EROS
AGAPE
L’amore è uno, ma gli amori sono molti.
Lo sappiamo.
Amiamo molte persone e molte cose,
siamo amati
da molti, in modi diversi.
-di Luigino Bruni
Il Vangelo di Giovanni per parlare di amore usa sia la
parola philia (amicizia) che agape, sia nel rapporto tra Gesù e Lazzaro (cap. 11), sia in quello tra Gesù e Pietro (cap. 21). Questa compresenza di philia e agape è
molto importante. Nella resurrezione di Lazzaro, è bello trovare al culmine dei
segni di Gesù un philos: un amico. Che ci dice qualcosa di importante su
cosa sia l’amicizia nei vangeli, nella vita e probabilmente anche in Gesù. La
philia, più dell’agape (dove pur c’è, ma è meno esplicita) è faccenda di
reciprocità: Lazzaro è suo amico, e lui di Lazzaro. È la relazione dei
sentimenti, del pianto, delle emozioni forti, degli abbracci, della fedeltà, di
un certo per-sempre.
Nei vangeli l’amore è
molto vicino alla sua matrice biblica, meno dicotomico delle visioni greche neo-platoniche e gnostiche. L’agape biblico ed evangelico non esclude la philia, e viceversa, e
forse neanche alcune dimensioni dell’eros, sebbene gli evangelisti non l’abbiamo mai usato dato
il significato specifico che l’eros aveva nel mondo greco-romano del tempo.
L’amore è uno, ma gli
amori sono molti. Lo sappiamo. Amiamo molte persone e molte cose, siamo amati
da molti, in modi diversi. Amiamo i genitori, i figli, le fidanzate e le mogli,
fratelli e sorelle, maestre, nonni e cugini, poeti e artisti, Renzo, Lucia,
Edmond, Silvia, Jean-Valjean e Cosette. E amiamo molto gli amici e le amiche. L’amore
umano non si limita agli esseri umani. Raggiunge gli animali, le piante, le
montagne e il mare, persino le cose e gli oggetti, tocca l’universo e le
stelle, sfiora Dio.
Il mondo greco per dire
amore aveva due parole principali, eros e philia, che però non esaurivano le
sue molte forme, ma che offrivano un registro semantico più ricco del nostro
(che di fatto possediamo solo «amore») per declinare questa parola fondamentale
della vita e quindi delle relazioni. Un lessico che era capace di distinguere
il «ti voglio bene» detto alla donna amata dal «ti voglio bene» detto a un
amico o alla madre, e allo stesso tempo riconoscere che il secondo non era né
inferiore né meno vero del primo, e che alla fine era quasi uguali. Il
cristianesimo, poi, ha aggiunto una terza parola greca per dire un’altra
tonalità dello stesso amore (già presente nella Bibbia greca dei LXX precedente il Nuovo Testamento) e,
soprattutto, già presente nella vita. Questa terza parola è agape, l’amore che
sa amare anche chi non è desiderabile (eros) e il non-amico.
Sono tre dimensioni
dell’amore che, spesso, si trovano insieme nei rapporti veri e
importanti.
Certamente nell’amicizia,
dove la philia non è mai sola, perché è lei la prima ad avere bisogno di amici.
È accompagnata dal desiderio-passione (eros) per l’amico ed è irrorata
dall’agape che le consente di poter durare per sempre, di risorgere dai nostri
fallimenti e dalle nostre fragilità. Un’amicizia che è solo philia non è
abbastanza calda e forte per non lasciarci soli sulle nostre strade,
soprattutto nei tratti in salita e negli ultimi. Ma è la philia che lega l’eros
e l’agape tra di loro, e li affratella – anche Gesù ha avuto bisogno del
registro della philia per dirci tutte le dimensioni del suo amore.
In quelle pochissime
amicizie che ci accompagnano per lunghi tratti di vita, a volte fino alla fine,
la philia racchiude in sé anche i colori e i sapori dell’eros e dell’agape.
Sono quegli amici che abbiamo perdonato e che ci hanno perdonato settanta volte
sette, quelli che quando non tornavano sono stati attesi e desiderati come una
sposa o un figlio. Quelli che abbiamo abbracciato, baciato come e diversamente
da altri abbracci e da altri baci, quelli con i quali abbiamo mischiato molte
volte le lacrime fino a fonderle nella stessa goccia. Ecco perché pochi dolori
sono più grandi di quello per la morte di un amico – in quel giorno, un pezzo
di cuore smette di battere, e non ricomincia più. Ci sono amici che continuano
a vivere, a resistere al dolore e alla malattia, solo perché attendono di
rivederci nella nostra prossima visita a casa o all’hospice, quando quel philos
(amico) che viene da noi vale tutta la vita, tutta la philo-sophia della
terra.

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