Madonne e santi neri: il volto plurale
del sacro
-Mariangela Di Marco. Giornalista
Con una narrazione
securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici
spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro,
presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di
storia e di percezione.
MADONNE NERE
Considerate le più
enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le
Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta
Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi
di teologia e storia delle religioni sulle origini di
queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto
dopo la Francia che ne conserva 428.
Nere. Come il colore
dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da
cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce
della nascita. È una delle teorie sulla loro
origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e
Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi
e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del
Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni,
sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti,
come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni
Arkeios, 2024).
Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il
Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto,
con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È
un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside
fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la
vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima
dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna
e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A
suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes –
Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha
accentuato il simbolismo, principalmente esoterico.
Volti bruni che avevano –
e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che
vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e
quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di
attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del
Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti
Calvari e Complessi devozionali europei.
Ma proprio
quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per
l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano
probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro
origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in
quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore
autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che
nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale.
Nigra sum, sed formosa –
sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso
latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune
italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto
all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un
hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i
numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità:
Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale
nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a
salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso
catartico.
Le navi dirette a
Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il
porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per
Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più
conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A
partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini
nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di
Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino
del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono
succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna
montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria.
Dalla Moreneta spagnola
alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di
Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti
reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo
nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi
studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla
Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora
dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei
dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto
è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una
riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare
lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta,
a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi,
a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida.
LA DIFFUSIONE DEL CULTO
La venerazione di Madonne
dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre
della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il
culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di
Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in
Cappadocia nel 362 d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di
queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle
Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di
eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare.
Quello delle Madonne nere
è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi
crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini
religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o
cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in
Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne
Brune.
Sull’Appennino del Sud
Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono
dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai
primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente.
Così è per la Madonna
nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti
morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose
sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e
gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della
Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da
pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è
il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per
tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli:
«In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la
Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a
tutti gli atti della vita».
È una delle Madonne nere
raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione
della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva
come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in
onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata
dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera,
dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta
rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più
grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come
a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del
divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime».
SANTI NERI E MIGRANTI
Madonne, ma anche santi
dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal
Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e
originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII
secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in
quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore
dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New
York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il
suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più
grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente
cambiando il colore della pelle.
Di migrazione parla anche
la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo
africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque,
infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa.
Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un
culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo:
avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di
canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica.
Volti bruni che hanno
attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che
abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da
lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle
religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene
sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo».