sabato 18 agosto 2018

CHI MANGIA DI QUESTO PANE ..........

Gv 6, 51-58
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.
Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.
Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).
Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Questo avviene sacramentalmente, cioè attraverso il mangiare i segni del pane e del vino, ma ciò che si riceve è tutta la vita del Figlio fattosi carne e sangue, nato da donna, manifestatosi uomo veramente uomo come noi che siamo suoi fratelli.
Lo sappiamo, fin dall’inizio della fede cristiana, non fu facile confessare la reale umanità di Gesù, e il corpo di Gesù fu immaginato solo apparenza e la sua carne come del tutto provvisoria. Un mero strumento per mostrarsima da abbandonare al più presto con la resurrezione. E invece “chi non riconosce Gesù nella carne, non è da Dio” (1Gv 4,3).
Ciò che questo linguaggio duro tenta di farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.
Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!
Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!
Proprio per questo non dobbiamo isolare l’eucaristia come fosse un principio di riferimento, un realtà autosufficiente cui attribuire un potere proprio. No! L’eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, non c’è un Cristo eucaristica separato dal Cristo della storia che è nato, è vissuto, è morto ed è risorto! Gesù Cristo è unico, e nell’eucaristia è totalmente presente, e se non si è capaci nella fede di cogliere questa unica soggettività, allora si cosifica l’eucaristia, la si riduce a cosa, a oggetto, attentando all’unica vita di Gesù Cristo! Ricevendo dunque l’eucaristia, come ammonisce con intelligenza cristiana il teologo Giuseppe Colombo, al cristiano è data la possibilità di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù perché non vive più lui ma Cristo vive in lui (cf. Gal 2,20).
p. Enzo Bianchi – 

venerdì 17 agosto 2018

SCUOLA. LIBERTA' DI SCELTA PER TUTTI?

             
 Perché in Italia i poveri non possono andare nella scuola che vogliono?              

                                                                                                                        di Anna Monia Alfieri

           La storia d’Italia, lo sappiamo, è intessuta di contraddizioni. Da un Risorgimento che non è andato proprio come abbiamo studiato sui libri di storia, a un cammino di unificazione-piemontesizzazione che, se pure ha uniformato velocemente l’apparato dello Stato, ha anche provocato un malcontento diffuso e radicato dei cittadini nei confronti del Governo; si arriva poi al compromesso giolittiano che sfocia nel Ventennio, per giungere ai cinquant’anni di governo democristiano cancellato da Tangentopoli. Fino alle contraddizioni di oggi. Ovviamente troviamo le eccellenze: si pensi solo alla Costituzione repubblicana, la più perfetta tra le carte costituzionali moderne, secondo il parere di giuristi insigni, non solo italiani.
           Si ritorna però, anche su questo fronte, nel campo delle contraddizioni: la Costituzione garantisce al cittadino italiano il diritto alla libertà di scelta educativa e, sulla carta (L.62/2000), un genitore può scegliere la buona scuola pubblica che desidera, statale o paritaria. A seguire della Costituzione Italiana: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, articolo 26, afferma che i genitori «hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli». Stesso concetto dall’Unesco (1966), e dalla Comunità europea (1984). Ma in Italia il cittadino povero deve pagare, quindi non è libero. La scuola pubblica paritaria – solo in Italia (e in Grecia) – ha un costo troppo alto per le tasche dei poveri: tasse per lo Stato e retta per la scuola. La Costituzione – su questo punto – è lettera morta. La legge 62/2000 afferma giustamente che il sistema scolastico italiano è costituito da scuole pubbliche statali e da scuole pubbliche paritarie, perché “pubblico” non è sinonimo di “statale”. 
          L’Ospedale San Raffaele è pubblico, ma non è statale. Il cittadino paga un ticket e si cura dove vuole. Ma il cittadino povero non può scegliere dove educare il proprio figlio.
Due i richiami fatti all’Italia da parte dell’Unione Europea: flatus vocis. Eppure nella laicissima Francia, dove lo Stato paga gli insegnanti delle scuole paritarie come quelli delle scuole statali, le rette sono bassissime, a motivo dei finanziamenti ricevuti anche dalle amministrazioni locali. In Italia: ogni studente della scuola pubblica statale riceve (cioè costa al contribuente) circa 7.000,00 euro all’anno; lo studente della scuola pubblica paritaria primaria riceve circa euro 450,00. Quello della pubblica paritaria secondaria di I e II grado costa al contribuente statale 50,00 euro all’anno: si potrebbero devolvere alle opere buone dello Stato. Si tratta in tutto di un milione di studenti: quanto costerebbero se defluissero tutti nella sola scuola pubblica statale? Sette miliardi di euro all’anno. In uno Stato totalitario.
             Legittima domanda: ma tutti quei soldi spesi per la scuola pubblica statale portano al miglioramento dell’apprendimento? Risposta: secondo i test Pisa 2015, l’Italia si colloca al 23° posto per le abilità scientifiche e al 24° posto per le abilità di lettura. Mala gestione delle risorse dello Stato, dunque, a spese del contribuente. La mancanza di libertà e di confronto, e quindi il regime di monopolio nella cultura – e nell’educazione -, non pagano mai.

          In questa situazione, l’unica alternativa possibile alla paralisi del sistema scolastico pubblico tutto, statale e non statale, è la definizione di un costo standard per alunno, sulla base di dati reali, presi da esempi virtuosi di gestione. Le famiglie, sulla base della definizione del costo standard, ricevano dallo Stato un voucher spendibile o per la scuola pubblica statale o per la scuola pubblica paritaria. Che lo Stato sia garante della libertà dei cittadini di educare i propri figli nella buona scuola pubblica che desiderano per loro. Le scuole pubbliche di qualità – statali e paritarie – saranno scelte; le altre lo saranno solo in caso di miglioramento della loro qualità. 
           Forse, in tal modo, non sarà necessario reintrodurre il servizio militare “per educare i figli, visto che i genitori non lo fanno”; probabilmente, il livello culturale e comportamentale del cittadino italiano si eleverà oltre l’aggressione ai docenti e ai medici nelle corsie ospedaliere e oltre gli insulti al microfono, da parte del personale di bordo, in un mezzo pubblico pagato dai contribuenti. E forse anche la classe politica ne trarrà giovamento.

tratto da www.tempi.it




TANTE COSE NON FUNZIONANO


Don Camillo guardò  il Cristo  e disse: «Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano».

Giovanni Guareschi


Questa scena è nella memoria visiva di tutti, con un don Camillo che ha i tratti del Fernandel dei vari film dedicati a questo sacerdote e al suo inevitabile rivale Peppone, incarnato da Gino Cervi.
 È un dialogo che si ripeterà tante volte in forme diverse tra il prete e il Crocifisso della sua Chiesa, e che noi abbiamo assunto proprio dall'avvio di uno dei romanzi della saga Il mondo piccolo di Giovanni Guareschi (1908-68). L'inventore di questi due personaggi amatissimi dal pubblico (nella penuria televisiva estiva è facile imbattersi in una replica di questi film ormai stranoti) ci offre una considerazione molto semplice, tuttavia necessaria per smitizzare l'alibi del lamento sulle «troppe cose che non funzionano», per cui la colpa è sempre di qualcun altro o di qualcosa d'altro.

Le stagioni non sono più quelle di una volta; la società non procede più come dovrebbe; il progresso ci fa degenerare; il benessere ci rende egoisti; la scuola è uno sfascio, così come della politica non ci si può più fidare; gli stessi preti non sono più come don Camillo, ma troppo indulgenti o troppo severi o poco pii e così via, in una costante deprecazione della nequizia dei tempi. 
Ma a produrre tutto questo non è né il fato cinico e baro, né un coacervo di forze maligne (non è sempre colpa del diavolo...). 
Al centro della storia c'è, infatti, l'uomo con la sua libertà, la sua volontà, la sua ragione. 
Certo, ci sono tanti condizionamenti, ma non rimandiamo sempre ad altri quello che «non funziona» e tentiamo una volta tanto un serio esame di coscienza.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

giovedì 16 agosto 2018

"SE DIO VORRA'! LA LAMA AGUZZA (PADRONI DI NIENTE)

La tragedia di Genova. 
La prospettiva degli uomini

«Oddio, oddio, oddio, Dio santo... ». La voce registrata in un video di un uomo che vedeva crollare davanti a sé il Ponte Morandi sale a ogni sillaba di tono, inorridita e incredula. Non è possibile – pare di sentire i pensieri dell’uomo – deve essere un incubo. Non può, un colosso di cemento armato e acciaio come quello, spezzarsi come un pezzo di gesso su una lavagna e lasciare due monconi sospesi sul vuoto, e, sotto, macerie immani, su cui i soccorritori si arrampicano, affannate febbrili formiche.
Genova, l’apocalisse sull’autostrada, almeno ventisei morti alle undici e trentasette di una vigilia di Ferragosto.
A pochi giorni dalla terribile esplosione di un’autocisterna sulla A14, nei pressi di Bologna, dal divampare violentissimo e improvviso di fiamme che solo per una grazia non hanno mietuto molte vittime. L’apocalisse su strade familiari, che tante volte abbiamo percorso con il solo fastidio del traffico intenso, o della coda alla cassa all’autogrill; e non si tratta, poi, di attentati, ma di un attimo appena di distrazione di un autista, forse, a Bologna, o, a Genova, dell’incredibile cedimento di un pilastro di cemento armato che era lì, apparentemente indistruttibile, da decenni.
Allora in noi che stiamo a guardare può sorgere interiormente un oscuro spavento. Perché ogni giorno progettiamo, disponiamo, parliamo come fossimo i sicuri padroni della nostra vita. Ma in un momento simili eventi – così vicini, così tragici – ci contraddicono duramente.
Forse in verità noi non ci apparteniamo. Come non ci appartengono i nostri figli, su cui vegliamo, che in ogni modo vorremmo proteggere. Nulla è nostro davvero.
In questi giorni d’estate proprio quei figli sono in viaggio tra autostrade e ferrovie. Li salutano i genitori alla partenza, e quasi sempre c’è nel cuore delle madri un angolo segreto di trepidazione. I padri, che sono uomini, ne sorridono. Ma forse nella natura femminile c’è un’intuizione vera, nel saperci in fondo fragili e inermi – e garantiti, in realtà, di niente.
Ritorneremo, fra pochi giorni, dalle vacanze. E magari nel superare un’autocisterna carica di infiammabili una ruga sottile ci incresperà la fronte; e magari dall’alto di un viadotto vertiginoso sull’Appennino ci torneranno negli occhi le immagini di Genova, e noi a scacciarle, rapidi, ad alzare lesti il volume di una radio che discorre di rassicuranti banalità. Nella lingua che molti di noi sono abituati a parlare: vacanze, soldi, star, tv, pallone. Quasi non volendo sentire altro.
L’incidente di Bologna, la strage di Genova sono come una lama aguzza nel nostro quieto vivere, proprio perché così prossime, domestiche, eppure imprevedibili. Evocano il timore di un caso maligno che ci stia a spiare e faccia scattare la sua tagliola; mentre quel camion bianco sul Ponte Morandi si è fermato a trenta centimetri dal baratro, intatto, chissà perché.
Riscoprirsi cristiani davanti alle immagini di Genova devastata – e al commovente spettacolo dei soccorritori tesi a cogliere ogni fiato di voce delle vittime dalle macerie – è anche fermarsi e ricordarsi che non siamo in un labirinto cieco, ma dentro un disegno, anche se spesso quel disegno ci risulta profondamente misterioso, o addirittura intollerabile.
Riscoprirsi cristiani davanti a una sciagura come questa è anche far memoria ogni mattina che questa vita ci è stata data, non è nostra, e la renderemo. Una consapevolezza ferma e in pace che non sempre cancella, ma doma almeno la paura dell’imprevedibile, del Caso, delle Parche che secondo gli antichi capricciosamente traevano il filo della umana esistenza.
Ricordo un’anziana albergatrice sarda – ormai quasi solo i vecchi sanno parlare in un certo modo – che al mio saluto, a settembre: «Arrivederci all’anno prossimo», rispose con un sorriso mite: «Se Dio vuole, ci rivedremo». Se Dio vuole. Occorre fidarsi di un Dio che ci conosce, uno per uno. E non dar retta a chi invece ci millanta padroni e signori del nostro destino. Perché, in realtà, non siamo padroni di niente.

da "  www.avvenire.it  " 


mercoledì 15 agosto 2018

RITA BORSELLINO. UNA VITA PER L'IMPEGNO CIVILE E PER LA LOTTA ALLA MAFIA

E' morta Rita Borsellino: ha dedicato la sua vita all'impegno civile e alla lotta alla mafia. 
"Con coraggio e determinazione, ha raccolto l’insegnamento del fratello Paolo, diventando testimone autorevole e autentica dell’antimafia e punto di riferimento per legalità e impegno per migliaia di giovani". (Mattarella, presidente della Repubblica).
Il mondo della scuola ricorda con gratitudine il suo impegno a favore dell'educazione, la sua presenza in centinaia di istituzioni scolastiche e di eventi educativi, per aiutare i ragazzi e i giovani a percorrere vie di legalità e giustizia, superando ogni tentazione di violenza e ogni forma di mentalità mafiosa.
Le sue appassionate parole, la sua vita siano per ogni educatore di stimolo a far sempre meglio perchè ogni ambiente educativo sia spazio di maturazione di comportamenti basati sui valori della non violenza, della giustizia, della cittadinanza attiva.




martedì 14 agosto 2018

MARIA ASSUNTA IN CIELO

Commento al Vangelo
don Mario Simula

Assunzione della Beata Vergine Maria (Messa del Giorno) (15/08/2018)
Vangelo: Lc 1,39-56 
 
Visualizza Lc 1,39-56
E' grandioso il segno che appare nel cielo. L'inattesa lucentezza di una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. L'universo racchiuso, con la sovrabbondanza dei suoi doni, in un'unica meravigliosa Donna. Sintesi della bellezza. Speranza e futuro. Dolce come una madre incinta, e fiera come una combattente per amore e per l'amore.
Si rimane incantati nell'estasi, per la grandezza di una femminilità inimitabile. Apripista della dignità di ogni donna. Sintesi di ogni affermazione della maternità gridata e sofferta per le doglie e il travaglio del parto.
Questo segno misterioso è l'inizio di una battaglia per la Vita e a favore dell'Uomo e della Donna di tutti i tempi.
La Donna sta per partorire. Nel momento più sacro della storia di ogni umanità e di ogni segreto femminile, un drago rosso, simbolo del male, e della morte, si erge come ostacolo alla nascita. E' minaccioso come chi sta aspettando il momento per poter divorare il bambino, appena la Donna lo avrà partorito.
Essa da alla luce un figlio maschio, re dell'universo e della storia. Un figlio che viene rapito verso Dio e verso il suo trono.
La Donna invece fugge nel deserto, custodita gelosamente nel rifugio che Dio le prepara.
Cosa significa questa visione di Giovanni? È l'incredibile narrazione della storia della salvezza come è pensata da Dio. La salvezza finalmente si compie e con essa esplode la forza e il regno del nostro Dio e tutta la potenza irresistibile di Cristo Risorto.
La Donna-Maria è direttamente coinvolta nel combattimento col Suo Figlio: una stessa sorte, fino alla vittoria finale dell'Assunzione, per la Vergine Madre. Sempre Partoriente. Sempre Madre. Sempre Vergine.
Meditando, mi chiedo: c'era stato qualche segnale che facesse pensare ad una tale sequenza di avvenimenti?
Nel segreto discreto di due case povere e sante, Dio sta tessendo la sua tela di amore.
La maternità di Elisabetta, donna anziana e sterile. Il Signore la visita con amorevole benevolenza e le dà la grazia della maternità.
La maternità di Maria, tripudio di gioia, costruito dalla irresistibile creatività dello Spirito Santo. Darà alla luce il Figlio di Dio. 
Da Lei prenderà carne la Parola che è da sempre.
Manca l'incontro di queste donne, chiamate a far incontrare i bambini che hanno nel grembo; chiamate ad incontrarsi tra di loro per cantare l'inno di lode al Signore di ogni stupore e di ogni miracolo di Amore.
Maria corre dalla cugina verso Ain Karin. Supera la soglia di quella casa che diventerà, per un certo tempo, un paradiso.
I due bambini, nel grembo gonfio delle madri, diventano l'intreccio di una danza intrisa di alleluia. Il bambino di Elisabetta, sussulta di gioia, nell'utero santificato dalla grazia. Il Bambino di Maria porta la Grazia della tenerezza amorosa e dolcissima.
Le madri intonano i loro inni di gioia e di fede:
“A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?”, grida felice Elisabetta.
“L'anima mia magnifica il Signore. Lui ha fatto in me grandi cose. In me, serva e schiava. In me che sperimento l'unione inscrutabile con questo Figlio che sarà la gioia e la salvezza di ogni uomo e donna di tutti i tempi”. Canta Maria. 
Il Verbo si fa “carne”, la mia carne, la carne del lebbroso e del disperato; la carne di ogni altra madre che non sa trattenere nel grembo il figlio; di ogni madre che ha il seno asciutto e non può vivere l'ebbrezza del latte; di ogni madre che avrebbe desiderato un figlio, ma il suo grembo è rimasto per sempre senza vita. Ma non il cuore.
Maria, donna del nostro Amore e del nostro desiderio. Madre nostra per dono del Figlio che rantola. Sarà coinvolta nella morte, nella dormizione come il Figlio appeso alla croce.
Non rimarrà sul patibolo. Conoscerà la gloria del suo Corpo e verrà Assunta in cielo. Lì Madre. Lì Gloria. Lì Sostegno a fianco di ognuno di noi, figli.
Oggi è questa solennità. Questo meraviglioso concerto di ebbrezza. Non è nel sepolcro, la Madre. E' la primizia di ogni creatura che non conoscerà la morte definitiva. Sperimenterà, invece, la Risurrezione senza fine, come il Figlio le aveva confidato nei dialoghi intimi di Pasqua.

Signore Gesù, risorto e vincitore del male e della morte, sei stato verso di noi il Fratello di avventura più affascinante e unico.
E lo sei e lo sarai sempre. Ci hai dato la Tua Madre. Ci hai dato il suo dolore condiviso con Te. Ci hai dato la sua Croce accanto alla Tua. Ci hai dato la sua risurrezione come la Tua.
Hai fatto in modo che i vostri segreti diventassero i nostri. Certamente tante pagine sublimi del Vangelo sono passate attraverso il suo cuore di Madre che conservava ogni cosa della tua vita, come un diario vitale gelosamente custodito.
Oggi la Madre è con Te nella Gloria. Ci guarda con tenerezza, vigila con premura, ci prende per mano passo dopo passo, finché non faremo parte della stessa Famiglia, nella quale la beatitudine sarà vedere Dio, Faccia a faccia, così come Egli è, indescrivibile bellezza, infinita gioia, amore che nessuna acqua può spegnere.

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43761



GENOVA. UN DISASTRO CHE COLPISCE L'ITALIA


Vicini nella preghiera alle vittime, ai loro familiari, a tutti genovesi.