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giovedì 17 maggio 2018

L’ALTRO? SIAMO ANCHE NOI

Oltre 5 milioni di nostri connazionali vivono all'estero: 
lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri
Papa Francesco sta svolgendo in questi anni, oltre alla sua funzione specifica di massima autorità religiosa della Chiesa cattolica, un ruolo di supplenza etica a lui riconosciuto persino dai non credenti: la lettera che i vescovi italiani, nella solennità di Pentecoste, rivolgeranno alle comunità accoglienti, intitolata 'Uscire dalla paura', lo dimostra appieno. Questo testo, a venticinque anni dal documento 'Ero forestiero e mi avete ospitato', riassume la storia più recente del fenomeno migratorio gettando le basi per un rinnovamento antropologico di portata storica.
Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: erano una piccola avanguardia rispetto a quelli che sarebbero venuti dopo.
Oggi sono quintuplicati, popolano le scuole, accudiscono gli anziani, contribuiscono a pagare le nostre pensioni, contrastano la denatalità, tuttavia mentre nell’ultimo triennio gli stranieri non aumentano, gli italiani che partono in cerca di lavoro si moltiplicano. Ben cinque milioni di nostri connazionali vivono all’estero: lo stesso numero di quelli che arrivano dai Paesi poveri. È questa la dimensione speciale, a volte sottaciuta, del discorso che stiamo facendo. L’altro siamo anche noi, dipende solo dalla posizione, geografica e spirituale, in cui scegliamo di metterci: o chiusi dentro il castello incantato, spesso dal volto digitale, a protezione di identità prosciugate dalla mancanza di vere relazioni, oppure aperti allo scambio umano, pronti a esporci, a metterci in gioco, a scoprirci per ciò che davvero siamo.
Vincere la paura possiede quindi un doppio registro: esteriore, nei confronti della persona da incontrare – può essere il nigeriano che ci chiede l’elemosina di fronte al supermercato, il compagno di classe di nostro figlio, la collega di lavoro – e interiore, riguardo ai fantasmi che ci assillano: nodi non sciolti, timori, indifferenze, ignoranze, pregiudizi, velleità, egoismi, individualismi.
Si tratta, è bene ribadirlo, di un lavoro culturale, non naturale. L’istinto umano è diffidente. Bisogna illuminarlo e guidarlo: in quali altri luoghi ciò si può fare se non nella scuola e in famiglia?
Ecco perché, come la lettera della Conferenza episcopale ben spiega, siamo di fronte a una sfida educativa di notevoli proporzioni. Ma se non ci sono valori di riferimento forti, perlomeno civili, siamo destinati al fallimento esistenziale.
Eppure, soprattutto gli adolescenti, quanta necessità avrebbero di adulti in grado di incarnare il limite da non superare, modelli di persone che hanno deciso di percorrere una strada, magari la più difficile, e lo fanno con «l’audacia, il realismo, la responsabilità, l’intelligenza, la creatività e la prudenza» che i vescovi auspicano! Fa impressione l’assenza di una visione d’insieme della nostra politica, tutta centrata su obiettivi pratici, economici, legati ai sussidi, alle assistenze, alle tasse, insomma alla lista della spesa. Cose fondamentali, è ovvio, ma il governo nazionale non si può ridurre all’amministrazione di una grande azienda. In tal senso la «convivialità delle differenze» che la nuova società multietnica lascia intravedere e a cui ci spinge il testo della Cei, rappresenta l’unica possibilità che abbiamo per uscire dall’atrofia dei programmi tecnici. Tale impegno militante chiama in causa l’intera cittadinanza italiana. Senza distinzioni sociali.
Ma esiste poi, in questa lettera, un altro aspetto ancora più importante per le comunità ecclesiali, oltre al senso teologico: se il cristianesimo dimentica che ognuno di noi, non solo i battezzati, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, nell’annuncio giovanneo della parola di Dio che è diventata uomo, smarrisce la sua stessa essenza. Quando Gesù sfama la folla non chiede né controlla l’appartenenza alla fede, porta semmai a compimento il memorabile augurio di Isaia (55, 1): «O voi tutti assetati venite all’acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte».





lunedì 21 agosto 2017

IL FORESTIERO CHE BUSSA ALLA PORTA ...... Linee guida per l'accoglienza dei migranti e dei rifugiati

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2018

[14 gennaio 2018]
“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare
i migranti e i rifugiati”

Cari fratelli e sorelle!
       «Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).
          Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.
          Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore.[1] Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.
      Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».[2]
Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto ....