Educare alla non violenza e alla gentilezza è un obiettivo educativo che coinvolge la scuola e la comunità. In un tempo in cui i linguaggi e le relazioni sono sempre più esposti a tensioni e conflitti, diventa fondamentale interrogarsi su come accompagnare le nuove generazioni verso una cultura di pace e ascolto.

Attorno a questi temi abbiamo dialogato con Giovanna Mezzatesta, Preside del Liceo Scientifico Statale “Piero Bottoni” di Milano, e Stefania Firetto, Dirigente scolastica della Scuola Primaria Statale “Don Lorenzo Milani” di Novate Milanese.

Oggi, in una società spesso competitiva e veloce, quale ruolo ha la scuola nell’educare alla gentilezza e alla nonviolenza?

SF: «Il ruolo della scuola, dove i bambini da 1 a 3 anni trascorrono circa un terzo della loro giornata, direi che è primario. Già dai 3 anni si parla di gentilezza, rispetto, valorizzazione della differenza».

GM: «La scuola, oggi più che mai, ha il compito di essere un presidio etico e civile, uno spazio capace di sottrarsi alla logica dominante della competizione esasperata per restituire centralità alla relazione umana. In un contesto sociale che spesso premia la performance individuale e misura il valore delle persone in termini di successo, visibilità e velocità, la scuola deve invece configurarsi come scuola della pace.

Educare alla gentilezza e alla nonviolenza vuol dire ragionare su una postura educativa complessiva. Significa costruire quotidianamente un ambiente in cui ogni persona – studente, docente, collaboratore scolastico – sia riconosciuta nella propria dignità, senza distinzioni di genere, provenienza o mansione.

Sono profondamente convinta che l’educazione si faccia innanzitutto con l’esempio. Non possiamo chiedere ai ragazzi di essere empatici e non violenti se il mondo adulto non incarna questi valori.

In questo senso la scuola ha anche una funzione controculturale: sfidare una società mediatica che spesso propone modelli basati sulla sopraffazione simbolica, sulla competizione intesa come prevalenza sull’altro, che in ultima analisi è una forma di violenza. Noi dobbiamo invece mostrare che la cooperazione è una forma più alta e più evoluta di intelligenza sociale».


Quali strategie o attività concrete utilizzate (o ritenete più efficaci) per insegnare ai ragazzi e ai bambini il rispetto, l’empatia e la gestione non violenta dei conflitti?

SF: «Ogni giorno i bambini si confrontano con persone diverse – coetanei e adulti – e abbiamo deciso di gestire i litigi ideando l’angolo del litigare bene. I bambini coinvolti nel litigio vengono portati in un angolo dove devono dirsi perché hanno usato certe parole o se quelle parole li hanno feriti. Gli insegnanti li aiutano a cercare parole alternative che si potrebbero usare per non ferire il compagno. È un lavoro di grammatica delle relazioni. L’ascolto attivo in queste situazioni permette ai bambini di sentirsi visti e reali, liberi di raccontare e raccontarsi.

Un altro strumento utilizzato spesso è l’abbraccio: è un segno di gentilezza e si pratica dall’infanzia alla primaria; così i bambini crescono con un senso di protezione e sicurezza, fondamentali per il loro sviluppo emotivo e fisico.

Per quanto riguarda il tema dell’empatia i docenti hanno deciso di servirsi della lettura: con libri specifici cerchiamo di aiutare i bambini a comprendere i sentimenti che prova il protagonista. Leggiamo sia in classe sia in orario extra scolastico, attraverso la presenza di volontari. Spesso capita che l’autore del libro venga invitato a scuola e in quel momento i bambini si trasformano persino in intervistatori».

GM: «Le strategie più efficaci sono quelle che trasformano i valori in pratiche quotidiane. Una delle esperienze più significative che mi piace ricordare è accaduta dopo un’assemblea d’istituto: alcune ragazze si erano spontaneamente fermate a sistemare le sedie, mentre molti ragazzi si erano già allontanati. Ho ritenuto importante intervenire non con un rimprovero punitivo, ma con un richiamo educativo, invitando i ragazzi a tornare e a condividere quel gesto di cura; perché si educa alla gentilezza allenando alla corresponsabilità e al superamento degli stereotipi di genere impliciti.

Un’altra esperienza significativa è il collegamento che abbiamo attivato con una scuola di Gaza, dove gli studenti studiano sotto le tende. Questo incontro ha avuto un impatto emotivo e cognitivo fortissimo: i nostri ragazzi hanno potuto confrontarsi con coetanei che vivono in condizioni estreme, sviluppando una consapevolezza nuova del privilegio, ma soprattutto una forma di empatia concreta, non più astratta. La nonviolenza nasce anche dalla capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, ed è possibile farlo avvicinando chi è apparentemente lontano.

Abbiamo inoltre scelto di tenere la scuola aperta fino alle 17:30, promuovendo attività di supporto tra pari: gli studenti delle classi terze, quarte e quinte affiancano quelli delle prime e seconde. Questo modello di apprendimento cooperativo rafforza le competenze disciplinari e accresce in modo significativo le competenze sociali ed emotive.

Un ulteriore passo importante è stata la scelta di eliminare i voti nel primo quadrimestre. Abbiamo deciso di proporre una valutazione che non sia la semplice media matematica di prove frammentate, per ridurre l’ansia da prestazione e spostare l’attenzione dal risultato immediato al processo di apprendimento.

Nel frattempo dobbiamo lavorare anche sugli adulti. Una scuola non può essere realmente nonviolenta se non lo sono le relazioni tra adulti al suo interno: per questo il percorso educativo riguarda prima di tutto i docenti. La coerenza educativa è la chiave».

Secondo la vostra esperienza, qual è la sfida più grande nel trasmettere valori di gentilezza e nonviolenza alle nuove generazioni oggi?

SF: «Il compito degli adulti oggi deve essere quello di spiegare che la parola gentilezza non è sinonimo di debolezza, anche se ultimamente usare parole gentili sembra quasi un modo per uscire fuori dal coro. Gli insegnanti a scuola e i genitori a casa devono insegnare ai bambini che la gentilezza è un’abitudine naturale e non una rarità».

GM: «La sfida più grande è rappresentata dalla dissonanza tra ciò che la scuola cerca di trasmettere e i modelli dominanti nella società e nei media. I ragazzi vivono immersi in un ecosistema comunicativo che spesso premia l’aggressività verbale e la polarizzazione. Quindi la gentilezza rischia di apparire come debolezza, e la nonviolenza come inefficacia.

Il nostro compito è allora quello di restituire a questi valori la loro forza, mostrando che la gentilezza è una competenza complessa, che richiede consapevolezza e coraggio; che la nonviolenza non è passività, ma una scelta attiva e trasformativa. Dobbiamo riuscire a superare l’individualismo crescente. La società abitua i ragazzi a pensarsi come singole unità in competizione tra loro; occorre ricostruire il senso di comunità, far comprendere che il successo dell’uno non può avvenire a discapito dell’altro.

La sfida più profonda resta quella dell’esempio. Possiamo progettare le migliori attività, introdurre le innovazioni più avanzate, ma se non siamo credibili come adulti – se non pratichiamo noi per primi il rispetto, l’ascolto, la giustizia – ogni discorso perde efficacia. La scuola può e deve essere un laboratorio di umanità. Autentico, ancor prima che perfetto».

Fondazione Arche