della
sicurezza
«Chi aggredisce, chi
rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la
premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con
cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale,
introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i
ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come
vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro
minore età.
Obiettivo, fronteggiare
quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il
dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso
solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di
coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così
a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del
consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.
Ma di questa tematica il
nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il
“pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto
al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile».
Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di
custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e
si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.
Anche allora queste
misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del
nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle
associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli
dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».
Dalla logica del recupero
a quella del carcere
Critiche peraltro
confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti,
coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”,
la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che
questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia
minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e
purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni
(Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per
cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese
con il sovraffollamento.
E non si tratta sempre di
criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è
fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono
ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.
Senza dire che il decreto
ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche
quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente
vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in
una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non
erano.
E poi le limitazioni
all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che
prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di
pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che
funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il
territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per
cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati,
comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare
la “messa alla prova” in quei casi.
È in questo quadro che
ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità
del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi
soggetti a misure detentive.
Insieme, i due
provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che
era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione
e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega
l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani.
Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica
che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e
che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei
confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».
La società deve aiutare i
giovani prima che punirli
Centrate sull’identità
del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia
una «adultizzazione della giustizia minorile» che
misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un
adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue
devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai
definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di
transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno
ancora costruendo la propria identità e conservano
importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento
penale deve avere una finalità educativa e il ricorso
alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima
risposta possibile».
«Save the Children»
attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione
rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità
minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto
giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche
su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola,
della comunità, dei servizi, delle opportunità educative
e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della
collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi
strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché
un’estensione della risposta penale».
In funzione di questa
esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di
sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È
fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:
- sportelli di ascolto nelle
scuole
- percorsi di sostegno alla
genitorialità
- attività culturali,
sportive e sociali accessibili».
Ma c’è o no l’emergenza
sicurezza?
A tutti questi rilievi il
governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui
occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come
prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.
Ora, non c’è dubbio che
stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come
protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o
maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie
fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono
anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano
al crimine per motivi economici.
Elemento comune a tutti è
l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola
percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità
credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con
regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza,
utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.
Si deve a questi gruppi,
principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori
tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa
il 30% rispetto al periodo pre-Covid.
Ma sono davvero numeri
che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal
governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24
febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto
richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i
paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4
denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.
Quanto all’aumento del
17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le
prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non
terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali
per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024
sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022
in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che
era di circa 33 l’anno.
C’è poi il capitolo dei
minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello
mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli
omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani.
Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio,
meno gravi.
Insomma, siamo lontani
dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei
politici, di un disastro incombente.
Perché ritorni un “padre”
Il fatto è che è più
facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere
la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di
limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia
e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il
punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può
essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare
alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come
abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi
agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.
Bisogna finalmente
rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e
valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della
loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo
costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità
è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in
definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.
Un vuoto, innanzi tutto,
di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby
gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in
parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la
loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di
senso. Sono orfani.
Ciò che manca è un
“padre”.
Dove con questo termine
non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in
passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come
dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a
quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò
davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla
sua speranza di tornare.
Così oggi i giovani hanno
bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma
anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla
vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della
giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza».
All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui
stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato,
vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di
mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita
può avere un senso».
Nessun commento:
Posta un commento