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domenica 19 marzo 2023

LA VERITA' NELLE FIABE

 «Dentro le fiabe arde il fuoco della verità»

Il filosofo Petrosino riflette sulle favole con libri e spettacoli: «Storie essenziali, che ci aiutano a scegliere. Diversamente dalle fiction non mirano a divertire o consolare»

- di Gerardo Ferrari 

  C’era una volta la verità delle favole. Poi è arrivato Disney, e un po’ come le streghe cattive ha rovinato tutto; ha banalizzato il genere rendendolo, se così si può dire, innocuo. Ma come un “Pollicino” tenace, il filosofo Silvano Petrosino, cattedra di Antropologia all’Università Cattolica, ha seguito i sassolini dei grandi intellettuali per ridare alle fiabe il posto che meritano: proprio lì, sullo scaffale della grande letteratura, quella che costringe a fare i conti con i segreti più indicibili della vita. Del resto, chiarisce subito Petrosino, «portare alla luce alcuni nodi essenziali dell’aggrovigliata trama dell’umana esperienza, come ricordava Cassirer, è l’essenza della grande letteratura come delle favole che, alla fine, sono sostanzialmente rappresentazioni simboliche di fondamentali esperienze di vita». Esperienze, appunto: è intorno a questo concetto che nasce la passione del filosofo per le favole. In principio oggetto di un piccolo saggio, le fiabe sono poi diventate spettacolo (Petrosino sarà al teatro Sala Argentia di Gorgonzola il 20 marzo con Cenerentola e il 27 marzo con Biancaneve, sempre alle 21.00).

 E ora tornano nuovamente a essere un libro, versione rivista e arricchita del primo volume del 2013 ( Le fiabe non raccontano favole, Vita e Pensiero, pagine 192, euro 16,00). Con un sottotitolo - Una difesa dell’esperienza – dal tono apologetico e solo apparentemente facile. La questione, invece, è assolutamente problematica, perché come uomini e donne sulla nostra esperienza non siamo mai sinceri. «Ci inganniamo per tirare avanti; costruiamo un sistema di concetti e pensieri che giustificano i nostri limiti; ci rifugiamo nell’ideologia o nell’idolo» spiega Petrosino, «mentre le fiabe, se impariamo a leggerle, guardano in faccia le contraddizioni umane più profonde: il lupo è cattivo, ma Cappuccetto rosso ne è comunque attratta; nelle relazioni più belle e apparentemente innocenti della famiglia persino i bambini devono fare i conti con il rancore, l’invidia (Biancaneve), l’odio fra le generazioni (Cenerentola). Insomma, con le parole che diventano affermazione di sé e dietro l’apparenza del dialogo nascondono un desiderio smisurato di potere». Si potrebbe dire, dichiarando l’azzardo, che queste storie non solo costituiscono un deposito inesauribile di cultura tradizionale – per chi vuole andare alla fonte, l’edizione dei fratelli Grimm, meglio di Perrault, Disney e dintorni assolutamente da evitare – ma anche una forma di psicoanalisi collettiva, popolare ma profonda. Non a caso, nel saggio di Petrosino, ritorna a più riprese l’ermeneutica lacaniana, come se la ricerca del vero attraverso la finzione delle favole fosse assimilabile al terapeuta che nelle menzogne del paziente cerca i desideri autentici dell’uomo.

 Non c’è solo Lacan e la sua idea di “esperienza integrale” a orientare il percorso analitico (qui si gioca con le parole, ovviamente) del saggio: le riflessioni di Dürrenmatt, Ricoeur, Bettelheim – e tanti altri grandi del pensiero contemporaneo – accompagnano il bisturi del filosofo alla ricerca dei passaggi fondamentali dell’esistenza, e di quella femminile in particolare: l’arrivo della fertilità, la rivalità tra sorelle, la menopausa come anticipo simbolico della morte. Le tre fiabe considerate nella riedizione del saggio ( Cappuccetto rosso, Biancaneve, Cenerentola) hanno infatti al centro figure di donne, o di bambine che lo diventano. « Nel femminile – aggiunge Petrosino – emergono in maniera sostanziale alcuni tratti costitutivi dell’esperienza umana in generale. Ne segnalo qui due: il tempo che si fa concretezza viva attraverso le progressive trasformazioni del corpo, la vocazione all’accoglienza che non è solo – si badi bene – il tempo della cura». Ma le fiabe non sono buonismo a buon mercato: l’universo delle storie popolari, così come quello degli uomini, non si illude di nascondere il male: il lupo continua a vivere nel bosco (e non è possibile liberarsene una volta per tutte, come dimostra il finale originale – spesso sconosciuto - del racconto dei fratelli Grimm); la violenza è inestirpabile, anche nella versione truce del “divorare”, e la solitudine è intrinseca dell’esperienza umana.

 «Tutti questi elementi convivono con i tre attributi sostanziali delle fiabe: non sono solo per bambini, mirano all’essenziale, non hanno una retorica mitica ma ordinaria» chiosa Petrosino. «O per dirla in maniera più moderna, e con un certo grado di approssimazione di cui mi perdonerà il collega Aldo Grasso, rispetto alla fiction di grande successo che mira soprattutto a consolare e divertire, la finzione della fiaba cerca di dire la verità». E lo fa sempre attraverso un “viaggio di iniziazione”, che idealmente dovrebbe portare a sciogliere quello (s)nodo decisivo che l’autore chiama spesso la “legge della doppia nascita”: si viene alla vita senza deciderlo, ma non si diventa autentici uomini/donne senza deciderlo. E così, attraverso la lettura delle fiabe, ritornano in superficie i temi più cari e ricorrenti del filosofo della Cattolica: l’urgenza di mettere al primo posto, anche nella vita sociale, serietà e sincerità; la sfida di sostituire la vanità con la verità; l’audacia di non trasformare i desideri in ostinazione. Leggendo il libro si passa, pagina dopo pagina, da un saggio straordinario sulla comunicazione a una girandola di pensieri, intuizioni, rivelazioni, riscoperte che scaturiscono da una lettura sorprendente di storie impolverate dai canoni più superficiali della divulgazione moderna. Nei mesi scorsi, queste storie, il professor Petrosino le ha raccontate a suo modo anche stando sul palco, facendosi accompagnare da un’attrice e da un pianista. Con il risultato che la reazione più normale era: « Noi non le sapevamo così, non ce n’eravamo accorti, eppure era tutto lì, semplice e chiaro a volerlo vedere ». Quale miglior complimento per chi, praticando la magia che trasforma l’innocuo delle favole nel fuoco vivo della scoperta inattesa, considera come una vocazione lo studio, la scrittura e l’insegnamento?

www.avvenire.it

 

sabato 16 gennaio 2021

TV. FIABE IN CHIAVE LGBTTIQ ?


L’ALLARME DEI GENITORI

Il gender entra nella Tv dei ragazzi: «Così si falsa la realtà dell’uomo e della donna»

 

Grande scalpore ha suscitato nei genitori il programma televisivo nel quale vengono rivisitate le fiabe classiche in chiave Lgbttiq, trasmesso in fascia pomeridiana - quindi in fascia protetta. Come Associazione Genitori Scuole Cattoliche siamo attenti ai valori che vengono trasmessi ai nostri figli e quindi abbiamo chiesto una valutazione a Stefano Chiapponi (consulente tecnico scientifico biomedicale), professionista che ha girato in lungo e in largo la Penisola per parlare nelle scuole e coi genitori della problematica. «Difficile definire oggi valori come la libertà anche perché e sempre più arduo capire quale sia la verità – esordisce l’esperto –. Certo è che questo modo di concepire il sesso (biologico) come “sesso sociale” (gender) è estraneo ad una corretta antropologia e falsa la realtà dell’uomo e della donna. Inoltre non è supportato scientificamente dal punto di vista medico. Gli attacchi di questa forma di indottrinamento proseguono oltre che a spese dei genitori/educatori (nella scuola) anche a spese dei normali “contribuenti” attraverso la Tv di Stato che presenta in quella fascia oraria definita “protetta” programmi destinati ai bambini come le favole, opportunamente artefatte in salsa Lgbttiq. Dopo averci “insegnato” che l’orientamento sessuale e l’identità sessuale sono assolutamente soggettivi e legati alla sensazione del momento, che i termini padre e madre non devono essere discriminanti e quindi è necessario sostituirli con definizioni tipo “genitore 1, 2 e anche 3”, che l’omofobia è imputabile a ogni persona che non ritiene equivalenti l’eterosessualità e l’omosessualità, discriminando e criminalizzando (reato di opinione) coloro che credono nei valori della famiglia naturale e dell’ordinamento creativo proprio del Cristianesimo (e hanno il coraggio di esprimerlo pubblicamente). Ora per colpire ulteriormente l’istituto familiare – prosegue Chiapponi – si attaccano i bambini confondendo la loro identità sessuale con le favole revisionate secondo concetti gender. Così si calpesta la dignità dei più piccoli, quella dei primi educatori che sono papà e mamma, la verità che non è sentimento e la libertà che non è slegata dalla verità/responsabilità e così viene ridotta a “fai quello che vuoi”, favorendo solo l’affer-mazione del più forte».

A proposito dei bambini, sottolinea Chiapponi, «per rilevare quanto sia potente ed organizzata questa ideologia (nata storicamente negli anni ’90 e appoggiata ora da tanti benefattori miliardari) basti pensare alle recenti collaborazioni di organizzazioni Onu come l’Alto Commissariato per i diritti umani o del comitato per i diritti del bambino che il 5 febbraio 2014 sollecitava la Santa Sede affinché la Chiesa cattolica rivedesse il proprio atteggiamento nei confronti dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio omosessuale e del sesso di adolescenti e pre adolescenti! Questa ideologia sta operando al fine di sgretolare la famiglia, collabora alla sostituzione della cultura della vita con una cultura di morte, invece che sostenere realtà creative e generative opta per realtà senza prospettive e senza futuro».

La sfida del gender mette i genitori di fronte a scelte importanti, li rende più responsabili nei confronti dei figli che rappresentano il loro orizzonte e sono parte della loro libertà. A loro debbono offrire il massimo della dignità ed insegnare il valore dell’accoglienza accettando le sfide del mondo di oggi, ricercando sempre la verità, perché loro crescano nella libertà vera del mondo di domani! Anche la Chiesa non ha mancato di pronunciarsi in varie occasioni su questa ideologia, tra questi pronunciamenti uno specifico di papa Benedetto XVI: «Dove la libertà del fare si muta in libertà del fare sé stesso, necessariamente viene negato lo stesso Creatore e con ciò, in ultima analisi, viene avvilito anche l’essere umano come creazione divina, come immagine di Dio nell’originalità del suo essere. Nella lotta per la famiglia la posta in gioco è l’uomo stesso. E diviene evidente che là dove è negato Dio, si dilegua anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo».

 Agesc