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sabato 7 marzo 2026

QUALE FUTURO PER L'IRAN?

 

Verso un

 Iran libero 

democratico?

By Giuseppe Savagnone 

Il diavolo e l’acquasanta

Il quotidiano cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».

È proprio questa la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

Parole che ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace».

Già, perché l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si persegue la pace facendo la guerra. 

È la smentita della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il riarmo.   Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Il contrario di ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.   

Curiosamente, l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica, detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno coinvolto i suoi più stretti collaboratori.  

Ebbene, proprio Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito “storico”).

«La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe».

Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

I danni collaterali

Questa inedita convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali “signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande maggioranza dei paesi che ne fanno parte.

Dopo avere ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran. 

Il massimo della presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale».

Anche se poi il mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio Oriente, alleati dell’Occidente.

Ma per il resto, ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata,  del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali, scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono in quest’ottica un legittimo bersaglio.

Ma l’entusiasmo per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra presidente del Consiglio ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni morte nel bombardamento del loro collegio.

Forse perché Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.

Ritornano le parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo» ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere. Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo, imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».  

La memoria cancellata

Ma anche se ci si limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.

A cominciare dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al Quaeda.  La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.

In questa stesso arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore, Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa contro l’Occidente.

La campagna militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di destabilizzazione.

Nel 2011 l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi, che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.

Nel suo discorso Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».

Una previsione tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure avvertiti.

E i protagonisti solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa, il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur tentare di avviare un vero processo democratico.

Come ha detto il cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della democrazia?

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venerdì 20 giugno 2025

DIFESA o SUICIDIO ?

 


*L’attacco all’Iran


 difesa o suicidio 


della democrazia?



-di  Giuseppe Savagnone  - 

 Il duplice obiettivo della guerra di Israele

L’attacco di Israele nei confronti dell’Iran è stato considerato da tutti i governi occidentali e dalla grande maggioranza dell’opinione pubblica e della stampa un prezzo necessario per la difesa – non solo dello Stato ebraico, ma delle nostre democrazie – dalla imminente minaccia atomica di un regime autoritario e terrorista.

Da qui reazioni che vanno dai toni più estremi della nostra stampa di destra – «Finalmente! L’Iran delle belve sta per cadere», («Libero»), – a quelli crudamente realistici del cancelliere tedesco Mertz, che ha definito l’operazione militare «il lavoro sporco che Israele fa per tutti noi».

In realtà, fin dall’inizio, all’obiettivo di fermare il programma nucleare dell’Iran Netanyahu ne ha collegato un altro, quello della caduta del governo degli ayatollah e del cambio di regime (regime change), rivolgendo un appello in questo senso al popolo iraniano.

Si spiegano così, oltre il bombardamento dei siti nucleari, la strategia di sistematica decapitazione dei vertici politici e militari di Teheran e le parole minacciose e sprezzanti del ministro della Difesa israeliano Israel Katz nei confronti del presidente iraniano Khamenei: «Avverto il dittatore iraniano: chiunque segua le orme di Saddam Hussein finirà come Saddam Hussein». Un riferimento all’impiccagione del capo dello Stato iracheno, dopo la sua sconfitta nella guerra del Golfo del 2003, che va certo molto al di là dell’obiettivo limitato della pura e semplice neutralizzazione dell’arma atomica, aprendo piuttosto gli scenari di una guerra totale.

Su questa linea, anche il presidente Trump ha rivolto a Teheran la sua richiesta, che non è stata di trattare sul nucleare ma, come ha scritto il capo della Casa Bianca a lettere cubitali sul suo sito, la «Resa incondizionata». E suonano altrettanto violente di quelle di Katz le sue parole riguardo a Khamenei: «Sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto “Leader Supremo”» – ha scritto sui social -. «È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo elimineremo, almeno non per ora. Ma (…) la nostra pazienza sta finendo».

Diversa la posizione dell’Unione Europea che, pur aderendo senza riserve alla guerra di Israele, ha espressamente preso le distanze dal progetto del regime change, sottolineando piuttosto la necessità di una de-escalation che porti di nuovo l’attuale governo iraniano al tavolo dei negoziati con gli USA. «Qualsiasi tentativo di cambiare il regime porterebbe al caos», ha avvertito il presidente francese Macron.

L’Iran agli antipodi delle democrazie occidentali

Non che il regime iraniano sia visto, in Occidente, di buon occhio. Su di esso gravano le fondate accuse di dissidenti interni e osservatori esterni, che da tempo ormai denunziano la sistematica repressione delle libertà civili e politiche, con particolare riferimento alle limitazioni imposte alle donne, sulla base di una applicazione rigida della legge islamica.

Siamo davanti a un fanatismo religioso che mescola senza distinzione le prescrizioni del Corano e le regole della convivenza civile e che sta all’origine stessa dell’assetto attuale dell’Iran, nato da una rivolta, nel 1979, contro il governo laico dello Scià, culminata con l’ascesa al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, di cui l’attuale presidente è il successore.

Siamo lontanissimi dalla distinzione tra Stato e Chiesa a cui, pur senza rispettarla sempre di fatto, si è comunque ispirato, in linea di principio, la civiltà occidentale, alle cui radici spirituali non c’è un fondatore al tempo stesso religioso e politico, guida spirituale e condottiero di eserciti, come Mohamad, ma la figura di quel profeta disarmato che è stato Gesù.

Da qui la difficoltà di reciproca comprensione tra i paesi più fortemente legati alla loro matrice religiosa islamica – in realtà non solo l’Iran, ma anche un fedele alleato dell’Occidente come l’Arabia Saudita – e quelli eredi della tradizione cristiana, peraltro ormai, a sua volta, largamente secolarizzata. Da qui anche la critica a quella che, nella prospettiva occidentale, appare una chiara violazione dei diritti umani.

Si aggiunga a questa divergenza di fondo il fatto che l’Iran è l’ispiratore e il finanziatore di gruppi islamici estremisti come Hezbollah e Hamas e sta dietro atti terroristici contro Israele e contro l’Occidente. A questo titolo rientra nella lista degli “Stati-canaglia” stilato dal governo americano. Quanto basta a spiegare la soddisfazione con cui molti governi hanno accolto l’attacco di Tel Aviv, pur senza aderire, come gli Stati Uniti, all’idea della guerra totale e del regime change.

L’Occidente alle prese con le sue contraddizioni

Eppure, già a questo livello minimale, il conflitto esploso in questi giorni li ha spiazzati e costretti a significative modifiche del loro linguaggio e del loro atteggiamento.

Si pensi al principio, solennemente enunciato e ripetuto ad ogni occasione – prima per la guerra in Ucraina, poi per quella di Gaza – , secondo cui “non possibile mettere sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito”. È stato in forza di questo mantra indiscutibile che l’Occidente ha sostenuto compatto (fino all’avvento di Trump) l’impostazione data da Zelenskij alla guerra con la Russia, escludente a priori ogni negoziato fin quando l’aggressore non si fosse ritirato.

Ed è stato ancora più nettamente questo il principio che ha giustificato il pieno appoggio a Israele, per un anno e mezzo, chiudendo gli occhi sui metodi dell’esercito di Tel Aviv, in nome dello slogan “Israele ha il diritto di difendersi” e della giustificazione “Non sono stati loro a cominciare”.

Ogni tentativo, anche da parte di autorevoli personalità, come il segretario generale dell’ONU, Guterres, di far notare che nella complessità del corso degli eventi il confine tra l’aggressore e l’aggredito non è così netto, e che bisogna tenere conto anche del contesto, ha suscitato fino ad ora reazioni indignate da parte di politici e opinionisti infervorati nella difesa “a priori” dell’aggredito.

L’attacco di Israele all’Iran ha costretto, su questo punto, a cambiare precipitosamente linea. In questo caso, è diventato essenziale, per giustificare l’appoggio a questa aggressione, il richiamo al contesto e guardare a ciò che è accaduto prima del 13 giugno e che ne chiarisce il significato. Solo che, se si adotta questo criterio, bisogna retroattivamente dar ragione a Guterres, quando, nel suo discorso all’ONU del 24 ottobre 2023, dopo aver deprecato la ferocia del massacro del 7 ottobre, aveva fatto presente che «gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione».

E avrebbe anche potuto ricordare il dramma della Nakba, l’espulsione di almeno 300.000 palestinesi (secondo la stima moderata dello storico ebreo israeliano Ben Morris) dalle loro terre. Ma già è bastato questo accenno al contesto per far infuriare il rappresentante israeliano e indignare gli opinionisti di tutto l’Occidente («Un’enormità», aveva definito le sue parole il nostro Paolo Mieli). E il 7 ottobre è diventato l’inizio di tutto, mentre il 13 giugno va considerato “nel suo contesto”.
Anche la condanna unanime e indiscussa del terrorismo, come azione violenta contro singoli, anche civili, senza alcuna legittimazione giuridica, entra in crisi.

Nell’attacco all’Iran il Mossad ha ucciso, oltre a capi militari e politici, anche 14 scienziati – fisici e ingegneri – con attentati che li hanno fatti saltare in aria insieme alle loro famiglie. Cosa penseremmo se dei servizi segreti stranieri facesse questo nei confronti degli scienziati – ma anche dei politici e dei capi militari – responsabili solo di lavorare al servizio del nostro paese? Uccidendo anche le loro mogli e i loro figli innocenti? Probabilmente è anche a questo che si riferisce il cancelliere tedesco quando parla di un «lavoro sporco che Israele fa per tutti noi». Ma saremo ancora noi stessi avallando il terrorismo che giustamente condanniamo quando ne sono responsabili gli altri?

Ma c’era davvero la minaccia?

Il fatto è – si è risposto finora – che la minaccia atomica iraniana è un pericolo così grave, per Israele e per tutti, da giustificare anche questi compromessi. Ma esiste davvero questa minaccia? La domanda potrebbe sembrare provocatoria, se non fosse posta, in questi giorni, dal «New York Times» e dalla CNN, che, a proposito della possibile entrata in guerra degli Stati Uniti, hanno evocato lo spettro della guerra del Golfo del 2003, scatenata da George Bush jr sulla base di false prove che l’Iraq disponeva di «armi di distruzione di massa».

Richiamando quella bufala, i giornalisti americani riferiscono che nel mese di marzo la direttrice dell’Intelligence nazionale nominata dallo stesso Trump, Tulsi Gabbard, ha testimoniato davanti al Congresso che, secondo la comunità di intelligence statunitense, l’Iran non sta affatto costruendo un’arma nucleare.

Gabbard ha a questo proposito sottolineato che, secondo le informazioni raccolte dagli 007 americani, «la Guida Suprema Khamenei non ha autorizzato la ripresa di un programma di armi nucleari, sospeso nel 2003».

Da parte sua, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che aveva pubblicato il 12 giugno un rapporto nel quale dichiarava che l’Iran «ha violato i propri obblighi di fornire all’AIEA una cooperazione completa e tempestiva in merito al materiale nucleare non dichiarato e alle attività in più siti non dichiarati in Iran», ha precisato ora, per bocca del suo direttore Rafael Grossi, che questo non implicava un riferimento alla costruzione di una bomba: «Non avevamo alcuna prova di uno sforzo sistematico (dell’Iran) per arrivare a dotarsi di un’arma nucleare».

Chiamati a una scelta

E allora? In base a che cosa tutto questo sta accadendo, con i suoi immensi costi umani, morali, politici, economici? La risposta è semplice: in base alla parola di Netanyahu, il solo rimasto a garantire che l’Iran è sul punto di dotarsi di un’arma nucleare.

Solo che, se si crede a Netanyahu, in questi diciotto mesi l’esercito israeliano ha rigorosamente rispettato i diritti umani dei palestinesi, sia a Gaza che in Cisgiordania, e le denunzie rivolte non solo dalla Corte Penale Internazionale, ma ormai anche da governi che pure sono alleati di Israele, sono il frutto di una indegna “crociata antisemita”.

È difficile, a questo punto, scacciare il sospetto che l’improvviso attacco di Israele all’Iran, più che alla minaccia nucleare, sia stato deciso per stornare l’attenzione internazionale dalle violenze quotidiane sempre più gratuite e inaccettabili contro l’innocente popolazione palestinese, ricompattando in difesa dello Stato ebraico i governi che, come quello inglese, stavano ormai cominciando a varare sanzioni nei confronti dei ministri ultra-ortodossi di Tel Aviv.

Disegno, peraltro, coronato da successo, se è vero che i massacri a Gaza sono sempre più sanguinosi, ma l’opinione pubblica mondiale è polarizzata sulle «belve iraniane».

Quali che siano le colpe del regime di Teheran, in questo momento in gioco sono le nostre democrazie che le hanno sempre giustamente denunziate. Siamo noi, l’opinione pubblica e i governi occidentali, a dover decidere se seguire Israele in questa corsa verso il suicidio della democrazia – sempre più sganciata dai valori di verità e di giustizia che la rendono tale – , oppure avere il coraggio di prenderne le distanze e dire, con forza, il nostro «basta!».

 www.tuttavia.eu

 Foto di Moslem Danesh su Unsplash


 

 

domenica 29 ottobre 2023

DAI CONFINI DELLA NOTTE


La raccolta completa di versi della più grande poetessa iraniana, diventata simbolo della rivoluzione delle donne.  Una voce alta e luminosa, che echeggia e trascina, che canta amore e libertà.

 

In un brevissimo arco di vita Farrokhzad ha lasciato un segno profondo nella cultura di tutto il mondo: paragonata alla Achmatova, a García Lorca, a Sylvia Plath, celebrata come una figura di rottura e ribellione, è stata traduttrice, cineasta, attrice, ma soprattutto una grandissima poetessa. 

Lette oggi, nel clima di persecuzione e morte che circonda le donne iraniane impegnate a cambiare le regole del loro mondo, suona come una straordinaria anticipatrice, una femminista pura: ma è stata ed è un’artista senza tempo, fuori dal tempo, che ha vivificato la grande tradizione poetica del suo paese raccontando passione e dolore, tormenti intimi e sussulti dell’anima con una voce onesta, musicale, calda, esplicita.

La sua opera è stata a lungo bandita in Iran ed è circolata lo stesso sottobanco. Questa edizione è la prima completa in italiano di tutte le sue poesie.

 

Farrokhzad, IO PARLO DAI CONFINI DELLA NOTTE, ed. Bompiani, ottobre 2023