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domenica 16 febbraio 2025

AMARE LA SCUOLA ?


 Come far amare la scuola dai propri studenti?

Primo: cancellare la lezione frontale



L'apprendimento non passa solo per la lezione frontale e occorre una rivoluzione che non riguarda soltanto la scuola. Stefano Porcu, psicologo e insegnante di sostegno firma un saggio che offre uno sguardo ragionato su potenzialità e fragilità delle diverse metodologie per l'apprendimento

di Luigi Alfonso

Ci sono insegnanti che riescono a far amare la loro materia ai loro studenti, e altri che la rendono poco appetibile. Stessa materia, ma con un risultato diametralmente opposto. È sempre accaduto, vero. Ma oggi occorre uno sforzo d’immaginazione per far compiere alla scuola un autentico salto di qualità, che non passa soltanto per la rivisitazione dei programmi ministeriali. Soprattutto, oggi è sempre più messa in discussione la tradizionale lezione frontale. E questo aspetto non riguarda soltanto la scuola italiana. Di questo discusso argomento parla il libro Metodologie per l’apprendimento scritto dallo psicologo Stefano Porcu per le edizioni Franco Angeli. Un manuale (disponibile nelle librerie dal prossimo 17 febbraio) che cerca di andare oltre il già sentito e l’eterno dibattito che, da decenni, non è approdato a niente di nuovo. Ne parliamo con l’autore, psicoterapeuta, formatore e insegnante di sostegno. Lo psicologo Stefano Porcu, autore del volume

Come nasce l’idea di scrivere un volume di questo tipo?

L’idea è nata quasi spontaneamente, come un filo rosso che ha intrecciato le mie esperienze professionali e il desiderio di dare ordine alle conoscenze acquisite nel tempo. Ho iniziato il mio percorso come psicologo del lavoro, muovendo i primi passi nel mondo della formazione aziendale e professionale. La curiosità e la passione per l’apprendimento mi hanno spinto ad approfondire la formazione per adulti, ricoprendo ruoli da docente, progettista e coordinatore di percorsi educativi. Negli ultimi anni, ho sentito il bisogno di avvicinarmi ancora di più al mondo della scuola, dove l’educazione ha un impatto profondo e duraturo. Lavorare come insegnante in un istituto superiore è stata un’esperienza trasformativa: mi ha permesso di osservare l’apprendimento da una prospettiva diversa, di comprenderne le sfide e le opportunità, di toccare con mano quanto sia fondamentale coinvolgere attivamente gli studenti. Questo libro nasce proprio da questo viaggio tra ambiti e metodologie diverse. È una raccolta di strumenti che spaziano dalla pedagogia scolastica (come Circle Time, Debate, Jigsaw, Reading Workshop, Case Method, Inquiry) alla psicologia del lavoro e alla formazione per adulti (Open Space Technology, World Café, Business Game, Gamification, Metaplan). Il mio obiettivo è offrire una guida pratica a chi si occupa di formazione, per rendere ogni momento di apprendimento più dinamico, coinvolgente ed efficace.

Il volume vuole essere, quindi, uno strumento pratico per insegnanti e formatori?

Esattamente. Immagino questo libro come un kit di strumenti sempre a disposizione di chi lavora con classi e gruppi, per chi sente il bisogno di andare oltre la lezione frontale e sperimentare metodologie più partecipative. Le tecniche proposte permettono di diversificare l’approccio didattico, alternando momenti più strutturati ad esperienze interattive e collaborative. Ma non è solo una semplice raccolta di metodi: è un supporto concreto per aiutare docenti e formatori a trasformare l’aula in un ambiente vivo, dove l’apprendimento diventa un processo attivo e gli studenti non sono spettatori passivi, ma protagonisti della propria crescita. Perché insegnare non significa solo trasmettere nozioni, bensì creare le condizioni affinché chi impara possa farlo con interesse, curiosità e consapevolezza.

La lezione frontale è ancora il metodo di insegnamento predominante?

Sì. La lezione frontale è radicata nei sistemi scolastici e formativi e offre alcuni vantaggi: permette di trattare argomenti in modo sistematico, di gestire i tempi e di coprire grandi quantità di contenuti. Ma ha anche dei limiti evidenti: non tiene conto dei diversi stili di apprendimento, non favorisce l’interazione e spesso non riesce a mantenere alta l’attenzione degli studenti. Per questo è importante che, chi si occupa di formazione, si apra a modelli più dinamici, bidirezionali e inclusivi. Non si tratta di eliminare la lezione frontale, ma di affiancarle metodologie che rendano l’apprendimento più ricco e partecipato. L’insegnamento deve evolversi, perché la scuola e la formazione non possono rimanere ancorate a modelli del passato in un mondo che cambia così rapidamente. Credo che sia fondamentale adattarsi alle nuove esigenze e comprendere che ogni aula è viva, è una comunità che cresce insieme.

La tradizionale lezione frontale è un sistema ad esclusivo “vantaggio” dell’insegnante, insomma.

Senza dubbio, la lezione frontale è la via più diretta: non richiede una progettazione complessa e permette di risparmiare tempo. Ma può davvero bastare? Un vero professionista della formazione non può limitarsi a un modello unidirezionale e direttivo. L’insegnamento, oggi più che mai, deve evolversi verso un approccio dinamico, inclusivo e flessibile, capace di creare un dialogo autentico con i partecipanti. Perché l’apprendimento non è un semplice trasferimento di nozioni, ma un processo vivo, che prende forma attraverso l’interazione, l’ascolto e l’attenzione ai reali bisogni di chi apprende.

Lei ha avuto riscontri oggettivi durante il suo percorso di formatore e insegnante?

Ogni classe scolastica e ogni aula formativa è un universo a sé, con aspettative, obiettivi, bisogni e desideri differenti. Eppure, c’è un aspetto che accomuna tutti i discenti: il bisogno di sentirsi attivi, coinvolti e motivati nel proprio percorso di apprendimento. Per questo motivo, il docente non può limitarsi al ruolo di trasmettitore di conoscenze, ma deve diventare un vero e proprio facilitatore dell’apprendimento, capace di guidare i partecipanti in modo attivo e stimolante. Ciò significa superare la logica tradizionale del teaching per abbracciare un approccio fondato sul learning, come suggerisce Gian Piero Quaglino, e promuovere una didattica che valorizzi la diversità delle esperienze di apprendimento, in linea con le riflessioni di Dario Ianes e Andrea Canevaro. In definitiva, chi opera nel mondo dell’istruzione e della formazione ha l’opportunità di adottare strategie innovative, capaci di andare oltre la semplice trasmissione di nozioni per favorire lo sviluppo di competenze concrete e la costruzione di una conoscenza davvero significativa.

Cresce il numero di ragazzi che non si appassiona alla scuola. Pigrizia di qualcuno, si dirà, ma anche e soprattutto limiti di un sistema che, in Italia, è troppo ancorato al passato.

Ridurre tutto alla pigrizia sarebbe un errore. Parlerei piuttosto di disaffezione e demotivazione. La mancanza di motivazione è il risultato di tanti fattori: personali, familiari, sociali e anche scolastici. La scuola dovrebbe essere un luogo che ispira, che accende la curiosità, che aiuta a scoprire talenti e passioni. Oggi i ragazzi sono immersi in un mondo fatto di stimoli digitali, di interazioni rapide, di contenuti multimediali. Se la scuola resta statica, rischia di perdere la loro attenzione. Ecco perché è cruciale adottare metodologie più coinvolgenti, che rendano l’apprendimento un’esperienza significativa e appassionante.

150 metodologie non sono un po’ troppe? E come si fa a individuare la migliore?

Le scelte metodologiche e la loro continua sperimentazione non sono semplici tecniche, ma il cuore pulsante della professionalità di insegnanti e formatori. Ogni scelta, ogni adattamento, ogni riflessione rappresenta un tassello fondamentale per rendere l’insegnamento un’esperienza viva e significativa. Troppo spesso, però, le metodologie vengono applicate in modo automatico, senza una reale comprensione della teoria che le sostiene, senza coglierne pienamente il potenziale trasformativo. Questo volume vuole essere una guida che accende consapevolezza: non basta conoscere le metodologie, è fondamentale saperle scegliere con intelligenza e sensibilità, adattandole ai bisogni reali di chi apprende. Perché l’insegnamento non è mai rigido, ma un dialogo continuo, un equilibrio tra struttura e flessibilità. Non esiste un metodo giusto in assoluto, piuttosto esiste il metodo giusto per quel contesto, per quelle persone e in quel momento. Solo con uno sguardo attento e inclusivo possiamo costruire esperienze di apprendimento che rispecchino la diversità di ogni studente, valorizzandone i talenti e rispettandone i tempi. Seguendo i principi dell’Universal Design for Learning, possiamo trasformare le aule in spazi di crescita autentica, in cui ogni studente si senta accolto, compreso e motivato a dare il meglio di sé.

In breve, come si usa questo libro?

Il lettore avrà l’opportunità di esplorare una classificazione delle metodologie didattiche, pensata per guidarlo attraverso le infinite possibilità che l’insegnamento può offrire. Ogni metodologia è organizzata in base all’azione che si vuole suscitare nei partecipanti: che si tratti di ascoltare, discutere, analizzare un caso o immergersi in un gioco di ruolo, ogni scelta diventa un’opportunità unica per stimolare l’apprendimento in modo profondo e autentico. Il cuore di questa selezione risiede nel comportamento che l’insegnante o il formatore desidera evocare: che sia un momento di riflessione profonda o un’esperienza di coinvolgimento attivo, ogni metodologia è pensata per rispondere a un bisogno concreto del gruppo. Le 150 metodologie, suddivise in 20 categorie, diventano così una cassetta degli attrezzi, ricca di risorse pratiche e creative. Ad esempio, se l’obiettivo è far sperimentare la potenza del gioco come strumento educativo, nel capitolo dedicato il lettore troverà approcci ludici come Edu Larp, Gamification o Serious games, pronti a trasformare un semplice esercizio in un’esperienza emozionante e coinvolgente. Se invece l’intento è stimolare la curiosità e l’indagine, attraverso tecniche come Inquiry Training Model o Focus Group, si apriranno porte verso metodologie che invitano all’indagine e alla scoperta. Ogni capitolo, per ciascuna delle 20 categorie, offrirà al lettore un viaggio ricco di possibilità, per scegliere con consapevolezza e creatività la metodologia più adatta a ogni occasione.

Il libro si rivolge a una vasta gamma di categorie dell’ambito educativo e pedagogico. Significa che questo manuale può aiutare anche gli operatori del mondo dello sport giovanile?

Questo libro si rivolge a tutte le persone che, con passione e impegno, lavorano con gruppi di apprendimento, ovunque essi si trovino. A chi, ogni giorno, trasmette conoscenze in materie complesse come chimica e matematica; a chi forma gli altri sulla sicurezza sul lavoro o nel primo soccorso; ma anche a coloro che progettano percorsi formativi dove l’apprendimento si costruisce insieme, come un viaggio collettivo. Tra questi professionisti ci sono educatori scolastici e di laboratori didattici, psicologi che accompagnano persone in percorsi di crescita e introspezione, animatori che creano momenti di condivisione e aggregazione, e coach istruttori sportivi che, con visione e dedizione, guidano team attraverso cambiamenti che portano a nuove consapevolezze e abilità. Ogni lettore, in qualità di professionista, è invitato ad assumere con consapevolezza il ruolo di facilitatore di gruppo.

Appassionare gli studenti è sempre stato appannaggio di pochi. Perché, sia in ambito scolastico che a livello universitario, da sempre ci sono docenti molto preparati che talvolta non hanno la giusta empatia per scatenare l’interesse dei ragazzi.

Dal mio punto di vista, un docente non dovrebbe concentrarsi solo sul “cosa” insegnare, ma anche sul “come” farlo. Le conoscenze tecniche e i contenuti sono senza dubbio essenziali in ogni disciplina, ma non sono sufficienti da sole. Devono essere accompagnate da competenze trasversali che permettano di entrare in connessione con gli studenti e di guidarli con consapevolezza. La capacità di costruire relazioni autentiche, l’empatia che nutre l’apprendimento, la sensibilità nell’osservare e nel valutare: sono tutte abilità che, insieme, creano un ambiente di apprendimento sicuro e stimolante. Questo volume vuole enfatizzare quanto sia cruciale comprendere le teorie che stanno alla base delle strategie didattiche e fare scelte consapevoli riguardo alla metodologia da applicare, in modo che ogni lezione diventi un’opportunità per crescere insieme, come insegnanti e come studenti.

Molte di queste abilità si costruiscono o si perfezionano con appositi corsi di comunicazione.

È proprio così. Molte di queste abilità, fondamentali per un insegnamento efficace, si costruiscono e si perfezionano anche attraverso corsi mirati di comunicazione e di sviluppo di altre capacità di conduzione d’aula. Non è un cammino facile, ma è assolutamente essenziale. Oggi, infatti, non possiamo più limitarci a possedere competenze tecniche in una materia, per quanto siano indispensabili come base di partenza. La vera forza di un insegnante nasce anche dalla sua capacità di comunicare, di entrare in sintonia con gli altri e di saper trasmettere non solo contenuti, ma anche passione, motivazione e fiducia.

Secondo lei bisogna formare gli insegnanti a un nuovo approccio metodologico? Ritiene che una proposta del genere sarà accolta con entusiasmo dagli addetti ai lavori?

Da insegnante, sono profondamente consapevole di quanto i professionisti che lavorano a scuola siano continuamente sommersi da una miriade di stimoli e impegni: dalle incombenze burocratiche, alle riunioni, ai colloqui, agli scrutini e a tutte le altre attività che accompagnano la gestione quotidiana della scuola. Questi compiti, pur essendo una parte inevitabile del nostro lavoro, rischiano di rubare quel tempo e quelle energie che sono essenziali per dedicarci alla progettazione didattica e alla creazione di attivazioni mirate per ciascun argomento. È una realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno, ma non possiamo mai dimenticare che la vera essenza del nostro lavoro sta nell’insegnare, nel creare occasioni di apprendimento che arricchiscano e trasformino la vita dei nostri studenti.

Per concludere, quali sono le finalità principali del suo libro?

Questo libro si propone come uno strumento di comprensione profonda, riflessione e supporto per ogni scelta metodologica, con la speranza che i lettori, così come i professionisti del settore, possano sviluppare una consapevolezza critica riguardo agli approcci teorici e ai paradigmi dell’apprendimento che fondano i principali strumenti operativi. Il nostro obiettivo è fornire gli strumenti per analizzare e classificare le metodologie, seguendo i principi e i criteri proposti dalla letteratura scientifica, ma anche per riflettere sui rischi di un’applicazione superficiale e automatica delle stesse. Dobbiamo andare oltre la mera applicazione meccanica delle metodologie: è fondamentale fare scelte mirate e consapevoli, basate su un’attenta analisi del contesto. Le metodologie non sono un semplice “strumento”, ma devono diventare una parte integrante della formazione, del bagaglio di competenze di formatori, insegnanti ed educatori. Solo così possiamo veramente assumerci il ruolo di facilitatori nei processi di apprendimento, guidando gli altri verso una crescita autentica.

Una nuova stagione educativa

Abbiamo un urgente bisogno di una nuova stagione educativa, una vera e propria rivoluzione che possa prendere vita a partire dalla scuola. Una rivoluzione che possa attingere dalle straordinarie proposte innovative di pedagogisti visionari, da John Dewey a Maria Montessori, le cui intuizioni hanno segnato un’epoca e continuano a essere la base di un cambiamento possibile. Ma oggi, quei principi, seppur ancora validi e fondamentali, necessitano di essere rimodulati per affrontare le sfide e le straordinarie opportunità che il mondo moderno ci offre. Il mondo è cambiato in modo radicale, e con esso sono cambiate le necessità di chi apprende e di chi insegna. È il momento di riscoprire la scuola come luogo di innovazione, trasformando il presente per preparare i nostri studenti al futuro.

VITA

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sabato 23 novembre 2024

STUDENTI IN CATTEDRA


 
In classe non può esserci solo la lezione frontale, i docenti devono stare più vicini agli studenti. 

Il voto? A volte viene usato come un’arma impropria”. 


INTERVISTA con Maurizio Parodi

-Di Fabrizio De Angelis

Imparare ad imparare insieme. E’ questo quanto si prefigge il metodo “Studenti in cattedra”, ideato da Maurizio Parodi, già dirigente scolastico, ricercatore e formatore in ambito socio-pedagogico. Quello di Parodi è un metodo innovativo sull’apprendimento a scuola, dedicato ai ragazzi delle scuole superiori, che punta a coinvolgere attivamente i protagonisti, ovvero gli studenti, in ogni passaggio: dall’individuazione dei temi da studiare alla valutazione. Il metodo è stato sperimentato per due anni scolastici presso il liceo Newton di Brescia, esperienza che Parodi ha di fatto condensato all’interno del volume “Sic – Studenti in Cattedra” edito da Erikson.

Intervistato da Orizzonte Scuola, l’ideatore del metodo ci spiega in modo più approfondito gli aspetti di Sic, riflettendo contemporaneamente sullo stato dell’apprendimento della scuola italiana, sulla lezione frontale e sulla valutazione.

Qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere con il metodo “Studenti in cattedra”?

Il metodo SiC si rivolge alle classi degli istituti di scuola secondaria di secondo grado ed è pensato per consentire agli studenti e alle studentesse di imparare a imparare insieme, a scuola, valorizzando, arricchendo e potenziando le strategie cognitive di ciascuno, responsabilizzando tutti gli attori, docenti compresi, rispetto al conseguimento degli obiettivi didattici programmati. Il riferimento, dichiarato, è alle competenze di cittadinanza già enunciate nella “Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006″: Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento, di organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace del tempo e delle informazioni, sia a livello individuale che in gruppo.

Ci spiega il ruolo degli insegnanti in questa prospettiva di apprendimento?

In fase di programmazione didattica, l’insegnante deve individuare i contenuti essenziali della propria disciplina, ovvero stabilire priorità, scegliere a cosa dedicare maggiore attenzione rispetto sia al piano di lavoro previsto per l’anno in corso, sia allo sviluppo verticale e orizzontale del curricolo, e quantificare l’impegno richiesto in rapporto al tempo effettivamente disponibile, stabilendo la possibile ripartizione degli argomenti. Non meno importante la declinazione operativa degli obiettivi, in termini di sapere e saper fare che sposta l’attenzione dell’insegnante dal contenuto al processo, dalla nozione alla competenza. Insomma un bagno di realtà che mette al riparo dal rischio di “rimanere indietro” nello svolgimento del famigerato “programma” troppo spesso licenziato senza considerare adeguatamente, realisticamente i limiti dati, come se si operasse al di fuori delle umane coordinate di spazio e tempo, salvo poi appaltare parti sempre più consistenti del curricolo all’autonoma gestione degli studenti, dei loro genitori o di “privati” insegnanti (aggravando le diseguaglianze), e imporre estenuanti tour de force a ridosso delle scadenze istituzionali.

E poi? Cosa fa un docente in questo contesto del SIC?

In fase di svolgimento dell’attività, deve organizzare correttamente il lavoro di riflessione e rielaborazione da parte degli studenti, abituando al rispetto dei tempi e delle procedure, sollecitando il contributo individuale e del gruppo, favorendo l’interazione tra i pari, evitando di dare risposte immediate e dirette in caso di dubbi e incomprensioni, così da valorizzare il confronto e la partecipazione. L’insegnante ha dunque un ruolo di regia organizzativa e didattica, e non di protagonista, perciò interviene quando necessario, per stimolare, integrare, correggere, e solo se necessario, interrogandosi costantemente sulla misura di tale necessità. Deve, inoltre, sostenere l’impegno degli studenti nella progressiva acquisizione delle tecniche di studio previste dal “protocollo”: prendere appunti, selezionare i punti essenziali, riformulare sinteticamente i contenuti, elaborare la sintesi condivisa. Proprio l’elaborazione della sintesi condivisa costituisce il passaggio di maggior pregio metacognitivo.

Cioè?

Non si tratta, infatti, di condividere un elenco di punti individuati sulla base delle sintesi formulate grazie al lavoro individuale e di coppia, attività tutt’altro che banale, ma di procedere alla strutturazione lessicale, sintattica, grafica di uno “schema”, necessariamente articolato e complesso; operazione delicata rispetto alla quale l’intervento maieutico del docente è fondamentale.

Perché la lezione frontale viene messa continuamente in discussione? Ha formato generazioni intere in passato…

Il metodo Sic non bandisce la lezione frontale che però non può essere la modalità prevalente o la sola praticata da una didattica verbosa e cattedratica; l’insegnante deve comunque predisporre i materiali tenendo conto del tempo effettivamente disponibile, sapendo che ogni somministrazione avrà la durata di circa 10 minuti, sforzandosi di utilizzare i mediatori didattici più diversi e consoni, i più stimolanti, coinvolgenti, suggestivi, meglio se opportunamente integrati così da intercettare le dominanze cognitive, le intelligenze, le sensibilità percettive dei destinatari, tenendo conto di bisogni speciali, disturbi specifici o necessità particolari. In tal modo si forniscono, direttamente e implicitamente, tecniche espositive delle quali gli studenti possano avvalersi per le loro presentazioni. Va detto, al riguardo, che la diversificazione degli stimoli e la minore esposizione diretta dell’insegnante, consente di affrontare più attentamente e naturalmente eventuali problemi individuali, meno considerati laddove prevalgano didattiche uniformi, unidirezionali. Se il docente scende dalla cattedra privilegiando un insegnamento indiretto e l’uso di supporti e dispositivi tecnologici e audiovisivi, può stare più vicino agli studenti, in particolare a chi sia più bisognoso.

Il metodo da lei proposto tende a responsabilizzare in qualche modo i ragazzi. Eppure da più parti si cerca quasi di screditarne il valore delle nuove generazioni, definendoli “vuoti” e “sbandati”. Cosa ne pensa?

Se anche lo fossero, dovremmo domandarci perché lo siano. Si tratta di ragazzi che hanno trascorso “gli anni migliori della loro vita” a scuola e a svolgere compiti scolastici, ci si dovrebbe perciò interrogare sulla responsabilità di cotanta irresponsabilità. Dovremmo, intanto, domandarci quando gli studenti facciano esercizio di responsabilità reali, quando ricoprano ruoli autenticamente facoltosi: mai o quasi mai; oppure quali siano gli spazi di negoziazione reale loro riconosciuti: pochi o del tutto inesistenti. Sono costretti in una condizione di minorità prolungata a dismisura da una “pedagogia della dipendenza” che li appiattisce nello svolgimento di compiti meramente esecutivi.

Lei è stato il principale promotore di “Basta Compiti!”, che vuole in questo caso, oltre far risparmiare ore di esercizi e compiti a casa o durante le vacanze, responsabilizzare gli studenti con maggiori attività in classe. Si può dire che c’è una continuità fra “Basta Compiti!” e “Studenti in cattedra”, seppur minima?

C’è, eccome! È ampiamente noto che per accrescere le facoltà mentali bisogna disporre delle nozioni basilari, occorre cioè sapere, ma ben più rilevanti sono le modalità di trattamento e uso delle informazioni e, più in generale, la capacità di mobilitare strategicamente le abilità acquisite, di trasferirle in contesti nuovi e diversi. Dunque è necessario imparare, ma è fondamentale imparare a imparare. E la scuola cosa fa? Gli insegnanti danno i compiti a casa, perché gli studenti imparino, memorizzando le nozioni, e imparino a imparare, acquisiscano, cioè, il metodo di studio. Gli insegnanti spiegano a scuola e gli alunni studiano a casa. In altre parole, a scuola s’insegna e a casa s’impara. Uno stupefacente paradosso. Se la capacità di imparare è per gli individui la risorsa più preziosa, allora la scuola dovrebbe considerarla una priorità istituzionale, dovrebbe collocarla al centro della propria riflessione pedagogica, dovrebbe concentrare su di essa il massimo impegno, dispiegare tutti i mezzi disponibili e profondere le migliori energie, dovrebbe farne il cuore della propria mission.

Cosa ne pensa della riforma sulla valutazione e la condotta approvata recentemente dal Governo?

Credo che la scuola debba, innanzitutto “disarmarsi” rispetto alla valutazione, smettere di usare il voto, alla stregua di un’“arma” spesso “impropria” e non di rado letale, nel senso della mortalità scolastica, emendandone la pratica dagli elementi di arbitrio che ne fanno lo strumento principe di un potere esercitato anche abusivamente, con chiaro intento vessatorio. Altro è condividere con gli studenti la valutazione delle conoscenze e delle competenze, ma anche dei processi di apprendimento, dell’efficacia dell’azione didattica, esplicitando e, laddove possibile, discutendo, concordando criteri e strumenti, con il duplice risultato di sollecitare una maggiore attenzione, quando non l’impegno diretto, da parte degli studenti, e di limitarne l’esercizio arbitrario, umorale per non dire ideologico.

Perché quindi condividere la valutazione con gli studenti?

Condividere l’impegno della valutazione può aiutare gli studenti ad acquisire una maggiore consapevolezza di sé e degli altri, un controllo più consapevole del proprio agire, sostenendo gli stessi meccanismi di metacognizione, alla efficace gestione dei quali è per molta parte affidato il successo non solo scolastico. L’autorità della scuola e del docente è in primo luogo un riflesso dell’autorità della cultura; non quella immediata che si respira negli ambienti di vita o attraverso i social, bensì quella elaborata o rielaborata incessantemente dall’educatore, affrontando le sfide del presente anche con gli strumenti offerti dalla grande tradizione del passato. L’autorità affidata al mero esercizio del potere impedisce la crescita, blocca le energie, spegne la vita.

 Orizzonte Scuola

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lunedì 18 novembre 2024

AL DI LA' DELLA LEZIONE FRONTALE


 Oltre il 70% dei docenti continua con la lezione frontale. Solo il 10% punta sulla didattica aperta. 

Di redazione

La didattica frontale resta la metodologia d’insegnamento prevalente in Italia. È quanto emerge da un sondaggio nazionale condotto da Erickson, presentato al convegno “Didattiche.2024” a Rimini.

Lo studio, che ha coinvolto quasi 2.000 docenti di ogni ordine e grado, rivela che oltre il 70% degli insegnanti continua a utilizzare la lezione frontale nella maggior parte delle ore di insegnamento.

La didattica aperta, che punta alla personalizzazione dell’apprendimento valorizzando le differenze, è invece poco diffusa: solo il 13% del campione la utilizza quotidianamente, mentre il 21% dichiara di non conoscerla.

Risultati simili per la didattica in contesti reali, usata con frequenza solo dal 12% degli insegnanti.

 Positivo, invece, il dato sull’utilizzo della tecnologia in classe: un docente su due dichiara di integrarla almeno in buona parte delle lezioni, in linea con gli investimenti governativi.

 Buona anche la diffusione di peer tutoring e didattica laboratoriale, utilizzate frequentemente da circa la metà degli insegnanti. Il sondaggio evidenzia però forti differenze tra gli ordini scolastici: nelle scuole secondarie di primo e secondo grado si fa ancora largo uso di metodi tradizionali, come la lezione frontale e lo studio individuale sui libri di testo.

L’analisi dei trend mostra un calo delle metodologie didattiche attive con l’aumentare del grado scolastico.

Lo stesso vale per la co-docenza inclusiva, praticata quotidianamente solo dal 17% del campione, con una netta diminuzione nelle scuole secondarie.

Orizzonte Scuola