venerdì 4 gennaio 2019

LE SETTE PAROLE DEL 2019

 Ritornare a essere popolari:

 ecco le sette parole del 2019

Il direttore della 'Civiltà Cattolica' legge i tempi di cambiamento e conflitto indicando come si può reagire. La rivista dei gesuiti invita prima di tutto a riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire cioè la relazione naturale con il popolo
In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel 'Gattopardo': «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.
Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio ». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».
Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali co- stituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle... Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il 'popolo' in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.
Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata », della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini ». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei. Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica », che non è la forma del «partito politico » e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario».
Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.
Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. 
Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

*Direttore di 'La Civiltà Cattolica'
Fonte: Avvenire 




ANNO NUOVO. TANTE SPERANZE, TANTE ASPETTATIVE

Le troppe aspettative generano malumore 
di Mariolina Cerotti Migliarese 
 
L’ultimo rapporto del Censis ci parla di un Paese sfiduciato, incattivito, egoista; potremmo dire che emerge il quadro di un Paese in cui si respira aria di malumore.
Sul piano psicologico, l’umore è la colorazione di fondo che accompagna le nostre giornate e ci rende più o meno piacevole affrontarle. Quando prevale l’umore cattivo (il malumore), esso si frappone come un velo sgradevole tra noi e la nostra esperienza; è come un fastidioso rumore di fondo che altera la percezione e ci rende irritabili, scostanti e pronti al conflitto. La parola 'umore' ha trovato la sua prima applicazione nella medicina ippocratica, secondo la quale la salute del corpo dipende dall’equilibrio tra i diversi liquidi che lo governano: nel linguaggio, dunque, si rivela una continuità di significato tra l’esperienza del corpo e quella della psiche, che ci guida a leggere il mal-umore come una situazione di disequilibrio.
Un malumore così diffuso e cronico come quello che oggi respiriamo ci interroga dunque su quale sia il disequilibrio cronico che ci troviamo a vivere. La risposta non è univoca, e diverse credo siano le radici di questo disequilibrio; ma qui voglio metterne in evidenza una in particolare: la continua discrepanza tra ciò che ci viene promesso e ciò che riusciamo nella realtà ad ottenere. Ci troviamo in un mondo che ci promette fin da bambini iperboliche soddisfazioni: soddisfazioni incredibili dei sensi (con esperienze di piacere insospettate e travolgenti), soddisfazioni incredibili nella vita sentimentale (che ci farà conoscere un amore capace di saturare ogni desiderio), soddisfazioni nella vita sociale (con una visibilità altamente gratificante e alla portata di ciascuno). E ci viene detto, fin da bambini, che siamo speciali: dunque, ci meritiamo la fortuna che ci è promessa.
Tutto induce in noi un atteggiamento di credito. Siamo in credito perenne verso la vita: chi è nato in ambiente fortunato pretende la giusta risposta al suo essere 'speciale'; chi in ambiente sfortunato pretende un risarcimento che lo faccia partecipare al grande banchetto promesso. Con queste premesse, la vita non può che risultare deludente: la vita con le sue fatiche, le sue ombre, il suo bisogno di pazienza e attesa ci risulta del tutto insoddisfacente e non siamo in grado di apprezzare le gioie reali che ci regala continuamente. Siamo in perenne attesa della cosa 'speciale', stra-ordinaria, super-eccitante, super-soddisfacente. Siamo in attesa di una auto-realizzazione che non sappiamo bene cosa sia.
Ecco allora il malumore che consegue a tutte le piccole e grandi contrarietà che ogni giornata ci presenta: il traffico, il vicino scostante, la moglie (il marito) che invecchia, la salute che vacilla, le mille incombenze noiose della quotidianità.
Dov’è, per noi (per me, per te) quell’amore speciale e travolgente, dov’è quella sensazione 'che non hai mai provato prima', quel successo che ti cambierà la vita e che sembra debba trovarsi a portata di mano? Perché tutto questo sembra così vicino, ma riguarda sempre qualcun altro?
È come se venissimo continuamente preparati per qualcosa che non accade mai: caricati di aspettative su noi stessi e sul mondo, ma inutilmente. La vita trascorre come una promessa che non si realizza, lasciandoci perennemente insoddisfatti perché lontani dalla nostra vera natura: dai nostri sensi, non più capaci di vibrare in ogni esperienza; dall’oggi, perché aspettiamo sempre un ipotetico domani; dalla capacità concreta di generare vita e progetti, perché non siamo certi che saranno speciali come li vorremmo.
A queste condizioni la vita implode provocando stagnazione, e con essa una cronica sensazione di mal-umore: la vita che ristagna provoca infatti un malessere che è insieme della mente e del corpo, che sono così inscindibilmente connessi nella natura dell’uomo.




 

lunedì 31 dicembre 2018

ARTIGIANI DI PACE - Messaggio per la giornata mondiale della pace - 1 gennaio 2019



MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
 PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
".....  Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. 
La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. 
Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. 
In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell'ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. 
Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana..... "

ANNO NUOVO - VITA NUOVA

Il buon

 proposito? 

Amore e coraggio

di Alberto Caprotti*
Non c’è momento più inevitabile di fine dicembre per chiedersi che cosa si possa fare il prossimo anno per sentirsi migliori. O forse anche per sentirsi e basta.
Magari imparare a chiedere scusa, desiderare meno, vivere di più, farsi meno domande, dare meno risposte, osare il giusto... Ci ho pensato a lungo ma, per quanto mi riguarda, la lista dei buoni propositi per il 2019 è più corta della lista dei buoni propositi che non sono riuscito a realizzare negli ultimi dieci anni.
Eppure, siamo affamati, direbbe Steve Jobs. Affamati di cose scintillanti, di storie di successo, di esempi che indichino una direzione di marcia. Un senso, prima ancora che un dissenso.
E allora non è difficile sognare di imparare a ballare un tango, o di vedere da vicino l’aurora boreale. Oppure, fare i fenomeni, puntare più in alto e progettare di riuscire a ballare un tango mentre sorge l’aurora boreale.
Però si possono immaginare grandi cose anche a chilometro zero. Per esempio smettere di lamentarsi, leggere un libro in più, afferrare il tempo, regalare un sorriso a chi non se lo aspetta, evitare di pretendere sempre dagli altri la risoluzione dei propri problemi. Diventare adulti, insomma, profondi ma leggeri. Il problema è che il sacco dei buoni propositi non è come quello di Babbo Natale: si rompe quasi sempre. Come l’illusione di cambiare, primo, gigantesco e universale obiettivo che quasi tutti si pongono. Ma cambiare come? Provarci per il solo gusto di farlo è da isterici. Rinunciare a provarci è da vigliacchi. In amore, sul lavoro, in tutto: cambiare è rompere gli schemi. Fa paura, spiazza gli altri, ma prima ancora destabilizza noi stessi, se la motivazione è sottile. Allora per rispondere alla domanda, per sapere cosa augurarsi dal nuovo anno, il rischio è quello di affidarsi alla retorica. E pensare che dovremmo puntare ad avere una nuova anima, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi. E vivere in rimonta perché c’è sempre un secondo tempo da giocare.
Troppo facile però, scontato, zuccheroso. Servirebbe altro, di più.
Quando chiesero a Wayne Gretzky, il miglior giocatore di hockey su ghiaccio di tutti i tempi, quale fosse il segreto del suo successo, lui rispose: «Pattino sempre verso il punto dove penso che finirà il dischetto, non verso quello in cui si trova in quel momento...». Ecco, il dischetto che si muove sono i nostri desideri. Meglio inseguirli allora, guardare avanti, regalarsi un po’ di ottimismo, imparare dagli innamorati: gli unici che osano ancora coniugare i verbi al futuro. Innamorarsi di qualcuno, di qualcosa, anche solo di un’idea, qualunque essa sia: questo probabilmente può bastare per dare un senso ai prossimi dodici mesi. Perché la vita è più semplice quando la si affronta con la logica di una passione: i cinici non sanno più neanche come si faccia ma molti, per quanto piegati da un anno difficile, concorderanno che la riscossa non può che partire da lì.
Se però devo scegliere una cosa sola, un solo desiderio da estrarre dalla lampada, prendendo in prestito un pensiero che ho letto da qualche parte, al nuovo anno alla fine vorrei chiedere di regalarmi il coraggio.
Il coraggio di fare ogni giorno almeno una cosa di cui ho paura. Perché la paura è ombra, uccide la mente, fa tornare indietro. Mentre il modo migliore per venirne fuori, quasi sempre è buttarsi dentro.
* www.Avvenire.it
BUONA STRADA A TUTTE E TUTTI!
SAPIENZA E SAGGEZZA CI ORIENTINO ED ACCOMPAGNINO VERSO IL FUTURO.
IL SIGNORE BENEDICA E SOSTENGA IL NOSTRO CAMMINO PERSONALE E COMUNITARIO!

TRA UN ANNO E L'ALTRO: GRAZIE e AUGURI!

Signore,
alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,

per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.
Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.
Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelle a me più vicine,
quelle che sono più lontane,
quelle che se ne sono andate,
quelle che mi hanno chiesto una mano
e quelle che ho potuto aiutare,
quelle con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.
Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato;
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi.
Semplicemente … ti chiedo perdono.
Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’ oggi e il domani, il passato e il futuro, 
e, all'inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario 
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.
Aiutami a viverli degnamente e pienamente.

Anonimo (giovane contadino sudamericano)
.

2018 - LE DODICI FRASI DI PAPA FRANCESCO

Il 2018 per Papa Francesco è stato senza dubbio un anno intenso. Tantissime le udienze, i discorsi, le omelie, gli incontri, le emozioni, i viaggi. Non è semplice selezionare le frasi e le parole più incisive del Pontefice di quest’anno. Ma, alcune,  sono senza dubbio importanti da ricordare e da riportare nero su bianco, mese dopo mese.
Si inizia a gennaio, con il primo viaggio del Pontefice del 2018 in Cile e Perù. Quasi profetico l’incontro con i giovani al Santuario di Maipù. Il Papa nel suo discorso anticipa l’essenza di quello che sarebbe stato poi il Sinodo dei Vescovi di ottobre proprio sul mondo dei giovani. “Una volta, recentemente – confida il Papa -  una persona mi ha detto: Io non so se parlare della Santa Madre Chiesa parlava di un luogo specifico o della Santa Nonna Chiesa! No, no, la Chiesa deve avere un volto giovane, e in questo voi ci dovete aiutare. Però, naturalmente, un volto giovane reale, pieno di vita, non giovane perché truccato con creme che ringiovaniscono, no, questo non serve, ma giovane perché dal profondo del cuore si lascia interpellare. Ed è questo di cui noi, la Santa Madre Chiesa, oggi ha bisogno da parte vostra: che ci interpelliate”.
Si prosegue a febbraio. L’incontro del Pontefice con le famiglie delle parrocchie di Roma, alla periferia della città. È la volta di una parrocchia a Ponte Mammolo. Straordinarie le parole di Papa Francesco nell’incontro con gli anziani e i malati: “Ma cosa faccio io per il mondo? Io non vado alle Nazioni Unite, non vado alle riunioni… sono qui, a casa… Cosa faccio per la Chiesa? La Chiesa, è lei che fa per me…. Forse pensate così. No. Questa testimonianza, ognuno con la fede, con il volere bene alla gente, facendo buoni auguri agli altri, è come conservare il fuoco. Voi siete la brace, la brace del mondo sotto le ceneri: sotto le difficoltà, sotto le guerre ci sono queste braci, braci di fede, braci di speranza, braci di gioia nascosta”. 
marzo 2018 la preghiera di Papa Francesco davanti alla Croce, nel giorno della tradizionale Via Crucis al Colosseo: “Dinanzi al tuo supremo amore ci pervada la vergogna per averti lasciato solo a soffrire per i nostri peccati: la vergogna per essere scappati dinanzi alla prova pur avendoti detto migliaia di volte: anche se tutti ti lasciano, io non ti lascerò mai; la vergogna di aver scelto Barabba e non te, il potere e non te, l’apparenza e non te, il dio denaro e non te, la mondanità e non l’eternità”.
Ad aprile il Papa si reca ad Alessano, in Puglia, per il 25esimo della morte di Don Tonino Bello. Come non ricordare le parole pronunciate dopo aver pregato sulla sua tomba: “Capire i poveri era per lui vera ricchezza, era anche capire la sua mamma, capire i poveri era la sua ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda”.
A maggio ricordiamo l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la Domenica di Pentecoste: “Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza. Ecco il cambiamento del cuore. Tanti promettono stagioni di cambiamento, nuovi inizi, rinnovamenti portentosi, ma l’esperienza insegna che nessun tentativo terreno di cambiare le cose soddisfa pienamente il cuore dell’uomo. Il cambiamento dello Spirito è diverso: non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore”.
È il 28 giugno e Papa Francesco, nella Basilica di San Pietro, ordina 14 nuovi cardinali per la Santa Romana Chiesa. Forti le parole del Papa ai nuovi pastori: “Nessuno di noi deve sentirsi “superiore” ad alcuno. Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso. Possiamo guardare così una persona solo quando la aiutiamo ad alzarsi”.
A luglio, nonostante il caldo torrido, il Papa si reca a Bari per l’incontro con i capi delle Chiese e delle comunità cristiane del Medio Oriente. Nel momento di preghiera il Papa sottolinea: “I cristiani sono luce del mondo non solo quando tutto intorno è radioso, ma anche quando, nei momenti bui della storia, non si rassegnano all’oscurità che tutto avvolge e alimentano lo stoppino della speranza con l’olio della preghiera e dell’amore. Perché, quando si tendono le mani al cielo in preghiera e quando si tende la mano al fratello senza cercare il proprio interesse, arde e risplende il fuoco dello Spirito, Spirito di unità, Spirito di pace”.
Ad agosto, nella Festa della Famiglie a Dublino, il Papa ribadisce nei suoi discorsi l’importanza della famiglia e del nucleo famigliare: “Voi, care famiglie, siete la grande maggioranza del Popolo di Dio. Che aspetto avrebbe la Chiesa senza di voi? Una Chiesa di statue, una Chiesa di persone sole…”
A settembre il Papa è invece ospite della Sicilia. La Sicilia del Beato Pino Puglisi, primo sacerdote martire della mafia. Il Papa nella Messa a Palermo pronuncia parole forti contro la mafia: “Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: Tu non sai chi sono io, quella cristiana è: Io ho bisogno di te”.
Ad ottobre come non menzionare le parole commosse di Francesco nella Messa di apertura del Sinodo dei Vescovi di tutto il mondo – per la prima volta anche cinesi -  sui giovani: “Che lo Spirito ci dia la grazia di essere Padri sinodali unti col dono dei sogni e della speranza, perché possiamo, a nostra volta, ungere i nostri giovani col dono della profezia e della visione; ci dia la grazia di essere memoria operosa, viva, efficace. È con questo atteggiamento di docile ascolto della voce dello Spirito che siamo convenuti da tutte le parti del mondo. Oggi, per la prima volta, sono qui con noi anche due confratelli Vescovi dalla Cina Continentale. Diamo loro il nostro caloroso benvenuto: la comunione dell’intero Episcopato con il Successore di Pietro è ancora più visibile grazie alla loro presenza”.
A novembre il Papa come consuetudine ricorda i Cardinale defunti nella Cappella Papale: “Mentre preghiamo per i Cardinali e i Vescovi defunti nel corso dell’anno, domandiamo l’intercessione di chi ha vissuto senza voler apparire, di chi ha servito di cuore, di chi si è preparato giorno per giorno all’incontro col Signore. Sull’esempio di questi testimoni, che grazie a Dio ci sono, e sono tanti, non accontentiamoci di una vista breve sull’oggi; desideriamo invece uno sguardo che va oltre, alle nozze che ci attendono”.
Infine dicembre, ultimo mese dell’anno di questo 2018, il Pontefice nel giorno dedicato all’Immacolata Concezione eleva una bellissima preghiera alla Madonna per la città di Roma: “Ti chiediamo la forza di non rassegnarci, anzi, di fare ogni giorno ciascuno la propria parte per migliorare le cose, perché la cura di ognuno renda Roma più bella e vivibile per tutti;  perché il dovere ben fatto da ognuno assicuri i diritti di tutti”


venerdì 28 dicembre 2018

UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO, 70 ANNI FA

Al termine di un anno speciale per la Costituzione italiana, quello del suo 70° genetliaco, si vuole riflettere sul fondamento della nostra Repubblica, in modo da verificare se e quanto esso – a distanza di tempo – sia ancora solido e saldo o invece scricchioli. 


di Alberto Randazzo*

Secondo il noto incipit della nostra Carta, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1, I comma); in questo modo, i Padri costituenti vollero imprimere il senso dell’intera Costituzione e in un certo senso tracciare il cammino, per il futuro, della società italiana.
Si mette in chiaro che l’Italia è una Repubblica (esito del referendum del 2 giugno del 1946, dal quale – si badi – non si può tornare indietro: a norma dell’art. 139 Cost., la forma repubblicana non è soggetta a revisione costituzionale), democratica (tangibile reazione al regime totalitarista che aveva afflitto gli italiani) e, appunto, fondata sul lavoro, quasi a voler significare che essa sia “il prodotto di un reiterato sforzo collettivo” (A. Morrone) e, al tempo stesso, offrire una “chiave di lettura dell’intero testo” (R. Bin-D. Donati-G. Pitruzzella); come ebbe a dire Fanfani, il 22 marzo 1947, in Assemblea Costituente, “l’espressione ‘fondata sul lavoro’ segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione”.
           Centralità della tematica del lavoro
In un’era come quella che stiamo vivendo, nella quale per un verso si discute di disoccupazione e di neet (quei giovani che sono senza lavoro e non lo cercano) e, per altro verso, di “intelligenza artificiale” e di “Industria 4.0” – espressioni che connotano l’avvento della “quarta rivoluzione industriale” – sembra urgente chiedersi quale sia lo “stato di salute” di uno dei cardini dell’impianto costituzionale e, soprattutto, quali prospettive si aprano per il lavoro in Italia.
Potrebbe dirsi, semplificando al massimo, che anche (o forse soprattutto) da questo dipende il futuro della nostra “Repubblica democratica”, per la semplice considerazione in base alla quale il venire meno del suo principale fondamento non potrebbe che indebolirne la “struttura” e, forse, la sua stessa sopravvivenza.
           Legge e società
Lungi dal voler fare catastrofismi, non si può non ricordare che, in generale, il fenomeno giuridico cammini di pari passo con quello sociale, che la Costituzione debba essere considerata nel suo essere “dinamica” e non “statica” e che il progresso è anzi incoraggiato dalla Carta (si veda, ad es., l’art. 9, I comma, Cost., in base al quale “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”).
Detto questo, però, sembra palese che la diffusione di nuove tecnologie, che sono programmate per avere un’“intelligenza” tale da poter sostituire l’essere umano nello svolgimento delle più svariate mansioni, possa porre un serio problema di effettività del diritto-dovere al lavoro, proclamato nell’art. 4 Cost. (da leggere insieme al già cit. art. 1 Cost.). Proviamo a definire la cornice entro la quale ci muoviamo. Appare opportuno ricordare che costante preoccupazione dei Framers fu quella che si rischiasse di riconoscere in Costituzione un diritto non esigibile, in quanto non azionabile dinanzi a nessun giudice, non potendosi avanzare allo Stato una pretesa di lavorare e non configurandosi quindi un diritto ad ottenere un posto di lavoro.
Diritto al lavoro?
Come osservò Ruini, infatti, si trattava di un “diritto potenziale”, inscritto in Costituzione perché “il legislatore ne promuova l’attuazione” (v. la Relazione al Progetto di Costituzione); pertanto, ciò che è certo è che il tema dell’occupazione dovesse (e debba) essere ai primi posti dell’“agenda politica” (per inciso, preoccupa la recente misura, frutto proprio di una scelta politica, con la quale sono state bloccate le assunzioni a tempo indeterminato nella P.A. fino al 15 novembre 2019).
       Tuttavia, la proclamazione del lavoro quale oggetto di un diritto-dovere volto a favorire “il progresso materiale e spirituale del Paese” (art. 4 Cost.), sebbene sconti il problema della sua esigibilità, è però fondamentale per una serie di diritti disseminati fra le trame della Carta, che da esso ricevono forza e legittimazione e che ad esso sono strettamente connessi, in quanto sue esplicazioni o manifestazioni (e che sono ben azionabili in sede giudiziaria).
Le tutele costituzionali dei lavoratori
Si fa riferimento al fatto che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36, I comma) o al “diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite” (art. 36, III comma); si pensi, inoltre, alla tutela della donna, che “ha gli stessi diritti e – a parità di lavoro – le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”, venendo salvaguardato “l’adempimento della sua essenziale funzione familiare” e protetta la sua condizione di madre (art. 37, I comma), e a quella dei minori (art. 37, III comma) e degli inabili (art. 38).
Viene inoltre sancita la libertà sindacale (art. 39) e il diritto allo sciopero (art. 40), ma anche “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende” (art. 46).
Non si dimentichi poi che, a norma dell’art. 35, “la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” (I comma), anche “cura[ndo] la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” (II comma) e promuovendo e favorendo la tutela apprestata al diritto al lavoro sul piano internazionale (III comma); assai significativo, poi, anche alla luce delle vicende di attualità che coinvolgono il nostro Paese, è il riconoscimento della “libertà di emigrare” e la tutela del “lavoro italiano all’estero” (IV comma).
A quest’ultimo proposito, per un fatto di “coerenza”, non si potrebbero non prestare idonee garanzie a chi si trova costretto ad emigrare dal proprio Paese per cercare lavoro nel nostro; ma questo è un altro discorso che non si può fare in questa sede.
Lavoro, solidarietà, dignità
Inoltre, non si può non mettere in luce lo stretto collegamento che sussiste tra il lavoro e i valori di dignità e solidarietà; il primo, infatti, nel suo essere oggetto di un diritto, appare servente alla realizzazione della seconda ed, al tempo stesso, nel suo essere oggetto di un dovere, è espressione della terza.
Se ne ha, quindi, che la crisi del lavoro, dal quale dipende lo sviluppo della persona, non possa avere ricadute significative sui valori ora richiamati. In particolare, come ha affermato papa Francesco il 27 maggio 2017, “gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono ‘unti di dignità’ ”, ma la dignità di ogni lavoratore non potrà mai essere tutelata (e realizzarsi) senza la “dignità del lavoro”, come accade nel caso del “lavoro in nero, quello gestito dal caporalato” o dei “lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità” (passaggi, gli ultimi due, del Messaggio che il Sommo Pontefice ci ha rivolto il 26 ottobre 2016, in occasione della 48° Settimana Sociale che si è svolta a Cagliari). In definitiva, allora, “non ci può essere lavoro senza dignità, né dignità senza lavoro” (G.M. Flick).
Tutela del lavoro e progresso tecnologico
Se quello appena delineato in estrema sintesi è il modello costituzionale del diritto-dovere al lavoro, ci si può chiedere come esso sia conciliabile con la crescente sostituzione della macchina all’uomo, specialmente a fronte dei già alti tassi di disoccupazione presenti nel nostro Paese.
Inoltre, alla luce di quanto detto, occorre domandarsi quale sia la strategia migliore per contrastare il lavoro nero e quale debba essere l’operazione culturale da compiere perché si comprenda che si lavora non esclusivamente per il raggiungimento di interessi personali ma per il perseguimento dell’interesse collettivo (i primi, infatti, che sono innegabili, non possono che essere funzionali al secondo).
Spunti per una riflessione
Lungi dal volere azzardare risposte nel ristretto spazio di un post, si vuole qui offrire solo qualche spunto da affidare alla riflessione del lettore, perché ognuno possa sentirsi interpellato e possa provare a fare la propria parte. È necessario infatti un impegno sia sul piano politico ma anche, appunto, su quello individuale; prezioso e irrinunciabile è infatti il contributo che ognuno, in quanto “parte di un tutto”, può (meglio, deve) offrire a servizio del bene comune, ma ciò richiede un rinnovato “senso del lavoro” ed un’etica del (e nel) lavoro che ci si augura possano essere sempre più avvertiti e “vissuti” perché possa aversi davvero quel “progresso materiale e spirituale” (art. 4 Cost.) del quale la società italiana ha tanto bisogno.

Insomma, il futuro della Repubblica non può non dipendere da quanto saranno salde le sue fondamenta; a tutti noi – nessuno escluso – il compito di non farle scricchiolare.