Fiducia, in crisi… di
fiducia
Viaggio al centro di
un’attitudine alla base di ogni relazione, personale e sociale, che oggi appare
sempre più difficile da vivere. Perché? A che cosa è dovuta questa difficoltà?
E, soprattutto, come affrontarla?
di Sabina Fadel
La fiducia permea le nostre vite. Da quando saliamo in auto confidando che gli altri non guidino contromano a quando, al bar, confidiamo che il barista non ci avveleni il caffè; da quando prendiamo l’ascensore tranquilli confidando nel lavoro dei manutentori a quando, in macelleria, confidiamo che il negoziante non ci propini carne avariata... Confidiamo, cioè diamo fiducia, decine di volte al giorno a persone, istituzioni, oggetti. Ma che cos’è davvero la fiducia? La parola, dal latino fidĕre, «confidare» appunto, sta a indicare quell’attitudine umana che ci rende capaci di riconoscerci vulnerabili rispetto alle azioni di altre persone, con cui decidiamo di relazionarci basandoci sulla convinzione che esse agiranno in modo corretto verso di noi. Si tratta, dunque, di una scelta complessa, che mette insieme ragione ed emozione, perché se è vero che per fidarci di qualcuno dobbiamo valutare in modo razionale le sue intenzioni, è anche vero che la fiducia ci fa provare un senso di sicurezza molto profondo.
Il filosofo svizzero Mark
Hunyadi, nel suo libro Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025),
sostiene che la fiducia non permea solo i rapporti tra esseri umani, ma il
nostro stesso rapporto con l’intero mondo del reale:
la fiducia, scrive infatti, è una «scommessa che orienta la mia azione e le
azioni tutte» e rappresenta «ciò che ci connette con il mondo», perché l’intero
nostro rapporto con il mondo, le persone, gli oggetti, le istituzioni «è di
natura fiduciaria». E, allora, la crisi di fiducia che la nostra società sta
attraversando quando è arrivata? Secondo Hunyadi, le sue radici risalirebbero
addirittura al XIV secolo, con l’avvento della cosiddetta «rivoluzione
nominalista», che affermò il concetto di individuo, vero «nemico» della
fiducia. Prima di allora, infatti, in Occidente vi era una visione della
realtà (ereditata da Aristotele) secondo cui tutto era orientato a uno scopo
ben preciso. In questa visione, dovere dell’essere umano era solo quello di
eseguire, più o meno diligentemente, il compito, il fine specifico, che gli era
stato assegnato da Dio, dall’universo, da un’entità superiore, e che egli era
chiamato a «conoscere attraverso la ragione e perseguire attraverso il
desiderio».
Una visione che non
contemplava l’idea di libertà così come noi oggi la intendiamo. In tale
contesto, ovviamente, il problema della fiducia non si poneva, perché il
legame sociale era la finalità stessa dell’essere umano, che riusciva a
compiere il suo destino grazie, e in compagnia, degli altri. Il nominalismo si
oppone a tutto questo, decretando il primato dell’uomo sulla realtà. Nulla
è determinato, tranne la volontà dell’individuo, la quale, se non deve obbedire
a «leggi buone» universali, non è detto sia buona per tutti. E infatti, di
esempi negativi è piena la Storia. Se poi, spiega ancora Hunyadi, ci mettiamo
pure la rivoluzione digitale in cui siamo immersi, la frittata è fatta.
Quest’ultima, infatti, ha ulteriormente accelerato il processo di chiusura
nell’individualismo, rendendo l’appagamento dei nostri desideri (più o meno
guidati dal mercato e dalle big tech) più immediato e comodo e il legame
sociale più fragile, dal momento che si comunica e ci si confronta
realmente sempre più di rado, chiusi nelle nostre «camere di risonanza» in cui
le nostre idee vengono continuamente ripetute, confermate e amplificate.
Fiducia, per sottrazione
In questo panorama sempre
più desolante, che fare dunque? Accettare come inesorabile la perdita della
fiducia mettendo a rischio la stessa società? Ovviamente no, risponde Luciano
Manicardi, monaco e già priore di Bose, autore di un illuminante e sempre
attualissimo volume, Il Vangelo della fiducia (Qiqajon, 2014). «La
fiducia – ci dice infatti – è un elemento costitutivo dell’umano. Noi non siamo
mai “assoluti”, cioè completamente sciolti dagli altri, non siamo
autosufficienti e neppure dotati di piena indipendenza. Quindi la fiducia è
irrinunciabile. Noi siamo relazione. E la relazione ha bisogno della
fiducia».
Una fiducia che impariamo
sin dai primi mesi di vita, quando sperimentiamo un rapporto esclusivamente
fiduciario con le nostre figure di accudimento. «La fiducia – spiega
Manicardi – trova il suo alveo sorgivo nell’esperienza del bambino con la madre
e i genitori, e si situa tra l’estrema vulnerabilità del neonato e la
responsabilità della madre e del padre. È in quella relazione originaria
che si pongono le basi della fiducia che consentirà al bambino di svilupparsi,
maturare, aprirsi al mondo e agli altri. La fiducia è la matrice della vita
e questo appare con evidenza nell’esperienza del neonato che sopravvive
solamente grazie alle attenzioni di chi si prende cura di lui. Cura che
consiste nel saper riconoscere e rispondere ai suoi bisogni e nell’accoglierlo
in un contesto accudente e amoroso. Possiamo dire, allora, che la fiducia nasce
da un legame e genera legami. È la vulnerabilità che, portando il neonato ad
affidarsi totalmente, sollecita una risposta etica. E, più radicalmente e
immediatamente, di amore. La fiducia, pertanto, contiene in sé una dimensione
generativa».
Una dimensione generativa
che a un certo punto, esaurito il proprio compito, chiede anche di fare un
passo indietro, in famiglia e nei contesti sociali. E pure questo va fatto con
fiducia. «È proprio così – conferma Manicardi–. La dimensione generativa
arriva a richiedere, nella vita adulta, anche la capacità di generare “per
sottrazione”, ovvero sapendo diminuire per lasciar posto ad altri. Accade ai
genitori, ma anche a livello sociale. E sappiamo come questo sia spesso
difficile: ci pensiamo insostituibili, non nutriamo fiducia in chi deve
succederci, e riteniamo di essere i soli che possono mandare avanti l’azienda,
il dipartimento, la comunità, decidendo ciò che è bene per gli altri… In questi
ambiti spesso si verifica l’incapacità o la non volontà di fare spazio ad altri
accettando di mettersi di lato. La tirannia dell’ego impedisce di “fare
fiducia”. Il ritirarsi, invece, è un atto di fiducia nell’altro, è un alveo
fecondo, un grembo generante in cui l’altro può svilupparsi e crescere.
L’esempio di Giovanni Battista che sceglie di diminuire affinché Cristo cresca
è un bell’esempio di generatività gioiosa, non nella recriminazione o nel
lamento. La fiducia esprime l’amore e nasce dall’amore.
La fiducia tradita
Il problema, a livello
personale ma anche sociale, nasce quando la fiducia, pur appresa e messa in
campo, viene a un certo punto tradita. Ed ecco allora che le amicizie o le
famiglie si sfasciano e i cittadini iniziano a dubitare di tutto:
non vanno più a votare «perché i politici fanno solo i loro interessi…», non
credono più nella veridicità di quanto leggono «perché i giornalisti sono
prezzolati e mentono…», non si fidano più dei medici «sempre al soldo di big
pharma» e così via… Ma quando il virus della sfiducia colpisce una società, la
mette seriamente a rischio. Urgono allora anticorpi che risanino il corpo
sociale evitandogli l’annientamento. In questi casi, come possiamo ripristinare
la fiducia ferita?
Guardiamo che cosa
accade, per esempio, in una relazione di coppia o amicale. «Quando in una
relazione viene meno la fiducia – avverte a riguardo Luciano Manicardi –,
quest’ultima molto difficilmente può essere ricostruita. E, in ogni caso,
la relazione cambia, perché il tradimento della fiducia ha significato, per chi
l’ha subito, una rivelazione inattesa e sconvolgente del volto dell’altro per
cui è come se ora avesse a che fare con un’altra persona, o almeno con aspetti inediti
e indesiderati e insospettati di essa. E questa rivelazione getta un’ombra
inquietante sul passato che si è vissuto con quella persona: è stato tutto
falso? Con chi ho vissuto? Posso ricominciare o è tutto finito? Ne ho ancora la
forza? Dire che la fiducia è essenziale a ogni relazione autentica significa
riconoscere che la relazione avviene tra persone libere e che restano mistero
l’una all’altra. La fiducia mi impedisce di considerare l’altro come mia
propaggine: egli rimane altro da me. Mi impedisce di possederlo: egli resta
libero. Mi consente di vivere ogni momento della relazione come un dono
prezioso e inestimabile. E al tempo stesso precario. Anzi, tanto più prezioso
proprio perché precario».
Il che, ovviamente, può
essere trasposto anche sul piano sociale: in una «società del rischio», come
la nostra, proprio dal rischio di venire feriti e delusi dobbiamo ripartire,
accettando che il limite è costitutivo della condizione umana. «È proprio
così – ammette Manicardi–. Bisognerebbe aver sempre chiaro che la fiducia
ammette la possibilità del tradimento o della delusione: non so se l’altro sarà
all’altezza della fiducia, se mi deluderà, così come non posso essere certo che
non sarò io stesso a tradire e deludere. La fiducia è fatta della stessa
“materia” di cui è fatta l’esistenza umana e di cui sono fatte le relazioni.
L’incertezza, la delusione sono sempre possibili. La fiducia non è un contratto
stringente (e costringente). Questo non lenisce certo il dolore di una fiducia
tradita, ma non possiamo accordare troppo potere a tale tradimento, fino al
punto da toglierci la volontà di vivere. La fiducia ci ricorda che io non
posseggo l’altro, non lo conosco con assoluta chiarezza, ma resta sempre un
mistero. E questo vale nelle relazioni sociali ma anche nel caso di quelle
profondamente intime. Il tradimento della fiducia resta all’interno di
quella fragilità e vulnerabilità da cui è attraversata la fiducia stessa.
Eppure sono le stesse ferite dovute alla fiducia tradita che paradossalmente ci
rinviano al necessario rinnovamento della fiducia. Solo grazie alla vicinanza
di altri, solo grazie a nuove o rinnovate relazioni, noi potremo mettere le
nostre ferite in un contesto relazionale in cui potranno trovare consolazione.
Il giusto amore di sé e per la vita ci chiede di fare delle ferite subite un
elemento di conoscenza di noi e degli altri, sicché diventino dei punti di
forza nel cammino esistenziale».
Ma che cos’è che rende
accettabile tale rischio e la fiducia ancora possibile, nonostante tutte le
esperienze negative che possiamo fare nel corso della nostra vita? «Il sentirsi
amati – replica deciso Luciano Manicardi –. Il sapere che c’è chi crede in te.
E crede in te perché ti conosce attraverso quella via regale che è l’amore.
Conoscendo e amando in te anche le mancanze e le ombre. E questo amore ti dona
libertà, ti aiuta a essere te stesso, a esprimere chi tu sei con gioia e
libertà. La fiducia è estranea alle logiche del controllo, così come il
controllo è estraneo alla dinamica dell’amore. Ma quando mi sento e mi so
amato, posso respirare a pieni polmoni, correre nelle praterie che l’amore
dell’altro mi apre dinanzi, posso essere me stesso. Essere amato mi dà fiducia
nella vita e in me stesso».
Tutto ciò, trasportato sul piano sociale, si traduce in un ripartire dalla forza della «parola data». «Nella fiducia – conferma il monaco – c’è quasi un mettersi a nudo, anche se non sempre è facile. Per far cadere le barriere che si oppongono a una piena apertura, sia nelle relazioni personali che politiche, è fondamentale la saldezza della parola, in particolare della parola della promessa. La promessa mantenuta testimonia l’affidabilità di chi promette e alimenta la sicurezza del destinatario della promessa che vede ben riposta la sua fiducia. Al contrario, la promessa non mantenuta ingenera diffidenza, fa sentire usato e manipolato colui che ha dato credito a chi prometteva e lo induce a ritrarsi della relazione. La statura etica della persona “di parola” accresce la fiducia e costruisce relazioni più stabili. Del resto, l’autorevolezza di una persona si rivela, in modo particolare, nel suo “essere in ciò che dice”. Allora il parlare diviene non solo un dire, e neppure solo un dirsi, ma anche un darsi. Ovvero, un’apertura di fiducia verso l’altro. Analogamente alla promessa non mantenuta, anche la menzogna è distruttiva delle relazioni perché mina la fiducia. Ci possiamo chiedere se la crisi del rapporto tra generazioni, tra adulti e giovani, non sia legata anche a promesse non mantenute. E forse a un ascolto non avvenuto o deficitario da parte dei più adulti (le classi dirigenti) nei confronti dei più giovani. La fiducia, infatti, è nutrita dall’ascolto: ascoltare è accogliere, è dire di sì all’altro. E questo vale tanto nelle relazioni interpersonali quanto in quelle sociali e politiche. Grazie alla fatica dell’ascolto, le diversità che attraversano una relazione a due come le relazioni politiche e sociali possono accordarsi per costruire percorsi di convivenza comune». «Certo – conclude Luciano Manicardi – la fiducia, come abbiamo più volte ribadito, non è certezza assoluta, è sempre esposta al rischio del tradimento, non ci dà garanzie, e proprio queste sue caratteristiche ci dicono come essa sia al tempo stesso umile e coraggiosa. E, in questo, essa appare la sostanza stessa della vita che chiede coraggio e umiltà per reiniziare ogni giorno l’avventura esistenziale».
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