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venerdì 18 novembre 2022

LE DOMANDE "MUTE" DEI BAMBINI

I BAMBINI CHIEDONO AGLI ADULTI 

OCCHI NUOVI

 Dopo il bellissimo libro di Lorenzo Marone (Le madri non dormono mai), un altro libro appena uscito, scritto “dalla parte dei bambini”. Si intitola Passoscuro, è stato nel mese di ottobre presentato alla trasmissione “Quante storie” ed è scritto da Massimo Ammaniti, psicoanalista ed ex docente di psicopatologia dello sviluppo, nonché padre dello scrittore Niccolò.

- di  Antonella Reffieuna

 

È uno dei testi in cui il confine tra letteratura e scientificità è molto labile, per cui dovrebbe essere oggetto non solo di lettura ma di attento studio da parte di insegnanti e psicologi. La ragione sta nel fatto che nel descrivere le condizioni tragiche in cui vivevano i bambini nel Padiglione n. 8 dell’Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà, Ammaniti precisa anche, in modo estremamente efficace, quali dovrebbero essere le condizioni familiari e ambientali affinché un bambino possa svilupparsi in modo adeguato.

Ancora una volta (come già hanno fatto molti studiosi) egli sottolinea che la prima condizione, quella di partenza, dovrebbe consistere nel credere nelle possibilità di sviluppo, nel non ritenere che sia possibile parlare di irrecuperabilità, nell’osservazione attenta e quotidiana, nella negatività delle situazioni di caos e di assenza di regole, in comportamenti apparentemente banali quali ad esempio l’appello.

“Il nome di ogni alunno ripetuto tutte le mattine diventa un rituale che sancisce la presenza o l’assenza all’interno di una comunità” (p. 104) e permette a tutti di acquisire la consapevolezza del proprio nome, primo gradino per la costruzione dell’identità. Allo stesso modo, è fondamentale il contatto oculare, che “accelera la comunicazione con gli altri” (p. 106). Si tratta di comportamenti e situazioni che non configurano un “metodo di insegnamento” ma che dovrebbero essere espressione della competenza di base dell’insegnare.

Non si può non rammentare come già Montessori avesse scoperto, all’inizio della sua attività, i bambini del manicomio di Roma: erano i cosiddetti “frenastenici”, cioè deboli di mente, o, più comunemente, “deficienti” o “idioti”, che, oltre al ritardo mentale, comprendevano casi di cecità, mutismo, sordità, epilessia, paralisi, autismo, rachitismo, disturbi caratteriali, demenza da malnutrizione. Considerati incurabili e quindi rinchiusi a vita, vestiti con un grembiule di tela grezza, sporchi, inselvatichiti, erano forse l’aspetto più terribile di quel luogo spaventoso (p. 45 di Il bambino è il maestro, di Cristina De Stefano). Anche Montessori aveva sottolineato l’importanza dell’appello: “i bambini attendono che lei – dalla stanza accanto – li chiami. Pronuncia ogni nome a voce bassa, allungando le vocali. Come se li chiamasse da lontano, e ogni piccolo si alza senza fare rumore e la raggiunge, felice di essere stato scelto: ‘Dopo tali esercizi sembrava ch’essi mi amassero di più: certo erano diventati più ubbidienti, più dolcemente miti. Infatti, ci eravamo isolati dal mondo e avevamo passato qualche minuto insieme uniti tra noi: io a desiderarli e chiamarli, ed essi a ricevere, nel silenzio più profondo, la voce che si rivolgeva personalmente a ciascuno di loro, giudicandolo in quel momento il migliore di tutti’ (De Stefano, p. 109).

Non a caso Ammaniti e Montessori presentano, in epoche diverse e a distanza di sessant’anni, il comune riferimento agli studi di Edouard Seguin. È tragico però dover constatare come all’inizio degli anni Settanta, quando Ammaniti entra per la prima volta nel manicomio, non fosse cambiato quasi nulla: bambini di pochi mesi venivano diagnosticati come “pericolosi a sé e agli altri” e rinchiusi in manicomio solo perché con problemi di salute o con disabilità che ne provocavano il rifiuto da parte della famiglia.

Allo stesso modo erano rimasti inalterati i grandi saloni (dette “le sorveglianze”) in cui i bambini venivano raggruppati. Montessori aveva osservato come i bambini, appena finito di mangiare, si gettassero per terra, raccogliendo le briciole di pane e mangiandole. Lo stanzone era completamente vuoto, un grande spazio spoglio e freddo. Quello di quei bambini non era desiderio di cibo, ma di poter interagire con qualcosa, perché quegli avanzi di pane erano le uniche “cose” a loro disposizione.

Lo stesso vuoto di oggetti e di attività è ancora rilevato da Ammaniti, il quale constata come i bambini del manicomio non siano capaci di giocare e di interagire con gli altri, per cui attiva una serie di iniziative volte a restituire loro l’infanzia. Egli ricorda addirittura una analogia con i lager nazisti, dove i bambini vivevano in uno stato di passività e degradazione (pp. 154-155), e constata soprattutto come trent’anni di democrazia non avessero minimamente scalfito quella situazione indegna. Forse anche perché Montessori era stata completamente ignorata dalla pedagogia italiana e, ancor più, dai decisori politici.

Prima della legge n. 517/1977 nell’intero Paese ben 300mila bambini venivano allontananti dalle famiglie e “ricoverati in istituti di assistenza, di cui gli ospedali psichiatrici erano l’ultimo anello della catena” (p. 64), ma quella emarginazione era solo l’ultima fase di un percorso che iniziava dalle classi differenziali e dalle scuole speciali, le quali avevano raggiunto una numerosità assolutamente abnorme.

Le conclusioni di Ammaniti sono molto amare: i bambini continuano a essere l’anello debole della società e la riprova si è avuta nel periodo del lockdown legato alla pandemia, durante il quale ai bambini era vietato addirittura uscire sul marciapiedi davanti a casa.

Per questo occorre leggere anche il libro dal titolo E poi, i bambini, pubblicato nel 2020, perché la denuncia di Ammaniti è caduta nel silenzio più assordante.

Purtroppo, nel nostro Paese si continua a ritenere che i dati statistici siano “freddi numeri” che non dicono nulla a chi voglia occuparsi di scuola. Non a caso il rapporto annuale del Censis non è mai stato oggetto di analisi e riflessione da parte non solo di insegnanti ma anche di dirigenti scolastici, e, forse, di figure direttive di livello ministeriale. In realtà il problema sta nel “far parlare” questi dati, ma anche nel disporre di un retroterra di studi scientifici che permettano di attribuirvi significato.

Gli studiosi citati da Ammaniti continuano a essere riferimenti validi, senza dimenticare però le ricerche più recenti, in particolare nel settore delle neuroscienze. Essere convinti che i bambini dispongono di un cervello che necessita di essere sviluppato adeguatamente è infatti il primo passo per realizzare un’inclusione davvero efficace, perché fondata sul riconoscimento di ciò che accomuna tutti gli esseri umani.

 

Il Sussidiario

 

mercoledì 2 settembre 2020

MARIA MONTESSORI. IL SUO SUCCESSO NEGLI USA


Grande consenso negli USA, sin dal 1907, per la nascita delle scuole Montessori, con il loro nuovo e innovativo metodo di insegnamento.
Il messaggio educativo di Maria Montessori segnò  un grande rinnovamento tra l’800 e il ‘900 nella storia della pedagogia e della didattica. Il suo metodo riconosceva al bambino, sempre desideroso di apprendere, un ruolo attivo e creativo nel processo educativo e, all’educatore, il ruolo di mentore che lo guidasse “ a saper fare da solo".


di Rosa Musto *

.Nel 1911 H.W Holmes dell’Università di Harvard manifestò profondo interesse per il metodo Montessori della “Scuola dei Bambini” di Roma leggendo un articolo di lei sulla rivista di McClure e lo dichiarò in una lettera pubblica, a cui seguirono visite e incontri conoscitivi di docenti e accademici statunitensi a Roma. Il successo fu grande e dopo alcuni mesi furono subito aperte le prime due scuole Montessori, a Boston e New York. Nel 1913 Maria Montessori giunse negli USA e fu accolta come “una regina” e per realizzare la diffusione del suo metodo pedagogico in tutti gli States furono organizzate dal suo editore McClure numerose conferenze.  La prima conferenza fu a Washington e poi Maria Montessori proseguì il tour nelle città di New York, Philadelphia, Boston, Chicago, San Francisco. Conferenze che produssero un grande rilievo mediatico.
Negli anni’20, dopo la grande guerra, si ebbe invece un arresto della diffusione del metodo Montessori, per diversi motivi e anche per il fatto che si pensasse che non potesse essere adottato con tutti i ragazzi, ma solo per casi di ritardati o socialmente deboli. D’altro canto, negli USA si assisteva all’avvicendarsi e diffondersi del metodo di John Dewey, grande sostenitore della democrazia, che rappresentò una voce importante del funzionalismo nascente e del mondo delle scienze dell’educazione. Dewey fu per molto tempo il principale riformatore negli USA in materia di istruzione e di inclusione sociale in favore delle nuove generazioni.
Bisogna attendere gli anni’60, quando il Metodo Montessori ritornò a diffondersi. Infatti, nel 1958 fu istituita la Scuola Montessori di Whitby  nel Greenwich-Connecticut-  la prima scuola accreditata dalla Americana Montessory Society (AMS) negli Stati Uniti, seguita poi, nel 1960, dalla Sophia Montessori School fondata da Screen -attore, regista, scrittore- scuola che in seguito fu ribattezzata Santa Monica Montessori School e, nel 1962, a  New York fu istituita la Scuola Caedmon e poi altre scuole a seguire sono sorte e ancora continuano tutte ad operare ad alto livello nella ricerca educativa.  Oggi sono molto più di 5000 le scuole nel mondo che adottano i programmi Montessori nella didattica, a garanzia del successo nell’apprendere nelle scuole pubbliche, da parte dei bambini appartenenti alle fasce sociali più deboli, con i quali lei medesima si era impegnata quando aveva iniziato la sperimentazione del suo metodo didattico a Roma. Il metodo montessoriano fu quindi ispirato dalle suggestioni di Itard e Seguin, studiosi dei comportamenti dei cosiddetti “bambini deficienti”. A testimonianza di questo, nel gennaio 2007, in occasione del centenario del metodo di Maria Montessori negli USA,  il Washington Post pubblicò l’articolo "Montessori, ora 100, Goes Mainstream", in cui pose in evidenza il crescente numero di programmi della scuola pubblica Montessori, in particolare nelle comunità afro-americane per il successo conseguito da bambini e ragazzi.  
La doppia valenza di medico neurologo e di educatore consentirono a Maria Montessori di perfezionare nel tempo un percorso didattico-educativo efficace per tutti, avendo posto al centro del suo interesse la “singolarità di ogni persona”, nella sua specifica completezza organica e cognitiva. L’intervento educativo montessoriano prevede che esso abbi inizio sin dalla prima infanzia, come “imprinting efficace”, quale forma precoce di apprendimento capace di porre le basi ad orientare uno stile autonomo di vita, un sano sviluppo integrale della persona lasciando spazio alla creatività e favorendo attraverso il gioco il carattere e i diversi tempi di apprendimento di ciascuno.
Inoltre, è doveroso non tralasciare un altro aspetto, reso meno noto, ma di certo importante e che si rifà a una rinnovata coscienza femminile proposta da Maria Montessori e che la vide impegnata seriamente nella lotta contro i pregiudizi di genere, compresi quelli “lombrosiani”, volendo dimostrare come fosse importante assegnare il riconoscimento scientifico al “valore umanizzante e culturale” delle cosiddette “azioni femminili” attivate durante il processo educativo nella prima infanzia, dichiarazioni scientifiche avvalorate in seguito, dagli studi realizzati dallo svizzero Jean Piaget,  psicologo, biologo, pedagogista e filosofo. fondatore dell'epistemologia genetica.
Infine,  l’attualità del metodo Montessori lo si riscontra ancora oggi nelle dichiarazioni dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. Costoro hanno affermato nella loro biografia scritta da Steven Levy (”Rivoluzione Google”, Hoepli), come il metodo Montessori abbia segnato le loro scelte nel creare un’azienda diversa da qualsiasi altra. L’ambiente Google per i loro dipendenti, come il “Googleplex” di Mountain View,  rappresenta ad esempio un grande “asilo Montessori per adulti”. Qui si trovano palle colorate da pilates, frigoriferi colmi per soddisfare ogni esigenza alimentare e qui vi è anche la disponibilità di tempo libero retribuito ai dipendenti se desiderano “inventare qualcosa”… Il metodo Montessori risulta sempre efficace, anche in questa epoca super tecnologica in quanto, come osserva per Brin, “…insegna davvero a fare le cose da soli e a pianificare ogni cosa con il proprio ritmo”
Cosa dire? Lo spirito di avventura negli USA di Maria Montessori continua ad esistere ancora oggi grazie ai due più celebri “bambini Montessori del mondo”, che guidano una società americana da 100 miliardi di dollari e che ha cambiato la vita degli uomini di tutto il pianeta.

*Sociologa dell’educazione

www.meridianoitalia.tv

lunedì 31 agosto 2020

MATTARELLA: LA SCUOLA RISORSA DECISIVA PER LA COMUNITA'


Mattarella: «La comunità della scuola è risorsa decisiva per il futuro della comunità nazionale »

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato nel 150° anniversario della nascita di Maria Montessori la seguente dichiarazione:
“Maria Montessori nasceva centocinquanta anni fa, a Chiaravalle. La sua umanità, i suoi studi, la sua coraggiosa esperienza di educatrice, hanno impresso un segno profondo nelle scienze pedagogiche e indicato orizzonti nuovi per la scuola, a beneficio di milioni di giovani in ogni parte del mondo, che hanno potuto e saputo accrescere in piena libertà la loro personalità.
Proprio negli anni più duri del Novecento Maria Montessori è riuscita a infrangere antichi pregiudizi, dimostrando la irragionevolezza di metodi di insegnamento basati sull’autoritarismo e contrastando pratiche di emarginazione ai danni di chi era sofferente o veniva considerato diverso, aprendo la strada a un percorso di crescita dei bambini basato sulla piena espressione della loro creatività, nella formazione responsabile alla socialità.
Il suo “metodo” ha varcato le frontiere e, nel suo nome, tantissime educatrici ed educatori, ragazze e ragazzi, hanno conferito alla scuola un valore di crescita nella conoscenza che, accanto al sapere letterario e scientifico, abbia lo sguardo rivolto allo sviluppo integrale della personalità degli alunni.
La vita di Maria Montessori è stata anche simbolicamente una storia di libertà, di intelligenza, di creatività femminile. Sono tante le insegnanti, le educatrici, le operatrici scolastiche che continuano oggi a impegnarsi con la medesima passione.
La comunità della scuola è risorsa decisiva per il futuro della comunità nazionale, proprio in quanto veicolo insostituibile di socialità per i bambini e i ragazzi: ne comprendiamo ancor più l’importanza dopo le chiusure imposte dalla pandemia. Esempi come quello di Maria Montessori esortano ad affrontare efficacemente le responsabilità di questo momento difficile.”




MARIA MONTESSORI, A 150 ANNI DALLA NASCITA


A centocinquanta anni dalla nascita di Maria Montessori, la neuropsichiatra infantile ideatrice di uno dei sistemi educativi più noti e adottati in migliaia di scuole nel mondo, ’gioca’ ancora e sempre di più con i suoi bambini.

Maria Tecla Artemisia Montessori nacque a Chiaravalle (AN) il 31 agosto 1870 e nella sua vita svolse attività di educatrice, pedagogista, medico, neuropsichiatra infantile, filosofa e scienziata italiana. In Italia, fu una tra le prime donne a laurearsi nella facoltà di medicina.
Divenne famosissima nel mondo grazie al famoso metodo educativo per bambini che prese il suo nome, ovvero il “Metodo Montessori”. Questo metodo inizialmente fu utilizzato in Italia, ma a breve fu adottato in tutto il mondo, ed ancora oggi le scuole montessoriane vengono preferite ad altre.
Figlia di Alessandro Montessori e Renilde Stoppani vide però come figura da seguire lo zio Antonio Stoppani.
Antonio Stoppani era un abate e scienziato e cercava da sempre di dimostrare la convivenza tra fede e scienza.
La giovane Maria Montessori ebbe nell’abate Stoppani il punto di riferimento per l’avvio agli studi e per la conoscenza dell’epoca. Dalla madre invece ricevette un sostegno costante alle sue idee innovative ed verso alcune scelte troppo futuristiche per l’epoca.
Per lavoro il padre si trasferì a Firenze e decise di portare con sé tutta la famiglia, compresa la figlia Maria. Dopo essere stati per poco a Firenze decisero di spostarsi nuovamente, questa volta a Roma sempre a causa di esigenze lavorative del padre.
Gli studi di Maria Montessori
A Roma, Maria iniziò la scuola dimostrando grandissimo interesse verso le materie letterarie, un po’ meno verso quelle prettamente scientifiche come la matematica. In questo periodo studiò francese e pianoforte, tuttavia fu costretta ad abbandonare quest’ultimo anche a causa della rosolia che le rubò forze e tempo.
Nello stesso periodo decise di iscriversi alla Regia Scuola Tecnica Michelangelo Buonarroti di Roma (attuale ‘Istituto Leonardo da Vinci’).
Maria aveva una intelligenza fuori dal comune e divenne subito tra le prime dieci allieve della scuola.
Diplomatasi con una valutazione di 137/160 iniziarono i primi scontri con il padre. Quest’ultimo vedeva nella figlia un futuro da insegnante, ma le idee del padre si mal conciliavano con gli interessi di Maria. Lei era sempre più indirizzata alle scienze biologiche.
Dovette abbandonare l’idea di iscriversi al corso di Medicina poiché riservata esclusivamente agli studenti del Liceo Classico.
Decise quindi di iscriversi alla facoltà di Scienze e dopo due anni di trasferirsi alla facoltà di Medicina.Riuscirà a laurearsi brillantemente in questo corso di studi, risultando così la terza donna a ottenere questo risultato accademico.
I primi momenti con i bambini
La Montessori manifestò immediatamente un interesse precoce nei confronti dei bambini con maggiori difficoltà, frequentando quindi assiduamente i quartieri più poveri di Roma ed informandosi sempre maggiormente sugli argomenti di igiene medica.
Decise quindi di specializzarsi in neuropsichiatria infantile dedicandosi in maniera assidua alle ricerche in laboratorio. Si concentrò in modo particolare proprio sui batteri e le malattie presenti nei quartieri più poveri di Roma che aveva precedentemente frequentato.
L’emancipazione femminile e la nascita del figlio
Maria ebbe molto interesse nel combattere l’emancipazione femminile. Partecipò così al congresso a Berlino nel 1896, totalmente finanziato dalle donne di Chiaravalle, sua città natale.
Partecipò anche al congresso a Londra cinque anni dopo.
Nel 1988 otterrà l’incarico di direttrice della scuola ortofrenica di Roma, grazie al brillante intervento nel congresso pedagogico dello stesso anno a Torino.
In queste occasioni conoscerà anche Giuseppe Montesano, con il quale si legherà moltissimo tanto da avere un figlio, Mario.
Maria Montessori decise però di partorire il figlio di nascosto e di affidarlo ad una famiglia laziale, finanziando però sempre le spese per l’istruzione.
All’età di quattordici anni Maria comparirà nella vita di Mario facendogli credere di essere una zia. Riuscirà ad ottenere l’incarico di tutore legale grazie alla morte improvvisa della precedente famiglia.
Nel 1907 a San Lorenzo, Roma, aprì la prima Casa dei Bambini.
Durante un congresso in America nel 1913 verrà presentata come la donna più interessante d’Europa ed i suoi metodi divennero modelli mondiali nell’istruzione dei bimbi di tutte le idee.
Gli anni del fascismo
Con la comparsa del ventennio fascista in Italia Maria Montessori venne accusata di legami con il regime. In realtà a Maria non interessavano minimamente le idee fasciste ma collaborava con quest’ultime solo per arrivare al suo fine ultimo: la costruzione delle Casa dei Bambini in modo da poter tirare fuori i fanciulli dalla strada. Sotto questo aspetto soventi sono le critiche mosse nei suoi confronti, che devono essere assolutamente rivalutate.
Nel 1926 organizzò il primo corso di formazione nazionale che preparava gli insegnanti ad utilizzare il suo metodo. Inutile dire che fu un vero e proprio successo con oltre 180 insegnanti provenienti da tutt’Italia per poter apprendere le idee al dir poco rivoluzionarie.
Saranno proprio queste però a costringerla ad abbandonare l’Italia nel 1934. Sempre negli stessi anni verranno chiuse tutte le scuole che insegnavano secondo il suo metodo sia in Italia che in Germania.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si trova con il figlio in India. Qui fu internata in quanto proveniente da un paese nemico.
Riuscirà a tornare nella sua amata Italia solamente nel 1946 per poi trasferirsi da degli amici nei Paesi Bassi.
Le venne inoltrata la formale richiesta nel 1951 di riformare l’ordinamento scolastico del Ghana. A causa dell’età Maria sarà costretta a rifiutare.
Il 6 maggio del 1952 morì a Noordwijk, nell’Olanda meridionale.




venerdì 17 luglio 2020

MARIA MONTESSORI: LA CATECHESI DEL BUON PASTORE


Un modo di introdurre i bimbi alla verità cristiana nato negli anni Cinquanta a Roma, ora diffuso nel mondo
Fu opera di Sofia Cavalletti, biblista e studiosa di ebraismo, e dell’educatrice Gianna Gobbi, che si trovarono a preparare i piccoli alla Prima comunione
 Il contributo di padre Pani, di cui pubblichiamo ampi stralci, viene pubblicato nel nuovo quaderno (4082) in uscita di «Civiltà Cattolica».

di GIANCARLO PANI

Ritornare alle origini è utile per capire, ma è sempre necessario per cogliere come una certa esperienza sia arrivata fino a noi e si mantenga tuttora viva. A Barcellona, circa un secolo fa, nel primo dopoguerra, un’insegnante, per far capire ai bambini delle prime classi elementari le addizioni e sottrazioni, aveva scoperto un metodo semplice, ma efficace: usare piccoli cubi di legno da sovrapporre o separare. Sovrapporre i cubi significa 'l’addizione', separarli invece 'la sottrazione', e così via. L’insegnante, che era cattolica, si trovò a partecipare a un Congresso liturgico e chiese a uno dei relatori, l’abate dei benedettini di Monserrat, che cosa fosse importante per iniziare i bambini alla realtà della fede e della preghiera. L’abate rispose prontamente: «La Bibbia e la liturgia, in particolare la Messa». M a come insegnarle ai bambini? Frequentare la Messa con i genitori era certamente fondamentale, ma non aiutava a coinvolgere i piccoli a partecipare attivamente alla liturgia. Prese l’avvio così una ricerca per interessare i bambini alla comprensione della Messa: si pensò di presentarla con qualche materiale di lavoro idoneo a farne capire le parti. In qualche modo entrava in gioco il tipo di materiale impiegato per il metodo matematico. L’impresa non era facile, eppure portò alla scoperta dell’attitudine dei piccoli a comprendere i misteri della fede. Di lì iniziò una ricerca per la catechesi che ha poi preso il nome di 'Catechesi del Buon Pastore'.
L’insegnante si chiamava Maria Montessori, era medico (una delle prime donne laureate alla 'Sapienza' di Roma), neuropsichiatra infantile, pedagogista, e aveva una straordinaria passione per la formazione e l’educazione dei bambini, soprattutto emarginati e disabili. Aveva scoperto l’importanza di catturare l’attenzione dei piccoli e renderli protagonisti della loro vita. In particolare, era rimasta attratta e meravigliata dalle capacità spirituali dell’infanzia fin dai primi anni di vita: «I bambini sono così capaci di distinguere fra le cose naturali e soprannaturali, che la loro intuizione ci ha fatto pensare ad un periodo sensitivo religioso », periodo nel quale i bambini hanno intuizioni e slanci religiosi che sono sorprendenti. L’espressione può meravigliare, ma si rimane stupiti quando il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione su L’educazione cristiana, afferma che i bambini «fin dalla più tenera età sono in grado di percepire il senso di Dio», e che il compito dei genitori è di «aiutarli a svilupparlo». L’ insegnamento religioso apparve alla Montessori il culmine di quanto si viveva nelle 'Case dei Bambini', e ne descrisse l’esperienza in tre libri, tra cui I bambini viventi nella Chiesa, dove sostiene: «Il complemento necessario dell’istruzione religiosa della prima età è la liturgia, resa accessibile ai bambini». Il risultato fu sorprendente, come scrisse Cavalletti: «Centrando l’educazione religiosa sulla liturgia, la Montessori
dimostra di aver intuito l’importanza fondamentale del 'segno' nella catechesi. È proprio del segno non tanto presentare alla mente delle verità da comprendere, quanto piuttosto riprodurre delle situazioni, dei fatti, perché gli uomini di tutti tempi possano esserne partecipi ed attori. La catechesi dei 'segni' è quindi scevra da qualsiasi intellettualismo, ed è nel senso più pieno aiuto alla vita religiosa del bambino. In questo indirizzo di fondo sta il valore permanente dell’opera della Montessori in campo religioso ed è di questa eredità preziosa che le è profondamente grata chi cerca, oggi, di continuarla».
Montessori aveva scoperto che dalle sollecitazioni interiori del bambino scaturiva in lui «un senso gratissimo di gioia e di nuova dignità », quella gioia che è espressione di crescita interiore e quella dignità che impegna l’adulto a rispettare il principio di 'dare ai più piccoli le cose più grandi', secondo l’insegnamento del Signore: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Da Barcellona a Roma, nel 1954. Per diverse vicende personali, la Montessori non riuscì a completare le sue ricerche in campo religioso, che furono proseguite e prese a cuore dalla sua allieva e collaboratrice, Adele Costa Gnocchi, nella 'Casa dei Bambini' a Roma, vicino alla Chiesa Nuova. L’educatrice abitava in un palazzo di fronte a quello di Sofia Cavalletti, che conosceva molto be- ne e di cui era amica. Le chiese di preparare alcuni bambini per la Prima comunione. La Cavalletti era assistente, all’Università di Roma, dell’ex- rabbino Eugenio Zolli ed era impegnata nello studio dei trattati talmudici. N ella nuova esperienza venne affiancata dalla pedagogista montessoriana Gianna Gobbi. Il loro lavoro parte dalla lettura della Bibbia, in particolare delle parabole, perché nei Vangeli si afferma che questo era il genere di insegnamento privilegiato da Gesù; per la liturgia, invece, si spiegano le parti della Messa, in modo che i bambini possano capirne il significato. La Scrittura e la liturgia sono proprio le fonti che la Chiesa lungo la sua tradizione e la sua storia bimillenaria ha sempre riconosciuto fondamentali per la vita di fede del cristiano. 
Scrive la Cavalletti: «La risposta che i bambini danno all’esperienza religiosa è tale che sembra coinvolgerli nel profondo, in un appagamento totale. […] La facilità e la spontaneità dell’espressione religiosa e della preghiera del bimbo fanno pensare a qualcosa che sgorga dal profondo, quasi fosse connaturale al bambino». I l punto centrale della catechesi è la verità più importante del cristianesimo: la relazione vitale tra Dio e le sue creature, in termini biblici 'l’alleanza'. I bambini mostrano di scoprirla e sperimentarla attraverso l’ascolto diretto della Parola. Il metodo per presentarla è semplice: si legge il testo biblico, poi si lascia ai bambini il tempo di assimilarlo. Fra i testi biblici, particolare attrazione esercita la parabola giovannea del Buon Pastore. Tra gli aspetti poliedrici del testo, i bambini ne privilegiano uno: «Il Pastore chiama le sue pecore per nome» (Gv 10,3) ed esse ascoltano la sua voce e lo seguono. Lo straordinario incanto che tale versetto suscita nei bambini è documentato dalla quantità e qualità delle loro 'risposte', sia in espressioni sia in disegni. [...] Poiché la Scrittura trova la sua compiutezza nella liturgia, la Bibbia si vive nella celebrazione liturgica, dove ci si nutre 'dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo'. Nella catechesi del Buon Pastore la liturgia diventa quindi l’altro fondamento su cui il bambino può costruire la sua personale relazione con il Signore .[...] L a catechesi del Buon Pastore inizia dai tre anni: è il primo livello. 
Oggi i pedagogisti hanno dimostrato che i primi anni di un bambino sono fondamentali per tutto il resto della vita. La catechesi si sviluppa durante la fanciullezza e l’adolescenza, sempre attraverso l’approfondimento biblico e liturgico. Dopo i sei anni, la crescita del bambino richiede un ampliamento dei temi: è il secondo livello. Inizia l’esigenza morale del fare e del comportamento. In conclusione, va rilevata anche un’altra caratteristica: il servizio del catechista. Questi «non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita di Gesù Cristo». [...] 
Dagli anni Sessanta in poi, accanto all’attività con i bambini si sono svolti anche i corsi di formazione per gli adulti: corsi che spesso si concludono con esami e consegna dei diplomi riconosciuti dall’Ufficio catechistico del Vicariato di Roma. Un elemento non certo marginale di questa catechesi è la rapidità con cui si è diffusa non soltanto in parrocchie, centri di formazione, scuole religiose, ma anche in altre nazioni e continenti. Si è estesa all’Europa centrale e orientale, ha attraversato l’Oceano per giungere in Messico tra gli indios, negli Stati Uniti fra gli amerindi, e ha conosciuto anche uno sviluppo ecumenico. Soprattutto negli Stati Uniti, ha incontrato grande accoglienza tra gli episcopaliani e i protestanti, cui si sono aggiunti gli ortodossi: il segno del Vangelo che unisce. Oggi la catechesi del Buon Pastore è stata accolta anche dalle Missionarie della carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta. Nel 2015 si è tenuto a Phoenix, in California, un Convegno internazionale della catechesi del Buon Pastore: vi hanno partecipato 856 catechisti, rappresentanti di 26 nazioni dei cinque continenti. Due anni dopo, in Messico, nello Stato del Chiapas, a San Cristóbal de Las Casas, è stato organizzato un convegno con i catechisti messicani cui hanno preso parte circa 450 persone.
La pedagogista aveva scoperto l’importanza di catturare l’attenzione dei piccoli e renderli protagonisti della loro vita, anche nella religione.



mercoledì 4 marzo 2020

MARIA MONTESSORI, UNA PEDAGOGISTA DA NON DIMENTICARE

Ricordare 
Maria Montessori
 per salvare 
la pedagogia

La pedagogista, nata 150 anni fa, è stata una figura centrale del Novecento e premio Nobel per la Pace mancato. 
Mise al centro l’educazione alla libertà del bambino

di DANIELE NOVARA

La storia di Maria Montessori è esemplare: una delle prime donne a laurearsi in medicina, con non poche e ovvie difficoltà in un mondo completamente dominato dagli uomini, si impegnò da subito nel movimento di emancipazione femminile e iniziò le sue attività professionali nel settore che all’epoca si definiva “dei deficienti”, quello che oggi chiameremmo “delle malattie mentali e psichiatriche”. Lavorò a fianco di Giuseppe Montesano con cui ebbe una relazione (mai sfociata nel matrimonio), dalla quale nacque un figlio quando lei aveva 28 anni. In accordo con il collega e padre del bambino, questi venne affidato a una famiglia dell’Agro Pontino.
Questa sofferenza segnò inequivocabilmente la sua vita e il suo interesse si spostò completamente verso i bambini. In questo settore, applicò quello che era lo spirito dei tempi dal punto di vista scientifico: positivista e molto concreto. Recuperò i materiali di Édouard Séguin e Jean Itard, che avevano lavorato tantissimo con i bambini cosiddetti “deficienti” agli inizi dell’Ottocento, in piena rivoluzione illuministico– rousseauiana, e su quella base costruì i suoi straordinari materiali con cui ottenne risultati favolosi proprio nell’alfabetizzazione dei bambini ritardati. Risultati che all’inizio del Novecento lasciarono sbigottiti alcuni importanti rappresentanti della borghesia romana dove la Montessori fece i primi esperimenti e che le consentirono di aprire, nel 1907, la famosa Casa dei Bambini nel quartiere San Lorenzo.
Qualche anno dopo (1912), pubblicò il suo Metodo, una grande opera pensatissima con tutti i dispositivi, i materiali e l’organizzazione delle sue scuole che nel frattempo avevano incominciato a diffondersi in tutto il mondo. Durante l’epoca fascista, Mussolini cercò di “appropriarsi” di Maria Montessori, vista la sua fama internazionale, ma l’operazione fallì: è un metodo che con il dispotismo non può avere alcuna affinità. Venne il momento in cui fu costretta a lasciare l’Italia. Un regime totalitario non vuole avere scuole dove i bambini vengono rispettati come individui pensanti perché potrebbero costituire un pericolo per il sistema. Per la stessa ragione in Spagna durante la dittatura franchista e nella Germania di Hitler non ci sono state scuole montessoriane.
Vale la pena ricordare i basilari scientifici e pedagogici su cui si basa la rivoluzione di Maria Montessori:
1. Il bambino e la bambina rappresentano le basi della vita umana, ossia delineano le condizioni perché risulti degna di essere vissuta. Fare le cose giuste da piccoli, almeno nei primi sei anni, rappresenta quella che anche i grandi scienziati hanno definito la costruzione di una “base sicura”. La Montessori lo intuì in un’epoca in cui l’attenzione ai bambini non era quella che promuoviamo oggi.
2. Per far crescere bene i bambini ci vuole metodo e lei ne inventò uno basato sulla costruzione di un ambiente dove i piccoli possono fare esperienza e dove gli adulti sostengono queste esperienze senza sostituirsi, e dove la sensorialità costruisce l’apprendimento. Le famose letterine smerigliate ne rappresentano un esempio straordinario, così comei materiali concreti utilizzati in matematica (i fuselli e i gettoni in legno, le aste numeriche, le perle dorate).
3. La libertà: l’introduzione del tema della libertà nel sistema educativo fu una novità forte. Un secolo prima, Rousseau l’aveva dichiarato nell’Émile, ma la Montessori lo concretizzò in un metodo: sono i bambini che scelgono cosa fare, cosa non fare e come organizzarsi. Ha sempre ripetuto due cose: «voglio andare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza delle maestre» e il famosissimo «Aiutami a fare da solo», la sintesi perfetta dello spirito montessoriano nella logica che la libertà è sempre formativa. Ricordiamo Maria Montessori a 150 anni dalla nascita, avvenuta il 31 agosto 1870, ma anche la crisi della pedagogia che stiamo vivendo, quella buona, non quella dei baroni e delle accademie, quella pratica che organizza i processi educativi e di apprendimento. L’Italia sta subendo gravi conseguenze, sia sul piano scolastico che su quello genitoriale, per la mancanza di una scienza riconosciuta che regoli questi processi.
Per capirla fino in fondo bisogna andare sulla sua tomba, in Olanda a Noordwijk sul Mare del Nord. Aveva chiesto di essere sepolta dove fosse morta, dichiarando da sempre di sentirsi cittadina del mondo. E quel giorno, il 6 maggio 1952, a 82 anni, si trovava lì nella casa di vacanza del figlio Mario che l’aveva seguita per tutta la vita.
Le parole che compaiono sulla sua pietra non lasciano dubbi sulla costante missione di questa grande scienziata: “ Io prego i cari bambini, che possono tutto, / di unirsi a me per la costruzione della pace / negli uomini e nel mondo”.
Candidata due volte al Nobel per la Pace, non le fu mai attribuito, lasciando un vulnus enorme nella storia di questo prestigioso Premio, mai consegnato a figure del mondo educativo.
Che i 150 anni dalla sua nascita siano l’occasione per una memoria attiva, consapevole, che riporti al centro dell’attenzione i temi dell’educazione e della buona crescita dei bambini.






lunedì 1 maggio 2017

MONTESSORI: LA LINGUA E' UN TESORO

Il quotidiano Avvenire, nel numero del 28 aprile, pubblica un interessante inedito di Maria Montessori. 
L’educatrice riflette sul valore della parola, «un insieme di suoni con il quale l’essere umano esprime un’idea. E si associa». 
Il linguaggio è parte della storia dell’umanità. Ma chi ne può conservare l’esattezza assoluta? «Certo non sarà una macchina. È il bambino che vive a contatto con la mamma e da lei assimila in modo perfetto la lingua materna»
                                                                                                              
 di MARIA MONTESSORI

Che cosa è il linguaggio umano? In sé è un soffio che suona attraverso degli strumenti musicali, le corde vocali. Queste vibrano e rendono la voce sonora; la voce passa attraverso la bocca come in un tubo risonante. Qualche volta però la bocca prende quella musica e la imprigiona ora tra i denti e la lingua, ora tra le labbra e ne fa uscire fuori suoni spezzettati che articola. Quella musica della voce (vocali) si combina con i suoni determinati tra le varie parti della bocca che perciò consuonano (consonanti): è con tali mezzi che si forma il linguaggio articolato. L’essere umano ha avuto dalla natura il dono di aggiustare questi strumenti in modo da fissare suoni che si possono distinguere l’uno dall’altro. I suoni non sono molti: sono forse venti o trenta. La lingua italiana per esempio si forma effettivamente con ventuno suoni: cinque vocali  - a,e,i,o,u-  e quindi consonanti  - b, c, d, f, g, l, m, n, p, q, r, s, t, v, z  -: (oltre  h che non ha suono).

     Venti suoni distinti, combinati tra loro in tutti i modi possibili, possono fare un numero infinito di gruppi, cioè di unione di suoni che tra loro formano una parola. Se si potessero fissare in uno strumento meccanico venti suoni per combinarli secondo quanto insegna la matematica, col procedimento detto delle “combinazioni e permutazioni”, ne verrebbero fuori milioni e milioni di parole. Secondo Max Müller, il numero di parole che si potrebbero ottenere con ventiquattro lettere sarebbero circa seicentomila quadrilioni (600.000.000.000.000.000.000.000). Ma queste combinazioni di suoni non sarebbero veramente parole. Parola è un insieme di suoni con il quale l’essere umano esprime un’idea. È dunque l’idea, e non la combinazione di suoni, che origina veramente la parola. Perché una parola indichi un’idea, .........