In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità.
Così non c’è più tempo libero né vacanza ma
solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.
Non è una novità che il
corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La
vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo
privilegiato di una vera e propria religione.
Negli ultimi anni
le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si
moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa
militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la
palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi
religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità,
disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al
piacere immediato nel nome di una salvezza futura.
Il culto del corpo
Ogni culto, per non
ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una
parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i
programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e
la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma
nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e
spirito di sacrificio.
E ci vuole, soprattutto,
fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti,
personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con
entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle
vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere
inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio
corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le
gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di
una nuova fede.
Ma quale? Quella
nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma
inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve
essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve
invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna
imperfezione.
Più precisamente, si
tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua
drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a
un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere
duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio.
La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in
quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è
il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa
estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni
specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di
condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma
anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi.
Il teatro delle maschere
Le natiche, i seni, le
labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre
di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è
quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo
social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato
regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non
tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno
spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora
la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello
dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce
artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne
era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne
perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato.
È il rovesciamento della
passione di Cristo.
Mentre egli rinuncia al
corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo
che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il
proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società
religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà
sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la
sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno
alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica.
Il corpo in salute,
asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale
dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla
purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi
veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in
percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in
parametri biologici continuamente monitorati.
‘Il corpo consunto del
santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato.
L’estetica del corpo
diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo
appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di
sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare
una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere
all’immortalità del proprio corpo.
Nessun commento:
Posta un commento