Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XVIII domenica del tempo ordinario (anno A)
Is 55,1-3; Sal 144/145;
Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21
L’odierna pagina
evangelica ci racconta il miracolo forse più “mediaticamente” eclatante di
Gesù: la moltiplicazione di cinque pani e di due pesci per sfamare una folla
immensa, costituita da «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i
bambini». Quel fatto avrà avuto certamente una vasta eco in tutta la Galilea e
nelle altre regioni della Palestina di quell’epoca. Non per niente lo stesso
evangelista Matteo, al pari di Marco, lo riferisce per due volte, presentandolo
di volta in volta con limature narrative tese a far emergere diverse
sfaccettature simboliche di quell’evento straordinario. Non è da escludere che
Gesù abbia veramente ripetuto quel suo gesto di soccorso nei confronti delle
folle che lo seguivano. Sicuro è che si tratta di un miracolo tipicamente
messianico: la gente, oppressa da tante fatiche, attende il Messia e il Maestro
di Nazareth si presenta come tale.
Che il miracolo fosse
stato eclatante non implicava necessariamente che ne fosse risultato evidente
il senso. Difatti, l’evangelista Giovanni ne riferisce l’esito “politico”:
molti, dopo aver visto l’intraprendenza di Gesù in favore del popolo affamato, avrebbero
voluto acclamarlo re. Anche questa avrebbe potuto essere una prospettiva di
tipo messianico: Israele aspettava un condottiero che lo guidasse nella lotta
di liberazione contro i dominatori romani non meno che contro i loro
collaborazionisti e la capacità del Rabbi galileo nel risolvere i problemi
prometteva bene. Ma Gesù non interpretava il suo messianismo in termini
politici.
Per comprendere appieno
il senso messianico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, conviene
considerare il contesto in cui essa viene riferita. Innanzitutto il vuoto
lasciato dalla tragica morte di Giovanni il Battista. Gesù ne apprende la
notizia e tenta di sparire dalla circolazione. Probabilmente vuole elaborare
per conto proprio il lutto. Ma vuole anche fare il punto della situazione: il
Battista lo aveva additato come il Messia venturo ed egli stesso s’era reso
consapevole della propria missione messianica ricevendo da lui il battesimo
nelle acque del fiume Giordano. La teofania avvenuta in quel frangente aveva
illuminato la sua coscienza circa il compito che Dio gli aveva assegnato. Ora è
giunto il momento di decidere il da farsi. Con le parabole Gesù ha annunciato
l’avvento del Regno dei cieli. Come far capire a tutti che a impersonare quel
Regno è lui stesso? Del resto, le folle sembrano intuire la sua identità
messianica e per questo lo seguono ovunque. Come corrispondere a una tale
attesa?
Gesù corrisponde a
quell’attesa vivendo un messianismo che mostra dei tratti peculiari: quelli
profetizzati nei rotoli antichi, in particolare da Isaia. Non fa leva sul
diffuso disagio sociale, non sfrutta la rabbia della gente, non arruola una
falange di combattenti, non organizza un movimento partigiano, né tantomeno un
partito. Piuttosto fissa lo sguardo sulla situazione, ne penetra le pieghe più
strette e ne registra le motivazioni più nascoste. Si fa carico della
sofferenza di quelle persone e se ne prende cura: «Sceso dalla barca, egli vide
(eîden) una grande folla, sentì compassione (esplanchnísthē) per
loro e guarì (più esattamente: curò, etherápeusen) i loro malati».
Sono le voci verbali che il Maestro usa solitamente quando descrive, nelle sue
parabole, l’intervento salvifico di Dio. Egli vive in prima persona il
comportamento di Dio, la sua chiaroveggenza e la sua lungimiranza, la sua
empatia e la sua misericordia, la sua attenzione amorosa nei confronti di chi
non riesce a farcela da solo.
Restituisce, inoltre, al
«deserto» (érēmos) il suo significato più positivo e – in definitiva –
più autentico: quel luogo in cui gli esseri umani si sentono soli e isolati
nelle loro limitazioni, abbandonati alle loro debolezze, privi di ogni punto di
riferimento e senza alcun appoggio, costretti a fare i conti con la loro
povertà e messi alla prova dalla mancanza di risorse, ridiventa il «qui» (hôde)
in cui si manifesta la presenza di Dio e in cui la sua compagnia si dimostra
efficace: «Gli risposero [i discepoli]: “Qui non abbiamo altro che
cinque pani e due pesci”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”».
In questo contesto spicca
il senso complessivo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per
saziare la grande folla. In un luogo deserto, dove umanamente non si può puntare
su niente e su nessuno per fronteggiare con successo le difficoltà di tanti, i
discepoli fanno appello al buon senso, che – in quel frangente – consiglierebbe
di arrendersi dissimulando la resa: congedare tutte quelle persone, venendo
così incontro realisticamente al loro bisogno di cercare altrove ristoro e al
contempo sottraendosi astutamente alle loro eventuali rivendicazioni.
Nell’impossibilità di agire con efficienza, meglio non assumersi alcuna
responsabilità.
Tuttavia, Pietro e gli
altri suoi amici restano spiazzati dalla provocazione del loro Maestro: «Non
occorre che vadano, voi stessi date loro da mangiare». E replicano confessando
la loro inclinazione all’autosufficienza, che in quel momento è sinonimo di
egoismo prima ancora che di impotenza: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e
due pesci», che possono e devono bastare per noi stessi, per superare – almeno
noi – la crisi generale.
Gesù, da parte sua, vuol
far capire ai suoi discepoli che la riuscita del loro intervento non si misura
sotto il profilo quantitativo, bensì sotto quello qualitativo. Riusciranno a
“sfamare” la folla non in base alle risorse – effettivamente esigue – che hanno
in dotazione, ma alla loro maniera di procedere. Quel che garantisce efficacia
ed efficienza è il metodo con cui si adoperano le risorse. E Gesù insegna loro,
giustappunto, il metodo giusto.
È un metodo di tipo
“eucaristico”. I discepoli devono essere disposti a consegnarsi totalmente al
Signore: quel poco che essi presumono di possedere e che in ogni caso non
devono trattenere per sé, quel poco che non immaginano neppure di poter
riuscire a fare, quel poco che sono entro i limiti della loro semplice umanità.
La penuria di mezzi, lo scoraggiamento, il dubbio, ricondotti a Dio, affidati
alla sua paterna volontà, possono essere trasfigurati in nuove energie, in
abbondanza da condividere, in provvidenza di cui farsi tramite: «E, dopo aver
ordinato alla folla di sedersi sull’erba, Gesù prese i cinque pani e i due
pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede
ai discepoli, e i discepoli alla folla».
La sfida lanciata da Gesù
ai suoi primi discepoli vale ancora, anche per noi. E resta ancora valida la
metodologia eucaristica da lui insegnata. Potremmo, anche noi, dichiarare la
nostra impotenza di fronte ai guai da cui oggi il mondo è afflitto. Potremmo
anche noi rinchiuderci dentro un’asfittica autoreferenzialità “ecclesiastica”.
Potremmo anche noi dividerci gli uni contro gli altri riguardo alle soluzioni
politiche con cui affrontare le numerose problematiche che ci preoccupano.
Potremmo anche noi sperare in qualche strapotente personaggio capace di imporre
ovunque la pace per mezzo di una guerra finalmente “giusta”, combattuta con le
armi che sputano fuoco, o con quelle che impongono il ricatto economico e
finanziario, o con quelle che propinano illusioni a colpi di propaganda fasulla
e di persuasione occulta. Tutti stratagemmi per trattenere solo per noi i
cinque pani e i due pesci. Ma noi siamo stati invitati a partecipare
all’eucaristia domenicale, nella quale è rievocata – secondo l’evangelista Matteo
– la loro moltiplicazione. E siamo perciò tenuti ad applicare il metodo
insegnatoci dal Cristo, fidandoci di ciò che il versetto alleluiatico – subito
prima della proclamazione della pagina evangelica – ci ricorda con le parole di
Gesù, ancora una volta riportate da Matteo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma
di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4b).
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