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giovedì 18 settembre 2025

LIBRI E LETTURE A SCUOLA

 


 La letteratura 

chiede di uscire 

dalla gabbia

 del “programma”, 

ma i prof sono pronti?

 

-      


  di Monica Bottai

 

La scuola è cominciata, quale momento migliore per cambiare subito l’approccio alla letteratura (e naturalmente il suo studio)?

Ed eccoci rientrati a scuola, con l’ansia settembrina di scoprire come questi corridoi e queste aule riprenderanno vita. Continuando dunque il discorso su libri e letture, non possiamo non cambiare visuale, passando dal delectare vacanziero ad un più cogente docere.

La progettazione è cruciale e preziosa, ma forse ancora troppi di noi docenti la confondono con una lista di contenuti, magari ripetuta simile di anno in anno, secondo “quel che prevede il programma”, “quel che c’è nel libro di testo”, “quel che serve per l’esame di maturità”.  Ma siamo sicuri che siano davvero questi i criteri? O piuttosto questa è una delle consuetudini, una delle leggi non scritte, di cui si è persa l’origine e sicuramente l’efficacia?

 La maggior parte dei docenti di italiano del triennio ha in mente certi contenuti da proporre ed oscilla fra due modelli impliciti di riferimento: un primo modello storicistico, in cui la letteratura coincide con un canone ben definito, corrispondente agli elementi costitutivi ed identitari della nazione (lingua, valori, evoluzione storico-sociale); e un secondo modello linguistico, di stampo strutturalista, in cui la letteratura è soprattutto oggetto di analisi testuale (lingua, stile, retorica).

In ogni caso, la proposta didattica solitamente inizia dall’analisi del contesto (biografie, epoche, fatti storici), per poi focalizzarsi su un certo numero di letture. Con questa impostazione, il docente garantisce la trasmissione della conoscenza storica e letteraria alle generazioni future, la consegna di una tradizione e di monumenti letterari essenziali, individuando come esito dell’apprendimento le azioni di memorizzazione, ripetizione, riscrittura, magari anche rielaborazione, dei contenuti trasmessi.

Dentro tutto questo, tuttavia, non si può non rilevare uno scollamento sostanziale dei nostri ragazzi dalla lettura, dalla comprensione della letteratura, dall’interesse stesso per i grandi autori. Questo è un nodo con cui dobbiamo fare i conti ed è cruciale non tanto per i pochi che escono dalla scuola arricchiti culturalmente ed umanamente, bensì per la maggioranza di chi entra nelle aule, ma ne esce sostanzialmente dimentico di più o meno tutti i contenuti e memore, invece, di noia e disamore. Ci sono elementi su cui riflettere o su cui possiamo rischiare qualche cambiamento?

Un docente di italiano della secondaria legge utilizzando antologie e manuali di storia della letteratura, moltiplicantisi in un moto perpetuo, sempre uguali ed enciclopedici, con parcellizzazione dei romanzi, pagine critiche che nessuno legge, laboratori per acquisire “competenze” che competenze non sono. Nonostante l’utilità di questo strumento, non possiamo non riconoscere quanto esso sia omologato ed omologante per i docenti, che scambiano l’indice del manuale per le indicazioni ministeriali e i testi selezionati per il programma da svolgere.

Appunto, il programma: perché le parole canone o programma o unità didattica – parole scomparse da anni dal dettato legislativo – aleggiano ancora dentro le nostre aule? Se siamo professionisti un po’ più strutturati di qualsiasi idealista romantico stile attimo fuggente, dobbiamo avere consapevolezza che nomina sunt consequentia – o substantia, aggiungo io – rerum. Quale differenza fra programmazione, programma, progettazione? quale funzione ha oggi il canone desanctisiano? quale ruolo hanno i testi “classici”? come rendere possibile ai nostri ragazzi sperimentare almeno uno dei quattordici punti che Calvino elenca per definire i classici? d’altro canto, cosa ci salva da eventuali soggettivismi nelle nostre scelte? come operare selezioni consapevoli, adeguate, efficaci?

Non si tratta di eliminare i manuali né di svalutare i classici, ma di rivalutarli contestualizzandoli ed ampliando il loro novero, secondo il criterio della polivalenza e delle connessioni possibili con il mondo. Non si tratta nemmeno di agire con spontaneismo emotivo, ma di partecipare ad un percorso educativo profondo e guidato, in cui la classe diventi vera officina letteraria, centrata sulla collaborazione fra chi legge e ciò che viene letto, in un’esperienza condivisa e realmente trasformativa.

Perché dunque a settembre non dedichiamo più tempo a chiederci: quale scopo ha la letteratura oggi per i ragazzi? quali bisogni ed esigenze hanno alunni ed alunne di questo anno davanti a me? quali contenuti/attività possono rispondere ai bisogni rilevati? perché dovrebbero leggere quello che propongo? quale convenienza ha la fatica che dovranno compiere nella lettura? è davvero indispensabile studiare in sequenza il susseguirsi di epoche e di scrittori e indugiare così tanto su periodizzazioni astratte e sui numerosi -ismi? perché non prenderci invece del tempo in più per gustare il messaggio di un testo? Quali storie selezionare, quali autori?

Queste domande possono tracciare l’inizio di una progettazione a ritroso, in cui le storie, i testi, le narrazioni, attivate in esperienze estetiche, saranno a servizio della maturazione esistenziale dei nostri alunni.  Soltanto così le proposte letterarie acquisiranno precise dimensioni formative: la significatività (il senso dell’oggetto di conoscenza proposto), il coinvolgimento emotivo (il gusto ed il piacere per quello che si fa), la dimensione critica (il rapporto dialettico fra soggetto ed oggetto di conoscenza), la dimensione comunitaria (il protagonismo inclusivo e partecipato).

Agire così attua la conversione più importante per la lettura in classe, quella dal fare storia della letteratura al fare letteratura. Chiaramente questo approccio richiede un ripensamento dei tempi, l’abbandono dell’enciclopedismo imperante, la revisione dell’impostazione storicistica tradizionale – dal momento che contesti, biografie, date, rendono gli autori verosimili agli occhi dei nostri studenti, ma raramente aiutano a renderli vivi – ed anche una revisione dei criteri per fare le nostre proposte.

Sicuramente la narratività, la possibilità dell’immedesimazione e la pluralità dei significati sono essenziali per andare al di là della mera comprensione linguistica dell’opera, utile solo ad essere sottoposta ad un’analisi, ma incapace di attivare un qualsiasi processo di interpretazione, di immedesimazione, di crescita personale.

Non solo: introdurre i nostri alunni nel mondo letterario implica un vero scarto rispetto al loro vissuto linguistico, sia per la dimensione lessicale, sia per quella argomentativa, pertanto è indispensabile offrire esperienze linguistiche significative, in cui utilizzare testi di più autori per creare laboratori lessicali, tematici o semantici, dove le parole siano riscoperte dentro la loro esperienza presente.

Infine, poiché la commistione di lingue e generi, gli intrecci e le contaminazioni, costituiscono le caratteristiche del mondo contemporaneo, è necessario introdurre più confronti diacronici e internazionali, per moduli o generi, che permetterebbero sia di approfondire la specificità della nostra storia letteraria, sia di cogliere un elemento fondante del vissuto dei nostri alunni, cioè la mondialità.

Il vero inghippo sta nella difficoltà o timore ad accettare quella che sembra una perdita di controllo e di potere: accettare di essere un po’ funamboli, in bilico fra passi misurati e vuoti imprevisti; un po’ attori, fra copione ed improvvisazione; un po’ esploratori, fra territori noti e spazi sconosciuti; un po’ mediatori, fra ciò che perseguiamo e ciò che mi darà e dirà chi ho davanti a me.

Ma questo è un cambiamento che non arriva dal ministero e che soltanto il singolo soggetto docente può realizzare e, come tale, nasce da una maturata consapevolezza, oltre che dalla disponibilità a soprassedere su molte questioni non pertinenti, inutili o persino false.

 Il Sussidiario

lunedì 14 ottobre 2024

L'ITALIANO NEL MONDO

 


La lingua italiana

 nel mondo, 

prestiti ed influenze

-



di Salvatore Galeone

In occasione della settimana della lingua italiana nel mondo, analizziamo la presenza della nostra lingua negli altri Paesi, scoprendo come l'italiano abbia influenzato gli altri idiomi, vicini e lontani.

 Dal 14 al 20 ottobre si tiene la Settimana della lingua italiana nel mondo, un evento culturale organizzato dalla rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura in collaborazione con i principali partner del Ministero degli Affari Esteri impegnati nella promozione linguistica.  In questi giorni, la direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale del Ministero organizzano rassegne e conferenze e promuovono attività dedicate alla valorizzazione della lingua italiana nel mondo.

 L’organizzazione della settimana della lingua italiana nel mondo coinvolge enti e soggetti plurimi, tra i quali: l’Accademia della Crusca, associazioni di italiani all’estero, cattedre di italianistica e romanistica delle università, comitati della Società Dante Alighieri, consolati italiani e istituti italiani di cultura all’estero.  Sin dalla sua istituzione nel 2001, questo appuntamento ha ricevuto annualmente l’Alto Patronato da parte della Presidenza della Repubblica.

 L’edizione 2024

Ogni Settimana è dedicata a un tema diverso, che serve da filo conduttore per un ricco programma di conferenze, mostre e incontri.

 L’edizione 2024 ha come tema “L’italiano e il libro: il mondo fra le righe”, con l’obiettivo di esplorare il nesso tra lingua e letteratura nel mondo contemporaneo, valorizzando al contempo il ruolo del libro quale veicolo del patrimonio culturale, valoriale e identitario italiano.

 La lingua italiana nel mondo

In occasione di questa importante ricorrenza per la nostra lingua, vogliamo raccontarvi di come l’italiano abbia influenzato le altre lingue del mondo, siano esse vicine come il francese o lo spagnolo, o meno vicine, come il turco, il russo, l’arabo e i suoi dialetti.

 Ma come avviene il contatto fra l’italiano e gli altri idiomi, le altre culture? Le modalità sono diverse, e variano molto di luogo in luogo. Nel caso di paesi come l’Australia, gli Stati Uniti, la Germania o l’America Latina, il legame con l’Italia è dato dai migranti che soprattutto nel secolo scorso hanno lasciato l’Italia in cerca di fortuna, esportando un ampio repertorio di lingua e cultura.

 Nei paesi del Nord Africa, dove la lingua parlata dalla maggior parte degli abitanti è l’arabo declinato nei suoi vari dialetti nazionali – l’algerino, il marocchino, il tunisino, il libico ecc… -, l’italiano è penetrato in seguito alla formazione delle colonie italiane in Africa settentrionale. Da quella che oggi conosciamo come Libia, il lessico italiano si è diffuso anche nei paesi limitrofi, forte delle assonanze, in certi casi, con alcune parole della lingua araba.

 E poi ci sono le nostre eccellenze, quelle che rendono necessaria l’esportazione della lingua italiana all’estero per denominare prodotti dell’alimentazione e dell’arte, articoli e concetti che distinguono l’Italia nel mondo. Così, il lessico italiano dell’alimentazione è entrato a far parte di molte lingue, europee e non: tutti conoscono la “mozzarella”, il “Grana Padano” e il “Parmigiano”, l’universalmente nota e celeberrima “pizza”, gli “spaghetti”, la “pasta”.

 Passando all’ambito artistico, è la musica ad avere il primato del lessico più esportato dall’Italia. Anche l’inglese ha preso in prestito parole della lingua italiana per descrivere alcuni oggetti e caratteristiche del mondo musicale, dagli strumenti musicali (“cello”, “piano”, “violino”) all’opera (“opera” stesso, ma anche “soprano”) e ai tempi musicali (“tempo”, “adagio”, “allegretto” ecc. ).

 Le parole italiane più conosciute nel mondo

Ma non solo. Ci sono alcune parole italiane che hanno superato i confini territoriali già da tempo, grazie ad un’inaspettata fortuna. “Ciao”, “mamma mia”, “paparazzi”, “ciao bella” e la sua variante più nota e politicizzata (soprattutto in Italia) “Bella ciao”, hanno abbondantemente varcato i confini del nostro paese e sono termini conosciuti in tutto il mondo.

 In alcuni casi, queste parole sono state interamente assorbite dalle lingue d’arrivo, come è avvenuto per il “ciao” francese, divenuto “tchao”, molto usato da giovani e adulti, e direttamente derivato dal saluto italiano.  E come non menzionare tutte quelle parole italiane divenute celebri attraverso il cinema? Ne segnaliamo una, la più emblematica: la “dolce vita”, e ricordiamo come il genere degli “spaghetti western” concepito da Sergio Leone abbia attraversato il mondo e i vocabolari.

 Liberiamo.it

 

sabato 13 aprile 2024

SALVARE LA LINGUA ITALIANA

 

Le preoccupazioni della Accademia della Crusca: 
«L'italiano è una responsabilità di tutti»



-di Laura Perina

Il linguista Paolo D'Achille, presidente dell'Accademia della Crusca, l'istituzione dedita allo studio e alla conservazione della lingua italiana è intervenuto all'università di Verona per una lezione aperta dal titolo «L'italiano a inizio millennio fra tradizione e innovazione»

«L'inglese, che ha un ruolo riconosciuto come lingua della comunicazione scientifica internazionale, tende a espandersi un po' troppo all'interno delle varie nazioni. Per esempio, che all'università ci siano corsi di studio esclusivamente in inglese fa sì che l'italiano perda delle porzioni importanti di lessico che sono indispensabili perché una lingua sia pienamente tale. La comunicazione scientifica è il rischio più grande che corre oggi l'italiano».

 A esprimere questa preoccupazione è il linguista Paolo D'Achille, presidente dell'Accademia della Crusca, l'istituzione dedita allo studio e alla conservazione della lingua italiana. Ospite dell'ateneo di Verona per una lezione aperta dal titolo «L'italiano a inizio millennio fra tradizione e innovazione», D'Achille ha rilanciato la presa di posizione espressa anche qualche settimana fa in una lettera inviata alla ministra dell'università e ricerca, Annamaria Bernini, non condividendo la progressiva eliminazione della lingua italiana dagli insegnamenti universitari.

 «L'italiano è una responsabilità di tutti», ha ribadito nell'aula gremita del Polo Zanotto, introdotto dai saluti del prorettore dell'università di Verona Diego Begalli e di Arnaldo Soldani, direttore del Dipartimento culture e civiltà che ha organizzato l'appuntamento culturale.

 Interpellato sulla situazione attuale della nostra lingua italiana e sulla sua prossima evoluzione, ha detto: «È importante che non vi siano rivendicazione dei dialetti a porsi come lingue altre», ha puntualizzato D'Achille. «Certamente i dialetti vanno tutelati, e la Crusca stessa li studia e li mette in comunicazione con l'italiano», ha sottolineato, «ma l'italiano come lingua nazionale deve essere difesa, come tutte le altre lingue nazionali europee, che sono lingue di cultura con una forte tradizione letteraria e di scrittura. E questa tradizione, debitamente aggiornata, deve essere mantenuta».

 


venerdì 13 gennaio 2023

LA MODA DEGLI ANGLICISMI

 ITALIANO 

scritto

 IN INGLESE

 Per scrivere il Piano Scuola 4.0, che spiega agli insegnanti come usare la tecnologia in classe, il Ministero dell’Istruzione e del Merito italiano ha usato il vocabolario inglese. Il documento e talmente pieno  di parole come roadmap, outcome e smart  che se i docenti non conoscono a menadito la lingua inglese rischiano di capirci ben poco.

Per questo l’Accademia della Crusca ha suggerito al Ministero di aggiungere un dizionarietto per spiegare i termini presi in prestito dall’inglese (detti anglicismi) oppure di tradurre in italiano tutte le parole del Piano Scuola.

L’operazione non sarebbe difficile visto che molti dei vocaboli stranieri adoperati potrebbero essere sostituiti con alternative italiane.

Per esempio: che motivo c’è di scrivere “step” invece di “passo” o “labs” al posto di “laboratori”? Perché usare “team” quando si può dire “gruppo”, “feedback” invece di risposta e “target” al posto di “obiettivo”

Forse a qualcuno sembra più moderno ma per tanti altri è solo incomprensibile.

Tra gli esperti di lingua italiana all’Accademia della Crusca c’è Valeria Dalla Valle che – insieme ai colleghi del gruppo Incipit – studia le parole straniere  entrate nell’italiano. “Alcune, come computer, monitor, hostess o rock – ci spiega – sono usate perché nel nostro dizionario non ci sono termini che indicano lo stesso concetto. Sono necessarie e a nessuno verrebbe in mente di sostituirle. Oggi, però, le parole inglesi sono scelte anche quando esistono alternative italiane: è una moda. Dire “call center”, “bikers” o “location” al posto di “centralino”, “motociclisti” e “luogo” impedisce alle persone che non sanno questa lingua di capire. Per questo gli anglicismi inutili non dovrebbero essere usati dalle istituzioni, che debbono essere sempre chiare coi cittadini.

Oggi conoscere l’inglese è necessario. Infarcire di parole straniere i nostri discorsi, anche quando esistono termini italiani con lo stesso significato, invece, ha poco senso. “Anzi-dice Della Valle- se continuiamo a farlo, la nostra lingua diventerà più povera. Non nasceranno più nuovi vocaboli e i giovani scorderanno tante parole, a partire da quelle tipiche delle materie tecniche e scientifiche”.

www.avvenire.it 

 

 


giovedì 26 novembre 2020

SCRIVERE A MANO, UN ECCELLENTE ALLENAMENTO CEREBRALE


 "Scrittura a mano rischia di sparire" 

Allarme della Crusca

   "Il recupero della scrittura a mano è un obiettivo importante, anzi importantissimo" per la scuola, dove sempre più spesso i bambini fin dalle elementari mostrano grosse difficoltà con la grafia. "Incoraggiando la scrittura manuale" si sostiene anche la lingua italiana e se ne promuove lo studio e la conoscenza. "Il recupero della scrittura a mano merita grande attenzione, senza demonizzare pc, tablet e smartphone che devono affiancare, non sostituire, la modalità tradizionale di scrittura. Vecchio e nuovo possono convivere, non sono in contrasto, l'uno non esclude l'altro. Accostiamoci al nuovo senza rinunziare al vecchio, è questa la sfida". E' l'Accademia della Crusca, la secolare istituzione incaricata di custodire il tesoro dell'idioma di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, a invocare un ricorso sempre più frequente negli istituti scolastici alla "bella scrittura", nella consapevolezza che "redigere testi scritti in maniera chiara e ordinata è un eccellente allenamento cerebrale".

Lo storico della lingua italiana e filologo Rosario Coluccia, professore emerito di linguistica italiana dell'Università di Salerno e Accademico della Crusca, riflette sul tema per conto dell'Accademia fiorentina fondata nel 1583, la più antica ancora attiva in Europa, e richiama l'attenzione del mondo della scuola e delle istituzioni sul'importanza dell'educazione alla calligrafia.

L'intervento di Coluccia, come riferisce l'AdnKronos, parte da una recente petizione circolata su internet, indirizzata alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, dal titolo "Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano", e ne apprezza la filosofia di fondo. Non è, precisa il linguista, "un complessivo nostalgico invito a ripristinare nella scuola del XXI secolo pratiche didattiche del passato. Fino alla scuola degli anni '60 del Novecento bambini e ragazzi si sono sempre esercitati nella 'bella scrittura'. L'ora di calligrafia era inserita fra le materie di studio; poi fu abbandonata, giudicata strumento educativo sorpassato, mortificante della creatività". "Un dato, per quanto esterno, pare difficilmente contestabile: gli studenti dei decenni passati per la maggior parte erano in condizione di produrre temi, riassunti e diari con nitidezza e pulizia quasi tipografiche. Meno gradevole la forma esterna dei testi elaborati da gran parte dei ragazzi di oggi".

Da anni gli insegnanti della scuola primaria e media segnalano la crescente difficoltà dei loro allievi a scrivere manualmente, ricorda l'Accademia della Crusca. Nei testi redatti a mano i caratteri appaiono "incerti e disallineati, con parole mal disposte sul rigo, con i tratti delle singole lettere a volte difficili da decifrare, con vacillanti legamenti tra una lettera e l’altra, con incongrui miscugli di stili e di caratteri nelle stesse parole o nella stessa sequenza di parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo".

"Non vale solo per i bambini delle elementari o al massimo delle medie. La difficoltà di scrivere a mano è presente in adolescenti delle scuole secondarie superiori e coinvolge in maniera preoccupante i giovani universitari - sottolinea l'Accademico della Crusca - Spesso gli scritti manuali degli studenti medi e universitari rasentano l’indecifrabilità, con pensieri sconclusionati, in una forma che non rispetta gli standard minimi di coerenza e coesione".

Sostiene il professore Coluccia nel suo intervento pubblicato sulle pagine del sito internet dell'Accademia della Crusca: "L'aspirazione a una scrittura ordinata e ben leggibile non è un fatto estetizzante. La scarsa connessione neuro-cerebrale tra pensiero e manualità crea ritardi nello sviluppo del linguaggio, parlato e scritto. Ne viene coinvolto il processo cognitivo di bambini e adolescenti, fondamentale perché implica l'esercizio di una capacità umana molto antica (la scrittura è stata inventata più o meno cinquemila o cinquemilacinquecento anni fa), che oggi corriamo il rischio di perdere".

"Diciamolo in maniera esplicita. La scrittura a mano non può essere sostituita dalla scrittura su tastiera, sono entrambe utili perché assolvono a funzioni diverse - sostiene lo storico della lingua italiana - Nel mondo occidentale bambini e ragazzi sono fortemente sedentarizzati; alcuni non sanno abbottonarsi i vestisti o allacciarsi le scarpe (sono in gran voga scarpe senza lacci, definite 'a strappo' o 'con strappi'; praticissime, assicura la pubblicità, e crescono le vendite delle scarpe a strappo); altri non sanno lavarsi i denti da soli; altri non riescono a fare operazioni semplici (tracciare cerchi e rettangoli con l'aiuto di compasso e di righello) o addirittura attività semplicissime (ridurre un foglio di carta in segmenti più piccoli tendenzialmente uguali). E, nello stesso tempo, mostrano carenze espressive e linguistiche. Redigere testi scritti in maniera chiara e ordinata è un eccellente allenamento cerebrale".

Una ricerca coordinata dal pedagogista Benedetto Vertecchi dell'Università di Roma Tre ha mostrato che, con opportuno allenamento alla scrittura manuale, bambini di terza, quarta e quinta elementare, migliorano progressivamente la qualità grafica dei loro testi e nello stesso tempo ottengono una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. A livello cerebrale esiste un legame tra attività manuale e area del linguaggio, che si influenzano reciprocamente. Nel tracciare manualmente i caratteri del corsivo al cervello del bambino è richiesto uno sforzo in più, la forma di ciascuna lettera deve essere continuamente plasmata perché sia possibile legarla alle altre. "Si tratta di una sfida che non è presente nel carattere stampatello o quando si adoperano strumenti elettronici come il touchscreen, che richiedono una gestualità semplice e ripetitiva", evidenzia Rosario Coluccia.

La difficoltà di scrivere nitidamente ha riflessi sulla qualità dell’apprendimento e sulla capacità di coordinare il pensiero. La caduta investe sia la capacità di tracciare adeguatamente i caratteri sul foglio, sia quella di organizzare correttamente la sequenza di parole e le frasi necessarie per trasmettere il messaggio. Spiega l'Accademia della Crusca: "Mettiamo per ipotesi che nessuno scriva più con carta e penna, che si usino solo mezzi digitali. Il correttore automatico riduce la consapevolezza ortografica: non c’è bisogno di conoscere l’ortografia delle parole, il correttore automatico vi provvede al posto nostro. C’è di più. Il ricorso ossessivo alla funzione 'copia e incolla' riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa coerente. Ed ha avuto una portata dirompente, ha influito sulle strutture mentali di chi elabora un testo, ha cambiato la maniera di pensare e di fare ricerca, trasformando il modo in cui oggi vengono percepiti la organicità di un testo e concetti quali la ripetizione e il plagio".

Prima che esistesse il 'copia e incolla', evidenzia il professore Rosario Coluccia nel suo intervento, "appropriarsi di un testo altrui e includerlo nel proprio (operazione dolosa) richiedeva la riscrittura a mano o a macchina del brano copiato e comportava almeno un certo impegno intellettuale: non era possibile riscrivere qualcosa senza comprenderlo abbastanza profondamente. Oggi non è così. Nel web ci sono miliardi di pagine che non sono altro che la copia di altre pagine, in una sequenza senza storia, senza origine e senza fine. Si può copiare qualsiasi cosa senza interrogarsi sulla sua plausibilità, senza nemmeno sforzarsi di conoscerne a fondo il significato, è sufficiente uno sguardo alla prima riga o alle prime parole, per assicurarsi di non essere del tutto fuori strada".

 

Adnkronos

lunedì 28 ottobre 2019

L'TALIANO SUL PALCOSCENICO- La giornata mondiale ProGrammatica

"L'italiano sul palcoscenico": Settima Giornata ProGrammatica con le scuole, 29 ottobre 2019, in collaborazione con Rai Radiod. 

La Giornata ProGrammatica 2019 e le scuole

 Obiettivo generale della Giornata ProGrammatica, ideata per valorizzare la ricchezza della nostra lingua e della nostra cultura, è quello di evidenziare in modi diversi, anche originali e vivaci, quanto sia rilevante la padronanza dell'italiano per un reale possesso ed esercizio dei diritti di cittadinanza. Alla riflessione sullo stato della nostra lingua sono pertanto invitate a partecipare tutte le scuole italiane, dalle primarie alle secondarie di secondo grado, che potranno così attivare autonomi momenti di studio e di discussione sul tema della presente edizione
Gli studenti partecipanti a questi incontri sono invitati ad usare l'ormai noto hashtag: #GiornataProGrammatica per 'postare' e 'twittare' i momenti ritenuti più significativi. Il programma della #GiornataProGrammatica è consultabile sul sito: www.lalinguabatte.rai.it 





lunedì 13 febbraio 2017

I SEICENTO E LA LINGUA ITALIANA

A PROPOSITO DELLA  LINGUA ITALIANA

Il principale obiettivo dell’apprendimento linguistico, a partire da quello della lingua madre, dal cui saldo possesso dipendono gli altri apprendimenti, dovrebbe essere quello di privilegiare la significatività e l’efficacia della comunicazione, non la sua correttezza formale, che comunque va curata anche perché spesso la sciatteria della forma è un indicatore della scarsa qualità del contenuto comunicato.
La lingua tuttavia evolve nel tempo e nello spazio: basti pensare – per restare nella contemporaneità – ai diversi modi di parlare e scrivere in inglese, dall’american english allo spanglish alla neolingua collegata all’evoluzione tecnologica e alle abitudini comunicative dei giovani. In questo inglese compaiono molte novità che un sopracciglioso custode dell’inglese classico considererebbe errori più o meno gravi, ma che sono spesso il frutto dei cambiamenti in corso.
E che dire del passaggio dal latino alle lingue neolatine? O delle novità intervenute nella lingua italiana, di cui pure è testimone la stessa Accademia della Crusca?
La questione di fondo della quale ci si dovrebbe preoccupare non è tanto quella del rispetto formale della lingua canonica (che è comunque un prodotto delle dinamiche storico-culturali) quanto quella della chiarezza, completezza e coerenza logica della comunicazione, sia scritta che orale.
A questo risultato, d’altra parte, puntano prioritariamente (senza peraltro ignorare le verifiche sulla grammatica e sull’ortografia) anche le Indicazioni nazionali nell’ultima versione del 2012, che ovviamente non possono essere considerate responsabili degli errori ortografici degli attuali studenti universitari, nati nell’ultimo decennio dello scorso secolo. Lo ricorda in un esaustivo articolo  (Gruppo dei 600 e ragazzi di Barbiana) che si può leggere sul portale di Tuttoscuola il professore Italo Fiorin, già coordinatore della Commissione che tali Indicazioni ha redatto.
I firmatari dell’appello, osserva Fiorin, “sembrano nostalgici di una età dell’oro, che, se mai c’è stata, oggi non luccica più. Un’età nella quale la famiglia normativa insegnava ai bambini le regole che oggi la famiglia affettiva non insegna più; un’età nella quale era considerato normale che ci fosse una selezione precoce, e che questa avvenisse, auspicabilmente, fin dai primi anni di scolarizzazione. Un’età nella quale alla scuola media arrivavano alunni già selezionati, per non parlare dei licei o dell’università. Classi senza alunni con i rilevanti svantaggi sociali o culturali, senza alunni stranieri, senza alunni con disabilità”. Ma dei quali la scuola di oggi, e ancor più quella di domani, deve preoccuparsi.