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venerdì 27 febbraio 2026

NON ETICHETTARE LA SCUOLA

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Autonomia costituzionale 

e libertà d’insegnamento 

contro ogni strumentalizzazione

Di Antonio Fundarò


A Bagno a Ripoli una mozione consiliare d’un gruppo rappresentato nel massimo consesso cittadino, all’opposizione nella città, in maggioranze nel Paese, ha proposto di modificare la denominazione ufficiale delle scuole del territorio introducendo, accanto al nome istituzionale, diciture che ne qualifichino il presunto orientamento ideologico “insegnato e voluto” dal corpo docente e dalla dirigenza. Tra le etichette suggerite figurano espressioni come “politicamente schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”, “anticattolica”, “antidemocratica”.

La proposta ha suscitato una reazione ferma da parte della comunità scolastica dell’I.S.I.S. “Gobetti-Volta”, che in assemblea straordinaria ha richiamato il ruolo della scuola come luogo di formazione della persona, di sviluppo del pensiero critico, di inclusione e di educazione alla cittadinanza consapevole, affermando che non occorre specificarne l’orientamento antifascista, poiché la scuola italiana è tale per natura, in quanto fondata sui principi della Costituzione.

A questa posizione si è formalmente unito l’Istituto Comprensivo “Antonino Caponnetto”, che ha condiviso integralmente il comunicato e lo ha diffuso alla propria comunità educante, richiamando l’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Non siamo di fronte a una polemica locale. Siamo davanti a una questione di principio: può un’istituzione pubblica essere qualificata politicamente? Può la scuola essere oggetto di etichettatura ideologica?

La risposta, se si prende sul serio l’ordinamento costituzionale italiano ed europeo, è netta.

Analisi giuridica: la scuola come istituzione costituzionale

La scuola italiana è una istituzione della Repubblica. Non appartiene alla maggioranza di turno, né a una parte politica.

Libertà di insegnamento (art. 33 Cost.)

La libertà di insegnamento è una delle libertà fondamentali dell’ordinamento democratico. Essa:

  • tutela il pluralismo culturale;
  • garantisce l’autonomia metodologica del docente;
  • impedisce l’imposizione ideologica da parte del potere politico.

L’etichettatura ufficiale di una scuola introduce un elemento di pressione e di pregiudizio che altera questa libertà, anche solo simbolicamente.

Principio di eguaglianza (art. 3 Cost.)

L’eguaglianza vieta discriminazioni fondate su opinioni politiche. Una denominazione che classifichi un’istituzione scolastica per orientamento ideologico crea una distinzione pubblica potenzialmente stigmatizzante.

La scuola non è un soggetto politico da collocare nello spazio della competizione partitica.

Imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)

L’amministrazione deve agire con imparzialità. Attribuire qualificazioni ideologiche a un’istituzione pubblica contraddice questo principio.

Autonomia scolastica e competenze

L’autonomia delle istituzioni scolastiche è riconosciuta dall’ordinamento e comprende:

  • autonomia didattica,
  • autonomia organizzativa,
  • autonomia di ricerca e sperimentazione.

La definizione dell’identità ordinamentale della scuola è materia regolata a livello statale. Un ente locale non può ridefinire in senso politico la natura dell’istituzione scolastica.

Un simile intervento si porrebbe in tensione con il riparto costituzionale delle competenze (art. 117 Cost.) e con il principio di legalità amministrativa.

Dimensione europea e internazionale: perché “etichettare” le scuole collide con standard sovranazionali

Unione Europea: diritti fondamentali e cultura del pluralismo

Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea

  • Art. 13 – Libertà delle arti e delle scienze
    La Carta tutela la libertà della ricerca e della produzione culturale e scientifica, e con essa l’idea di scuola come luogo di conoscenza non subordinata a “linee” politiche. Anche quando il testo parla esplicitamente di arti e scienze, il suo senso sistemico è chiaro: la formazione e la circolazione del sapere devono essere protette da pressioni ideologiche e da meccanismi di controllo identitario.
    Un’“etichetta” istituzionale (affissa dall’ente pubblico) che qualifichi una scuola come “ideologica” agisce come segnale di delegittimazione del lavoro culturale e scientifico che la scuola svolge, insinuando in via preventiva che l’insegnamento non sia libero o rigoroso, ma partigiano.
  • Art. 14 – Diritto all’istruzione
    Il diritto all’istruzione non è solo accesso materiale: è accesso a un’educazione di qualità, in un ambiente non discriminatorio, orientato allo sviluppo delle capacità. Nel quadro europeo, questo implica un contesto educativo che favorisca autonomia di giudizio, partecipazione e competenze civiche, non un clima di sospetto e classificazione.
    In questa prospettiva, “marchiare” scuole e comunità educanti per presunti orientamenti politici non è un’informazione neutra: rischia di produrre selezione per appartenenza, stigma verso studenti e docenti, e quindi una compressione indiretta del diritto all’istruzione in condizioni di eguaglianza.

Trattati UE e valori comuni (cornice di sistema)
Senza trasformare l’UE in un “ministero dell’istruzione” (che resta competenza degli Stati), il diritto europeo stabilisce un orizzonte valoriale: democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani (art. 2 TUE). In quell’orizzonte, l’istruzione è sostenuta come leva di cittadinanza e di coesione (art. 165 TFUE).
Da qui discende un principio pratico: ogni iniziativa pubblica che spinga la scuola verso una segmentazione ideologica è in rotta di collisione con l’idea europea di educazione come bene comune e come “infrastruttura” democratica.

Consiglio d’Europa: CEDU, diritto all’istruzione e divieto di indottrinamento

CEDU – Protocollo n. 1, art. 2
Questa disposizione tutela:

1.     il diritto all’istruzione;

2.     l’obbligo dello Stato di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori nell’educazione e nell’insegnamento.

Qui sta il punto cruciale, spesso frainteso: il “rispetto delle convinzioni” non equivale a un diritto dei genitori a imporre alla scuola un’etichetta o un orientamento, né a pretendere una scuola “a immagine” della propria appartenenza. La giurisprudenza della Corte EDU ha invece sviluppato un equilibrio: lo Stato può e deve istruire, anche su temi sensibili (religione, etica, sessualità, storia politica, diritti), ma deve farlo in modo pluralista e non indottrinante.

Il criterio guida della Corte EDU: insegnamento “obiettivo, critico e pluralista”
In varie decisioni, la Corte ha ribadito che l’istruzione pubblica deve evitare finalità di indottrinamento e promuovere un approccio che consenta allo studente di formarsi un giudizio autonomo. Tradotto in termini scolastici:

  • si possono insegnare contenuti controversi;
  • si devono presentare i temi in modo fondato, argomentato, aperto a più prospettive;
  • non si può usare la scuola per “plasmare” adesioni ideologiche.

Perché l’etichettatura istituzionale è incompatibile con questo standard
Un’etichetta ufficiale apposta dall’autorità pubblica (“questa scuola è X”) produce almeno tre effetti, tutti problematici rispetto al modello CEDU:

1.     Rovescia la presunzione di imparzialità
La scuola pubblica deve poter essere percepita come luogo di istruzione, non come sede di “campagna”. L’etichetta, di per sé, suggerisce che l’insegnamento sia orientato e quindi potenzialmente indottrinante, cioè esattamente ciò che la Corte EDU chiede di evitare.

2.     Crea un “chilling effect” sul pluralismo didattico
Docenti e dirigenza possono sentirsi sotto sorveglianza politica e indotti ad autocensurarsi su temi che invece rientrano pienamente nei compiti educativi (Costituzione, diritti, storia, educazione civica, conflitti contemporanei). Il risultato paradossale è che per “evitare l’accusa”, la scuola riduce il confronto: l’opposto del pluralismo.

3.     Trasforma il diritto dei genitori in un meccanismo di selezione ideologica
Il Protocollo tutela il rispetto delle convinzioni, non un “mercato” di scuole classificate per orientamento politico. L’etichettatura può spingere verso una scelta scolastica basata su appartenenze e paure, alimentando segregazione culturale e sociale.

In sintesi: la CEDU non chiede scuole “inermi” o silenziose sui temi civili. Chiede scuole libere dal potere di indottrinare e, soprattutto, libere dal potere politico di marchiare.

Sistema ONU: educazione come sviluppo della persona e cultura dei diritti

Nel diritto internazionale delle Nazioni Unite, l’educazione è pensata come diritto fondamentale e come strumento di emancipazione, con finalità chiaramente orientate (non partitiche, ma universalistiche).

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (art. 26)
Stabilisce che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – ICESCR (art. 13)
È una delle norme più importanti: indica che l’educazione deve consentire a tutti di partecipare effettivamente a una società libera, promuovendo comprensione, tolleranza e amicizia tra gruppi.

Patto internazionale sui diritti civili e politici – ICCPR (art. 18, in particolare 18(4))
Riconosce libertà di pensiero, coscienza e religione e impone allo Stato di rispettare la libertà dei genitori nell’assicurare l’educazione religiosa e morale dei figli secondo le proprie convinzioni. Anche qui, però, la logica è di rispetto e non discriminazione, non di etichettatura ideologica dell’istituzione pubblica.

Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia – CRC (art. 29)
È centrale per la scuola: l’educazione deve sviluppare personalità, talenti e capacità mentali e fisiche; promuovere rispetto dei diritti umani; preparare a una vita responsabile in una società libera; educare alla comprensione, pace, tolleranza, uguaglianza.

UNESCO – Convenzione contro la discriminazione nell’istruzione (1960)
Rafforza il divieto di pratiche che producano discriminazione o segregazione nell’accesso e nel percorso educativo.

Perché la classificazione politica delle scuole è incompatibile con questa cornice ONU
Perché sposta l’asse dell’istruzione:

  • dal diritto del minore a sviluppare capacità e autonomia,
  • al marchio su un’istituzione,
  • e alla conseguente lettura “tribale” dell’educazione come appartenenza.

In altre parole: gli strumenti ONU concepiscono l’educazione come infrastruttura di libertà e diritti. L’etichettatura ideologica la riconfigura come terreno di contesa, riducendo lo spazio psicologico e culturale necessario a crescere come cittadini liberi.

Il punto comune tra UE, CEDU e ONU

Pur con linguaggi diversi, tutte queste fonti convergono su un’idea:
la scuola pubblica deve essere pluralista, non discriminatoria, orientata allo sviluppo della persona e capace di trattare anche temi controversi senza trasformarsi in propaganda.

Per questo l’etichettatura “ufficiale” delle scuole è doppiamente inopportuna: non solo impoverisce il dibattito democratico, ma si colloca fuori asse rispetto agli standard europei e internazionali che chiedono alla scuola di essere, prima di tutto, un luogo in cui si impara a pensare — non un luogo in cui si viene classificati.

Analisi pedagogica

La scuola non è uno spazio di propaganda, ma nemmeno un luogo neutro nel senso del disinteresse ai valori costituzionali.

Educare significa:

  • sviluppare pensiero critico;
  • fornire strumenti di analisi;
  • promuovere il confronto.

Studiare temi controversi non equivale a fare militanza.

Affrontare questioni storiche, diritti civili, conflitti internazionali significa esercitare la funzione educativa.

La pedagogia democratica si fonda su pluralismo e metodo argomentativo.

L’etichetta ideologica distrugge il pluralismo, perché presuppone una verità già data.

Analisi psicologica

La psicologia sociale mostra che la categorizzazione rigida produce:

  • polarizzazione;
  • conflitto identitario;
  • clima di sospetto.

In un contesto educativo, ciò compromette:

  • la fiducia tra scuola e famiglie;
  • la serenità degli studenti;
  • l’autorevolezza docente.

La scuola deve essere un luogo sicuro, non un terreno di scontro simbolico.

Analisi metodologica e didattica

Il metodo didattico moderno si fonda su:

  • analisi delle fonti;
  • distinzione tra fatti e opinioni;
  • confronto di prospettive;
  • costruzione argomentativa.

Una scuola etichettata viene percepita come partigiana prima ancora di essere ascoltata.

Questo danneggia la credibilità del processo educativo.

Contro ogni strumentalizzazione

Le strumentalizzazioni della scuola sono dannose indipendentemente dalla loro provenienza. Non esistono strumentalizzazioni “buone” perché mosse da intenzioni ritenute giuste, né strumentalizzazioni “accettabili” perché coerenti con una determinata visione culturale. La scuola pubblica, per sua natura istituzionale, non può essere trasformata in un dispositivo simbolico al servizio di una parte. Ogni tentativo di piegarla a logiche identitarie – anche quando si presenta come difesa di valori – altera il suo equilibrio costituzionale.

È inopportuno, prima di tutto, trasformare la scuola in terreno di battaglia politica. Il conflitto democratico è legittimo e necessario nello spazio pubblico, nei partiti, nei parlamenti, nelle assemblee elettive. Ma la scuola non è un’arena. È un’istituzione educativa. Quando il linguaggio dello scontro entra nella scuola, si produce uno slittamento pericoloso: l’insegnamento viene percepito come schieramento, la lezione come presa di posizione, il confronto come provocazione. In questo clima, l’autorità educativa si indebolisce e il dialogo si irrigidisce.

È altrettanto inopportuno usare la scuola come simbolo identitario. Le istituzioni pubbliche non sono vessilli. Non rappresentano una parte contro un’altra. La scuola rappresenta la Repubblica nel suo insieme. La sua identità è giuridica e costituzionale, non politica. Quando la si trasforma in bandiera – per esibirla o per contestarla – la si priva della sua funzione unificante e la si colloca dentro una dinamica di appartenenze contrapposte.

Attribuirle marchi ideologici significa ridurre la complessità del lavoro educativo a una formula. Una scuola è una comunità: è fatta di docenti con sensibilità diverse, di studenti con storie differenti, di famiglie plurali, di indirizzi culturali che convivono nello stesso edificio. Ridurre tutto questo a un’etichetta è una semplificazione che impoverisce e che, soprattutto, introduce una logica di sospetto.

Ma la vigilanza deve essere coerente: è necessario evitare anche che la scuola diventi luogo di propaganda di qualunque segno. Difendere la libertà di insegnamento non significa negare che possano esistere deviazioni o errori. Significa affermare che la risposta a eventuali abusi non è la politicizzazione dell’istituzione, ma l’applicazione delle regole professionali, degli organi collegiali, dei meccanismi di responsabilità già previsti dall’ordinamento.

 Orizzonte scuola


giovedì 24 aprile 2025

IL VANGELO DELL'EDUCAZIONE


 Il testamento pedagogico

 di Papa Francesco

 per la scuola del futuro

 




-       -  di  Antonio Fundarò

 

C’è stato un tempo – che è il nostro – in cui parlare di misericordia sembrava segno di debolezza, di ingenuità, quasi una resa di fronte alla durezza del mondo. In quel tempo è giunto un Papa venuto “dalla fine del mondo” che, con voce mite ma radicale, ha rovesciato il paradigma. Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, non è stato soltanto il 266° successore di Pietro, ma un vero maestro di umanità, che ha restituito alla parola “educazione” la sua antica sacralità: educere, cioè “tirar fuori”, generare vita.

Nato a Buenos Aires nel 1936, gesuita per vocazione, sacerdote per servizio, Francesco ha abbracciato la pedagogia dell’evangelo (approccio educativo ispirato al messaggio e alla figura di Gesù Cristo) con la sapienza del cuore. In lui si sono incontrati il rigore dell’intelligenza e la dolcezza dello sguardo, la fermezza della dottrina e la rivoluzione della tenerezza. La sua forza non è mai stata nella condanna, ma nell’abbraccio. Ha proposto al mondo, e in particolare alla scuola, una nuova grammatica educativa: meno basata su contenuti e più fondata su relazioni, meno centrata sulla prestazione e più sulla cura della persona.

Il suo linguaggio è stato chiaro e diretto, adatto ai bambini e agli insegnanti, ai credenti e ai non credenti. Le sue lettere al mondo della scuola, gli appelli ai docenti, le parole pronunciate durante gli incontri con i giovani hanno tracciato una visione della formazione come strumento di rigenerazione sociale. Non per costruire eserciti di competenti, ma per formare coscienze libere, consapevoli, capaci di “piangere per chi soffre”, come egli stesso amava dire.

Nel suo pensiero educativo, la scuola non è mai stata un’istituzione neutra, ma un laboratorio di umanità. “Educare – diceva – è un atto d’amore, è dare la vita”. E ancora: “Non si può educare senza passione”.

Le sue parole non appartengono al solo ambito ecclesiale. Appartengono all’intera umanità. Per questo oggi, alla luce del suo magistero, è necessario raccogliere il suo lascito in forma viva, come bussola per ogni comunità scolastica che voglia educare con il cuore e con la mente, con rigore e con empatia.

Papa Francesco ha indicato nella scuola il luogo del cambiamento possibile. E lo ha fatto non solo con le sue encicliche e i documenti ufficiali, ma anche con i suoi silenzi, i suoi gesti, la sua scelta di uno stile di sobrietà e vicinanza. Non esiste oggi pedagogia della dignità che non possa trarre ispirazione dalla sua vita. Per questo, il suo esempio ci chiede, con forza e dolcezza insieme, di ripensare la scuola come spazio in cui nessuno venga lasciato indietro, nessuno venga umiliato, nessuno venga dimenticato.

Le parole-chiave del suo lessico educativo

Papa Francesco ha costruito un lessico educativo che, pur attingendo alla tradizione evangelica, parla con forza a tutte le scuole del mondo, anche a quelle laiche, multiculturali, plurali. Non ha mai proposto un’enciclopedia di concetti astratti, ma un vocabolario dell’anima, fondato su parole semplici, vive, concrete, capaci di incidere nel quotidiano scolastico: misericordia, cura, incontro, fraternità, periferia, ascolto, tenerezza, dignità. Ogni termine, nelle sue omelie come nei suoi gesti, diventa un pilastro educativo da rileggere in chiave pedagogica.

La parola misericordia, cuore del suo pontificato, non è mai stata, per Francesco, sinonimo di indulgenza facile. È stata, invece, proposta come fondamento di ogni relazione educativa: guardare l’altro, anche l’alunno più difficile, non attraverso le lenti del pregiudizio o della valutazione, ma come portatore di un mistero, di una storia, di una possibilità. Misericordia significa sospendere il giudizio per aprire alla comprensione; significa accompagnare senza mai sostituirsi, orientare senza mai invadere.

Cura è l’altra parola chiave, che richiama l’etimologia stessa dell’educare come atto che nutre e protegge. Francesco invita la scuola a diventare una comunità che si prende cura non solo delle competenze, ma delle fragilità, degli affetti, dei sogni. La cura educativa si traduce in attenzione personalizzata, ascolto empatico, progettazione inclusiva. È il superamento definitivo dell’educazione trasmissiva, a favore di una didattica generativa, che accompagna lo sviluppo integrale della persona.

Fraternità è la base di una scuola che non classifica ma abbraccia. In un tempo dominato dalla competizione, Francesco ci ricorda che siamo tutti fratelli. Questo ha profonde conseguenze pedagogiche: la classe non è un’arena di giudizio ma un laboratorio cooperativo. La valutazione diventa uno strumento per crescere, non per escludere. Le metodologie didattiche che si rifanno alla cooperazione, al peer tutoring, al learning by doing trovano nella fraternità il loro presupposto etico.

E poi ci sono le periferie, che per Francesco non sono solo luoghi geografici, ma condizioni esistenziali. Ogni scuola che si rispetti deve saper guardare alle sue periferie: gli alunni in svantaggio, i ripetenti, i nuovi arrivati, i ragazzi che non parlano, quelli che disturbano, quelli che vengono dimenticati. Papa Francesco ci insegna che una scuola giusta è quella che sa spostare il baricentro verso chi è più lontano, perché è lì che si gioca la verità del nostro compito educativo.

Tenerezza, infine, è la parola che più ha scandalizzato i fautori di una scuola fredda e iper-razionale. Ma Francesco ha avuto il coraggio di riproporla con forza, definendola “la forza dei forti”. La tenerezza non è debolezza, è consapevolezza piena della dignità dell’altro. Insegnare con tenerezza significa guardare gli alunni non solo come soggetti da formare, ma come persone da amare. È una pedagogia del cuore, che non teme di essere umana, che sa sorridere, consolare, aspettare.

Tradurre questo lessico nella prassi scolastica non è solo possibile, ma doveroso. Un docente che agisce secondo questo vocabolario educativo non insegna soltanto nozioni, ma mostra che la scuola è un luogo in cui la cultura si fa carne, si fa relazione, si fa speranza. Ed è questa, forse, la più alta eredità che Papa Francesco ci lascia: l’invito a non temere la bontà, a non avere paura della bellezza, a non rinunciare mai all’umanità. Neanche tra i banchi di scuola.

Il “Patto Educativo Globale”: un manifesto per l’educazione del XXI secolo

Nel 2019, Papa Francesco lancia una sfida che è insieme invocazione, programma e profezia: quella di un Patto Educativo Globale. Lo fa con parole accorate e visionarie, invitando scuole, università, famiglie, istituzioni e religioni a un’alleanza educativa planetaria, capace di affrontare le ferite del nostro tempo: la solitudine, la disuguaglianza, la guerra, la crisi ecologica e quella delle relazioni. “Occorre – afferma – il coraggio di generare un cambiamento culturale, di costruire insieme una civiltà dell’amore”. È un appello pedagogico, ma anche civile, perché considera l’educazione l’unica vera via per una rigenerazione del mondo.

Il Patto si articola in sette impegni educativi, che, tradotti nel linguaggio della scuola, possono diventare linee guida per ogni istituzione scolastica, indipendentemente dall’orientamento religioso o culturale. Il primo è la centralità della persona, principio pedagogico per eccellenza: ogni alunno è unico, irripetibile, degno. Significa rivalutare l’educazione personalizzata, promuovere ambienti di apprendimento inclusivi e flessibili, investire sul benessere emotivo degli studenti.

Il secondo è ascoltare la voce dei giovani, vero cuore pulsante della scuola. Francesco chiede che i ragazzi non siano solo destinatari, ma protagonisti dell’educazione. Questo richiede pratiche dialogiche, metodologie partecipative, consigli di classe aperti, assemblee vive, e una didattica che interroghi il mondo reale.

Il terzo è favorire la piena partecipazione delle bambine e delle donne all’educazione, come motore di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Ciò si traduce nell’integrazione dei temi di genere nella progettazione educativa, in pratiche didattiche non stereotipate e nell’apertura a un modello di leadership scolastica inclusiva.

Il quarto è educare all’accoglienza e all’incontro, superando le barriere dell’indifferenza. Una scuola che accoglie è una scuola che sa lavorare sulla cultura dell’alterità, sull’educazione interculturale, sul valore della convivenza. Nelle aule si può insegnare geografia, storia, diritto e insieme far crescere l’empatia, l’ospitalità, la solidarietà.

Il quinto impegno è formare persone disponibili a porsi al servizio della comunità, promuovendo il senso civico e la cittadinanza attiva. Educare al bene comune vuol dire dare spazio al volontariato, all’esperienza, ai progetti di service learning. Significa far uscire la scuola da se stessa, per far entrare nel curricolo la realtà.

Il sesto è promuovere una cultura dell’incontro e del dialogo, contro la logica dello scontro e del sospetto. Qui il riferimento alla mediazione, alla nonviolenza, alla gestione dei conflitti in classe e fuori è fortissimo. La scuola può diventare un luogo dove si impara a discutere senza odiare, a confrontarsi senza annientarsi.

Infine, il settimo impegno: custodire la casa comune, l’ambiente come responsabilità educativa. È l’invito a declinare la Laudato si’ nelle pratiche scolastiche, attraverso percorsi di ecologia integrale, laboratori ambientali, orti didattici, progetti green e, soprattutto, attraverso uno stile di vita sostenibile che sia incarnato anche dalla comunità educante.

Il Patto Educativo Globale non è un’utopia spirituale, ma un programma concreto, adatto a ogni scuola che voglia educare non solo teste, ma cuori. Francesco chiede di ricostruire l’educazione come spazio di alleanza tra generazioni, culture, mondi, per edificare una nuova civiltà. Non propone ricette, ma un metodo: mettersi insieme, guardarsi negli occhi, prendersi cura del futuro.

Ogni consiglio di classe, ogni dirigente, ogni docente può trovare in questo Patto una mappa per orientare la propria missione. Perché, come ha ricordato più volte Papa Francesco, educare è sempre un atto d’amore. È dare vita.

Educare al cuore: la pedagogia della tenerezza

In un tempo in cui la scuola viene spesso invocata come luogo di disciplina, di competenza, di prestazione, Papa Francesco ci propone una parola spiazzante, antica e insieme rivoluzionaria: tenerezza. È uno dei suoi termini più amati, spesso accompagnato da un gesto, un abbraccio, uno sguardo che scende dal pulpito e si ferma all’altezza dei bambini, dei malati, degli esclusi. “La tenerezza è la forza dei forti” ha detto. Ed è proprio da questa forza dolce che può partire una vera rivoluzione educativa.

Educare con tenerezza significa costruire una relazione fondata non sull’autorità gerarchica, ma sulla fiducia. Il docente non è più solo colui che sa, ma colui che accompagna. È un adulto che non teme di mostrarsi vulnerabile, che sa stare accanto agli alunni nei momenti di crisi, che non si rifugia dietro la rigidità del voto, ma sa riconoscere il valore dello sforzo, della crescita, della trasformazione silenziosa. È colui che sa dire: “Non preoccuparti, riproviamoci insieme”.

Questa pedagogia ha il suo centro nella relazione educativa, intesa come luogo di accoglienza incondizionata. Non c’è apprendimento senza una relazione significativa. Lo ricorda anche la pedagogia contemporanea, dalla psicologia umanistica di Carl Rogers fino alla didattica inclusiva delle UDA: solo chi si sente riconosciuto, amato, sostenuto, può davvero apprendere. Francesco, senza usare i codici accademici, ci restituisce questa verità con semplicità: “Educare è generare. E per generare bisogna amare”.

Un altro elemento chiave di questa visione è la valorizzazione dell’errore. La scuola della tenerezza non punisce, ma accompagna. L’errore non è una colpa, ma un passaggio. Un’occasione per rialzarsi, per ritentare, per apprendere in profondità. È qui che si inseriscono metodologie didattiche che rifiutano il nozionismo e accolgono il processo: il cooperative learning, il tinkering, le attività laboratoriali, i percorsi di apprendimento per competenze, le rubriche di valutazione come strumenti di riflessione e non di condanna.

La pedagogia della tenerezza promuove inoltre l’inclusione non come obbligo normativo, ma come stile dell’anima. Ogni alunno, in questa prospettiva, ha diritto a essere visto, riconosciuto, accolto per ciò che è. I Piani Educativi Individualizzati, i Bisogni Educativi Speciali, le strategie di differenziazione didattica diventano strumenti di giustizia, non solo di legge. Per Francesco, la scuola giusta non è quella che dà di più a chi ha di più, ma quella che si china su chi è in difficoltà, come il Buon Samaritano sul ciglio della strada.

E poi c’è il tempo. La scuola della tenerezza non ha fretta. Sa aspettare. Rifiuta la logica delle scadenze a ogni costo, dei programmi da finire, dei traguardi rigidi. È una scuola che assomiglia più a un cammino che a una corsa. E in questo cammino, il docente è un compagno, non un giudice.

In un’epoca segnata da ansie da prestazione, da pressioni valutative e da un linguaggio educativo spesso bellico (“testare”, “competere”, “classificare”), Papa Francesco ci propone una scuola che sappia sentire, commuoversi, accogliere. Non si tratta di rinunciare all’autorevolezza o alla competenza, ma di radicarle nella dimensione relazionale e affettiva. Perché, come ha detto una volta: “Un’educazione senza cuore non è educazione”.

Questa visione interpella profondamente chi vive la scuola oggi. Ci chiede di essere, prima che docenti, testimoni. Prima che trasmettitori di conoscenze, costruttori di senso. Ci chiede di credere che ogni alunno, anche il più difficile, anche il più arrabbiato, custodisce dentro di sé una scintilla. E il nostro compito è proteggerla dal vento, accoglierla tra le mani e aiutarla a diventare luce.

Papa Francesco e il tempo dell’ascolto

“Impariamo ad ascoltare. Il vero dialogo comincia dal silenzio del cuore”. In questa frase, semplice e profonda, si racchiude una delle più grandi rivoluzioni educative proposte da Papa Francesco: la pedagogia dell’ascolto. In un mondo che urla, che interrompe, che corre, il Papa ci ricorda che l’educazione autentica nasce quando ci si ferma, si tace e si porge l’orecchio all’altro. È un gesto di umiltà, di rispetto, di amore. Ed è anche, oggi più che mai, un’urgenza pedagogica.

Nelle sue riflessioni, Francesco ha più volte insistito sul valore dell’ascolto attivo, non come atto passivo, ma come atto trasformativo. Ascoltare davvero significa accogliere l’altro per ciò che è, senza volerlo subito correggere, modificare, incasellare. Nella scuola, questo principio si traduce in una pratica educativa che mette al centro lo studente, i suoi bisogni, le sue emozioni, le sue paure, i suoi sogni. Significa riconoscere che ogni parola di un alunno, anche quando sbagliata, ha dentro di sé un frammento di verità.

La pedagogia dell’ascolto proposta dal Pontefice invita docenti e dirigenti a riconoscere che ogni relazione educativa ha due protagonisti. L’insegnante che sa ascoltare è colui che ha imparato a non riempire ogni vuoto, a non temere il silenzio, a lasciare spazio al racconto dell’altro. È colui che sa mettere in pausa il programma per dare voce a un dolore, a una richiesta, a una confidenza. È l’educatore che sa che prima della spiegazione viene la relazione, prima della valutazione viene la comprensione.

In termini metodologici, questa visione si incarna in tutte quelle pratiche che favoriscono la parola degli alunni: circle time, didattica per domande, debate, interviste narrative, autobiografie cognitive, tutoraggio tra pari, ascolto empatico nei colloqui scuola-famiglia. Si incarna anche in una valutazione dialogica, dove il voto non chiude, ma apre una conversazione. In un collegio docenti capace di interrogarsi insieme, non solo di deliberare. In una presidenza che sa aprire la porta più che imporsi con circolari.

L’ascolto, per Papa Francesco, è anche uno strumento di giustizia relazionale. Chi non è ascoltato è escluso. E chi è escluso finisce per perdersi. In questo, la pedagogia dell’ascolto si lega profondamente alla prevenzione della dispersione scolastica: un ragazzo che si sente ascoltato è un ragazzo che esiste, che trova spazio, che non si sente inutile. E dunque resta. Resta nella scuola, e nella vita.

Ma ascoltare significa anche decentrarsi, rinunciare all’onniscienza, mettersi in discussione. È il punto più alto e più faticoso dell’educare. Il Papa lo ha fatto con le sue scelte pastorali, con la sua apertura ai giovani, alle culture, alle differenze. Ha mostrato che ascoltare è un atto spirituale prima ancora che comunicativo. È un modo per dire: “Tu sei importante. Io ho bisogno di te per capire il mondo”. E questo, in una scuola che spesso si sente sola e inascoltata, è un messaggio potente.

Una scuola che sa ascoltare è una scuola che genera libertà. Che non impone identità, ma le fa emergere. Che non predica, ma dialoga. Che non giudica, ma accompagna. È la scuola di cui abbiamo bisogno per costruire una società più giusta, più umana, più profonda. Perché, come ci insegna Francesco, nessuno educa da solo. Nessuno si salva da solo. Nessuno cresce senza essere ascoltato.

Un’educazione alla pace e alla bellezza

Papa Francesco ha sempre parlato di pace non come concetto astratto o ideale da proclamare, ma come cammino quotidiano da costruire. “La pace si fa, non si predica”, ha detto. E in questa affermazione risuona tutta la concretezza del suo approccio educativo. Per lui la scuola è uno dei luoghi privilegiati in cui si può – e si deve – costruire una cultura della pace, non attraverso grandi proclami, ma attraverso i gesti semplici, la relazione rispettosa, la cura dell’altro.

Educare alla pace, nel pensiero del Pontefice, significa innanzitutto insegnare ad abitare il conflitto senza violenza. Significa aiutare i bambini e i ragazzi a riconoscere l’altro non come una minaccia ma come una risorsa. Vuol dire sviluppare una competenza fondamentale: la convivenza nella differenza. Da qui deriva un invito alla scuola a diventare laboratorio di dialogo, palestra di empatia, luogo di esercizio alla parola gentile. Le pratiche della mediazione scolastica, della gestione dei conflitti, del problem solving relazionale, del cooperative learning, diventano strumenti concreti per dare forma a questa educazione pacificante.

Ma accanto alla pace, Francesco ci chiede di educare alla bellezza. E la sua non è una bellezza estetizzante o superficiale, ma una bellezza che salva, che guarisce, che restituisce dignità. “La bellezza non è un optional”, afferma, “è un diritto, soprattutto per i poveri”. E così la scuola è chiamata non solo a insegnare arte, musica, poesia, ma a vivere poeticamente, a creare spazi belli, tempi armonici, ambienti che parlino di rispetto e di cura. Un’aula ordinata, un murales condiviso, una poesia letta all’inizio della giornata, una melodia che accompagna un momento di riflessione: sono tutti segni di una pedagogia della bellezza che rende la scuola un luogo in cui si ha voglia di restare.

La Laudato si’, enciclica potente e rivoluzionaria di Francesco, offre alle scuole un intero impianto per costruire percorsi di educazione civica, ambientale, culturale. Qui la bellezza si intreccia con la responsabilità. La “cura della casa comune” diventa un tema interdisciplinare che unisce scienze, geografia, arte, religione, tecnologia. Educare alla bellezza del creato è anche educare alla sobrietà, all’equilibrio, al rispetto per ciò che ci circonda.

Educare alla pace e alla bellezza significa anche riscoprire il valore del silenzio, della contemplazione, del rallentare. È insegnare che non tutto si misura in prestazione, che non tutto si valuta con un numero. Francesco ci ricorda che c’è un tempo per riflettere, per osservare, per ringraziare. E la scuola può offrire anche questo: uno spazio di respiro, dove l’anima non venga soffocata.

Questa visione educativa è anche un atto politico, nel senso più alto del termine: costruire cittadini che siano artigiani di pace e custodi di bellezza. Cittadini che sappiano indignarsi di fronte all’ingiustizia, ma anche commuoversi davanti a un tramonto, a un quadro, a una parola detta con amore.

Papa Francesco ha parlato alla scuola con il linguaggio della speranza, indicando nella pace e nella bellezza le due ali su cui far volare l’educazione del futuro. Non una scuola indifferente e grigia, ma una scuola luminosa e accogliente. Perché, come scrive nella Fratelli Tutti, “l’educazione è seme di pace, e la bellezza è sua sorella”.

Per una scuola più umana: sintesi e prospettive

Se si volesse racchiudere il pensiero educativo di Papa Francesco in un’unica immagine, potremmo pensare a una mano tesa. Non una mano che impone, né che punisce, ma una mano che solleva, che accompagna, che consola, che incoraggia. La sua visione della scuola è la visione di un luogo vivo, umano, relazionale, dove ciascuno trova spazio per essere sé stesso e per diventare migliore insieme agli altri.

Papa Francesco ci ha donato non un trattato pedagogico, ma un testamento educativo fatto di parole, gesti, lacrime, viaggi, incontri, encicliche e silenzi. Una visione del mondo e della scuola che pone al centro la persona nella sua integralità, che invita a educare con il cuore e con l’intelligenza, che ci chiede di costruire comunità educanti fondate sulla solidarietà, sull’ascolto, sull’empatia.

Questo patrimonio non può restare confinato nel mondo ecclesiale. È patrimonio dell’umanità, e come tale appartiene anche alla scuola pubblica, laica, democratica. È un dono per ogni insegnante, per ogni dirigente, per ogni educatore che voglia contribuire a formare cittadini consapevoli e felici. Perché educare, nel senso più alto e francescano, significa seminare futuro.

Alla luce dei valori e delle intuizioni del Santo Pontefice, possiamo oggi proporre un decalogo educativo che, pur nella semplicità, si fa bussola per ogni comunità scolastica:

1.     Metti la persona al centro, prima del programma e della prestazione.

2.     Ascolta con empatia, prima di parlare, valutare, correggere.

3.     Accogli la fragilità come parte del processo educativo.

4.     Costruisci relazioni, perché senza relazione non c’è apprendimento.

5.     Educa alla pace, nella parola, nel gesto, nella gestione del conflitto.

6.     Coltiva la bellezza, in ogni dettaglio: ambienti, linguaggio, materiali, riti scolastici.

7.     Abbi cura della casa comune, rendendo l’educazione ecologica e responsabile.

8.     Valorizza la lentezza, contro la fretta che brucia l’anima e il pensiero.

9.     Favorisci la cooperazione, sopra ogni forma di competizione sterile.

10. Testimonia la speranza, ogni giorno, in ogni classe, anche quando è difficile.

Questa non è una semplice proposta metodologica: è una scelta antropologica. Papa Francesco ci chiede di mettere al centro l’umanità, di educare con amore, con giustizia, con tenerezza. Di non temere la bontà, la gentilezza, la pazienza. Di non dimenticare che ogni alunno è un miracolo in corso. E che ogni docente può essere luce nel suo cammino.

In un’epoca segnata da disgregazione, indifferenza, cultura dello scarto, Papa Francesco ci lascia in eredità una visione educativa profondamente controcorrente. Una scuola che si fa grembo e non giudizio, che forma coscienze e non solo competenze, che restituisce senso e non solo saperi.

Chiunque entri in classe, con un registro sottobraccio e un cuore disposto all’incontro, può oggi decidere di abbracciare questo stile. Perché – come ha detto “educare è sempre un atto d’amore. È dare vita. 

È accendere un futuro che ci supera.

 È seminare ciò che altri raccoglieranno.


Orizzonte Scuola