Purtroppo
a gennaio molto spesso la scuola dà il peggio di sé: diventa una macchina da
verifiche, voti e medie aritmetiche.
E tanti “io” restano solo un’incognita
- di Valerio Capasa
“Gennaio
al liceo” potrebbe essere il titolo di un film: va in scena l’inferno delle
verifiche, dei calcoli di fine quadrimestre e dell’insensatezza. Per un mese
non si guarda ad altro: gli insegnanti devono riempirsi la cesta di voti e gli
studenti se le devono “togliere davanti”. A chi si ferma a riflettere, sfugge
il perché di tale tourbillon. Che senso ha, in effetti, vivere la vita come un
susseguirsi di ostacoli che bisogna lasciarsi alle spalle? Togliersi storia,
togliersi fisica, togliersi italiano, e domani togliersi davanti gli esami
universitari e poi il lavoro e poi magari i figli e anche la moglie… togliere,
togliere, per ottenere cosa, alla fine dello slalom? Buttarsi sul divano?
“Carpe diem”, la realtà è lì per te: vuol essere abitata, non sorpassata.
Gli
insegnanti svolgono più che mai due sole operazioni: o spiegano o interrogano.
E sentono di aver raggiunto il risultato quando la somma di spiegazioni più
interrogazioni risulta a posto. Il programma è salvo, il registro è salvo. Li saluti,
in corridoio, ma vanno di fretta; osi trattenerti dopo il suono della
campanella e ti bussano alla porta, perché a gennaio anche un minuto è letale,
quando si sono programmate le interrogazioni quattro studenti alla volta, ché
incombono le medie (conticino da terza elementare, del tipo 6½+7½=14; 14:2=7,
eseguito in automatico dal registro elettronico, ma chissà perché occasione di
sospiri e reciproche occhiate di commiserazione), vanno smaltiti pacchi di
compiti da correggere e alla fine potremo guardare compiaciuti il tabellone dei
voti come un album di figurine completato.
Difficile
trovare qualcuno che si scosti un millimetro dal percorso preimpostato studio
insensato/interrogazione bimestrale/caramellina di ricompensa sul registro. È
come precipitare nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, quando il
protagonista pirandelliano entrava nella casa di produzione cinematografica:
“Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure; mani affaccendate su
le bacinelle; mani, cui il tetro lucore delle lanterne rosse dà un’apparenza
spettrale. Penso che queste mani appartengono ad uomini che non sono più; che
qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un
cuore? A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch’esso di macchina,
può servire, per muovere queste mani. E così la testa: solo per pensare ciò che
a queste mani può servire. E a poco a poco m’invade tutto l’orrore della necessità
che mi s’impone, di diventare anch’io una mano e nient’altro”.
Arrivi
il primo giorno di gennaio e li vedi tutti lì, con gli occhi a pesce lesso per
il fuso orario accumulato durante le dormite natalizie, mentre provano a
ficcarsi in testa appunti e schemini per la verifica dell’ora successiva.
Riparte il Truman Show: durante le vacanze, praticamente nessuno è stato
sfiorato dal ricordo di quelle astruserie che ora gli ingolfano il cervello;
adesso tutti si agitano, come fosse normale. Non hai chance, è così che si fa.
E anch’io dovrei fare lezione, in qualche modo, sperando di resistere al
vortice.
Potrei
continuare con lo stesso autore, oppure iniziarne un altro, o interrogare come
fan tutti, o sorprenderli con qualche fuoco d’artificio (letture, racconti,
canzoni, prospettive), o improvvisare dialoghi o proporre attività. Vorrei però
qualcosa di vero. Se alla scuola togliamo le sopracitate ipotesi, cosa rimane?
Chiariamoci le idee con una formula elementare: scuola – (a + b + c…) = x.
Cos’è x? È la vita, sei tu, le domande e le ferite insopprimibili. Spiegando o
interrogando o sperimentando, vorrei inseguire questa x.
Intanto
è già mercoledì, terzo giorno dopo la ripresa. Alle spalle 18 giorni di
vacanze: oggi però si paventa un’interrogazione pericolosa, quindi… assenze
strategiche, qualcuno ha improvvisamente cambiato classe, a una ragazza salgono
le lacrime agli occhi perché ieri il fidanzato è andato via, un’altra crolla su
se stessa, anche se un attimo prima rideva. Niente è come sembra, si affaccia
ancora l’incognita che vai inseguendo. Una vita che si nasconde oltre i radar
delle cattedre, segregata quasi sempre fuori dall’aula, quella in cui vorresti
discretamente entrare, al di là del filo spinato, che filtra in certi messaggi
clandestini: “Sono ancora sui libri, dopo tutta una giornata a scuola. Mi
preparo a un compito di inglese di cui non capisco il senso: imparare a memoria
qualcosa per poi scordarla esattamente dopo il compito. Ho paura di andare
male, tra l’altro. E domani sarà un altro giorno che passerò sui libri, per
preparami a un altro compito e così via…. L’unica cosa che mi chiedo però è
l’utilità, dove sta il senso?”.
Abbiamo
letto per settimane I Malavoglia, e quindi oggi… no, niente verifica, ragazzi,
questa era gratis. Esiste ancora qualcosa di gratuito, qui dentro, a maggior
ragione ora che è gennaio e sembra una folle perdita di tempo. Oggi al massimo
domande da bar, quelle che a scuola sono vietate: cosa pensi? è valsa la pena
leggerlo? ti ha cambiato qualcosa? e ora che l’abbiamo letto? ti è venuto in
mente a Natale, a Capodanno, nei giorni buttati oppure euforici?
Tu
vorresti sapere cosa resta, nella vita ordinaria, di quel che si fa a scuola.
Anche se, a dire il vero, vale piuttosto il contrario: è la vita che vale la
pena portare a scuola, altrimenti non c’è scuola. Quel che ti interessa,
insomma, non è tanto verificare quel che sanno, ma quel che se ne fanno. Tu vai
cercando, in altri termini: una vita piena di domande; non solo: che quella
vita piena di domande irrompa in aula. Troppa grazia, cosa pretendi? Sì, ma che
miseria è accontentarsi di “coltivare il proprio giardino”? Dove le mettiamo
queste assenze, questa strisciante disperazione, questa tessera che manca
sempre al puzzle completo, questa x?
Nei
corridoi i colleghi in ora buca ti chiedono se hai già completato le verifiche
e inserito tutti i numerini, e tu sei lì con ’sta benedetta incognita che non
si risolve mai, e la farsa proprio non ti va giù. Come se non bastasse, un bel
giorno gli automi si truccano e vendono fumo agli Open Day, dopo essere andati
porta a porta come testimoni di Geova ad annunciare il proprio vangelo; si
pubblicizzano sui social, sui carrelli degli ipermercati, nelle sale d’attesa
dei pediatri, si contendono la fetta di clientela. E si leccano i baffi
aspettando i soldi del Pnrr, in pieno delirio distopico, mentre tu, sordo alle
“magnifiche sorti e progressive”, vorresti proteggere le ginestre che
stranamente continuano a fiorire nei deserti delle classi, sotto il vulcano
dormiente in cui ribollono mancanza di gusto e di senso, dispersione implicita
o esplicita, débâcle dei prerequisiti elementari, demenzialità di un votificio
che non serve né a chi è fuori né a chi è dentro e di un informazionificio che
è puro doppione di internet.
Si
potrebbe ricominciare dalla bellezza: vi rendete conto, ragazzi, che questi
versi sono belli? Dico a voi… c’è nessuno? Per dire “bello” ci vuole un io. I
loro occhi non mentono: lasciano intendere che no, non riescono più a pensarsi
come persone anziché come studenti, perché saranno anche belli, ma non c’è
bellezza che non arrivi già infarcita di compiti da fare e voti da ricevere e
medie da sistemare e prestazioni da assicurare e tempo da non perdere e
certificazioni da conquistare e genitori con cui sbraitare. È come quando la
domenica c’è un bel sole, ma tu non ti accorgi che ti sta chiamando: e allora
non ti alzi, dormi fino a tardi, perché uscire lo senti come un dovere, e poi
con chi? Vorrei prenderli per mano stamattina, scendere le scale e portarmeli
al sole, contagiarli di una scintilla di gusto.
Il
mondo sta morendo non tanto di ignoranza quanto di insensatezza (e la prima
deriva dalla seconda): non mancano voti e nozioncine, ma qualcosa che viene
prima di ogni verifica e di ogni programma e di ogni materia e di ogni pagella.
Penso sempre a Gaber, a come taglia corto su ogni analisi: “Non ha senso
elencare problemi e inventar nuovi nomi / al nostro regredire che non si ferma
continuando a parlare / Amore, non è più necessario / se quello che ci manca si
chiama desiderio”.
È
questa la x di cui andare a caccia facendo lezione domani mattina, la casella
mancante a qualsiasi tabellone dei voti.
Il Sussidario