
Dai patti digitali alla comunità educante
Il modello Imola su smartphone e minori
-di CLAUDIA LA VIA
Quando dare il primo
smartphone? La domanda arriva spesso alle soglie delle medie, insieme al timore
che un figlio resti escluso dal gruppo. Ma la storia del suo rapporto con gli
schermi comincia molto prima: nelle attese, a tavola, nei momenti in cui un
adulto cerca di calmare un bambino. Per accompagnare gli adolescenti nel
digitale occorre risalire a quelle origini. E coinvolgere gli adulti che, ogni
giorno, contribuiscono a farli crescere.
«Quotidianamente mi trovo
di fronte a situazioni in cui il cellulare viene utilizzato come pacificatore,
come babysitter, come intrattenimento e addirittura come mediatore
nell’interazione tra bimbo e genitore sostituendosi spesso anche al ruolo
consolatorio e di riferimento del genitore stesso», racconta Irene Bonomelli,
pediatra dell’ospedale di Imola e promotrice del patto digitale locale. Nella
sua esperienza clinica, Bonomelli osserva difficoltà già nei bambini più
piccoli: «Gli effetti di questi comportamenti sono evidenti già nella
primissima infanzia con ritardo del linguaggio, difficoltà alla concentrazione,
iperattività, scarsa gestione della rabbia e dell’emotività». E negli
adolescenti, aggiunge, gli effetti possono comprendere ansia, calo del tono
dell’umore, difficoltà relazionali e neurocognitive.
Proprio partendo da
queste preoccupazioni a Imola è nato un patto tra famiglie, pediatri,
neuropsichiatria infantile, scuole, Comune, parrocchie e associazioni. Il
percorso è approdato all’Italian Journal of Pediatrics, che lo descrive come
una delle prime iniziative italiane di attuazione strutturata di patti digitali
con un’alleanza tra sanità, scuola e società civile. Al centro un’idea: educare
una comunità perché possa educare i minori. Il consiglio ricevuto in ambulatorio
può infatti scontrarsi con abitudini e pressioni che una famiglia fatica ad
affrontare da sola. Con la rete, spiega Bonomelli, «il tema e le problematiche
non rimangono solo relegati al consiglio di un professionista sanitario ma
entrano a far parte della quotidianità della famiglia e del benessere dei bimbi
in tutti gli ambienti frequentati». E, soprattutto, «il genitore non si sente
solo nell’affrontare un percorso educativo ma entra in una comunità educante».
Presentato nel novembre
2024, nella rete nazionale dei Patti Digitali di comunità, il progetto ha
raccolto richieste e difficoltà di famiglie e insegnanti per costruire tre
patti: zero-sei anni, primaria e secondaria di primo grado. Le indicazioni
accompagnano la crescita: tutelare gioco e relazione, ritardare lo smartphone
personale, accompagnare l’accesso alla rete. Ad oggi sono 119 le istituzioni
educative coinvolte e 298 i patti sottoscritti.
L’efficacia del progetto sulle abitudini digitali resterà da valutare. Intanto, però, si lavora per fornire una strada diversa rispetto al “digitale a tutti i costi”, con alternative che cominciano dai gesti quotidiani e con il cambio di piccole e decisive abitudini. Elisabetta Zucchini, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ausl di Imola, suggerisce per esempio di portare un libro o un gioco durante un’attesa e intrattenersi insieme al bambino. Dare parole alla fatica, riconoscere la frustrazione e trovare insieme come superarla aiuta a costruire sicurezza e autonomia.
Anche gli adulti hanno bisogno di confronto: nel servizio, spiega, «da un paio di anni viene effettuato un percorso psicoeducativo in piccolo gruppo di genitori così da permettere loro anche momenti di confronto tra pari e di condivisione di difficoltà e di strategie efficaci individuate da loro stessi». Valentina Totti – madre di due bambini della primaria e fra i genitori promotori del patto – racconta: « La parte più difficile è avere un uso equilibrato e dare il buon esempio». Ma non si tratta di bandire tutto, semmai di valutare un uso progressivo e adatto alle reali esigenze dei giovanissimi.
Tra le famiglie del tavolo dei patti si discute infatti anche di dispositivi che consentano ai ragazzi le prime autonomie negli spostamenti, senza per forza ricorrere a uno smartphone con accesso a internet. «Se non siamo i primi noi come genitori a rispettare i patti digitali non possiamo aspettarci che i nostri figli li rispettino», osserva Totti.
Rimandare il primo smartphone e preparare i figli al suo uso resta una scelta familiare che ha bisogno di sostegno. È su questo che scommette Imola: adulti capaci di condividere la fatica delle scelte e di offrire ai ragazzi occasioni per stare insieme, anche senza uno schermo.
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