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mercoledì 4 febbraio 2026

DONO O REGALO?

 


IL REGALO 

NON È 

UN DONO



Il dono è una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve.


Luigino Bruni

Si sono concluse le feste di Natale, e così, a «bocce ferme», possiamo fare qualche nuova riflessione sui doni e sulla differenza tra i doni e i regali.

I regali e i doni sono atti umani diversi, convivono gli uni accanto agli altri, spesso sono entrambi buoni, ma non vanno confusi tra di loro. Il valore dei regali tra Natale ed Epifania dipende dalla qualità dei doni tra Epifania e Natale. Il panettone che portiamo alla zia anziana lontana dice qualcosa di buono e bello se durante l’anno quel regalo natalizio è stato preceduto da qualche telefonata, una visita, tempo speso, abbracci di corpi, parole buone e benedizioni reciproche. Noi sapiens parliamo anche con le cose e con gli oggetti, perché le parole qualche volta non bastano, e con un oggetto riusciamo a dire cose che con la bocca e la penna diremmo diversamente e peggio. La civiltà umana, a differenza degli animali, è fatta di parole e di cose, di oggetti (quadri, case, chiese) che dicono chi siamo come e forse meglio delle parole. I doni sono i verbi che collegano e danno senso ai nostri regali, e li fanno entrare nei nostri discorsi più belli. 

Nella pratica e nella vita concreta i doni e i regali si somigliano, si intersecano, li chiamiamo con le stesse parole, anche perché non è necessario studiare economia per vivere bene. I regali si fanno spesso (anche se non sempre) per assolvere a obblighi, normalmente a buoni obblighi, verso famigliari, amici, colleghi, fornitori, capi, clienti, responsabile ufficio acquisti, e sono legati ai tempi e alle date della vita. 

Il nostro tempo del business globale ama sempre più i regali, perfettamente coerenti con il suo spirito, ma capisce sempre meno i doni. I regali sono previsti, regolati dalle convenzioni sociali, e in non pochi casi sono pretesi – in molte regioni i regali per i matrimoni sono regolati da norme molto dettagliate e rigidamente osservate, fino a indebitarsi. C’è poca gratuità nei regali, tanto che se non li facciamo, i potenziali destinatari ci giudicano male. Un economista, Joel Waldfogel (nel 1993), ha dimostrato che i regali di Natale distruggono in media il 20% del valore dei beni regalati, poiché se le persone scegliessero i propri regali invece di riceverli dagli altri, la loro soddisfazione sarebbe maggiore di circa un quinto. Così quest’economista proponeva di regalare denaro ad amici e parenti; ed è quanto ormai accade abitualmente con figli, nipoti e parenti, poiché regalare denaro diventa una via più semplice, per chi dà e per chi riceve. Per non parlare dei «regali di nozze»: dai servizi da tè e servizi di asciugamani si è prima passati alla lista nozze, poi alla busta coi soldi, e ora direttamente all’iban indicato nell’invito. 

Il dono è diverso, è altra cosa, ha altra natura, un altro costo, e altro valore, un altro corso, un altro senso. È una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve. Il dono non è preteso, spesso non è neanche previsto; a volte è atteso, è sempre eccedente, non legato al merito, sorprendente, squilibrato, eccessivo, non simmetrico. Quando il dono si esprime anche con un oggetto donato, quel dono incorporerà per sempre quell’atto d’amore, il volto della persona che ce lo ha donato. E quando il dono si incarna in un oggetto, lo spirito del dono trasforma quella cosa in sacramento, vedendola siamo invitati a pensare e guardare qualcos’altro, un volto lontano ma presentissimo.

Messaggero di Sant'Antonio

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domenica 1 dicembre 2024

IL SELF REGALO

 

Sarà una carestia di desideri che preparerà,

 prima o poi, la fine di questo

 nuovo culto globale.

 La speranza è che nel frattempo,

 da qualche parte,

 siano sopravvissuti comunità e doni veri.


- di Luigino Bruni 

Tra le molte feste della religione capitalista il black friday è quella che presenta una “purezza cultuale” perfetta che ci consente di capire dimensioni di questa nuova religione che vediamo con minore limpidezza in altre feste ormai trasformate e assimilate, come il nuovo Natale o il vecchio Halloween. 

La liturgia del consumo

Innanzitutto, dobbiamo tener presente che la mentalità del consumo fa parte di ogni esperienza religiosa. Il culto, la liturgia, sono sempre state anche esperienze di soddisfacimento di bisogni del corpo, non solo dell’anima. Basti pensare anche ad una messa cattolica dove tutti i sensi sono stimolati: udito (canti), vista (arte), olfatto (incensi), gusto (pane e vino), tatto (statue di santi). Nelle religioni la dimensione spirituale è solo una tra le tante, e nemmeno quella più importante. I nostri nonni che riempivano le chiese (le nonne soprattutto) e popolavano le feste religiose, non erano interessati alla mistica né all’ascetica. Non cercavano la contemplazione delle realtà celestiali. La messa domenicale e le altre feste di precetto erano soprattutto la celebrazione del legame sociale, della vita, un’esplosione di corpi, di abbracci, di danze, di grandi pasti collettivi, di eccesso, di spreco, di dépense (diceva Bataille), di trasgressione, del bisogno di un giorno diverso. I santi e Dio erano la scusa per fare la festa e le processioni, ma i protagonisti principali della festa erano altri. 

 Se lo guardiamo bene, il black friday presenta infatti tutti i caratteri antropologici e sociali degli antichi culti religiosi. Il primo riguarda la stessa importanza essenziale delle feste. Il cristianesimo non divenne christianitas per l’Editto di Milano del 313. Non lo divenne neanche per la teologia, né per i libri e i dogmi. L’operazione decisiva fu l’occupazione prima dei vecchi templi greco-romani e, poi, soprattutto, la sostituzione delle vecchie feste popolari romane, celtiche, etrusche, picene, sabine ... 

La cultura nasce dal culto, ci ricordava nel 1922 Pavel Florenskij. E cultura significa processioni con baldacchini da trasportare e i fuochi da sparare, oggetti da toccare con le mani, statue da bagnare con le lacrime, e la loro ripetizione ciclica annuale. 

 Anche il black friday è nato come festa di processioni (davanti ai negozi), il bisogno di toccare l’oggetto, lacrime per aver ottenuto l’oggetto tanto desiderato, una festa popolare molto affollata. Negli ultimi anni, però, si stanno verificando importanti novità, che ne stanno velocemente cambiando la natura. Prima però soffermiamoci su un elemento da non sottovalutare. 

 Il mondo cattolico, soprattutto con la Controriforma, ha molto accentuato la dimensione del consumo nel culto e nella liturgia – si pensi alla messa, dove il sacerdote “produce” il bene (eucarestia) che il popolo ‘consuma’. 

La cosiddetta “cultura della vergogna”, sempre attiva e dominante nei Paesi latini, ha creato un ambiente economico dove le persone competevano soprattutto attraverso i beni di consumo “vistosi” (vestiti, case, auto... ), e non tramite il lavoro come accadeva invece nei Paesi protestanti. Tutto ciò ha creato una particolare predisposizione del mondo cattolico per la nuova religione del capitalismo da quando, negli ultimi decenni, questa ha spostato il suo centro dal lavoro al consumo. 

 La religione capitalista

Da qui un ennesimo paradosso: la religione capitalistica è nata nei Paesi calvinisti ma sta conquistando soprattutto quelli cattolici – e sempre più velocemente i vari Sud comunitari del mondo. Il black friday piace molto più a noi che agli olandesi o agli svizzeri. Si comprende allora dove si trovi un primo problema decisivo. Il mondo cattolico è culturalmente meno attrezzato per riconoscere l’insidia di queste feste della nuova religione fondata sul consumo che sta eliminando le ultime vestigia di cristianesimo, di cattolicesimo in particolare – mi chiedo quanti cattolici praticanti hanno fatto “obiezione di coscienza" al rito di questo venerdì? 

 Quanti negozi dell’economia sociale o cooperativa hanno resistito alla seduzione del nuovo culto? Il culto consumista sta svuotando l’anima dei cristiani molto più radicalmente di quanto non abbiano fatto tutti i comunismi e i socialismi della storia. 

 Il black friday ha poi delle sue tipicità, antiche e nuove. La prima è una forma inedita di politeismo. Per capirlo occorre prendere coscienza che il dio-idolo adorato è il consumatore, non l’oggetto che si acquista. Quindi gli “dèi”, i consumatori sovrani e idoli, sono milioni, ormai miliardi. Ce lo rivela un elemento fondativo di ogni religione: il sacrificio. Gli sconti del black friday sono quasi sempre veri, non finti. A dirci che chi in questo giorno si sacrifica non è il consumatore per l’impresa ma l’impresa che compie l’offerta (si noti il linguaggio) a vantaggio del suo consumatore-dio. 

Un sacrificio controllato, piccolo, omeopatico, che, come ogni omeopatia, ha lo scopo di immunizzare dalla malattia: un piccolo sacrificio, che somiglia al dono, un donuncolo, affinché il capitalismo possa immunizzarsi dal dono vero, che è il virus di cui ha una paura tremenda. 

 Il regalo che arriva a casa

La seconda novità riguarda la fine della dimensione comunitaria di questa nuova religione. Finora abbiamo conosciuto soltanto religioni comunitarie. Ma ormai l’oggetto non lo compriamo più nei negozi-templi affollati, in processione, come avveniva all’inizio; ormai ci arriva, docile e veloce, a casa con un semplice clic (e una carta di credito), senza incontrare nessun umano lungo il cammino. Con l’intelligenza artificiale questo individualismo diventerà totale. 

 Infine, la terza novità. Quest’anno, durante la novena di preparazione della festa era sempre più comune leggere: “Fatti un regalo per il black friday”. 

Le feste cristiane erano centrate sui doni da fare a qualcuno e da ricevere da qualcun altro; oggi c’è la celebrazione del self-love, che è la vera fine dell’umanesimo cristiano del dono. Il self-regalo è l’apoteosi dell’idea arcaica del regalo (da rex, regis), cioè offerte da fare al re, con un elemento davvero inedito: l’unico sovrano è l’individuo che fa offerte a se stesso, il donatore coincide col donatario. 

 Desiderio e appagamento

In questa cancellazione di doni veri si trova il tallone d’Achille della religione del consumo: il desiderio. Nessun desiderio può essere davvero appagato da merci, tanto meno da self-regali, perché l’essenza del desiderio è desiderare qualcuno che ci desidera, desiderare un desiderio, che nella fede cristiana raggiunge la sua apoteosi in un Dio che ci desidera. 

Le merci che diventano doni ci piacciono molto perché sono sacramento di una persona che ci ama e ci desidera; e ogni volta che guardiamo quell’oggetto, vi rivediamo gli occhi, l’odore e il sapore di chi ci ha amato: nel self-regalo sentiamo soltanto l’odore e il sapore di noi stessi, infinita tristezza. 

 Grazie a Dio, le merci hanno molte virtù, ma non sanno desiderare. Sarà una carestia di desideri che preparerà, prima o poi, la fine di questo nuovo culto globale. La speranza è che nel frattempo, da qualche parte, siano sopravvissuti comunità vere, doni non-omeopatici, desideri grandi, Dio.

 Avvenire 

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giovedì 16 dicembre 2021

REGALI o DONI ?

 

 REGALARE e DONARE 

NON HANNO LO STESSO SIGNIFICATO

 

-         di Saveria ALBANESE

 

- Spesso utilizziamo regalare e donare come sinonimi, ma in realtà non lo sono. Il significato di queste due parole esprime invece una concezione contrapposta.

Così mentre il dono è quasi sempre un omaggio ai sentimenti, più che alla persona e sarà sempre più importante e più significativo dell'oggetto, indipendentemente dal suo valore economico, il regalo rimarrà spesso anonimo simulacro di un desiderio carpito al volo, anche quando è molto costoso.

Anche l’etimologia ne dà testimonianza. 

L’origine di “regalare”, infatti, ha a che fare con la regalità: indica una sorta di offerta, di omaggio dovuto, a coloro che riteniamo meritevoli o verso cui ci sentiamo in debito.

I regali si fanno in ricorrenze specifiche, si impacchettano, si accompagnano a un biglietto con il nome del destinatario. Così, i regali natalizi sono diventati una sorta di dovere, una voce del bilancio familiare, inclusa nella tredicesima che alimenta questa macchina degli acquisti.

Ecco perché spesso i regali, in particolare quelli di Natale, sono un’incombenza, più che un piacere.

Che significa “donare”? 

Donare è “ciò che si dà o si riceve senza niente in cambio”. Il dono, quindi, non ha niente a che fare con gli obblighi, né morali, né sociali, ma è un modo per esprimere ciò che proviamo nei confronti di qualcun altro: amore, affetto, amicizia, stima, riconoscenza. Il dono è qualcosa di gratuito, incondizionato. Non presuppone aspettative.

In alcuni casi è un gesto coraggioso, o meglio l’esternazione di un sentimento. Perché spesso ci vuole coraggio (proprio un’azione del cuore) per donare qualcosa senza un motivo ben preciso.

Il dono è lì per dire all’altro: “ho pensato a te e ho dato al mio pensiero questa forma”. Ciò che conta, nel dono, è quanto profondamente ci siamo dedicati al destinatario nell’atto di sceglierlo.

Insomma, quando si dice: conta il pensiero!

Il regalo, invece, spesso si quantifica, è un “do ut des” che regola i rapporti sociali.

Il dono, invece, non ha a che fare con la quantità, con il prezzo, con la dimensione, ma soltanto con la qualità, perché l’oggetto in realtà è solo un simbolo.

Se desiderate qualcosa di costoso, quindi, non chiedetela in regalo! Mettere da parte la cifra necessaria per potersela poi comprare al momento giusto è il giusto messaggio sia per se che per i propri figli.

Il dono più bello da fare ma anche da ricevere per chiunque? 

Il tempo.

Il tempo per stare insieme alle persone a cui si tiene di più.

Ecco perché il regalo o il dono spesso si chiama anche presente: sono qui per te, ora! Metto a disposizione il mio tempo per te. Condivido un pezzo della mia vita con te: una canzone, un gelato, un dolce, un caffè, un biglietto, un cestino con del buon cibo, un bacio, un abbraccio. 

L’importante è che l’altro comprenda il messaggio: ho pensato a te col cuore. Ti faccio questo dono e non pretendo altro che il tuo sorriso.

Fate bei doni, passate delle buone feste!