sabato 19 settembre 2026

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

 

Dal contratto

alla promessa,

per trovare

 il giusto mezzo


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,6-9; Sal 144/145; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Nelle scorse domeniche la liturgia della Parola ha enfatizzato il tema della riconciliazione fraterna e del perdono reciproco: il messaggio evangelico ci ha mostrato che riconciliazione e perdono sono imprese destinate a rimanere improbabili, spesso addirittura impossibili, se non si tiene presente – come modello paradigmatico – la misericordia divina. In questa domenica l’accento viene posto sulla giustizia. Riguardo alla quale gli esseri umani, seppur in varie maniere, si sono esercitati con maggiore costanza nel corso della storia, formulando codici giuridici, ideando sistemi legislativi, stabilendo criteri legali. Magari per poi aggirarne le esigenze e violarli in modi più o meno subdoli. E spesso finendo per contrapporre la giustizia alla grazia. Questa è solitamente intesa come una sospensione della giustizia, perciò sempre a rischio di dimostrarsi ingiusta. Un tale fraintendimento della grazia e del suo rapporto intrinseco con la giustizia giunge a proiettare persino in Dio la presunta incompatibilità tra giustizia e misericordia.

L’odierna pagina evangelica, anche in questo caso, distingue nettamente la giustizia umana da quella divina, benché non le contrapponga affatto. E, soprattutto, rivela che in Dio giustizia e grazia, misericordia e giustizia, non si contraddicono. Per Dio, giustizia e grazia non sono alternative l’una all’altra, quasi che operando secondo giustizia egli non operi più con grazia. E viceversa. Giustizia e grazia, in Dio, non sono estremi che si escludono a vicenda, bensì poli che si attraggono, intrecciandosi tra loro a tal punto da coincidere: la misericordia di Dio è la sua giustizia, come la giustizia di Dio è la sua misericordia.

Gesù ne dà il lieto annuncio, raccontando la parabola degli operai invitati – in momenti diversi della giornata – a lavorare in una vigna. Il loro datore di lavoro ne aveva chiamati alcuni all’alba, accordandosi con loro di pagarli un denaro a testa: il fatto di essersi accordato (la voce verbale greca qui usata è symphōnéō, che vuol dire stare in sintonia, realizzare una sinfonia) ci fa intuire che quel contratto era pienamente soddisfacente per tutti, prospettando – giustamente – per quegli operai non il minimo ma il massimo salariale. Ne aveva poi chiamati altri alle nove del mattino, promettendogli di dar loro «quello che è giusto» (díkaion, nel greco dell’evangelista Matteo: da díkē, che significa giustizia). Ugualmente aveva fatto di nuovo a mezzogiorno, alle tre del pomeriggio e, infine, alle cinque. Al calar della sera, quel datore di lavoro dispose che tutti gli operai – quelli dell’ultima ora non diversamente da quelli della prima ora – fossero pagati con un denaro, cioè con l’intera paga giornaliera. Ma qualcuno della prima ora ebbe da ridire, borbottando che era ingiusto pagare con lo stesso salario chi aveva faticato tutta la giornata e chi aveva lavorato solo pochissime ore.

Il ragionamento di quell’operaio scontento non faceva una grinza. Anche noi, istintivamente, gli diamo ragione, radicati come siamo nella concezione “retributiva” che abbiamo della giustizia. Ma restiamo spiazzati, al pari degli uditori di Gesù, dalla spiegazione data dal padrone della vigna. Il quale, all’operaio contestatore, disse: «Amico, io non ti faccio torto (Hetaîre – che significa anche “socio” –, ouk adikô se)». Vale a dire: io non compio un’ingiustizia a tuo carico, io sto rispettando il contratto che abbiamo fatto. Tuttavia, per quel padrone così strano, che da despótēs e da kýrios – i termini greci che si trovano nella pagina evangelica – si trasforma in amico e socio dei suoi operai, la promessa fatta a quelli della seconda, terza, quarta e ultima ora, non vale meno del contratto stipulato con quelli della prima ora. Anche la promessa si impegna a corrispondere «quello che è giusto». In forza del contratto, «quello che è giusto» è il massimo salariale. In virtù della promessa, «quello che è giusto» è un minimo salariale, che equivale al massimo. Poiché, alla luce della promessa, diventa chiaro che la giustizia, per quel padrone, è un tutt’uno con la sua bontà (all’operaio scontento, egli difatti risponde: «Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»).

La giustizia e la bontà di quel padrone sui generis sono, in ogni caso, il massimo, la misura più alta, la più favorevole. Stando all’insegnamento del Maestro di Nazareth, contestare quest’intreccio di bontà e giustizia non ci rende più coerenti con la giustizia, ma meno inclini alla bontà. E, di conseguenza, più propensi alla malvagità. Sì, proprio alla malvagità. Giacché, nel greco del brano matteano, la frase «tu sei invidioso perché io sono buono» suona letteralmente così: «il tuo occhio è malvagio per il fatto che io sono buono». L’occhio malvagio (ponērós, lo stesso termine che si trova nell’ultima invocazione del Pater noster: «liberaci dal maligno») vede come fosse un male ciò che invece è buono, vede come un ingiusto colui che è buono (agathós). Occorre, dunque, maturare una corretta visione della realtà. Bisogna chiarire la verità delle cose, come fa quel padrone con la sua spiegazione riguardo al senso del suo comportamento. Cambiando sguardo, ovverosia modo di pensare, allora si può comprendere ciò che già il profeta Isaia diceva per conto di Jhwh Adonai: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore», come leggiamo nella prima lettura di questa domenica.

È importante capirlo, perché altrimenti si travisa la morale che Gesù distilla dalla sua parabola: «Così gli ultimi (éschatoi) saranno i primi (prôtoi) e i primi, ultimi». Non è un manifesto rivoluzionario, come prevederebbe la dialettica hegeliana tra servo e padrone radicalizzata in lotta di classe da Marx ed Engels. Non dobbiamo interpretare sulla scia del materialismo storico la storia della salvezza cantata nel Magnificat dalla Madre di Gesù. Il Dio biblico, e Gesù come suo Messia, non mirano a capovolgere le gerarchie che pur intasano di opprimenti sovrastrutture l’esistenza umana e la vita sociale. Non stanno né a destra né a sinistra. E neppure in un centro che di volta in volta rafforzi tatticamente il peso della destra o della sinistra. Puntano, piuttosto, a quella che i filosofi greci prima e, poi, i Padri della Chiesa chiamavano mesótēs, il giusto mezzo: illuminante espressione, il cui fulcro non sta nel sostantivo “mezzo” bensì nell’aggettivo “giusto”.

Il Dio biblico, tramite Gesù suo Messia, vuole farci sapere che nel «regno dei cieli» – impersonato da un Signore misericordioso e giusto, giusto in quanto misericordioso – le gerarchie d’ogni tipo sono superflue. Al suo cospetto – e in relazione con lui – tutti sono sullo stesso piano. Gli ultimi al livello dei primi. E i primi al livello degli ultimi, che ormai sono giustappunto i primi. Non “al posto”, ma “al livello”. Nel regno dei cieli nessuno scalza nessuno. Tutti hanno, semmai, il loro inalienabile e inviolabile posto. Più precisamente: tutti stanno in un unico, medesimo, posto: quello del Figlio stretto nell’abbraccio del Padre suo.

È Cristo Gesù il «giusto mezzo», cioè colui che sta nell’abbraccio di Dio Padre. È lui, al contempo, il primo e l’ultimo, ho prôtos kaì ho éschatos, come il Risorto proclama, riguardo a sé, nell’ultimo libro della Bibbia cristiana (Ap 1,17).

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