«L'alluvione di sessant'anni fa diventa narrazione: il nuovo libro di Fabio Geda ha per protagonisti un tredicenne e un universitario.
Insieme nel fango per diventare grandi.» -
Marzia Fontana, La Lettura
Cencio e Nicola non si
sarebbero mai incontrati. Li separavano i chilometri, l'età, il carattere, le
possibilità. Poi l'Arno ha rotto gli argini, ha cambiato il corso delle loro
esistenze e nel 1966, a Firenze, ha inventato la gioventú. La giovinezza è anche
un modo di guardare il mondo. A volte cinico, a volte livido. In Cencio Fabio
Geda privilegia il suo versante più trepido e vitale, quello ancora capace di
stupirsi, puntando gli occhi lucidi sulle miserie del mondo.
Un romanzo che sprigiona
tutta la forza con cui, in certi frangenti, la Storia ci trascina e ci
costringe ad afferrare il nostro tempo.
Lo chiamano Cencio perché
è sempre «stropicciato».
È un tredicenne curioso,
ama i cantieri dei palazzi in costruzione, ma il suo destino è in bottega, a
fare il parrucchiere. Quando il 4 novembre del 1966 il quartiere di Santa Croce
è invaso dal fango, lui e la famiglia devono scappare dalle stanze al pianterreno
e rifugiarsi al piano di sopra, dai vicini. Intanto il padre, uscito per
controllare il negozio, scompare. Nicola ha vent'anni e la notizia
dell'alluvione lo raggiunge a Taranto, la sua città, dove il sole continua a
splendere.
È uno studente riservato,
poco incline agli slanci. Eppure, parte in soccorso di Firenze, come migliaia
di altri giovani provenienti da ogni angolo d'Europa. Anche se lui, all'inizio,
lo fa per amore, per seguire una ragazza.
Sarà proprio Nicola ad
aiutare Cencio, e quei giorni trascorsi fianco a fianco lasceranno in loro
tracce il cui disegno emergerà solo col tempo. Scopriranno assieme che si può
disobbedire ai padri senza smettere di amarli, che si può essere tristi e allegri
nello stesso momento senza doversene vergognare.
E che a volte è
necessario rinunciare a qualcosa per immaginare un mondo nuovo.

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