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sabato 22 agosto 2020

RIAPRIRE LE SCUOLE.. PERCHE?


L’urgenza della riapertura 

delle scuole



I problemi relativi alla riapertura delle scuole occupano, giustamente, un posto di primo piano nel dibattito sulla ripresa autunnale, pur nella prospettiva di dover comunque convivere ancora a lungo con il coronavirus. Siamo tutti consapevoli che non è possibile prolungare nel prossimo anno scolastico l’istruzione a distanza, che da un lato ha fatto emergere drammaticamente le disuguaglianze sociali, tagliando fuori gli alunni delle famiglie meno attrezzate per sostenerla, dall’altro è risultata riduttiva anche per le fasce privilegiate, impoverendo in modo decisivo la dimensione relazionale che è connaturale all’impresa educativa.
Incertezze e fragilità del governo
Non si possono non constatare le incertezze che hanno caratterizzato la linea del governo e dello stesso comitato tecnico scientifico – su tutto, ma  in particolare su questo tema –, nonché la fragilità della ministra in carica, apparsa a molti priva della saggezza e dell’autorevolezza necessarie in simili frangenti. Soprattutto inaccettabile è stato il tentativo di scaricare sui dirigenti scolastici le responsabilità e i rischi della riapertura, rimandandoli a una normativa vaga e confusa, ma soprattutto esponendoli a una valanga di proteste e di azioni giudiziarie da parte di genitori scontenti.
Che cosa significa essere “positivi”
Neppure sembra accettabile, però, l’atteggiamento dell’opposizione, ossessivamente concentrata sulla denunzia delle precauzioni suggerite dal governo, accusato di agitare lo spettro del contagio solo per limitare le libertà degli italiani. Vengono continuamente ripetute le affermazioni del prof. Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano, il quale, davanti ai dati non del tutto rassicuranti della curva dei “positivi”, ha tenuto a sottolineare che «essere positivi non significa essere malati» e che non dirlo vuol dire alimentare un allarmismo pernicioso.
Osservazione ineccepibile, che però andrebbe completata dicendo anche ciò che essere positivi significa (forse per limiti di spazio, non ho mai trovato nelle interviste a Zangrillo questa seconda parte). Perché non è per capriccio che gli esperti continuano a lanciare segnali di allarme, di fronte alle forme plateali di imprudenza di larga parte della popolazione. Così come non è arbitraria la decisione del governo e delle regioni di chiudere le discoteche e di stabilire misure restrittive per la movida.
Il punto è che, se i giovani molto raramente diventano “malati”, se vengono contagiati diventano portatori del virus e possono trasmetterlo agli anziani. L’aumento del numero di persone “positive”, anche se asintomatiche (dunque non “malate”), costituisce perciò una bomba a orologeria che, superando certi livelli renderebbe di nuovo critica la situazione (come lo è in altri Paesi, che si illudevano di avere superato la fase acuta).
Un’opposizione poco convincente
Per questo i problemi collegati alla ripresa dell’anno scolastico non possono essere affrontati con la superficiale disinvoltura di chi irride alle precauzioni su cui si discute. Salvini ha accusato il governo di voler «trasformare le scuole in lager». Ma chi ha un briciolo di informazione sa che la linea da lui caldeggiata nel corso di questa crisi ha dato sempre risultati disastrosi in tutti i Paesi che l’hanno seguita, costringendoli, nella maggior parte dei casi, ad adeguarsi al metodo “italiano”. Per quanto incerta e confusa, la strategia del governo di Conte finora si è rivelata meno disastrosa e sarebbe pericoloso abbandonarla quando si tratta delle scuole.
Ma basta il discorso sulle misure tecniche?
In questo dibattito, tuttavia, manca ogni accenno a ciò che di nuovo il coronavirus ha sicuramente portato nella nostra esperienza umana e che non può non trovare un riscontro nella vita della scuola. Tutto si svolge come se il solo problema fosse quello di garantire tecnicamente il ritorno in classe, riproponendo così esattamente ciò che vi si faceva prima della pandemia. Le mascherine, i sanificanti, i banchi singoli, magari anche a rotelle, sembrano essere le uniche garanzie perché il nostro sistema di formazione culturale dei giovani possa tornare a funzionare al meglio, intendendo con questo il tornare a funzionare come prima del coronavirus.
Forse la crisi del coronavirus ha qualcosa da dire alla scuola
Ma è così sicuro che la scuola che il lockdown ha messo in crisi funzionasse e che si tratti solo di ripristinarla? I docenti riprenderanno le lezioni dove le avevano interrotte, facendo finta di niente? Non c’è qualcosa che, da tutto quanto è accaduto, dovremmo imparare, cercandone i segni nella storia recente, non solo del nostro Paese, ma dell’intero pianeta? La scoperta drammatica dei rischi mortali che il nostro rapporto predatorio con la natura implica, della precarietà dei nostri sistemi economici, delle ingiustizie insite nei nostri equilibri sociali, non dovrebbe imprimere una spinta irresistibile al muro che fino ad oggi ancora separa la scuola italiana dalla vita reale, facendone un mondo di carta, dove i libri spesso sostituiscono la realtà invece di aprire ad essa?
Il concetto di cultura rimesso in discussione
È in gioco il concetto steso di cultura, che spesso nelle nostre aule è stato interpretato come mero “sapere”, trascurandone la dimensione più profondamente educativa, che può nascere solo da un confronto continuo della grande tradizione culturale, che la scuola ha il compito di trasmettere, con i problemi esistenziali dei singoli e delle comunità. Forse è stata questa autoreferenzialità a rendere la nostra scuola sempre più insignificante nella vita sociale e a svalutare la stessa cultura, favorendo il trionfo di una reazione diffusa quanto irrazionale nei confronti degli intellettuali e dei competenti
«Riaprire» la scuola italiana dovrebbe significare in realtà molto di più che rendere di nuovo agibili le scuole. Il coronavirus ha dato una spallata al nostro sistema di vita, e questa spallata forse può travolgere anche i vecchi schemi de nostro sistema scolastico, costringendolo a pensare in modo diverso il rapporto con la tecnica (per integrarla nei rapporti umani, non per sostituirli), a relativizzare i rigidi confini architettonici e burocratici delle classi, a ristabilire le relazioni con le famiglie (da sempre rimaste ai margini).
Gli insegnanti si riscoprano intellettuali
Questo sì, è compito in primo luogo dei dirigenti e degli insegnanti. Solo che per assolverlo, devono anche loro ripensare il proprio ruolo di intellettuali e decidere una buona volta se tornare ad essere – come spesso sono –, dei semplici esecutori di direttive ministeriali, stanchi custodi di una routine alla fine noiosa per loro e per i loro alunni, oppure cogliere il clima di novità e di rinnovamento creato dalla pandemia per recuperare la loro identità di intellettuali, in una scuola “diversa”. Scegliendo di essere quello che degli intellettuali dovrebbero sempre essere, creativi mediatori tra le idee e la vita, testimoni di una incessante ricerca di senso, critici intelligenti dell’esistente e costruttori instancabili di prospettive di speranza.
Di questo i nostri giovani hanno sempre avuto e hanno bisogno. Il coronavirus, sparigliando le carte, non ha fatto che evidenziare questo bisogno, rendendo più urgente la necessità di rielaborare la figura dell’intellettuale in generale, e quella dell’insegnante in particolare.
Il compito del governo
Il governo ha in tutto questo un compito strumentale, ma fondamentale. Che non è solo quello di permettere la riapertura delle scuole in condizioni di sicurezza, ma anche di utilizzare una parte consistente dei soldi del Recovery Fund per favorire questo rinnovamento della scuola e dell’atteggiamento di fondo del corpo docente. L’appello di Draghi a non investire tutte le risorse a nostra disposizione in bonus tappa-buchi e a puntare, piuttosto, sul futuro che dobbiamo assicurare ai nostri giovani, può trovare proprio qui una risposta significativa.
Da troppo tempo il nostro sistema scolastico è governato secondo logiche grettamente sindacali, che lo hanno trasformato in un ammortizzatore sociale, misconoscendone la valenza e la finalità culturale. Bisogna riaprire la scuola ai giovani entusiasti che desiderano insegnare, mettendo alla prova la loro preparazione e non solo gli anni di servizio. Bisogna aumentare  gli stipendi e garantire una carriera, rendendo più appetibile questo lavoro per le persone di valore. Bisogna ridurre il peso sempre più soffocante degli adempimenti burocratici. Bisogna favorire ad ogni livello la creatività, premiandola anche economicamente.
E forse, dopo una lunga eclissi, la società imparerà a riconoscere nuovamente in una scuola così rinnovata la risorsa fondamentale per la propria crescita umana e civile.

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.


venerdì 3 luglio 2020

LA SCUOLA CHE VERRÀ' .....

Incontro dei Sindacati scuola con Protezione Civile, Ministero Istruzione e INAIL

Si è svolto ieri, presso la sede nazionale della Protezione Civile, l’incontro tra organizzazioni sindacali e Comitato Tecnico Scientifico, alla presenza di rappresentanti del Ministero dell’Istruzione e dell’INAIL. Il dott. Agostino Miozzo, coordinatore del CTS, ha aperto l’incontro esprimendo la vicinanza del Comitato al mondo della scuola e la consapevolezza della complessità nella gestione del rientro in aula di tutti gli alunni il prossimo settembre. La programmazione degli interventi necessari sconta la complessità legata alle rilevanti dimensioni del sistema e dei numeri importanti direttamente e indirettamente in gioco nella gestione dell’attività scolastica, ma anche alle incognite relative all’andamento del contagio, che al momento mostra un trend recessivo ma la cui evoluzione va tenuta costantemente sotto attento controllo.
       Il CTS ha fornito proprie indicazioni sulla base dei dati epidemiologici disponibili, mentre la loro traduzione in relazione alle specificità legate all’istruzione è responsabilità della politica, nel confronto con le parti sociali.
Il dott. Miozzo ha ribadito come la prevenzione si fondi su tre elementi fondamentali: distanziamento, igiene delle mani e utilizzo delle mascherine. Le indicazioni sin qui fornite potrebbero anche essere modificate a settembre, mentre l’esperienza di altri paesi, ha ricordato, costituisce un importante invito alla prudenza. In Israele, ad esempio, da maggio ad oggi si è dovuto procedere alla chiusura di circa 150 scuole a causa dei contagi.
Il distanziamento e le misure indicate dal CTS, di cui va prevista una modalità sostenibile di attuazione, implicano opportune soluzioni organizzative sia per rispettare la distanza di un metro “da bocca a bocca” sia per l’attivazione di sistemi di contact tracing che consentano di intervenire tempestivamente in caso di contagio, onde circoscrivere rapidamente eventuali focolai.
Il dott. Sergio Iavicoli, che rappresentava l’INAIL, intervenendo anche su sollecitazione delle organizzazioni sindacali ha ribadito il metro lineare come indicatore del distanziamento necessario, ritenendo che gli indici di affollamento (in metri quadri) siano già contenuti nella normativa generale, comunque da rispettare.
         La CISL Scuola ha chiesto che sull’indice di distanziamento siano forniti ulteriori chiarimenti e precisazioni, considerando che molte scuole sono state costruite prima dell’entrata in vigore della norma del 1975 e quindi non risultano ad essa soggette, oppure hanno situazioni edilizie che non sono coerenti con i limiti imposti. Inoltre sono stati posti quesiti relativamente alle procedure da seguire nel caso in cui un allievo presenti sintomi durante l’orario scolastico, sulle responsabilità circa l’igienizzazione degli ambienti non scolastici utilizzati per la didattica, sui presìdi sanitari che potranno essere garantiti alle scuole a livello territoriale, sulla gestione dei c.d. “lavoratori fragili” e delle eventuali supplenze, sulla costruzione di percorsi di formazione e informazione. La segretaria generale Maddalena Gissi ha anche chiesto di chi sia la responsabilità nel definire gli indici sul numero massimo di alunni per classe, in relazione agli obblighi relativi all’edilizia scolastica propri degli enti locali.
       Per quanto riguarda la definizione dell’indice di affollamento, il dott. Miozzo si è detto disponibile ad un approfondimento, mentre ha precisato che nel caso di un alunno con sintomi la procedura da adottare consiste nella individuazione di un’aula per l’isolamento e nella richiesta di intervento dei servizi di pronto soccorso. Ha poi sottolineato di ritenere auspicabile un ripristino della rete di medicina scolastica e che una sollecitazione in tal senso è stata rivolta al Ministro della Salute. Ha inoltre assicurato la massima disponibilità della Protezione civile sia per interventi finalizzati ad incrementare gli spazi a disposizione delle scuole, anche con la costruzione di strutture temporanee, sia per la realizzazione di percorsi di informazione e formazione.
Ha infine chiarito che l’acquisto delle mascherine e degli arredi necessari per le istituzioni scolastiche avverrà in modo centralizzato, attraverso la gestione commissariale.
     Per quanto riguarda tutte le altre tematiche in discussione, si è concordato di aggiornare l’incontro alla prossima settimana, per consentire il necessario coordinamento con i ministeri interessati.