venerdì 31 luglio 2026

LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

 www.tuttavia,eu

Immagine


 

Nessun commento:

Posta un commento