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sabato 3 maggio 2025

COMPITI A CASA E DIARIO


 “Rafforzare sempre di più la positiva collaborazione 

fra famiglia e scuola, 

una collaborazione 

che a me sta particolarmente a cuore”

 

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha inviato alle scuole una circolare relativa alla programmazione delle verifiche in classe e all’assegnazione dei compiti da svolgere a casa.

Verifiche in classe e compiti a casa

Nel pieno rispetto dell’autonomia decisionale dei docenti, il Ministro Valditara ha raccomandato che ogni docente programmi le verifiche e assegni i compiti tenendo conto di quanto eventualmente già stabilito dagli altri insegnanti o dal consiglio di classe. In questo modo si eviterà che più verifiche vengano svolte nello stesso giorno, con un carico di lavoro troppo gravoso per gli studenti.  Allo stesso modo, i compiti per casa potranno essere distribuiti più equamente nel corso della settimana, con una migliore organizzazione dello studio, soprattutto in concomitanza delle giornate festive. Inoltre, la circolare sottolinea l’importanza di evitare che i compiti siano assegnati sul registro elettronico in serata per il giorno successivo.

Il diario personale

Viene inoltre consigliato che gli studenti utilizzino anche il diario personale per l’annotazione dei compiti, soprattutto nel primo ciclo di istruzione, per ottenere una maggiore responsabilizzazione dei ragazzi nella gestione degli impegni scolastici, come già indicato in una nota dello scorso luglio.

La circolare, sottolinea il Ministro Valditara, “ha lo scopo di rafforzare sempre di più la positiva collaborazione fra famiglia e scuola. Una collaborazione che a noi sta particolarmente a cuore”. L’obiettivo infatti è garantire nella scuola le condizioni di serenità e fiducia ideali per lo sviluppo armonico della personalità di tutti gli studenti.

Documenti Allegati


 

venerdì 3 febbraio 2023

VERIFICHE A SCUOLA. E POI ?

 


Purtroppo a gennaio molto spesso la scuola dà il peggio di sé: diventa una macchina da verifiche, voti e medie aritmetiche. 

E tanti “io” restano solo un’incognita

- di Valerio Capasa

“Gennaio al liceo” potrebbe essere il titolo di un film: va in scena l’inferno delle verifiche, dei calcoli di fine quadrimestre e dell’insensatezza. Per un mese non si guarda ad altro: gli insegnanti devono riempirsi la cesta di voti e gli studenti se le devono “togliere davanti”. A chi si ferma a riflettere, sfugge il perché di tale tourbillon. Che senso ha, in effetti, vivere la vita come un susseguirsi di ostacoli che bisogna lasciarsi alle spalle? Togliersi storia, togliersi fisica, togliersi italiano, e domani togliersi davanti gli esami universitari e poi il lavoro e poi magari i figli e anche la moglie… togliere, togliere, per ottenere cosa, alla fine dello slalom? Buttarsi sul divano? “Carpe diem”, la realtà è lì per te: vuol essere abitata, non sorpassata.

 Gli insegnanti svolgono più che mai due sole operazioni: o spiegano o interrogano. E sentono di aver raggiunto il risultato quando la somma di spiegazioni più interrogazioni risulta a posto. Il programma è salvo, il registro è salvo. Li saluti, in corridoio, ma vanno di fretta; osi trattenerti dopo il suono della campanella e ti bussano alla porta, perché a gennaio anche un minuto è letale, quando si sono programmate le interrogazioni quattro studenti alla volta, ché incombono le medie (conticino da terza elementare, del tipo 6½+7½=14; 14:2=7, eseguito in automatico dal registro elettronico, ma chissà perché occasione di sospiri e reciproche occhiate di commiserazione), vanno smaltiti pacchi di compiti da correggere e alla fine potremo guardare compiaciuti il tabellone dei voti come un album di figurine completato.

Difficile trovare qualcuno che si scosti un millimetro dal percorso preimpostato studio insensato/interrogazione bimestrale/caramellina di ricompensa sul registro. È come precipitare nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, quando il protagonista pirandelliano entrava nella casa di produzione cinematografica: “Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure; mani affaccendate su le bacinelle; mani, cui il tetro lucore delle lanterne rosse dà un’apparenza spettrale. Penso che queste mani appartengono ad uomini che non sono più; che qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un cuore? A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch’esso di macchina, può servire, per muovere queste mani. E così la testa: solo per pensare ciò che a queste mani può servire. E a poco a poco m’invade tutto l’orrore della necessità che mi s’impone, di diventare anch’io una mano e nient’altro”.

 Arrivi il primo giorno di gennaio e li vedi tutti lì, con gli occhi a pesce lesso per il fuso orario accumulato durante le dormite natalizie, mentre provano a ficcarsi in testa appunti e schemini per la verifica dell’ora successiva. Riparte il Truman Show: durante le vacanze, praticamente nessuno è stato sfiorato dal ricordo di quelle astruserie che ora gli ingolfano il cervello; adesso tutti si agitano, come fosse normale. Non hai chance, è così che si fa. E anch’io dovrei fare lezione, in qualche modo, sperando di resistere al vortice.

 Potrei continuare con lo stesso autore, oppure iniziarne un altro, o interrogare come fan tutti, o sorprenderli con qualche fuoco d’artificio (letture, racconti, canzoni, prospettive), o improvvisare dialoghi o proporre attività. Vorrei però qualcosa di vero. Se alla scuola togliamo le sopracitate ipotesi, cosa rimane? Chiariamoci le idee con una formula elementare: scuola – (a + b + c…) = x. Cos’è x? È la vita, sei tu, le domande e le ferite insopprimibili. Spiegando o interrogando o sperimentando, vorrei inseguire questa x.

 Intanto è già mercoledì, terzo giorno dopo la ripresa. Alle spalle 18 giorni di vacanze: oggi però si paventa un’interrogazione pericolosa, quindi… assenze strategiche, qualcuno ha improvvisamente cambiato classe, a una ragazza salgono le lacrime agli occhi perché ieri il fidanzato è andato via, un’altra crolla su se stessa, anche se un attimo prima rideva. Niente è come sembra, si affaccia ancora l’incognita che vai inseguendo. Una vita che si nasconde oltre i radar delle cattedre, segregata quasi sempre fuori dall’aula, quella in cui vorresti discretamente entrare, al di là del filo spinato, che filtra in certi messaggi clandestini: “Sono ancora sui libri, dopo tutta una giornata a scuola. Mi preparo a un compito di inglese di cui non capisco il senso: imparare a memoria qualcosa per poi scordarla esattamente dopo il compito. Ho paura di andare male, tra l’altro. E domani sarà un altro giorno che passerò sui libri, per preparami a un altro compito e così via…. L’unica cosa che mi chiedo però è l’utilità, dove sta il senso?”.

 Abbiamo letto per settimane I Malavoglia, e quindi oggi… no, niente verifica, ragazzi, questa era gratis. Esiste ancora qualcosa di gratuito, qui dentro, a maggior ragione ora che è gennaio e sembra una folle perdita di tempo. Oggi al massimo domande da bar, quelle che a scuola sono vietate: cosa pensi? è valsa la pena leggerlo? ti ha cambiato qualcosa? e ora che l’abbiamo letto? ti è venuto in mente a Natale, a Capodanno, nei giorni buttati oppure euforici?

 Tu vorresti sapere cosa resta, nella vita ordinaria, di quel che si fa a scuola. Anche se, a dire il vero, vale piuttosto il contrario: è la vita che vale la pena portare a scuola, altrimenti non c’è scuola. Quel che ti interessa, insomma, non è tanto verificare quel che sanno, ma quel che se ne fanno. Tu vai cercando, in altri termini: una vita piena di domande; non solo: che quella vita piena di domande irrompa in aula. Troppa grazia, cosa pretendi? Sì, ma che miseria è accontentarsi di “coltivare il proprio giardino”? Dove le mettiamo queste assenze, questa strisciante disperazione, questa tessera che manca sempre al puzzle completo, questa x?

 Nei corridoi i colleghi in ora buca ti chiedono se hai già completato le verifiche e inserito tutti i numerini, e tu sei lì con ’sta benedetta incognita che non si risolve mai, e la farsa proprio non ti va giù. Come se non bastasse, un bel giorno gli automi si truccano e vendono fumo agli Open Day, dopo essere andati porta a porta come testimoni di Geova ad annunciare il proprio vangelo; si pubblicizzano sui social, sui carrelli degli ipermercati, nelle sale d’attesa dei pediatri, si contendono la fetta di clientela. E si leccano i baffi aspettando i soldi del Pnrr, in pieno delirio distopico, mentre tu, sordo alle “magnifiche sorti e progressive”, vorresti proteggere le ginestre che stranamente continuano a fiorire nei deserti delle classi, sotto il vulcano dormiente in cui ribollono mancanza di gusto e di senso, dispersione implicita o esplicita, débâcle dei prerequisiti elementari, demenzialità di un votificio che non serve né a chi è fuori né a chi è dentro e di un informazionificio che è puro doppione di internet.

 Si potrebbe ricominciare dalla bellezza: vi rendete conto, ragazzi, che questi versi sono belli? Dico a voi… c’è nessuno? Per dire “bello” ci vuole un io. I loro occhi non mentono: lasciano intendere che no, non riescono più a pensarsi come persone anziché come studenti, perché saranno anche belli, ma non c’è bellezza che non arrivi già infarcita di compiti da fare e voti da ricevere e medie da sistemare e prestazioni da assicurare e tempo da non perdere e certificazioni da conquistare e genitori con cui sbraitare. È come quando la domenica c’è un bel sole, ma tu non ti accorgi che ti sta chiamando: e allora non ti alzi, dormi fino a tardi, perché uscire lo senti come un dovere, e poi con chi? Vorrei prenderli per mano stamattina, scendere le scale e portarmeli al sole, contagiarli di una scintilla di gusto.

 Il mondo sta morendo non tanto di ignoranza quanto di insensatezza (e la prima deriva dalla seconda): non mancano voti e nozioncine, ma qualcosa che viene prima di ogni verifica e di ogni programma e di ogni materia e di ogni pagella. Penso sempre a Gaber, a come taglia corto su ogni analisi: “Non ha senso elencare problemi e inventar nuovi nomi / al nostro regredire che non si ferma continuando a parlare / Amore, non è più necessario / se quello che ci manca si chiama desiderio”.

 È questa la x di cui andare a caccia facendo lezione domani mattina, la casella mancante a qualsiasi tabellone dei voti.

Il Sussidario