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martedì 25 gennaio 2022

IL PERICOLO DELL'INFODEMIA


 Il Papa: non origliare né spiare, ma ascoltare. Questa è buona comunicazione

Messaggio di Francesco per la 56.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali: “Tanta sfiducia verso l’informazione ufficiale ha causato anche una ‘infodemia’, dentro la quale si fatica a rendere credibile e trasparente il mondo dell’informazione”. L’appello per i migranti: “Vincere i pregiudizi ascoltando le loro storie, davanti non abbiamo numeri o pericolosi invasori”

-         Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

 Podcast, chat audio, social, reportage. Lo sguardo di Francesco nel Messaggio per la 56.ma Giornata delle Comunicazioni sociali è alle nuove forme dell’informazione attuale, ma l’invito a giornalisti e comunicatori è ad andare in profondità e cogliere l’essenza di ciò che si racconta, si pubblica, si registra. Azione possibile solo attraverso l’“ascolto”, che non significa “origliare o spiare” o tantomeno “parlarsi addosso” come spesso accade nel dibattito pubblico, ma “l’ascolto di sé, delle proprie esigenze più vere, quelle inscritte nell’intimo di ogni persona”. Un modo anche per superare ostacoli e pregiudizi, come quelli sui migranti che non sono “numeri” o “pericolosi invasori”, o per intercettare il “disagio sociale” alimentato dalla pandemia.

Il Papa: raccontare la vita vera, no all’informazione fotocopia

“Ascoltare”, quindi. Per una trentina di volte nel documento per la Giornata che si celebra il 29 maggio 2022, Francesco ripete questo verbo che idealmente fa seguito a quell’“andare e vedere” e “sporcarsi la suola delle scarpe” del Messaggio dello scorso anno. L’ascolto, scrive il Papa, “interpella chiunque sia chiamato ad essere educatore o formatore, o svolga comunque un ruolo di comunicatore”: dal genitore all’insegnante, dal comunicatore all’operatore pastorale o il politico.

Chiudere l'orecchio porta all'aggressività verso l'altro

Ascoltare “rimane essenziale per la comunicazione umana”, tuttavia la tendenza è quella di “voltare le spalle e chiudere le orecchie”. “Il rifiuto di ascoltare finisce spesso per diventare aggressività verso l’altro”, sottolinea Papa Francesco. Il rischio è grave:

Solo facendo attenzione a chi ascoltiamo, a cosa ascoltiamo, a come ascoltiamo, possiamo crescere nell’arte di comunicare, il cui centro non è una teoria o una tecnica, ma la capacità del cuore che rende possibile la prossimità.

Il Papa: guardiamo negli occhi gli scartati che incontriamo

“Tutti abbiamo le orecchie, ma tante volte anche chi ha un udito perfetto non riesce ad ascoltare l’altro. C’è infatti una sordità interiore, peggiore di quella fisica”, annota il Pontefice. In quest’ottica, sposta l’attenzione sulla realtà delle migrazioni forzate, problematica complessa che nessuno “ha la ricetta pronta” per risolverla.  

Per vincere i pregiudizi sui migranti e sciogliere la durezza dei nostri cuori, bisognerebbe provare ad ascoltare le loro storie. Dare un nome e una storia a ciascuno di loro. Molti bravi giornalisti lo fanno già. E molti altri vorrebbero farlo, se solo potessero. Incoraggiamoli! Ascoltiamo queste storie! Ognuno poi sarà libero di sostenere le politiche migratorie che riterrà più adeguate al proprio Paese. Ma avremo davanti agli occhi, in ogni caso, non dei numeri, non dei pericolosi invasori, ma volti e storie di persone concrete, sguardi, attese, sofferenze di uomini e donne da ascoltare.

L'"infodemia" generata dalla sfiducia

Con la stessa apprensione, il Papa incoraggia a sfrondare quel muro di disillusione e cinismo sorto tra la gente comune, alimentato sicuramente dalla pandemia.

Tanta sfiducia accumulata in precedenza verso l’“informazione ufficiale” ha causato anche una “infodemia”, dentro la quale si fatica sempre più a rendere credibile e trasparente il mondo dell’informazione.

Con i social cresce la tendenza a origliare e spiare

“Bisogna porgere l’orecchio e ascoltare in profondità, soprattutto il disagio sociale accresciuto dal rallentamento o dalla cessazione di molte attività economiche”, incoraggia il Papa. Attenzione, però, perché “c’è un uso dell’udito che non è un vero ascolto, ma il suo opposto: l’origliare”.

Una tentazione sempre presente e che oggi, nel tempo del social web, sembra essersi acuita è quella di origliare e spiare, strumentalizzando gli altri per un nostro interesse. Al contrario, ciò che rende la comunicazione buona e pienamente umana è proprio l’ascolto di chi abbiamo di fronte, faccia a faccia, l’ascolto dell’altro a cui ci accostiamo con apertura leale, fiduciosa e onesta.

Parlarsi addosso

Un’altra deriva dell’ascolto è quella che “appare purtroppo evidente anche nella vita pubblica, dove, invece di ascoltarsi, spesso ci si parla addosso”, aggiunge il Papa. È “sintomo del fatto che, più che la verità e il bene, si cerca il consenso; più che all’ascolto, si è attenti all’audience”. La buona comunicazione, invece, “non cerca di fare colpo sul pubblico con la battuta ad effetto, con lo scopo di ridicolizzare l’interlocutore, ma presta attenzione alle ragioni dell’altro e cerca di far cogliere la complessità della realtà”, sottolinea il Papa. E questo vale pure per i dibattiti nella Chiesa.

È triste quando, anche nella Chiesa, si formano schieramenti ideologici, l’ascolto scompare e lascia il posto a sterili contrapposizioni.

Sì al dialogo, no al "duologo"

Ancora un rischio evidenzia il Pontefice e cioè che “in molti dialoghi noi non comunichiamo affatto”, ma “stiamo semplicemente aspettando che l’altro finisca di parlare per imporre il nostro punto di vista”. Il dialogo diventa così “un duologo, un monologo a due voci”, scrive Francesco mutuando un’espressione del filosofo Abraham Kaplan.

Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare. Per offrire un’informazione solida, equilibrata e completa è necessario aver ascoltato a lungo. Per raccontare un evento o descrivere una realtà in un reportage è essenziale aver saputo ascoltare, disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza.

“Solo se si esce dal monologo, si può giungere a quella concordanza di voci che è garanzia di una vera comunicazione”, rimarca il Papa. Che ricorda una delle regole base del giornalismo, quella di “ascoltare più fonti” e “non fermarsi alla prima osteria”, perché ciò “assicura affidabilità e serietà alle informazioni che trasmettiamo”.

La fatica dell'ascolto e il "martirio della pazienza"

Certo, l’ascolto è una “fatica”, ammette il Papa. Come affrontarla? Francesco richiama quel “martirio della pazienza”, cifra dell’opera diplomatica del cardinale Agostino Casaroli: questa virtù si rendeva necessaria “per ascoltare e farsi ascoltare nelle trattative con gli interlocutori più difficili, al fine di ottenere il maggior bene possibile in condizioni di limitazione della libertà”. Ma anche in situazioni meno difficili l’ascolto richiede pazienza, insieme alla capacità di “lasciarsi sorprendere dalla verità”, fosse pure solo “un frammento”.  

Un apostolato dell'orecchio

In sostanza è un “apostolato dell’orecchio” quello che domanda il Vescovo di Roma. Quello che, si spera, possa caratterizzare il processo sinodale.

Preghiamo perché sia una grande occasione di ascolto reciproco. La comunione, infatti, non è il risultato di strategie e programmi, ma si edifica nell’ascolto reciproco tra fratelli e sorelle. Come in un coro, l’unità non richiede l’uniformità, la monotonia, ma la pluralità e varietà delle voci, la polifonia.  

Vatican News

MESSAGGIO PONTIFICIO



 

sabato 19 giugno 2021

OLTRE LA PANDEMIA


RIPARTIRE 

DA RELAZIONI FORTI 

E AUTENTICHE

L’esperienza che abbiamo vissuto deve condurci ad un ripensamento del nostro modo di perseguire la felicità: un benessere individuale e collettivo che sia generativo.

L’occasione che si presenta è di sviluppare dentro di noi e nel mondo attorno a noi un nuovo spirito critico ed una vera capacità di resilienza trasformativa nei confronti del modello di vita cui eravamo abituati È necessario saper reinterpretare i valori economici dello sviluppo, degli assetti del welfare e delle politiche sociali

 

-         di CARLA COLLICELLI

-          

A più di un anno dall’inizio della pandemia siamo decisamente provati, ma anche relativamente consapevoli e attrezzati di fronte a molte delle sfide dell’emergenza sanitaria e lavorativa, dalla questione del contagio, alla campagna vaccinale, al lavoro a distanza e all’isolamento domestico. Una dolorosa convivenza, ma pur sempre una convivenza. Ma non possiamo dirci altrettanto consapevoli ed attrezzati rispetto alle dinamiche sociali innescate dalla pandemia ed alle conseguenze che la società sta subendo, sia in termini di appesantimento delle fragilità e delle disuguaglianze in molte frange sociali, che in termini di quella incertezza e di quell’ansia rispetto al futuro che attraversano trasversalmente tutto il corpo sociale. E poco ci aiutano da questo punto di vista i contenuti dei messaggi e della narrazione della crisi veicolati dai mass-media: una Infodemia infarcita di tratti di ridondanza e confusione informativa, di drammatizzazione ed allarmismo, e in alcuni casi di una retorica di falsa rassicurazione.

Ci rendiamo conto del fatto che l’emergenza eccezionale della pandemia ci ha sottoposto ad un esperimento sociale anomalo e totalmente inedito, che ci ha fatto vivere vissuti del tutto nuovi ed inattesi. Ma non altrettanto viva è la consapevolezza del fatto che occorre riflettere attentamente su questi vissuti e cogliere l’occasione che ci si presenta di sviluppare dentro di noi e nel mondo attorno a noi un nuovo spirito critico ed una vera capacità di resilienza trasformativa nei confronti del modello di vita cui eravamo abituati. A partire dai valori economici dello sviluppo, dagli assetti del welfare e delle politiche sociali, a quelli della tutela lavorativa, fino alla struttura dei processi decisionali, al rapporto tra Stato centrale e periferie territoriali ed alle modalità della partecipazione civica e della sussidiarietà.

Da un punto di vista più specificamente sociale, i temi all’ordine del giorno per imboccare una strada veramente proficua di resilienza post-crisi, possono essere ricondotti ad un unico filone generale, che è quello del valore della relazione e delle relazioni. La pandemia ci sta insegnando che non vi potrà essere un futuro di benessere per tutti se non nella considerazione della complessità relazionale della vita. E quando parliamo di complessità relazionale ci riferiamo alle relazioni tra parti del pianeta, tra specie umana ed altre specie, tra capitale umano, capitale naturale e capitale sociale; ma anche e soprattutto tra generazioni diverse e tra individui di una comunità, di una famiglia, di una unità abitativa, di un territorio. I n altre parole il dramma della pandemia deve aiutarci a dare vita ad un ripensamento del nostro modo di perseguire la felicità. Abituati a vivere vite disordinate e frettolose e distratti da mille stimoli spesso superficiali (consumi, informazioni, divertimenti), è come se ci fossimo dimenticati che solo relazioni positive, costruttive, rivolte al benessere di tutti possono permettere uno sviluppo ed un progresso individuale e collettivo vitale e generativo. P manità er quanto riguarda il rapporto tra u- e pianeta, occorre sviluppare la consapevolezza del fatto che il benessere di tutti dipende dagli equilibri del “sistema psico-somato-ambientale” nel quale siamo immersi, quel sistema che da tempo viene indicato come l’anima delle strategie della “Salute unica” (One health), il che significa indirizzare la ricerca, i consumi, la produzione, il lavoro, la formazione scolastica e quella specialistica, verso un ribaltamento delle logiche centrate su obiettivi separati settore per settore, e dunque verso la cura di tutto l’ambiente di vita naturale e sociale, verso la progettazione di città vitali in termini di relazioni umane e comunitarie, verso la promozione di ambienti di lavoro rispettosi della dignità e centrati sulla cooperazione e su obiettivi di valore sociale condiviso.

Per quanto riguarda la salute ed il benessere psico-fisico delle persone, stiamo cominciando a capire che bisogna porre la massima attenzione al disagio psichico ed alle forme vecchie e nuove di devianza, fragilità e malessere psicologico, e che non possono esistere né buona sanità né buone politiche sociali senza la valorizzazione della dimensione relazionale: nella medicina del territorio e della cura a domicilio, nella creazione di spazi di socialità ed in una offerta culturale di valore. Per quanto riguarda le generazioni, il peso delle chiusure scolastiche e delle restrizioni nei contatti e negli incontri fisici ci ha aperto gli occhi rispetto al fatto che l’umanità vive e si sviluppa grazie alle relazioni umane profonde, che coinvolgono la dimensione dei valori, delle motivazioni e delle passioni. Non basta assistere gli anziani per le funzioni vitali e di prima necessità. C’è bisogno di affetto e di scambio. E non basta, per quanto riguarda i giovani, dare loro la possibilità di accedere alle nozioni ed alle tecnicalità dell’istruzio- ne. I giovani hanno bisogno di una scuola e di una famiglia che dialoghino con loro sul piano delle idee e dei sentimenti, che colgano i rischi di una involuzione auto ed etero distruttiva (le famose “passioni tristi”), che li aiutino a guardare al futuro con coraggio, fiducia ed ottimismo, come solo può avvenire se le relazioni tra soggetti sono forti, reciproche e generose. 

Per quanto riguarda le famiglie e le comunità di vita, stiamo capendo quanto incida sui vissuti delle persone la sospensione del tempo, della mobilità e dei contatti umani e sociali esterni alla propria abitazione, quanto pesi lo stupore rispetto al silenzio delle strade e delle città vuote, quanto drammatico sia in alcuni casi il peso del contatto obbligato, ravvicinato e continuo con familiari o conviventi in spazi ristretti, e non da ultimo quali e quante siano le paure da cui siamo stati investiti: della malattia, della perdita del lavoro, dell’impoverimento, ma anche dello stare soli con se stessi, con la propria interiorità, spesso dimenticata, e che ci riserva contenuti a volte problematici, sia di tipo emozionale (come l’ansia e la preoccupazione) che di tipo razionale (rispetto alle scelte da compiere rispetto alla sussistenza economica, al lavoro, ai diversi da assolvere). 

Certo la pandemia non ha inventato tutti questi problemi, e la solitudine dell’uomo moderno, immerso in una realtà densa e massificata nella quale ci si ritrova spesso “soli nella moltitudine”, è da tempo sotto la lente di ingrandimento di chi si occupa di disagio, di fragilità e di malessere psichico. Ma è fuori di dubbio che quello che hanno subito gli anziani in termini di solitudine esistenziale, sia se ricoverati nelle residenze assistenziali sia se soli nelle loro case; ed i giovani nel regime di isolamento e di allontanamento dalla scuola e dagli altri ambienti di socializzazione; in altre parole l’esperimento sociale cui la pandemia ci ha sottoposto, deve aiutarci ad imboccare la via di una rinascita a nuova vita e su basi nuove e di un impegno per un benessere individuale e collettivo generativo, che si basi su relazioni solide, affettuose e ravvicinate; su comunità di vita coese e solidali; su ambienti di socializzazione vivi e relazionali, su “città dei 15 minuti”, centrate cioè sui rapporti ravvicinati, contro i “non luoghi urbani” dell’anonimato della modernità; su tecnologie a servizio dell’uomo.

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 10 aprile 2020

IL VIRUS DELLE FAKE NEWS. ATTENTI ALL'INFODEMIA !

Il virus disinformazione e la modesta verità dei fatti

Come attrezzarsi per contrastare le campagne che mirano a manipolare l’opinione pubblica

Lettera del Commissario AgCom ad Avvenire

Caro direttore, da molti anni a questa parte, il tema delle cosiddette fake news o notizie false ha assunto una certa centralità nel dibattito circa i diritti e i doveri dei giornalisti, delle radio e tv, incluse quelle di servizio pubblico, delle piattaforme online e in particolare dei social.
L’informazione e la disinformazione ai tempi del coronavirus costituiscono un ulteriore banco di prova in questo senso. Ad esempio, l’Agcom ha misurato il tasso di disinformazione medica ed epidemiologica sul virus, evidenziandone l’esplosione nei mesi di febbraio e marzo. Se da un lato la percentuale della disinformazione può apparire bassa (5%) rispetto all’informazione totale, dall’altro va osservato che la singola notizia falsa nelle sue brevi giornate di vita diventa “la notizia del giorno”.
N on a caso molti propongono il termine infodemia al riguardo. E non è un caso che i siti specializzati in disinformazione, dedichino quasi il 50% delle loro “notizie” al virus: abbuffate di vitamine, farmaci giapponesi, ingegnerizzazione del virus in qualche laboratorio, sono tutte notizie “che non ci dicono”, “che vogliono nasconderci”. Loro contro noi. I meccanismi informativi e le reazioni emotive e cognitive che gli strateghi della disinformazione puntano a determinare, sono sempre gli stessi che hanno riguardato, in passato, altri argomenti come la criminalità e l’immigrazione, spesso in combinazione tra di essi. D’ altra parte, la bugia è sempre più forte di un ragionamento scientifico. Come ha scritto Hanna Arendt, «le menzogne sono spesso più plausibili, più attraenti per la ragione di quanto non lo sia la realtà, dal momento che il bugiardo ha il grande vantaggio di sapere in anticipo cosa l’ascoltatore desidera o si aspetta di sentire». Al contrario, «la realtà ha la sconcertante abitudine di metterci di fronte all’imprevisto per cui non eravamo preparati». Il ragionamento scientifico non cerca evidenze che confermino le proprie teorie, ma fatti contrari che le falsifichino in senso popperiano, conferendo alle eccezioni almeno la stessa rilevanza che attribuisce alle regolarità perché sa di aver di fronte una realtà complessa e incerta. Oggi sul coronavirus ab- biamo fretta di risposte di cui ancora non disponiamo. Ma questa incertezza, anziché farci apprezzare la fragilità e la potenza del ragionamento scientifico ci spinge a domandare certezza e verità semplici. Le notizie false sul coronavirus rispondono a quella domanda di certezza e sicurezza dettate dalla paura, dall’ansia e dalla fretta, cui il ragionamento scientifico non può rispondere. E così i complottisti di ieri e di oggi trovano nuova linfa per la diffusione delle proprie tesi, costruendo o selezionando “fatti alternativi” che confermano opinioni pregresse. P resunti “articoli scientifici” che poi si scopre non esser stati pubblicati (e quindi non ancora passati dalla cosiddetta “peer review”) o, se pubblicati, sospesi o ritirati dalla pubblicazione; audio e video, su piattaforme online, su complotti di ogni tipo con l’invito “fai girare”; virologi chiamati a discutere in tv (secondo una nozione distorta di pluralismo) con il diffusore di bufale o con il “divulgatore” (che magari, di mestiere, guadagna con la vendita di vitamine miracolose, in un qualche sito o in qualche tv privata). I l punto, qui non è naturalmentela singola notizia falsa o l’errore. È l’emersione delle cosiddette strategie di disinformazione, cioè di campagne strutturate e organizzate volte a manipolare la cosiddetta opinione pubblica, attraverso
i social, ma non solo, per- ché spesso giornali e tv rincorrono proprio le “notizie” che hanno più successo sui social.
P er molto tempo abbiamo creduto che l’incremento delle fonti informative (attendibili o meno) dal lato dell’offerta, fosse sufficiente a perseguire il diritto all’informazione corretta dell’utente, tante volte ribadito da varie Corti costituzionali, inclusa quella italiana. Oggi sappiamo che ciò accadrà solo se a questa esplosione di contenuti si affiancheranno la pazienza, l’attivismo, la capacità critica dell’utente. Cioè una domanda d’informazione proattiva o empowered: una rilevazione recente Agcom–Swg mostra che 6 italiani su 10 non sono in grado di riconoscere una notizia falsa e hanno una significativa “dispercezione” su molti fenomeni socio–economici che li riguardano. C’è, come molti osservano, un tema di istruzione, educazione, elaborazione.
M a c’è, evidentemente, anche un tema di informazione di qualità e di assenza di meccanismi di confronto volti a smussare la polarizzazione e i pregiudizi. Da questo punto di vista, l’istituzione di un punto focale nazionale di analisi tecnica, di studio e confronto di esperienze, anche di autoregolazione, sul tema della disinformazione online sul coronavirus, istituita per iniziativa del sottosegretario all’editoria Martella, è un’occasione importante di riflessione. D iventa centrale, in particolare, comprendere se esistano e quali siano i centri che organizzano questi tipi di strategie online, quali siano le motivazioni che perseguono (di tipo politico, commerciale o entrambi), quali strumenti utilizzino (ad esempio attraverso acquisizione ed elaborazione di dati personali), quali effetti conseguano (ad esempio alimentando polarizzazione, echo chamber e così via).
Ma si tratta di una sfida che riguarda tutti, non solo le piattaforme on–line, ma anche il mondo del giornalismo e dell’infotainment, anche televisivo che non deve rincorrere le brutte pratiche che incontriamo online. S i tratta di temi complessi, la cui discussione non ha a che fare con il rischio di comprimere la libertà d’espressione, di chi parla o di chi ascolta, ma con la necessità di comprendere come difendere e promuovere un ambiente informativo corretto, specie su un tema così rilevante come il coronavirus, che tuteli il cittadino–utente, esaltando e preservando proprio quella poliedrica libertà. Tornando, di nuovo alla Arendt, vale ricordare le sue parole: «La libertà di opinione diventa una farsa se l’informazione fattuale non è garantita e i fatti stessi sono messi in discussione». La chiamava la «modesta verità dei fatti». Ed è una modestia di cui abbiamo bisogno.


Antonio Nicita, Commissario AgCom e Università Lumsa