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lunedì 13 aprile 2026

LA TREGUA


Non è solo un tempo sospeso nel mezzo 
di una guerra.

 Ma è anche un momento in cui la pace

 dovrebbe essere alimentata

 di continuo, in modo attivo, 

così da prevenire ed evitare

l’esplosione del conflitto.



-di  Massimo Recalcati 


Non è la pace e non è la guerra. Delude i falchi perché interrompe la violenza crudele della guerra, ma delude anche le colombe perché non ne segna davvero la fine. La tregua non è la pace poiché quest’ultima implicherebbe la cessazione definitiva del conflitto, la ricostruzione di un ordine, la possibilità che la violenza venga sostituita da una nuova forma di legame. La tregua, invece, non stabilisce mai nulla di definitivo. Accade nel mezzo della guerra e, dunque, non la può redimere, non la può lasciare alle spalle. Piuttosto la interrompe solo provvisoriamente. È una pausa, un varco incerto che si apre in un tempo sospeso. È troppo per coloro che vorrebbero proseguire la guerra e troppo poco per coloro che invece vorrebbero vederla terminare una volta per tutte. Ogni tregua può evolvere verso la fine della guerra o regredire alla sua ferocia. Essa porta sempre con sé una ambivalenza di fondo: è, nello stesso tempo, un sollievo e una minaccia, una preparazione possibile della pace e un ritorno altrettanto possibile della guerra. 

 La caduta di Troia ci consegna una delle figure più inquietanti della falsa tregua. 

Conosciamo il racconto: gli achei escogitano, attraverso l’astuto Ulisse, una sospensione solo apparente della guerra. Lo stratagemma del cavallo di legno si offre come il segno del loro ritiro dalla guerra, della fine del conflitto, ma, in realtà, incarna il saccheggio e la distruzione definitiva di Troia. È una tregua che non prepara la pace ma il massacro totale. 

 La storia lo insegna: la tregua può diventare talora un inganno, una maschera. Non ogni tregua è finalizzata alla pace. Esistono tregue tattiche, manipolate, utilizzate per riorganizzare l’offensiva e perfezionare le proprie ambizioni di dominio. Esistono tregue che non sono tentativi di fermare la guerra ma di farla proseguire con altri mezzi. Quando questo accade, la tregua diviene un mero travestimento della spinta bellica alla distruzione. 

 E, tuttavia, sarebbe un errore soffermarsi solo sulla dimensione della tregua come falsificazione di una volontà segreta di guerra. Esiste infatti anche un’altra tregua che comporta il ritorno alla legge della parola là dove lo scoppio della guerra l’aveva sconvolta e azzerata. Ogni guerra, prima ancora di uccidere i corpi dei soldati e dei civili, uccide la parola. 

 In questa prospettiva, per quanto non sia ancora la pace, la tregua segnala la riapparizione della parola nella forma di una necessaria azione politico-diplomatica. L’imperativo militare è così costretto a cedere il passo alla tortuosità inevitabile della concertazione. La tregua comincia quando il nemico, pur rimanendo tale, ritorna a essere un interlocutore perché ritorna a condividere la dimensione umana della parola. È il movimento fragile, esitante, ma decisivo della tregua. 

 La scelta compiuta da Primo Levi di titolare il proprio racconto dell’uscita da Auschwitz La tregua riflette il fatto che in gioco non era affatto l’illusione della liberazione senza resti dall’orrore, la riconciliazione finale con il mondo, un passaggio lineare dall’inferno del campo alla vita ordinaria. Piuttosto si scava un intervallo, quello della tregua, che non cancella l’orrore sebbene renda possibile un nuovo inizio. Un tempo intermedio e precario nel quale la crudeltà del campo aveva smesso di regnare in forma assoluta, senza però essersi del tutto dissolta. Il trauma, infatti, resta e non può essere dimenticato. 

 Levi chiama questo tempo di mezzo tregua proprio per nominare lo statuto sospeso dell’esistenza dopo la catastrofe. Il male storico della Shoah non può terminare davvero con l’apertura dei cancelli di Auschwitz ma è destinato a proseguire nella memoria, nei sogni, nella fatica del ritorno alla vita. Questo significa che nessuna tregua può coincidere con un’innocenza ritrovata, perché è solo il nome fragile di una sopravvivenza che prova a ricominciare senza poter cancellare ciò che è stato. Per questo la tregua non è soltanto una categoria politica o militare, ma è una profonda figura dell’umano in quanto tale. 

 È sempre un errore madornale pensare alla pace come a un ordine definitivamente compiuto. Dovremmo invece considerare la nostra vita collettiva in una condizione permanente di tregua. Solo in questo modo saremmo costretti a lavorare davvero per rafforzare le nostre iniziative politiche, culturali, sociali in grado di tutelare la pace dalla tentazione “umana troppo umana” della guerra. 

 E, tuttavia, se proviamo a rifletterci, è proprio nel suo statuto incerto che ogni tregua custodisce una verità profonda che tendiamo invece a voler ignorare: il tempo della pace non è mai un tempo definitivo, ma porta sempre con sé la natura della tregua, dunque un tempo necessariamente sospeso. In ogni tregua la macchina della guerra si arresta ma nulla garantisce che si arresti davvero per sempre. Il nemico come oggetto d’odio e di ostilità resta tale. Dunque, il rischio della ricaduta nella guerra è sempre incombente. Per questo non solo ogni tregua è più drammatica della pace, ma ogni pace è sempre di fatto una tregua nella spinta umana alla guerra di tutti contro tutti

 Per questa ragione, essa non può mai assicurare un ordine stabile, immune dalla tentazione umana della guerra. Sicché la tregua non è solo un tempo sospeso nel mezzo di una guerra ma anche un tempo dove la pace dovrebbe essere alimentata di continuo, in modo attivo, così da evitare l’esplosione della guerra. L’esperienza della tregua ci ricorda che la nostra storia non procede mai per assoluti, ma solamente per passaggi instabili, per interruzioni, per aperture incerte. 

 È questa la lezione più severa della tregua: non esiste nessuna pace davvero compiuta per sempre, non esiste un ordine assoluto della pace. Piuttosto, a essere permanente è sempre l’incertezza della tregua. Non ce ne siamo affatto accorti in questi ultimi decenni. È la nostra colpa più profonda. Abbiamo confuso la pace come un ordine stabile delle cose realizzato una volta per tutte quando invece la pace - ogni forma umana di pace -, dovrebbe essere sempre pensata a partire dalla figura necessariamente e tremendamente incompiuta della tregua.

 Alzogliocchiversoilcielo

La Repubblica


                           

martedì 24 dicembre 2024

LA TREGUA DI NATALE

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 La sorpresa tira fuori dalla prigione delle abitudini mortifere e dell'uguale, invitando a vedere e agire diversamente, perché nessun problema può essere risolto rimanendo al livello di ciò che l'ha creato.




di  Alessandro D’Avenia

 Che cosa c'è nei pacchi sotto l'albero? La prima cosa che vediamo è la carta colorata che cela e rivela al contempo.

Quindi prima di tutto sotto l'albero troviamo l'attesa. Se nelle altre occasioni i regali appaiono alla consegna, a Natale li pre-vedi, ma devi attendere. Quante ipotesi facevamo da bambini... se ancora ricordo regali tanto attesi (la pista delle biglie, il castello medievale...) è perché l'attesa diventa memoria. L'attesa ha infatti la stessa pasta dell'attenzione, «teso a» (ad-tendo): per ricevere il mondo bisogna andargli incontro. «È in attesa» una donna che prepara una vita e lo fa con mille attenzioni, cioè cure. In inglese «attento» è «careful», cioè «pieno di cura», «accurato», e in fondo anche «curioso» viene da «cura». 

 È proprio la carta dei pacchi che quindi permette che ci sia una «sorpresa»». Essere sorpresi è infatti l'unico modo di innamorarsi della vita. Sorpreso viene da super-preso: preso in alto, sollevato. La sorpresa tira fuori dalla prigione delle abitudini mortifere e dell'uguale, invitando a vedere e agire diversamente, perché nessun problema può essere risolto rimanendo al livello di ciò che l'ha creato, come l'atomica con altre atomiche o la noia con le distrazioni. C'è bisogno di un livello superiore di realtà, qualcosa di nuovo. Dove trovarlo? 

La nostra caccia al nuovo è spesso affidata all'ultimo modello di qualcosa (certe code davanti ai negozi tradiscono il sacro secolarizzato e il suo rito: il saldo), che però non basterà perché l'ultimo modello è solo il meno vecchio e sarà presto superato, noi invece vorremmo il nuovo che non invecchia, il modello per sempre ultimo. Perché noi vogliamo l'eterno, per non morire. Insomma, nella carta dei pacchi, tra attesa e sorpresa, cerchiamo la vita eterna, cioè la vita che non si rovina e non si ripete, che è nuova e si rinnova. Proviamo ora ad aprirli «i pacchi» (la trasmissione televisiva più seguita non è l'illusione di un Natale giornaliero?) per vedere se la contengono. 

 Si dice che le persone ricche comprino tempo, quelle povere oggetti, quelle pigre distrazioni, quelle intelligenti conoscenza. Senza dubbio una semplificazione, che però mette sulla buona strada: in quei pacchi cerchiamo ciò che più assomiglia alla vita eterna, tempo e spazio «materializzati», oggetti e progetti che possano allungare e rinnovare la «solita» e «breve» vita. Non è un caso che nella narrazione cristiana il Natale racconti l'inverso: l'eterno, cioè tutto il tempo e lo spazio, vita sempre nuova, si incarna in uno spazio-tempo limitato, colui che si dice il figlio di Dio nasce nella stalla di uno sperduto paesino della Palestina. Insomma a Natale noi cerchiamo l'eterno e l'eterno cerca noi. Ma possiamo noi mortali averlo l'eterno? Sì. La vita che si rinnova sempre è proprio nel qui e ora con il suo limite: “presente” in italiano significa anche regalo. E come? Proprio nella forma che l'eterno si è dato entrando nel qui e ora, nel noi: Figlio e Fratello, amato e amante. Un'utopia? No. L'umano nell'uomo, purché l'uomo se ne ricordi. 

 È accaduto a uomini che il 24 dicembre del 1914 si ammazzavano tra loro in piena Guerra mondiale. Nelle trincee delle Fiandre, a sud di Ypres, in Belgio, alcuni soldati tedeschi cominciano ad accendere delle candele sul bordo della trincea, intonando canzoni natalizie. Sull'altro fronte gli inglesi rispondono unendosi a un canto noto anche a loro che, intonato in lingue diverse (Stille Nacht, Silent Night, Astro del ciel...), abbassa difese e fucili, spingendo i soldati a incontrarsi proprio sulla linea del fronte. Si parlano, si stringono la mano, si abbracciano. È la Vigilia di Natale e la prima cosa da fare è scambiarsi i regali (vestiti, cibo, tabacco, dolci, grappa...) e racconti. Si celebra la messa, si seppelliscono i morti. L'indomani si disputa anche una partita di calcio. Uno dei presenti racconta in una lettera ai familiari la scoperta della vita eterna nel qui e ora, nel noi, quello che tutti abbiamo in comune (essere figli e fratelli) e che è più reale di ciò che ci separa: “Sono proprio come noi: hanno madri, fidanzate, mogli che aspettano il nostro ritorno a casa” (in La tregua di Natale – Lettere dal fronte, a cura di A.Del Bono). Quegli uomini capiscono che l'amore per la vita, per la casa, per il proprio Paese, manipolato (come racconta amaramente Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale) da menzogne, propaganda e avidità, era stato trasformato in energia distruttiva contro presunti nemici, che invece erano «come noi», erano «noi». Quell'unità profonda di tutte le cose che già un filosofo greco aveva chiamato logos del cosmo, che Giovanni dice essersi incarnato all'inizio del suo vangelo, e che Francesco d'Assisi tradurrà dando del fratello o sorella al fuoco, all'acqua, alle stelle... e persino alla morte. Se tutto è «figlio» (se il logos, la logica, della realtà è la filiazione), tutto è «fratello/sorella», chi non lo vede si muove in superficie o in malafede. Come i capi di Stato maggiore di entrambi gli schieramenti che, chiusi nei loro palazzi e ragionamenti, si affrettarono a sostituire quelle truppe con altre unità, cercando di cancellare l'accaduto e la sua memoria, anche grazie alla stampa di regime. Non mi pare che 110 anni dopo sia cambiato molto in alcune teste. 

 Bisogna tornare a quel canto di Natale che provocò la tregua, come ha fatto nel dicembre 1983 Paul McCartney pubblicando la canzone Pipes of Peace, nel cui video mette in scena proprio la tregua natalizia del 1914, ed è lui stesso a interpretare sia un soldato inglese sia un avversario, i quali cantano, ciascuno dalla propria trincea, le stesse parole: «Help me to learn/ Songs of joy instead of 'Burn, baby, burn'». 

È invece del 2005 il bel film di Cristian Carion che racconta quella tregua di Natale: «Joieux Noël - Una verità dimenticata dalla storia», ricostruito attraverso le testimonianze dei presenti, tra le quali quella del diario del sergente inglese Bernard Joseph Brookes: «È stato un Natale ideale, lo spirito di pace e buona volontà cozzava con l'odio e la morte dei mesi precedenti. È stato sorprendente che un simile cambiamento nel comportamento dei due eserciti opposti sia stato generato da un evento accaduto una notte di duemila anni fa». Sorprendente lo è sempre la vita eterna, l'unica che dà pace agli uomini, quella che non entra nei pacchi sotto l'albero, che però ci indicano dove cercarla: in una stalla in cui l'eterno abbraccia la condizione umana nella forma di un bambino che un giorno oserà dire “Sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l'abbiano in sovrabbondanza” (Gv 10). 

 Chissà che a star più «attenti» questa «incredibile sorpresa» non possa suggerirci una forma nuova di vita, qualcosa di nuovo sul fronte occidentale, tirandoci fuori da qualche trincea personale, familiare, sociale in cui ci siamo ficcati per proteggerci da nemici creati dalle nostre paure o dalla nostra malafede. 

 Buona tregua di Natale a tutti.

Alzogliocchiversoilcielo