della
IPERPROTEZIONE
«Ammiriamo
la fatica di Sinner, ma ai nostri figli puliamo il nasino a 20 anni».
Paolo Crepet denuncia
l'iperprotezione dei figli e l'uso passivo della tecnologia, indicando nella
fatica e nell'autonomia due lezioni essenziali oggi.
Indice
1. Il
rischio di delegare il pensiero alla tecnologia
2. Guarda
il video sulla riflessione di Crepet
3. Dalla
comodità quotidiana alla perdita di autonomia
4. Quando
la protezione dei genitori diventa controllo
5. La
fatica di Sinner come modello educativo
Il rischio di delegare il
pensiero alla tecnologia
Smartphone, algoritmi e
intelligenza artificiale accompagnano ormai ogni momento
della giornata, soprattutto quella dei più giovani. Suggeriscono cosa vedere,
cosa leggere, chi seguire e perfino quali contenuti meritano attenzione. Ma,
secondo Paolo Crepet, il rischio è che questi strumenti smettano di aiutarci e
comincino a pensare al posto nostro.
Intervistato da
Repubblica in occasione dell’uscita del libro Riprendersi l’anima,
lo psichiatra e sociologo usa parole provocatorie: «L’IA ci fa scemi».
Non è un rifiuto della tecnologia, ma un avvertimento contro il suo
utilizzo passivo e senza consapevolezza.
Il problema nasce quando
ci abituiamo a ricevere risposte immediate, senza più fare domande, cercare
alternative o mettere in dubbio ciò che compare sullo schermo. Poco alla volta,
affidiamo agli algoritmi le nostre scelte e rinunciamo a esercitare curiosità,
spirito critico e autonomia.
Crepet richiama
l’attenzione anche sullo scroll infinito, quel gesto automatico che può tenerci
incollati allo smartphone per ore. Ogni minuto trascorso a scorrere contenuti
rischia però di sottrarre spazio alle relazioni reali, alle conversazioni, alla
noia creativa e alle esperienze vissute fuori dallo schermo.
La sua critica coinvolge
quindi anche le grandi aziende tecnologiche, accusate di alimentare una società
sempre più isolata e dipendente. Per Crepet, l’intelligenza non cresce seguendo
suggerimenti personalizzati, ma nel confronto con gli altri, nel dubbio, negli
errori e nelle esperienze che nessun algoritmo può vivere al posto nostro.
Dalla comodità quotidiana
alla perdita di autonomia
La critica di Crepet
riguarda anche abitudini apparentemente normali. Tra le sue provocazioni c’è la
proposta di vietare il cibo a domicilio ai minori di 35 anni,
per contrastare una comodità che rischia di trasformarsi in immobilità.
Sullo stesso piano si
colloca la riflessione sull’uso dei cellulari tra i minori. Di
fronte all’ipotesi di vietarli prima dei 16 anni, Crepet risponde ironicamente
invocando un “divieto di stupidità generale”.
La sua provocazione
arriva fino all’immagine di una telecamera inserita nel feto per pubblicare le
immagini del nascituro. Dietro l’esagerazione c’è una critica alla sovraesposizione
digitale, che porta a condividere ogni momento della vita.
Crepet teme anche una
progressiva delega delle attività umane alle macchine. Si domanda se vogliamo
davvero scuole, ospedali e competizioni sportive affidati ai robot, fino ad
arrivare a quella che definisce una monarchia digitale.
Quando la protezione dei
genitori diventa controllo
La perdita di autonomia
non dipende però soltanto dalla tecnologia. Secondo Crepet, anche molti modelli
educativi contemporanei contribuiscono a rendere i ragazzi meno capaci di
affrontare difficoltà, responsabilità e fallimenti.
Lo psichiatra critica i
genitori che controllano continuamente i figli, li accompagnano ovunque e
intervengono per eliminare qualsiasi ostacolo. Li descrive provocatoriamente
come ragazzi portati a scuola come pacchi Amazon.
L’iperprotezione, nella
sua analisi, comunica una mancanza di fiducia. Se un giovane non viene mai
lasciato libero di sbagliare, difficilmente potrà imparare a gestire la frustrazione e
a misurarsi con i propri limiti.
Crepet collega proprio la
difficoltà ad accettare rifiuti e fallimenti ad alcune forme di aggressività
giovanile.
Evitare ogni problema
durante la crescita non elimina il disagio, ma può renderlo più difficile da
affrontare in seguito.
La fatica di Sinner come
modello educativo
Da qui nasce il paragone
con Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Crepet osserva che milioni di
persone ammirano dal divano due atleti che conoscono bene il sacrificio, la
disciplina e la rinuncia, mentre trattano i propri figli come se non fossero
mai pronti a cavarsela da soli.
Il caso di Sinner mostra
che l’impegno comprende anche la capacità di fermarsi. Dopo il secondo successo
consecutivo a Wimbledon, il tennista ha rinunciato al Masters 1000
di Montreal per tutelare la propria salute, prendendo la decisione insieme al
suo team.
Per Crepet, educare alla
fatica non significa imporre sofferenza, ma insegnare a valutare le scelte,
accettare i limiti e assumersi delle responsabilità. Sono competenze che si
costruiscono attraverso esperienze reali, non evitando ogni difficoltà.
Il modello indicato dallo
psichiatra è quello di giovani disposti a osare, viaggiare, cercare lavoro
lontano da casa o affrontare imprese complesse. L’autonomia, nella sua
visione, nasce dalla fiducia e dalla possibilità di mettersi alla prova.
Crepet paragona infine l’anima a
un orto che deve essere coltivato. Relazioni, sensibilità, pensiero critico e
coraggio non crescono automaticamente, ma richiedono attenzione, esercizio e
libertà.
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