I giovani, la Patria
e il rifiuto della guerra
Ma più in generale, ciò che va sottolineato e che
costituisce il punto di maggiore distanza tra le giovani generazioni e quelle
precedenti, è un altro. La frase di Virginia Libero appartiene allo stesso
contesto storico e mentale che ha portato i giovani tedeschi a rifiutare, e
anche a protestare apertamente contro, la chiamata del governo Merz che li
invitava ad esprimere la propria disponibilità ad arruolarsi nell’esercito.
Nonostante una campagna martellante, che ha riempito le strade, le scuole e ogni
ambito della vita sociale della Germania, sono stati pochissimi coloro che
hanno risposto positivamente a quella chiamata.
Ecco, ciò che i giovani europei stanno facendo
emergere è un rifiuto radicale della guerra, di qualsiasi guerra. Un rifiuto
che non ha a che fare con la loro presunta perdita di coraggio e di spirito
bellico, come autorevoli scrittori e opinionisti hanno più volte lamentato,
quasi dispiaciuti che una pace troppo lunga in Europa abbia permesso lo
svilupparsi di un sentimento troppo pacifista (e dunque, secondo loro,
esecrabile). È un rifiuto che ha motivazioni legittime e fondate.
Questi giovani, cresciuti in un mondo che ha mostrato
loro la realtà e la possibilità della pace – basti pensare al miracoloso
progetto dell’Unione europea – sanno che ci sono strumenti a nostra
disposizione che possono evitare la guerra, come appunto è successo in Europa
negli ultimi 80 anni. Sanno che la pace è possibile, non grazie alle armi, ma
grazie al diritto e alle istituzioni. Ed è a questi strumenti che essi vogliono
rivolgersi per risolvere i conflitti, chiedendo alle generazioni più adulte di
fare di tutto perché questi strumenti, a cominciare dal diritto internazionale,
possano essere fatti valere anziché essere messi da parte.
Proprio perché vedono che un’alternativa è possibile,
essi considerano la guerra sempre sbagliata, non solo per le sue terribili
conseguenze, per le morti e le distruzioni che comporta, ma anche perché si può
sempre fare qualcosa per evitarla o per interromperla. Essi sanno bene che le
guerre non sono un evento improvviso come le catastrofi naturali, ma sono
figlie di scelte che non sono ineluttabili ma possono essere diverse da quelle
che ad esse conducono.
Questi giovani – esattamente come i loro predecessori
raccontati da Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, i
quali però se ne accorsero solo in trincea mentre venivano sacrificati —,
vedono benissimo che una generazione di adulti, che dovrebbe aprirgli un mondo
fatto di impegno e responsabilità, usa parole con la maiuscola, come quella di
Patria, togliendo ad esse ogni contenuto che vada verso la cura del bene comune
e riempiendole solo di conflitto e di guerra. Una guerra in cui, come sempre,
la distinzione fondamentale – lo ricorda spesso Gustavo Zagrebelsky – è tra chi
la fa e chi la fa fare.
A tutto questo i nostri giovani si oppongono.
A chi
insiste sulla necessità di “sacrificarli” perché questo richiede il nostro
tempo, loro rispondono, giustamente, con l’elogio della diserzione.
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