pure nelle ultime ore sono tornati sotto i riflettori dei media scatenando infinite polemiche: ci si contagia al parco? Ci si contagia sul lungomare affollato di Napoli? E sui mezzi pubblici? Un altro abisso inesplorato, su cui pure si sono consumate infinite polemiche e recriminazioni.

Che un tracciamento dei contagi utile alle decisioni politiche per il contenimento dell’epidemia sia possibile lo dimostra uno studio americano pubblicato da Natureproprio in queste ore e condotto dagli esperti della Stanford University e della Northwestern University. Il team ha utilizzato i dati anonimi raccolti grazie ai telefoni cellulari, per mappare i movimenti di 98 milioni di persone provenienti da diversi quartieri delle più grandi città statunitensi. Risultato: ristoranti, bar, caffè e palestre sono risultati i luoghi in cui il rischio di contagio è risultato più elevato. Spazi ristretti e al chiuso, affollati, dove pur mantenendo le distanze il virus evidentemente si propaga facilmente. Di più: visto che nei modelli informatici costruiti per analizzare i dati gli esperti americani hanno inserito anche le fasce reddituali diverse della popolazione presa in esame, lo studio ha potuto osservare anche l’evidente disparità nel rischio di infezione in base allo stato socioeconomico degli utenti. Chi è più povero è costretto a muoversi di più e a frequentare, per esempio, supermercati e discount più affollati, si ammala anche più facilmente. Sulla base di tutto ciò, il team è arrivato a prevedere la probabilità di nuove infezioni in un dato momento, luogo o tempo: è stato cioè per la prima volta costruito un modello di trasmissione del virus identificando le potenziali sedi e le popolazioni ad alto rischio. E le simulazioni hanno previsto con precisione il conteggio giornaliero poi confermato dei casi in dieci delle più grandi aree metropolitane, tra cui Chicago, New York e San Francisco (arrivando a individuare 553mila località distinte raggruppate in 20 categorie chiamati “punti di interesse”). Insomma, una miniera inestimabile di dati che sono stati messi a disposizione delle autorità per capire quando e cosa chiudere, e per quanto tempo, per ottenere una determinata riduzione dei contagi.

Maniacale? Tutt’altro, visto che è proprio sulla precisione dei dati scientifici che può essere costruita una strategia efficace (e meno penalizzante del lockdown generalizzato) di lotta al virus. Dall’inizio dell’epidemia, per esempio, li ha forniti per la Germania con grafici dettagliati il Koch Institute, confermando anche qui la maggiore circolazione del Covid nei luoghi del tempo libero (birrerie, ristoranti) e in famiglia. Alle professioni a maggiore rischio, invece, e a come si possano modulare le aperture o chiusure di determinate attività per contenere i contagi si sono dedicati anche quattro ricercatori norvegesi (K. Magnusson, K. Nygard, L.Vold e K. Telle) in uno studio svolto per conto dell’Istituto norvegese di sanità pubblica, che ha il pregio addirittura di distinguere tra prima e seconda ondata della pandemia.

L’indagine in questo caso è stata condotta su un campione di 3,5 milioni di cittadini norvegesi tra i 20 e i 70 anni confrontati con gli oltre 12mila che hanno contratto il virus (0,3%). I risultati evidenziano come nella fase di avvio dell’infezione, tra il 26 febbraio e il 17 luglio, i più colpiti (con una probabilità da 1,5 a 3,5 volte) siano stati in particolare i professionisti del settore sanitario: dagli infermieri ai medici, dai fisioterapisti ai dentisti, evidentemente non ben protetti o sopraffatti dall’arrivo dei primi malati. Assieme, al di fuori della sanità, a tassisti e gui- datori di autobus. Al contrario, insegnanti e studenti, personale impiegato nell’assistenza all’infanzia, così come baristi, camerieri, commessi dei negozi, addetti alle pulizie, istruttori di fitness e parrucchieri non hanno subito un aumento del rischio, o addirittura presentavano un rischio ridotto rispetto agli altri cittadini in età lavorativa. Lo scenario, invece, è cambiato completamente durante la seconda ondata della pandemia, con baristi, camerieri, addetti ai servizi di ristorazione, guide turistiche, assistenti di viaggio e ancora i tassisti a registrare una maggiore probabilità (da 1,5 a 4 volte) di contrarre la malattia rispetto alla popolazione nella medesima età lavorativa. Il rischio è rientrato invece nella media dei cittadini per il personale sanitario, gli autisti di autobus e si conferma tale di nuovo anche per gli operatori dell’assistenza all’infanzia, gli insegnanti, gli studenti, gli istruttori di fitness, i commessi dei negozi, i parrucchieri.

I ricercatori, in questo caso, ribadiscono come gli insegnanti non presentino un rischio superiore di contrarre il coronavirus rispetto alla generalità della popolazione: come a dire che la scuola non è un ambiente particolarmente “pericoloso”. Un dato, quest’ultimo confermato anche dal bollettino dell’Istituto di sanità pubblica della Norvegia, pubblicato l’11 novembre, in cui si evidenzia come appena il 3% dei contagi sia avvenuto a scuola, mentre la maggior parte si registri in ambito familiare, sul lavoro appunto o in eventi privati. In Norvegia gli immigrati sono sovrarappresentati fra i contagiati: sono il 15% dei residenti, ma il 37% dei positivi (di cui un 10% di ritorno in particolare dalla Polonia) e addirittura il 50% dei ricoverati, quelli cioè con i sintomi più gravi o non in grado di curarsi autonomamente in casa, sono nati all’estero. A ulteriore riprova di quanto pesino anche nella tutela della salute fattori come la povertà, il lavoro a bassa remunerazione nel settore dei servizi, l’abitare in appartamenti piccoli e sovraffollati, il minore grado di istruzione. In Italia è successo? I dati sui centri d’accoglienza dicono di no, ma anche in questo caso servirebbero più riscontri, raccolti in più ambiti. Serve una strategia con cui ricominciare, passato questo momento drammatico. Per costruirla si può e si deve chiedere alla scienza più di quello che abbiamo fatto finora.

 www.avvenire.it

 

 

 

 

 

 


martedì 31 marzo 2020

TANTO TEMPO LIBERO, MA NESSUN TEMPO DI FESTA

Come la crisi portata dal coronavirus
 sta ridefinendo il valore delle relazioni

L’emergenza ci ricorda che il 'gioco' di cui abbiamo bisogno è simile a un concetto più sano di lavoro: qualcosa che attraverso di noi agisca sulla realtà trasformandola
Chi di noi in questa fase non può lavorare, sente anche che gli manca la possibilità di impegnare energie, pensieri, vitalità, in una attività che è orientata a qualcosa che si trova fuori di sé Tutti sentiamo la nostalgia di sentirci utili, e iniziamo a capire che il momento del lavoro non è solo una fatica necessaria.

M. Ceriotti Migliorese

Quello che sta accadendo oggi, a causa della pandemia da coronavirus, ci sconcerta: molti di noi non possono lavorare, devono prendere permessi o ferie obbligatorie, sono dunque forzatamente liberi dal proprio lavoro. Potremmo dire che godono di una grande quantità di tempo libero. Eppure chi si trova in questa situazione, pur cercando di fare buon viso a cattivo gioco, non riesce a rallegrarsi; e non è solo perché rimanere in casa rende più difficile usare bene del tempo a disposizione: c’è qualcosa che ci manca e che è collegato proprio al fatto stesso di lavorare. Ce lo provano le tante piccole grandi testimonianze che incontriamo, il sollievo di chi è autorizzato ancora a lavorare, come la farmacista che oggi mi dice: «Mi sento davvero grata di poter fare questo lavoro». Chi può lavorare, oggi, sente in questo il riconoscimento gratificante della propria utilità, perché ciò di cui si occupa serve alla collettività. Professioni come quella medica, che stava sempre più soffocando in adempimenti burocratico–tecnologici, ritrovano la loro natura: quella del supporto di cura ai più fragili, dell’accompagnamento coraggioso e generoso della sofferenza. I medici, e con loro tutti gli operatori sanitari, insieme alla grande fatica avvertono anche una nuova, legittima fierezza; la percezione certa della propria utilità giustifica un impegno non monetizzabile, e mostra con chiarezza quanto per gli esseri umani il dare contenga in sé la propria ricompensa. Chi di noi non può lavorare, sente che gli manca la possibilità di impegnare energie, pensieri, vitalità, in una attività che è orientata a qualcosa che si trova fuori di sé: qualcosa che riguarda il dare piuttosto che il prendere. Chi invece può lavorare, ma solo da casa, avverte da un lato la grande e nuova opportunità che questo rappresenta, ma sente anche che gli manca il confronto diretto e la vicinanza concreta e fisica degli altri, con cui di solito condivide spazi di lavoro senza dare importanza al valore di questa prossimità. Tutti, indistintamente, sentiamo la nostalgia di sentirci utili, e iniziamo a capire che il tempo del lavoro non è solo il tempo di una fatica necessaria, ma spesso povera di senso, quanto piuttosto un tempo nel quale mettere a frutto, giorno dopo giorno, le nostre migliori capacità e investire le nostre energie in modo consapevole e positivo, in mezzo agli altri. D ue cose caratterizzano l’essere umano fin dalla più tenera infanzia: il bisogno di condividere e il bisogno di agire in senso trasformativo sulle cose. Azioni come riempire, svuotare, costruire, distruggere, aprire, chiudere, esplorare, rappresentano bene l’attività spontanea del bambino già nel primo anno di vita. Queste at- tività che producono piacere sono ciò che noi definiamo “gioco”; quello che le rende interessanti non è tanto l’oggetto in sé con le sue caratteristiche, quanto piuttosto la possibilità di produrre un effetto, un cambiamento, attraverso la propria azione su di esso o attraverso di esso. Il gioco è il modo che ogni bambino sano ha per avvicinare e conoscere il mondo: è un fare che origina dalla curiosità e che ci porta ad agire sulla realtà per scoprirla, capirla, modificarla grazie a un apporto che è personale e perciò sempre creativo. Inoltre, ciò che rende ancora più interessante e piacevole l’attività di gioco è la possibilità di condividerlo: un bisogno così specificamente umano che l’attitudine alla condivisione viene considerata dai neuropsichiatri infantili come un segno importante di salute mentale.
D obbiamo però aggiungere una seconda caratteristica che viene attribuita in modo specifico al gioco: il gioco non ha come obiettivo diretto un utile, un guadagno, un risultato prestazionale; il tempo del gioco è tale se è un tempo di libertà e gratuità. Al gioco si contrappone in questo senso l’idea che abbiamo comunemente del lavoro, nel quale l’energia è rivolta a uno specifico fine (tra cui, per primo, quello di produrre un reddito) ed è associata molto spesso allo sforzo e alla fatica: il lavoro è in questo senso un obbligo, una necessità cui non possiamo sottrarci; il nostro sforzo maggiore sarà dunque quello di renderlo il più possibile “produttivo”, perché possa darci un utile da spendere nel tempo che il lavoro non risucchierà.
In questa logica, si lavora perché è necessario e perché si deve guadagnare per vivere, ma il tempo “vero”, quello in cui esprimersi e godere della vita, non è il tempo del lavoro, ma piuttosto quello del non–lavoro, ed è qui che concentriamo ormai le nostre attese e le nostre speranze di benessere. La contrapposizione culturale tra gioco e lavoro fa sì che, divenuti adulti, separiamo in modo sempre più netto il “tempo lavorativo” e il “tempo libero”, che diventa a questo punto lo spazio in cui possiamo collocare non tanto il gioco quanto piuttosto il divertimento: qualcosa che, come dice la parola, ci porta da un’altra parte (divertire viene da de–vertere, volgere altrove), ci allontana per un po’ dal peso che proprio il lavoro rappresenta, insieme a tutte le preoccupazioni quotidiane. Nella vita adulta il concetto di gioco, con la sua caratteristica essenziale (essere l’espressione della nostra capacità di agire creativamente sulle cose) sembra dunque scomparso: da un lato c’è il lavoro, necessario, ma privo di un senso proprio, e dall’altra il divertimento, come riposo dalla fatica e aiuto a non pensare.
G li eventi di questi giorni sembrano rimettere in discussione questo approccio, aprire pensieri nuovi. Ci diventa più evidente che, in continuità con il bambino che siamo stati, abbiamo sempre strutturalmente bisogno di agire creativamente sulla realtà: abbiamo bisogno di fare cose che abbiano un potere trasformativo nei confronti del mondo. Non ci basta “divertirci”: abbiamo bisogno di “giocare”, e il gioco di cui abbiamo bisogno come adulti è molto simile a un concetto più sano di lavoro: qualcosa che attraverso di noi possa agire sulla realtà trasfor-mandola. Abbiamo bisogno che ciò che facciamo possa cambiare almeno un po’ il mondo, portando la nostra impronta personale e unica. Questo è il nostro mandato, il nostro contributo possibile alla creazione; è la scintilla che ci fa simili al Padre, unico vero Creatore: noi non possiamo creare le cose dal nulla, ma possiamo dare una forma personale a quello che tocchiamo. Possiamo farlo in tanti modi, e lo facciamo ogni volta che, invece di subire passivamente quello che ci troviamo a dover fare, siamo capaci di assumerlo in modo attivo, diventandone protagonisti. Per questo non ci sono lavori in assoluto non–creativi: perché la creatività non è mai nell’attività, ma piuttosto nell’attore.
E ssere capaci di vivere così il lavoro lo tiene anche nei giusti confini di tempo e ci permette di alternarlo in modo più equilibrato con il riposo; il lavoro vissuto bene non ha più bisogno di “tempo libero” ma piuttosto di tempo “festivo”: un tempo pensato non solo per “fare” cose finalmente divertenti, ma anche e soprattutto per coltivare le relazioni e per rinforzare i legami. Un tempo per incontrare gli altri, per celebrare fianco a fianco i piccoli grandi riti che fanno di noi una comunità. Un tempo che il cuore umano non cessa mai di desiderare, e che soprattutto oggi, in queste circostanze drammatiche, ci manca: oggi che abbiamo tanto “tempo libero” e nessun tempo di festa.