a chi appartenere:
per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati,
ricevere la propria vita come un destino buono
Così ha detto un
ragazzino coinvolto nelle devastazioni milanesi.
Queste parole mi hanno
ricordato le righe del diario di una delle più grandi pianiste del ’900, Marija Judina, che decise di diventare anche maestra elementare grazie a un campo estivo da volontaria:
«C’era un ragazzino di otto-nove anni senza famiglia, viveva da parenti che non
amava e da cui non era amato; era indisponente e si azzuffava con tutti.
Lo esortavamo con la
parola e l’esempio.
Ma una volta passò tutti
i limiti — picchiò un compagno, insultò noi, commise un furto — e fu decretata
la sua espulsione.
Quando fu eseguita la
condanna, io scoppiai a piangere. Così avvenne la sua seconda nascita! Scoppiò a piangere anche lui; chiese
perdono, restituì la refurtiva e cominciò a seguirmi ovunque. Diceva che non
aveva mai visto una maestra piangere per un alunno e, con le sue parole,
“sull’anima e sulla vita” di un monello».
I ragazzi cercano a chi
appartenere: per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati,
ricevere la propria vita come un destino buono. Chi non prova questa
ricreazione nei legami primari è preda di squilibri, rabbia e violenza. E della
massa.
Ho assistito alla seconda
nascita di tanti adolescenti non grazie a prediche e punizioni ma al sentirsi
voluti.
Per questo Raymond Carver, morto di tumore a 50 anni, volle sulla
lapide i versi che lui stesso aveva scritto:
«E
hai ottenuto quello che/ volevi dalla vita, nonostante tutto?
Sì. E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla
terra».

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