sabato 7 novembre 2026

L'ORA DI RELIGIONE

scuola e religioni

 

UNA

 PROPOSTA



di: Riccardo Cristiano

Lo spettacolo che ci offre la politica sembra dirci che siamo entrati nell’epoca del post-confronto. Non c’è più la capacità, o forse la stessa intenzione di confrontarsi, a differenza di quella di attaccarsi, molto spesso offendersi. Questo probabilmente è il portato della prevalenza della comunicazione, magari via social, sull’informazione.

Le fake news sono un duplice prodotto: della «libertà di comunicare» quel che si ritiene, e di doverlo fare, per essere notati, alzando i toni. La sconfitta anche di un certo modo integralista, fanatizzante, nella sconfitta di Trump alle elezioni di mid-term può far sperare in un’inversione di rotta, ma questa va costruita con i fatti.

Ecco allora che quanto afferma don Alberto Gastaldi, direttore del Servizio nazionale della CEI per l’Insegnamento della religione cattolica (IRC), non può che essere salutato con favore. Per lui, infatti, l’autorità ecclesiastica concepisce quell’insegnamento quale funzionale a una scuola che sia «il primo vero laboratorio di dialogo nel nostro Paese» e «il dialogo interreligioso non è una concessione estemporanea, ma costituisce la cifra stessa dell’impegno educativo cattolico».

Se c’è un modo per rimettere in piedi il nostro Paese credo che sia, o che sarebbe questo.

Altrettanto interessante e incoraggiante è apprendere, come ha scritto il prof. Marco Ventura su «La Lettura», inserto domenicale del Corriere della Sera, che nel volume a cura di Sergio Ciccatelli e Guglielmo Malizia, nella più recente indagine nazionale in materia (Una disciplina in dialogo. Quinta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica a quarant’anni dalla revisione del Concordato, Elledici, Torino 2026) il 73% dei docenti sostiene che i nuovi indirizzi in un Paese secolarizzato e multireligioso, ignorante della religione propria e di quella altrui, spinge l’insegnamento «a favorire il dialogo e l’apertura alla diversità» (nel contesto politico e culturale odierno si tratta di una controtendenza preziosa), e che la seconda risposta «tra le motivazioni che spingono gli studenti a scegliere l’ora di religione − dopo l’adesione al cattolicesimo − c’è la possibilità in quell’ora di dialogare e confrontarsi».

Dunque, dialogo e confronto sono una richiesta dei ragazzi italiani.

Ecco allora che ritengo opportuno ritornare su una discussione nota e a mio avviso da aggiornare: quella riguardante nella scuola pubblica la scelta tra insegnamento confessionale cattolico e insegnamento di storia delle religioni (o, più ampiamente, di scienze religiose).

Scrisse nel 2008 Stefano Rodotà sulla Repubblica: «Negli anni Ottanta Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, cattolici, ritennero i tempi maturi per questo passaggio culturale, ma l’occasione non fu colta perché, una volta di più, la politica italiana si mostrò più ansiosa di una legittimazione vaticana, attraverso un nuovo Concordato, che sensibile alle attese presenti nella società». La lungimiranza e la nobiltà degli intenti profondi di due personalità del calibro di Elia e Scoppola è evidente, ma le nuove emergenze sociali, penso alla crescita dei «cristianisti» (felice espressione di Lucio Brunelli che lessicalmente collega questo fenomeno a quelli che chiamiamo «islamisti» per definire l’islam politico, che esiste) ci dice che il nuovo assillo sono le cosiddette «sante ignoranze», le quali si manifestano in modi diversi. Sebbene sconfitte nelle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti, non sono sparite.

L’impostazione prescelta dalla CEI per l’insegnamento di un cattolicesimo che sa relazionarsi con le altre fedi è senza dubbio felice e vitale dentro società complesse come ormai sono le nostre. Al contempo, però, direi che tutti abbiamo bisogno di sapere, di conoscere, di conoscerci. Parto dunque da tre domande.

La prima: per quale motivo un genitore non credente dovrebbe essere contento che suo figlio non sappia nulla delle fedi religiose, un elemento così diffuso e importante per il nostro presente, a maggior ragione davanti a estremismi religiosi che aggrediscono la nostra capacità di vivere insieme? Per evitarli, o per affrontarli, la prima e la migliore delle armi disponibili è conoscere ciò di cui ci parlano. Questo genitore non credente potrebbe però legittimamente non volere che a suo figlio venga insegnata, confessionalmente, la dottrina cattolica.

La seconda domanda: per quale ragione un genitore cattolico dovrebbe desiderare che suo figlio conosca quella che per lui è la vera fede e al contempo non apprezzare in positivo il fatto che a suo figlio non si dipinga chi segue altre fedi come una specie di mostro a più teste? Perché mai dovrebbe desiderare che suo figlio non studi i fondamenti e la storia di tutte le comunità religiose, cristiane e non cristiane?

Ed eccoci alla terza domanda: proviamo a immaginare un giovane musulmano italiano che va a scuola e, come è facile immaginare, non frequenta l’ora di religione cattolica. Non sarebbe bene che imparasse comunque che cos’è il cristianesimo, visto il Paese in cui vive, ma anche che cosa sono l’ebraismo, l’induismo…? E non sarebbe conveniente che conosca l’islam dei suoi genitori non solo per via confessionale, ma anche grazie a quello che potrebbe apprendere nella sua scuola pubblica, in forma non confessionale?

Queste esigenze ormai, a mio avviso, sono un’esigenza sola: avere la possibilità di un insegnamento opzionale della dottrina cattolica, non prevenuto verso il resto del mondo credente e orante. E, al contempo, offrire un percorso di storia delle religioni da inserire come insegnamento curricolare, magari da collegare a quelli di storia e filosofia. Un insegnamento, ovviamente, che non sarebbe riservato a docenti selezionati dai mondi delle organizzazioni religiose, ma sarebbe assegnato a docenti con adeguate conoscenze in materia di scienze religiose.

La religione è diventata parte così importante della nostra realtà che l’atteggiamento prevenuto e antireligioso laicista è suicida e la chiusura confessionale pure. Un conto è conoscere ciò che i nostri genitori o noi stessi vogliamo che diventi o sia la nostra religione, altra cosa è conoscere la valenza universale delle fedi, il contributo che hanno dato alla storia dell’uomo e del mondo, contributi positivi e problematici, di liberazione e di crisi.

Immagino almeno due eccezioni: la prima riguarda la formazione degli insegnanti di scienze religiose, sviluppo già possibile grazie a tanti soggetti scientifici esistenti e qualificati. Promuovere ed estendere questa area scientifica è una necessità di tutti: portare il sapere religioso, la teologia, anche oltre i confini confessionali è fondamentale per liberarsi dalle «sante ignoranze» (che nulla condividono con la «dotta ignoranza» di Nicola Cusano), un’esigenza per credenti e non credenti. Le rigidità, laicista o esclusivista, si aiutano e si smussano anche con le scelte.

La seconda eccezione è ovvia: qualcuno obietterà che in questo modo si confermerebbe una situazione di favore statale nei confronti del cattolicesimo. È un dato di fatto, come quello della nostra storia, che non va negata, ma aggiornata. Per camminare sulla strada del pluralismo, quello possibile e consapevole, e soprattutto urgente.

Settimana News

 

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