venerdì 31 luglio 2026

LA FATICA DI SINNER


 IL GUAIO 

della

IPERPROTEZIONE


 «Ammiriamo la fatica di Sinner, ma ai nostri figli puliamo il nasino a 20 anni». 

Paolo Crepet denuncia l'iperprotezione dei figli e l'uso passivo della tecnologia, indicando nella fatica e nell'autonomia due lezioni essenziali oggi.

 

Indice

1.    Il rischio di delegare il pensiero alla tecnologia

2.    Guarda il video sulla riflessione di Crepet

3.    Dalla comodità quotidiana alla perdita di autonomia

4.    Quando la protezione dei genitori diventa controllo

5.    La fatica di Sinner come modello educativo

Il rischio di delegare il pensiero alla tecnologia

Smartphone, algoritmi e intelligenza artificiale accompagnano ormai ogni momento della giornata, soprattutto quella dei più giovani. Suggeriscono cosa vedere, cosa leggere, chi seguire e perfino quali contenuti meritano attenzione. Ma, secondo Paolo Crepet, il rischio è che questi strumenti smettano di aiutarci e comincino a pensare al posto nostro.

Intervistato da Repubblica in occasione dell’uscita del libro Riprendersi l’anima, lo psichiatra e sociologo usa parole provocatorie: «L’IA ci fa scemi». Non è un rifiuto della tecnologia, ma un avvertimento contro il suo utilizzo passivo e senza consapevolezza.

Il problema nasce quando ci abituiamo a ricevere risposte immediate, senza più fare domande, cercare alternative o mettere in dubbio ciò che compare sullo schermo. Poco alla volta, affidiamo agli algoritmi le nostre scelte e rinunciamo a esercitare curiosità, spirito critico e autonomia.

Crepet richiama l’attenzione anche sullo scroll infinito, quel gesto automatico che può tenerci incollati allo smartphone per ore. Ogni minuto trascorso a scorrere contenuti rischia però di sottrarre spazio alle relazioni reali, alle conversazioni, alla noia creativa e alle esperienze vissute fuori dallo schermo.

La sua critica coinvolge quindi anche le grandi aziende tecnologiche, accusate di alimentare una società sempre più isolata e dipendente. Per Crepet, l’intelligenza non cresce seguendo suggerimenti personalizzati, ma nel confronto con gli altri, nel dubbio, negli errori e nelle esperienze che nessun algoritmo può vivere al posto nostro.

Dalla comodità quotidiana alla perdita di autonomia

La critica di Crepet riguarda anche abitudini apparentemente normali. Tra le sue provocazioni c’è la proposta di vietare il cibo a domicilio ai minori di 35 anni, per contrastare una comodità che rischia di trasformarsi in immobilità.

Sullo stesso piano si colloca la riflessione sull’uso dei cellulari tra i minori. Di fronte all’ipotesi di vietarli prima dei 16 anni, Crepet risponde ironicamente invocando un “divieto di stupidità generale”.

La sua provocazione arriva fino all’immagine di una telecamera inserita nel feto per pubblicare le immagini del nascituro. Dietro l’esagerazione c’è una critica alla sovraesposizione digitale, che porta a condividere ogni momento della vita.

Crepet teme anche una progressiva delega delle attività umane alle macchine. Si domanda se vogliamo davvero scuole, ospedali e competizioni sportive affidati ai robot, fino ad arrivare a quella che definisce una monarchia digitale.

Quando la protezione dei genitori diventa controllo

La perdita di autonomia non dipende però soltanto dalla tecnologia. Secondo Crepet, anche molti modelli educativi contemporanei contribuiscono a rendere i ragazzi meno capaci di affrontare difficoltà, responsabilità e fallimenti.

Lo psichiatra critica i genitori che controllano continuamente i figli, li accompagnano ovunque e intervengono per eliminare qualsiasi ostacolo. Li descrive provocatoriamente come ragazzi portati a scuola come pacchi Amazon.

L’iperprotezione, nella sua analisi, comunica una mancanza di fiducia. Se un giovane non viene mai lasciato libero di sbagliare, difficilmente potrà imparare a gestire la frustrazione e a misurarsi con i propri limiti.

Crepet collega proprio la difficoltà ad accettare rifiuti e fallimenti ad alcune forme di aggressività giovanile.

Evitare ogni problema durante la crescita non elimina il disagio, ma può renderlo più difficile da affrontare in seguito.

La fatica di Sinner come modello educativo

Da qui nasce il paragone con Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Crepet osserva che milioni di persone ammirano dal divano due atleti che conoscono bene il sacrificio, la disciplina e la rinuncia, mentre trattano i propri figli come se non fossero mai pronti a cavarsela da soli.

Il caso di Sinner mostra che l’impegno comprende anche la capacità di fermarsi. Dopo il secondo successo consecutivo a Wimbledon, il tennista ha rinunciato al Masters 1000 di Montreal per tutelare la propria salute, prendendo la decisione insieme al suo team.

Per Crepet, educare alla fatica non significa imporre sofferenza, ma insegnare a valutare le scelte, accettare i limiti e assumersi delle responsabilità. Sono competenze che si costruiscono attraverso esperienze reali, non evitando ogni difficoltà.

Il modello indicato dallo psichiatra è quello di giovani disposti a osare, viaggiare, cercare lavoro lontano da casa o affrontare imprese complesse. L’autonomia, nella sua visione, nasce dalla fiducia e dalla possibilità di mettersi alla prova.

Crepet paragona infine l’anima a un orto che deve essere coltivato. Relazioni, sensibilità, pensiero critico e coraggio non crescono automaticamente, ma richiedono attenzione, esercizio e libertà.

Redazione Studenti

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