Fare l’educatore/insegnante all’alba di questo terzo millennio che vive profonde emergenze come l’Intelligenza Artificiale; la Crisi Climatica; l’Inverno Demografico; le Migrazioni e le Remigrazioni; le Guerre non è certo facile ma nulla è facile quando hai a che fare ad esempio con l’educazione affettiva che è il pilastro per la costruzione di uomini e donne responsabili che possano a loro volta generare una comunità più giusta e libera e a tal proposito voglio proporvi un interessante punto di vista del poeta forlivese Davide Rondoni spiegato all’interno di un articolo pubblicato una settimana fa su Avvenire dal titolo: “L’educazione affettiva non è un corso: è il compito della scuola”
-di Francesco Sciacchitano
Per educare i sentimenti non bastano regole e specialisti. Servono adulti capaci di accompagnare i ragazzi, attraverso arte e poesia, nei territori dell’animo umano.
Inizia la scuola. E lì
bisogna affrontare il tremendo e il magnifico.
Infatti, lì, in quelle
aule dove adulti e ragazzi si incontrano e a lungo tutti i giorni potrebbe
iniziare una grande opera di educazione affettiva.
Cosa di cui da più parti
si invoca la necessità e non solo per certi sconvolgenti fatti di cronaca nera.
Ma una scuola che delega
tale educazione affettiva a specialisti, a corsi ad hoc, significa una scuola
che ammette il proprio mastodontico e grottesco fallimento.
Se infatti – avendo a disposizione ore e ore di arte, scienza, letteratura,
religione – occorre avvalersi dello “psicologo di Stato” come già paventava
Pasolini, come avviene nelle peggiori dittature del mondo, allora significa che
si è falliti nel vero compito della scuola.
Che insieme alla famiglia
ha un compito educativo.
Istruire e non educare è
un ossimoro, o un modo per sfuggire le responsabilità.
E però a scuola – e in Italia! – sono quasi inesistenti o cenerentole la
musica, l’arte, la poesia, e tutto quel patrimonio che educherebbe a conoscere
l’animo umano, a sfiorarne i suoi abissi tenendo però la luce negli occhi se
possibile, insomma tutto quel patrimonio che nei millenni ha condotto le
persone a fare i conti con se stesse, con i sentimenti, con la profondità e con
la banalità del male, con le passioni e la loro bellezza ma anche i loro
possibili deliri.
Come pensate di educare
affettivamente dei giovani? con dei discorsini? con delle regolette?
O sarebbe meglio avere adulti disposti – a viso e cuore aperto – a viaggiare
con i ragazzi nei meandri dell’anima, degli affetti, delle passioni?
Invece no, si pretende di
tirare su dei ragazzi che non hanno problemi perché gli si fa un po’ di
psicoterapia, o due chiacchiere sul sesso, o due istruzioni per l’uso.
E adulti riparati dietro alla trasmissione di “competenze”, meglio se
soprattutto competenze tecniche e tecnologiche perché quelle si che servono al
mondo.
E così rarissimamente un ragazzo italiano a scuola può commuoversi, ed educarsi
affettivamente ascoltando Vivaldi, Donizetti, Baudelaire…
In Italia, patria delle
arti, l’arte è considerata inutile o secondarissima nel percorso formativo ed
educativo.
E sapete perché? Perché è
pericolosa. Cioè costringe gli adulti che sono insegnanti a lambire zone
pericolose, che non sono misurabili in competenze e voti.
Che non lasciano tranquilli nessuno.
Ma l’educazione è un
rischio, non una prassi da eseguire, non un protocollo da rispettare.
I ragazzi italiani sono mediamente bravi nelle competenze richieste dall’Ocse.
Ma poco più della metà sentono come luogo importante la scuola, dicono i dati.
E l’Istat ci conferma che la scuola fa “andar via” la voglia di leggere, di
ascoltare buona musica, di cercare arte.
In Italia, sottolineo.
E intanto la cronaca ci
regala notizie di fatti terribili e i numeri in aumento di giovani nelle
carceri. Sì, certo appena dico queste cose mi dicono che il problema è un
altro.
Il benaltrismo tipico.
Che la famiglia dovrebbe
(peccato che cercano di esautorarla e il Ministro prova a resistere) e che
l’immigrazione, e che i soldi, e che i muri…
Tutto vero, ma il
problema è che stiamo negando noi stessi.
E di fronte a una
emergenza educativa, a una necessità di adulazione affettiva, nascondiamo i
violini, i versi dei poeti, le dolci musiche popolari, i delicati profili del
Crivelli, i tamburi forsennati, le voci celestiali, le sfumature femminili
della Gentileschi, i canti abissali di Leopardi, le nostalgie di Pavese (solo
il 5% dei maturandi ha commentato una sua poesia lo scorso anno).
Ecco il nostro disastro
fatto pagare ai giovani.
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