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sabato 18 aprile 2026

I PAPI E L'ATOMICA


 Le parole

 dei Successori 

di Pietro

 contro 

le armi nucleari


È dai tempi della tragedia provocata con i bombardamenti atomici sul Giappone dell’agosto 1945 che la Chiesa riflette sul rischio che l’umanità si autodistrugga.


-di Andrea Tornielli


Pio XII nel Radiomessaggio per il Natale 1955 parlò della minaccia nucleare spiegando che “non vi sarà alcun grido di vittoria, ma soltanto l’inconsolabile pianto della umanità, che desolatamente contemplerà la catastrofe dovuta alla sua stessa follia”. Nell’enciclica “Pacem in terris”, pubblicata subito dopo la crisi dei missili di Cuba, Giovanni XXIII, affermava a proposito dell’arma atomica: “Gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”.

Nel giugno 1968 Paolo VI auspicava e invocava, “a nome dell’umanità intera”, il “bando totale delle armi nucleari” e il “disarmo generale e completo”. Mentre Giovanni Paolo II, nel febbraio 1981 da Hiroshima, gridava: “Il nostro futuro su questo pianeta, esposto com’è al rischio dell’annientamento nucleare, dipende da un solo fattore: l’umanità deve attuare un rivolgimento morale. Nell’attuale momento storico ci deve essere una mobilitazione generale di tutti gli uomini e donne di buona volontà. L’umanità è chiamata a fare un ulteriore passo in avanti, un passo verso la civiltà e la saggezza”. Nel maggio 2010 Benedetto XVI affermava: “Incoraggio le iniziative che perseguono un progressivo disarmo e la creazione di zone libere dalle armi nucleari, nella prospettiva della loro completa eliminazione dal pianeta”.

Papa Francesco, da Hiroshima, nel novembre 2019, ha ricordato che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. E ha aggiunto: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”.

Papa Leone ha continuato sulla linea tracciata dal magistero di chi lo ha preceduto. Il 14 giugno 2025 al termine dell'udienza giubilare ha detto: “Si è gravemente deteriorata la situazione in Iran e Israele, e in un momento così delicato desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro”.

Poco più di un mese dopo, in un messaggio per l’80° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ha scritto: “La vera pace esige che con coraggio si depongano le armi, specialmente quelle che hanno il potere di causare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Il 6 agosto, all’udienza generale, ricordando l’ecatombe provocata in Giappone dagli ordigni nucleari, ha lanciato questo appello: “Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”.

L’attuale Successore di Pietro è tornato sul tema nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2026, affermando: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Al termine dell’udienza del 4 febbraio 2026, Leone XIV ha dichiarato: “Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”.

Infine, in un post dall’account ufficiale di Pontifex, il 5 marzo 2026, Papa Leone ha scritto: “Preghiamo insieme perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”.

Queste sono le dichiarazioni del Pontefice, che continua a chiedere di smantellare tutti gli armamenti atomici esistenti in grado di distruggere l’intera umanità.

Vatican News

 

 

giovedì 25 settembre 2025

UNA CATOSTROFE NUCLEARE


 Inaccettabile corsa al riarmo, si rischia catastrofe nucleare


Due gli interventi di monsignor Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, alle Nazioni Unite. 

Sugli esperimenti nucleari ha ribadito l’urgenza di ratificare il trattato sulla messa al bando dei test. 

Riguardo le armi nucleari, l’arcivescovo ha espresso preoccupazione per l'impiego dell'Intelligenza Artificiale nel riarmo

 -         Benedetta Capelli – Città del Vaticano

-    “Un passo urgente per evitare una catastrofe nucleare”: così monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, intervenendo ieri, 26 settembre, alla quattordicesima Conferenza per facilitare l'entrata in vigore del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari degli esperimenti nucleari, sottoscritto dalla Santa Sede 29 anni fa, il 24 settembre 1996.

L’arcivescovo ha sottolineato che la mancata entrata in vigore del trattato “rimane una realtà deplorevole” che “compromette gli sforzi globali contro i test nucleari”. Pertanto emergono “interrogativi in merito alla responsabilità etica”, da qui la sollecitazione agli Stati a ratificare visto il contesto internazionale “in cui la dignità umana e il diritto internazionale sono troppo spesso minati”.

Una pericolosa illusione

“La pace non può essere garantita attraverso la paura reciproca o la logica della deterrenza”: ha affermato monsignor Gallagher ribadendo che i test nucleari hanno avuto pesanti conseguenze catastrofiche dal punto di vista umanitario e ambientale. “Purtroppo, la continua espansione e modernizzazione degli arsenali nucleari, accompagnata da una retorica sempre più bellicosa e da minacce relative al loro impiego, - ha aggiunto - perpetua la pericolosa illusione che la sicurezza possa essere raggiunta attraverso la minaccia di annientamento”.

Il dialogo invece della distruzione

Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha riportato poi le parole di Papa Leone XIV in occasione dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, due sciagure – aveva detto il Pontefice – che dovrebbe essere un monito contro la devastazione provocata dalle guerre e dalle armi nucleari. Papa Leone aveva esortato a “lasciare il posto agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo e alla fiducia nella fraternità”. Parole che lo stesso arcivescovo ha ripreso per ricordare che il Trattato esprime “la volontà dell'umanità di scegliere il dialogo invece della distruzione, la ragione invece della rivalità e la solidarietà invece del sospetto”. Pertanto, la Santa Sede si è detta pronta a collaborare “per promuovere una visione radicata nel bene comune dell'intera famiglia umana”, lavorando insieme per “rafforzare gli sforzi verso la stabilità e una pace vera e duratura”.

Le armi nucleari, minaccia globale

Commemorando l'80.mo anniversario del primo test nucleare nel New Mexico e dei tragici bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki che ne seguirono, monsignor Gallagher ha ricordato sempre ieri nel corso della riunione di alto livello per commemorare la Giornata internazionale per l'eliminazione totale delle armi nucleari, le sofferenze profonde causate da questi eventi tragici ma anche “la minaccia che le armi nucleari continuano a rappresentare per la pace globale, per le generazioni future e per il creato”. Profonda la preoccupazione della Santa Sede per la tendenza al massiccio riarmo invece che “verso iniziative che promuovono lo sviluppo umano integrale e la pace duratura”, una situazione “inaccettabile” che richiede una rinnovata responsabilità internazionale.

L’uso dell’intelligenza artificiale nel riarmo

Un contesto alimentato da tendenze che rischiano di “normalizzare ciò che dovrebbe rimanere inequivocabilmente inaccettabile”, favorendo incentivi per la produzione e il possesso di armi nucleari, “dinamiche mettono in pericolo la delicata e ancora incompiuta architettura del disarmo che è stata accuratamente costruita nel corso di decenni”. “Ulteriore motivo di preoccupazione – ha aggiunto l’arcivescovo - è l'emergere di una nuova corsa agli armamenti caratterizzata dall'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi militari, compresi i sistemi spaziali e i sistemi di difesa missilistica”.

Un mondo libero dalle armi nucleari

L’appello della Santa Sede alla comunità internazionale è di rinnovare l’impegno al disarmo, al rispetto degli impegni internazionali e del mandato dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA). Necessaria dunque la ratifica del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) “come passo concreto verso la realizzazione di un mondo libero dalle armi nucleari e la prevenzione delle catastrofiche conseguenze umanitarie che ne deriverebbero dal loro utilizzo”. Infine, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha invitato a “rinnovare gli sforzi verso misure di disarmo più ampie, tra cui il rilancio dei processi bilaterali di controllo degli armamenti, l'entrata in vigore del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari (CTBT) e l'avvio di negoziati sui trattati relativi al materiale fissile e alle garanzie di sicurezza negative”.

 Vatican News

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sabato 22 marzo 2025

RE-ARM . QUALE PROSPETTIVA ?

 


 Perché siamo

 di fronte 


ad un cambio 

di prospettiva


Il 12 marzo, il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sul Libro bianco della difesa contenente anche un primo riferimento al piano ReArm Europe proposto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nello specifico, il paragrafo 68, che fornisce un primo riscontro politico positivo al piano di riarmo – ancora non approvato né formalmente presentato – ha ricevuto 480 voti a favore, 130 contrari e 67 astenuti. Fa riflettere anche la proposta di emendamento avanzata da parte di Fratelli d’Italia di modificare il nome del piano in Defend Europe, bocciata con 517 voti contrari, 97 a favore e 56 astenuti. Il messaggio è chiaro, dunque: in Europa ci prepariamo ad una stagione di riarmo. Cosa prevede questo piano su cui si fanno stime di spesa enormi (fino a 800 miliardi di euro) e perché l’utilizzo di questo termine, «riarmo», ci pone di fronte ad un cambio di prospettiva? Ne abbiamo parlato con Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Pace e Disarmo, organizzazione partner di Ican, la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari che nel 2017 ha ricevuto il Nobel per la pace.

«Questi 800 miliardi sono in realtà una proiezione – spiega Vignarca -. La cosa più sicura sono i 150 miliardi di prestito, che poi i Paesi dovranno restituire. Non sono soldi regalati e hanno un impatto simbolico forte, cioè quello di fare debito comune, garantito dall’Ue, per fare armi, quando prima non era proprio possibile farlo. Non si poteva fare quando lo chiedevamo per il welfare, per la Grecia, per la crisi finanziaria e adesso invece non solo si fa, ma si fa addirittura per le armi».

Non è detto, quindi, che per il piano di riarmo alla fine si spenda quanto annunciato da von der Leyen, anche perché saranno i singoli Stati europei a decidere come muoversi. «L’Italia, che ha già un debito molto forte, per esempio, farebbe fatica a trovare spazio per farsi dare questi soldi – continua Vignarca -. Dovrebbe tagliare da qualche altra parte. Spesso, però, in questi ambiti c’è un discorso di annuncio, di posizionamento dei leader che vogliono farsi vedere in una certa maniera. Il tema, tuttavia, è questo: si spinge per spendere in spesa militare, in deroga alle regole solo quando si parla di armi, e questo è grave indipendentemente da quanti saranno i soldi effettivamente messi sul piatto».

Sebbene il nome del piano proposto da von der Leyen, ReArm Europe, sia piuttosto esplicito in merito ai suoi obiettivi, la spesa per il «riarmo» globale, in realtà, è in crescita già da tempo. «Non c’è stato nessun disarmo nell’ultimo secolo – sottolinea Vignarca –Le spese militari sono cresciute e addirittura raddoppiate in maniera globale. L’unico decennio in cui abbiamo assistito ad una diminuzione delle spese militari è stato quello degli anni 90, e non a caso è stato un decennio che ci ha fatto fare dei passi avanti su tutta una serie di cose».

Il ritorno del riarmo ha una data spartiacque: il 2001, con l’attentato alle torri gemelle di New York. «È da quel momento che riparte la spesa militare – spiega Vignarca -, ancora una volta con promesse mai mantenute del tipo: “la guerra al terrorismo ci porterà più tranquillità e più sicurezza”. Negli ultimi 25 anni abbiamo vissuto una sbornia da riarmo, di militarizzazione, di deterrenza, che però non ha portato maggiore sicurezza. È da 35 anni, inoltre, che non si tiene una Conferenza per il disarmo all’interno delle Nazioni unite».

Il cambio di rotta dal punto di vista retorico degli ultimi tempi è lampante, sottolinea Vignarca. «Fino a tre anni fa si parlava di difesa, di sicurezza, di investimenti militari, adesso invece il riarmo viene esplicitato e rivendicato. Per tanto tempo, l’aumento delle spese militari era destinato agli eserciti, a nuove forme di dispiegamento, alle missioni all’estero o per la gestione delle crisi. Negli ultimi dieci anni, invece, abbiamo visto un aumento della spesa militare, soprattutto direzionato alla spesa per le armi». E i dati, soprattutto quelli dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, il Sipri, parlano chiaro. «La quota di spesa militare mondiale per le armi è cresciuta – continua Vignarca -. Siamo sempre stati intorno al 20 o al 22 per cento, mentre ora stiamo andando verso il 30 per cento. I paesi europei della Nato, negli ultimi 10 anni, sono passati da spendere il 18% delle loro spese militari per le armi, al 32 per cento».

Di questo aumento di spesa, però, sono in pochi a beneficiarne. «Non ci guadagna nessun Paese: la prospettiva per cui si fa questo tipo di investimenti per avere anche un ritorno economico è errata – chiosa Vignarca -. Abbiamo fatto tutta una serie di analisi sul comparto militare e quello della spesa bellica ha il minor ritorno economico, rispetto a tutti gli altri. Se investissimo gli stessi soldi in energia pulita, in sanità, educazione, addirittura tagliando le tasse, il ritorno economico sarebbe maggiore».

Ma quanta consapevolezza c’è in merito al tema del ritorno economico? Vignarca spiega: «Quando intervengo in alcune conferenze, chiedo sempre al pubblico qual è la percentuale di Pil che viene dall’industria militare in Italia, in base a quello che leggono sui giornali. Qualcuno dice oltre il 15 per cento, moltissimi tra il 10 e il 15 per cento, quasi tutti dal 5 al 10 per cento, una buona parte tra il 3 e il 5 per cento e quasi nessuno dice l’uno per cento. Ma è proprio l’uno per cento, anzi meno. L’industria militare in Italia, e non solo, è residuale. È una cosa economicamente secondaria e nel nostro Paese impiega meno dello 0,5 per cento della forza lavoro».

Nei giorni dell’annuncio del piano ReArm Europe, dall’altra parte dell’oceano, a New York, si riunivano partner della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari, per il terzo meeting dei Paesi parte del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw). «Nel suo discorso alla prima sessione, Melissa Parke, direttrice esecutiva della campagna Ican, lo ha detto in modo chiaro: in questo momento buio e difficoltoso non dobbiamo abbassare le aspettative – racconta Vignarca, che ha partecipato ai lavori -. È proprio nel momento in cui c’è l’emergenza più grossa che le aspettative vanno rialzate. Non possiamo più accontentarci della non proliferazione delle armi nucleari. Dobbiamo rilanciare la loro totale eliminazione perché è solo così che ci salviamo. O eliminiamo le armi nucleari o, come diceva Kennedy, saranno queste armi di distruzione a eliminare noi dalla storia».

Per Vignarca, il lavoro dell’Ican e il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari rappresentano un vero cambio di paradigma su cui anche Papa Francesco ha invitato a riflettere. «Papa Francesco ci ha invitato nel 2017 in Vaticano per fare un simposio sulle armi nucleari. Ha capito che il trattato non è solo una norma, una cosa burocratica e formale – il Vaticano è tra i firmatari -, ma è il segno di una nuova vitalità di quel pezzo di mondo, sia come Stati che come società civile, che non crede a questo continuo riarmo. Non è un caso che il Papa, in quella occasione, abbia definito immorale anche il solo possesso delle armi nucleari, non più unicamente l’utilizzo. 

E questo è importantissimo perché rappresenta un vero cambio di prospettiva».

Sul tema dell’abolizione delle armi nucleari, leggi anche:

Immagine:  «Non-violence», scultura dell'artista svedese Carl Fredrik Reuterswärd, Nazioni Unite (Adobe stock)