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venerdì 27 dicembre 2024

PELLEGRINAGGIO o TURISMO ?

 

GIUBILEO CATTOLICO
 e 
GIUBILEO BIBLICO

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     -di Piero Stefani




 Letto in chiave storica, il giubileo biblico è un’istituzione che, con ogni probabilità, non ebbe mai luogo; in ogni caso è certo che da lunghissimo tempo mancano le condizioni perché lo si effettui. Ci troviamo di fronte a una dimensione più ideale che reale. Il riferimento base è rappresentato da un testo e non da un fatto.

Si tratta del 25° capitolo del Levitico; una pagina – non sembri un paradosso – dal carattere a un tempo utopico e giuridicamente molto dettagliato. Il periodo delle 7 settimane di anni che scandisce il giubileo è definibile, in particolare per chi si trova in condizioni disagiate, come una specie di pellegrinaggio nel tempo. Nel 50° anno si ripristina la situazione precedente: «Ognuno tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv 25,10). Lo schiavo ebreo nell’anno giubilare «se ne andrà da te insieme ai suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri» (Lv 25,41).

 C’è un ritorno, non già uno sviluppo. 

A rendere possibile la reintegrazione nella condizione precedente è soltanto il trascorrere del tempo.

Il giubileo non prevede spostamenti collettivi in qualche luogo particolare, né vi è un riferimento al Tempio. Il 50° anno non ha nulla da spartire con i «canti delle salite» (Sal 120-134) e, tanto meno, con le tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Settimane, Capanne; cf. Dt 16,16s). Gerusalemme non è meta giubilare. 

Il giubileo biblico ha un carattere stanziale. Un suo irrinunciabile fondamento sta nel fatto che la terra d’Israele è del Signore; di conseguenza, il popolo risiede su di essa come forestiero e ospite (cf. Lv 25,23). Non è necessario spostarsi in altri luoghi per sentirsi stranieri, né si è possessori del paese per il semplice fatto d’avere nelle proprie mani qualche appezzamento di terreno. 

Una visione esplicitata dalla tradizione giudaica successiva proietta il giubileo in un avvenire «messianico». Secondo Mosè Maimonide esso non vige che in terra d’Israele, purché ogni singola tribù sia stanziata nel suo territorio (cf. Gs 13–19) e non vi siano contrasti tra loro. (1) Ci si misura con una situazione storicamente mai avvenuta. Per Maimonide il tempo del ripristino messianico non è scandito dal succedersi misurabile di 7 settimane di anni; il suo avvento avrà luogo in un futuro imprecisato. Quando sopraggiungerà, la situazione sarà contraddistinta da un’ordinata stanzialità territoriale. In definitiva, la visione biblica e giudaica del giubileo è saldamente legata sia al tempo sia allo spazio (la terra d’Israele), ma non prevede alcun pellegrinaggio. 

«Pellegrini di speranza» (motto giubilare) è il titolo anche della XXXVI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, il 17 gennaio 2025. In esergo del sussidio redatto dalla CEI ci sono le parole: «È un giubileo, esso sarà per voi santo» (Lv 25,12). 

Il breve messaggio dei vescovi scritto per l’occasione si chiude con questa frase: «Ci auguriamo che l’anno giubilare, alla luce dei tempi che stiamo vivendo, sia la rinnovata occasione, per cristiani ed ebrei, di ritornare ai testi biblici letti insieme fraternamente secondo le proprie tradizioni». Il più ampio messaggio dei rabbini d’Italia chiosa alcune caratteristiche del giubileo biblico, ponendo l’accento soprattutto sulla giustizia sociale e ignorando, coerentemente, ogni riferimento al pellegrinaggio. 

Il giubileo cattolico non è quello biblico 

Perché allora in ambito cattolico, a partire dalla sua istituzione nel 1300, il giubileo implica l’effettuazione di pellegrinaggi? La risposta è semplice; nonostante l’omonimia, il giubileo cattolico non ha alcun legame con quello biblico. La riproposizione dell’ideale della remissione dei debiti, intesi, specie a livello internazionale, in senso economico-finanziario, è un tema apparso solo in epoca contemporanea, per trasformarsi poi rapidamente in una costante (è richiamata anche al n. 16 della bolla d’indizione del prossimo giubileo, Spes non confundit, sostenuta da un’allusione a Lv 25,23; cf. Regno-doc. 11,2024,326). 

All’origine non si aveva alcun sospetto di ciò. La breve bolla di Bonifacio VIII Antiquorum habet che istituì il primo giubileo della storia cristiana è, non a caso, priva d’ogni riferimento biblico. (2) Gli ascendenti del giubileo vanno ricercati altrove ed è proprio questa origine a evidenziarne il carattere pellegrinante. Il suo antefatto più stringente lo si trova infatti nel pellegrinaggio armato delle crociate. 

San Bernardo di Chiaravalle, nella sua predicazione e nelle sue lettere, aveva presentato la seconda crociata (1144-1149) come un giubileo cristiano proprio a causa delle indulgenze da essa concesse. I debiti venivano ormai intesi in senso spirituale. Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), la mistica della crociata avrebbe trovato il suo sostituto nel giubileo. L’indulgenza plenaria venne collegata a luoghi più accessibili rispetto a quelli che contraddistinguevano il pellegrinaggio armato a Gerusalemme. 

La derivazione del giubileo dalle crociate fu a lungo evocata senza alcun disagio. Ancora a metà del XVIII secolo Benedetto XIV richiamava alla memoria il fatto che Urbano II, nel 1096, aveva concesso che «quel viaggio» (la prima crociata) fosse compiuto per chi vi partecipava «come penitenza totale». (3)  

Si tratta di una genealogia che suscita un forte disagio in epoca contemporanea; essa perciò, nelle bolle di indizioni più recenti, viene semplicemente ignorata. In Spes non confundit (n. 5; Regno-doc. 11,2024,322s) si indicano, per esempio, come precedenti la «grande “perdonanza”» indetta da san Celestino V nel 1294; si ricorda inoltre che quasi 80 anni prima, nel 1216, Onorio III aveva accolto la supplica di san Francesco di concedere l’indulgenza a chi avesse visitato la Porziuncola nei primi due giorni di agosto; lo stesso si può affermare per il pellegrinaggio a Santiago di Compostela in relazione a un decreto di Callisto II (1122). 

Pellegrinaggio o turismo? 

È una tendenza tipica della Chiesa cattolica postconciliare auspicare ritorni a visioni più bibliche della fede; tuttavia l’operazione è, a volte, condotta in modo poco sorvegliato. L’anno santo cattolico conosce, fin dalle sue origini, una pratica di corposi spostamenti collettivi che nulla ha da spartire con il giubileo biblico. 

La presenza della folla è già ricordata da Dante in un paragone, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, oggettivamente imbarazzante a causa della sua ambientazione infernale: la mobilità dei dannati è accostata a quella dei pellegrini che sul ponte di Castel Sant’Angelo formavano un «essercito molto» (cf. Inferno XVIII, 25-33). La Commedia coglie, in germe, un aspetto dell’anno santo destinato a moltiplicarsi a dismisura nel corso del tempo: la presenza di folle che giungono a Roma. 

Nel 1300 il giubileo e le sue pratiche devozionali segnarono, per più aspetti, il passaggio da una religione intesa come grande fattore di mobilitazione storica a una spiritualità sempre più individuale. La meta ultima del cristiano consisteva nella salvezza della propria anima. 

A oltre 700 anni di distanza, in società largamente secolarizzate e nelle quali le convinzioni sulla sorte umana dopo la morte sono le più varie (anche fra i cristiani), il pendolo sembra spostarsi di nuovo verso forme di «viaggi religiosi», peraltro assai diversi da quelli antichi. Ormai le indulgenze si possono lucrare, anche nel corso degli anni giubilari, in altri luoghi stabiliti senza compiere grandi spostamenti. I viaggi giubilari sono perciò sempre più slegati da una dimensione propriamente spirituale. 

Il turismo nacque, tra il XVII e il XIX secolo, come una forma secolarizzata dell’antico (e antiquato) pellegrinaggio penitenziale. Per ammirare i capolavori dell’arte, la bellezza della natura e le antichità classiche non c’è bisogno d’avvertire alcun senso di peccato. Al fine di raggiungere la pace interiore, gli antichi pellegrini si sentivano peccatori e si spostavano nello spazio. I turisti, invece, si pensano sempre innocenti, anzi si ritengono, non a torto, benefattori dei luoghi che li ospitano. 

Oggi le linee di confine tra pellegrinaggio e turismo sono diventate sempre più indistinguibili; entrambi sono ormai fenomeni di massa e tra essi sono tutt’altro che infrequenti ibridazioni reciproche. Il senso del peccato (ammesso e non concesso che ci sia ancora) non è più una causa che sollecita a spostarsi nello spazio. 

Un discorso almeno in parte diverso va fatto per la sofferenza. La malattia è tuttora un fattore che induce a pellegrinare. Determinati luoghi, basti pensare a Lourdes, sono mete di moltitudini di infermi; fermo restando che oggi, a differenza di un tempo, sofferenza e peccato vengono colti come fattori tra loro del tutto disgiunti. 

Ciò vale tanto sul versante negativo della causa («soffri perché hai peccato»), quanto su quello positivo dell’espiazione («offro la mia sofferenza al Signore in espiazione dei miei peccati e di quelli altrui»). 

 

1 M. Maimonide, Il libro dei precetti, Carucci-DAC, Roma 1980, 169. 

2 Cf. E. Lora (a cura di), Bollario dell’anno santo. Documenti di indizioni dal giubileo del 1300, EDB, Bologna 1998. 

3 Cf. Benedetto XIV, enc. Apostolica constitutio, 26.6.1749, in Bollario dell’anno santo, § 325.

 

Il Regno

 

mercoledì 29 maggio 2019

IN UN MONDO SENZA IL SACRO SIAMO DIVENTATI SOLO TURISTI


TURISTI ... PER CASO

Il terrorismo, l'Europa, la Silicon Valley, il ruolo della cultura....
 E il  libro, "L'innominabile attuale". Parla lo scrittore-editore
di Dario Olivero

Dal maggio del '45 a oggi si è entrati in una zona che non ha nome, per questo è "L'innominabile attuale". Roberto Calasso siede nel suo ufficio all'Adelphi, nel centro di Milano. Sulla scrivania l'ennesimo caffè, davanti gli scaffali con quel che resta della biblioteca di Bobi Bazlen, il codice genetico da cui è fiorita la casa editrice da sempre più inattuale e più attuale d'Italia. Attuale è parola che ricorre spesso. A partire dal titolo del nuovo libro L'innominabile attuale appunto, seguito ideale del profetico La rovina di Kasch del 1983. In questo tempo senza nome vive l'ultima evoluzione dell'Homo sapiens, quello che Calasso definisce Homo saecularis: noi. " Homo saecularis - dice - è un risultato molto sofisticato della storia. Per arrivare a lui bisogna essersi scrollati di dosso una quantità di pesi. E questa mancanza di gravami di vario genere - religioso, politico, tradizionale - non ha prodotto soddisfazione o felicità, ma una specie di panico. La vittoria della secolarità, che ormai pervade tutto il mondo, è paradossale. Homo saecularis si è trovato di fronte un mondo che non è in grado di trattare. Ha vinto ma gli manca qualcosa di essenziale, domina ma si rivolta contro se stesso. Tutti i nomi che usa sono inadeguati e richiederebbero quella "rettifica" che secondo Confucio era il primo compito del pensiero. Di qui il titolo del libro, che si è imposto dopo 34 anni di latenza". Il libro è diviso in due parti. La seconda è una polifonia di voci (Virginia Woolf, Simone Weil, Walter Benjamin, Céline), che descrivono momenti di ciò che avveniva dal '33 al '45, dalla presa del potere di Hitler sino alla fine della Seconda guerra mondiale. La prima parte invece è tutta sul presente. "Le due parti - spiega Calasso - sono l'una il contrappeso dell'altra. La prima vagherebbe un po' nell'aria, parlando di questo mondo senza appigli fermi, se non si presupponesse l'altra, che è un ultimo, tremendo scontro, come fra rocce che cozzano tentando di distruggersi e autodistruggendosi. Chi non conosce quel presupposto non vede il basamento di quanto sta succedendo oggi".
Una categoria che utilizza è quella del turista. Perché?
"Il mondo di Homo saecularis non ha una categoria che lo rappresenti. Non si può dire che tali siano l'impiegato, l'operaio, il manager, il politico. Turista, invece, è l'unica categoria che copre tutto. Il turista di cui parlo non è solo quello che viaggia, ma il modello antropologico della realtà virtuale. I tecnici della realtà virtuale parlano di una "realtà aumentata", che però si fonda su una realtà diminuita, a cui è stato sottratto un carattere imprescindibile: l'irreversibilità. Su questa via si incontrano sia il bigotto dell'iperconnessione sia l'energumeno che vuole mettere a posto il mondo".
L'Homo saecularis si rivolta anche contro la democrazia.
"La democrazia formale è l'unico modello che rende vivibile il mondo, anche se, per pure ragioni demografiche, è pressoché impraticabile. Comunque, se non ci fosse, per esempio in India vi sarebbe il massacro continuo. È l'ultimo sbarramento per rendere la vita tollerabile, al di fuori ci sono solo tortura e regimi di polizia. Ma ogni democrazia deve difendersi da enormi forze contrarie".
Uno dei capisaldi democratici in discussione è l'idea che la rappresentanza sia superata dalla partecipazione diretta.
"La mediazione è decisiva. Non rispettarla è una forma di pensiero ignaro, perché la mediazione è ciò che ci costituisce, anche se viene continuamente svillaneggiata come fosse ciò che falsifica tutto. Ma la nostra percezione è già una mediazione, in senso fisiologico. Per vedere qualcosa operiamo un filtraggio. Se non lo si ha presente, si finisce per pensare che la mediazione sia l'agente che ti imbroglia, il giornalista ingannatore, il politico o, come è accaduto, il maligno ebreo. È triste. Questa avversione indica che è diventato più grezzo il tessuto del pensare. Nel disintermediarsi del mondo, chi non ha il dono della refrattarietà si lascia facilmente ingannare. E prende la sua voce per vox populi. Homo saecularis si è sbarazzato delle religioni, ma è tremendamente credulo".
Una delle cause è la rivoluzione digitale.
"È un immenso rivolgimento. Di cui stiamo vedendo solo l'inizio. Nella Silicon Valley, che è il suo epicentro, si assiste a un fenomeno che non ha precedenti. Ci sono alcuni imprenditori, che possono anche essere considerati come intellettuali audaci o imbonitori farneticanti, a seconda delle prospettive, e questi imprenditori avviano investimenti che modificano il mondo giorno per giorno. Sotto il nome di intelligenza artificiale si raccoglie oggi non più, come negli anni Settanta, una sorta di dottrina esoterica, ma una potenza economica dirompente. Laggiù non si parla e non si scrive d'altro che del momento, in parte desiderato in parte temuto, e per molti piuttosto vicino, in cui le macchine saranno più intelligenti di noi. A rimanere esclusa è la parola più importante: coscienza. Su che cosa sia e come funzioni nessun neuroscienziato è riuscito a dire qualcosa che vada oltre un goffo balbettio. Sarebbe d'aiuto per tutti leggere le Upanishad".
Che cosa pensa dell'attuale stato dell'Europa?
"Spero che l'Europa continui a esserci come misura di autodifesa minima, ma ne vedo l'impotenza totale. La politica europea è solo reattiva, non attiva. Un tentativo di reagire a fatti soverchianti. Alti funzionari tentano di tenerli sotto controllo, ma quando si comincia a usare l'espressione "tenere sotto controllo" vuol dire che tutto è già fuori controllo".
Le categorie che lei utilizza per nominare i nostri tempi sono decisamente inattuali. Per esempio l'idea di sacrificio. Come può un concetto così arcaico essere utile per descrivere l'attualità?
"Il sacrificio è la cosa più difficile da pensare che abbia mai incontrato. Non è certo una mia invenzione, lo si ritrova ovunque nella storia. Per un lunghissimo periodo le civiltà più distanti sono accomunate dal fatto che in forme diverse tutte praticano il sacrificio, dalla Cina all'India alla Grecia alla Palestina. Poi c'è una svolta: con Gesù il sacrificio vuole finire per sempre e diventa, nella messa, memoria del sacrificio. Ma al tempo stesso la morte di Gesù è un ritorno alle origini del sacrificio, dove è il dio a sacrificarsi. Infine c'è l'oggi, in cui la pratica rituale è espunta, non ha diritto di cittadinanza. Ma l'assassinio-suicidio dei terroristi islamici, minaccia che continua a paralizzare il mondo, è una evidente forma sacrificale, dove la vittima è l'attentatore e tutti coloro che da lui vengono uccisi sono il frutto del sacrificio. Il sacrificio non scompare perché la società secolare ha deciso di non usarlo più come atto rituale. Torna in altre forme. Il terrorismo - e soprattutto la guerra, a partire dalla Prima guerra mondiale. Se legge Gli ultimi giorni dell'umanità di Kraus, si parla più di sacrifici che di battaglie. Poi nella Seconda guerra mondiale il sacrificio diventa opera di disinfestazione, con i campi di sterminio. Che, per un orripilante equivoco, si continua a chiamare con la stessa parola che designa il sacrificio di ringraziamento celebrato da Noè dopo il diluvio: olocausto".
Dov'è oggi il sacrificio?
"Non è più una categoria religiosa. Se il religioso implica un contatto con l'invisibile, nel caso del terrorismo islamico questo non sussiste. Il frutto del sacrificio non è più nell'invisibile, ma nella moltiplicazione degli uccisi nel mondo visibile. Ma il sacrificio continua a esserci, la società non riesce a vivere senza".
Ma la ragione ultima del terrorismo islamico è generalmente considerata religiosa.
"Definizione che mi sembra impropria. All'origine, c'è piuttosto il bisogno di una vendetta globale, un rigetto del mondo occidentale. Un certo numero di persone, in una fascia di paesi che va dal Marocco all'Indonesia e comprende più di un miliardo e mezzo di abitanti, si sente sopraffatta, esautorata. Nel modo di vita, di essere. Così nel libro parlo anche di pornografia, non meno importante della conquista economica. Il fatto che da un momento all'altro, in paesi dai rapporti molto tortuosi con l'eros, la visione di un numero sterminato di corpi femminili nudi che compiono atti sessuali diventasse accessibile gratuitamente in rete nel giro di pochi secondi è stato uno shock enorme, che irrideva il desiderio nel momento in cui lo suscitava".
Lei ha scritto che quando la cultura viene accostata all'utile, la vera cultura muore.
"La parola "utile" è il disastro su cui si fonda tutta l'economia e risale a Bentham, suo progenitore, spesso ignorato. Il calcolo costi- benefici in un certo ordine di cose è totalmente sviante. Nell'ordine del piacere, come di tutte le cose fondamentali della vita, non si può applicare".
Ma nel suo libro lei parla dei refrattari a questo stato di cose, quelli che non si ritrovano nella figura dell'Homo saecularis. Sono sperduti, soli, neanche l'università, lei scrive, è un luogo dove trovare ascolto.
"Mi sembra che l'università come istituzione stia perdendo ogni linfa vitale, non solo in Italia, ma ovunque. So che vi operano tuttora persone di grande qualità, ma soffrendo".
Cito da una sua intervista: "Negli anni Cinquanta in Italia vi erano tre aggregazioni: quella marxista, quella laico-liberale e quella cattolica. I marxisti, se erano intelligenti, leggevano i libri Einaudi, o comunque "Il contemporaneo". I laici-liberali leggevano "Il Mondo" e i cattolici, tendenzialmente, leggevano assai poco. I democristiani erano appagati dalla pura gestione del potere e avevano capito che la cosa più accorta era quella di lasciare la cultura alla sinistra".
"Penso ancora che la descrizione sia esatta. Ma riconosco che in quegli anni erano vive e attive persone ben più significative rispetto a oggi. Tuttavia provavo una certa insofferenza per quel mondo tripartito. A cui Adelphi si è opposta fin dall'inizio, tenendosene fuori".
I libri Adelphi hanno accompagnato in modo trasversale gli italiani, compresa la classe dirigente del paese. Secondo lei quanto hanno inciso culturalmente?
"Faccio fatica a riconoscere una classe dirigente nell'Italia di oggi e certamente non la collego con ciò che pubblichiamo. Mi interessa solo l'efficacia sui singoli. Le persone che leggono i nostri libri sono le più varie. Talvolta si incontrano e si riconoscono tra loro. Ma non ho mai contato su un effetto sociale o politico. L'editore come pedagogo è una concezione per me del tutto estranea".
Non si sente solo?
"Non tanto, perché considero un prodigio ricorrente che i libri ancora si vendano. Sono tentato di pensare che un certo numero di persone congeniali a quello che pubblichiamo ci sia ancora. E non sono poche - anche se non così percepibili. Ignoti lettori nell'innominabile attuale".

Intervista pubblicata da Repubblica.