A
PROPOSITO
DEL NEPAL
Avendo visto quello che è successo in Nepal e, qualche tempo fa, avendo scattato una foto su una spiaggia dove avevo trovato una vecchia ed indistrutta confezione di gelato datata 1997, ho scritto una mia riflessione che mette insieme l’ambiente e la letteratura di uno sconosciuto nostro autore siciliano, Giuseppe Bonaviri, che ha ben riflettuto sul rapporto e del mancato rispetto tra uomo e ambiente
-di Giovanni Mannara
Le recenti catastrofi
ambientali che hanno colpito il Nepal riportano al centro dell’attenzione un
tema di grande attualità: il rapporto tra l’uomo e la natura. Di fronte alla
forza distruttiva di eventi naturali estremi, l’essere umano riscopre la propria
fragilità e comprende quanto sia illusoria la convinzione di poter dominare
completamente l’ambiente. La crisi ecologica ci impone, dunque, di ripensare il
nostro rapporto con la Terra e di riconoscere che la sopravvivenza dell’uomo
dipende dall’equilibrio degli ecosistemi.
Questa riflessione trova
un significativo punto di contatto nella poetica di Giuseppe Bonaviri
(1924-2009), scrittore siciliano che ha dedicato gran parte della propria opera
al rapporto tra uomo, natura e cosmo. Nato a Mineo, in provincia di Catania, Bonaviri
porta nella sua narrativa il paesaggio della Sicilia, con i suoi alberi, gli
animali, le campagne e le tradizioni popolari. Tuttavia, la sua terra non
rimane confinata alla dimensione regionale: attraverso di essa lo scrittore
giunge a interrogarsi sul significato universale dell’esistenza.
Nelle opere di Bonaviri la natura non
rappresenta un semplice sfondo delle vicende umane, ma è una presenza viva, con
una propria memoria e una propria dimensione temporale. L’uomo non si trova al
di fuori di essa, come un osservatore o un dominatore, ma ne è parte
integrante. È proprio questa concezione a rendere centrale nella sua poetica il
rapporto «uomo-natura-cosmo».
L’individuo,
apparentemente al centro della realtà, diventa così una piccola componente di
un universo infinitamente più grande. Questa visione emerge con particolare
intensità ne Il fiume di pietra, (Einaudi, 1979), dove gli elementi naturali
assumono una dimensione quasi mitica. Il fiume e la pietra evocano due forme
diverse della materia e del tempo: l’acqua scorre e si trasforma, mentre la
pietra sembra custodire una memoria millenaria. Attraverso il paesaggio,
Bonaviri supera la dimensione della cronaca e inserisce la vicenda degli uomini
in una prospettiva cosmica. La natura diventa quindi una sorta di grande libro
nel quale è possibile leggere la storia dell’umanità. Un altro esempio
significativo è La divina foresta, (Sellerio, 1969), opera nella quale emerge
con forza il tema della distruzione dell’ambiente.
La perdita degli alberi e
degli animali provocata dall’intervento umano non rappresenta soltanto una
trasformazione del paesaggio, ma una vera e propria frattura dell’armonia
naturale. In questa prospettiva, la distruzione della natura coincide anche con
l’impoverimento dell’uomo, perché ciò che viene danneggiato è il sistema di
relazioni che rende possibile la vita. La sensibilità di Bonaviri può essere
definita, in senso ampio, ecologica, anche se sarebbe riduttivo considerarlo
semplicemente uno scrittore ambientalista. La sua riflessione va oltre la
necessità di proteggere un territorio: invita a modificare la nostra stessa
idea dell’essere umano. L’uomo non è il padrone della natura, ma una delle sue
molteplici espressioni. Come suggerisce la sua concezione
dell’«uomo-natura-cosmo», ogni individuo è legato agli altri esseri viventi e
alla materia che compone il mondo. Da questo punto di vista, il collegamento
con il Nepal ed un indistrutto e dopo decenni restituito dal mare contenitore
di gelato acquista un valore particolarmente significativo.
Una testimonianza
drammaticamente archeologica del nostro tempo. Le catastrofi ambientali
mostrano concretamente quanto l’equilibrio del pianeta sia delicato e quanto le
comunità umane siano vulnerabili quando tale equilibrio viene compromesso. Non
tutti i disastri naturali sono direttamente causati dall’uomo, ma il
cambiamento climatico, il consumo del suolo e la distruzione degli ecosistemi
possono aumentare la vulnerabilità dei territori e delle popolazioni. La
letteratura di Bonaviri ci offre allora una prospettiva preziosa: ci invita a
cambiare il nostro sguardo sulla natura. Guardare un bosco, un fiume o un
animale non significa semplicemente osservare qualcosa di esterno a noi, ma
riconoscere una realtà della quale facciamo parte. La sua scrittura trasforma
così il paesaggio in una riflessione sull’esistenza e la memoria personale in
una meditazione sul destino dell’intero cosmo.
La poetica di Giuseppe
Bonaviri, allora, conserva una sorprendente attualità. In un’epoca segnata
dalla crisi climatica e dalla crescente preoccupazione per il futuro del
pianeta, il suo pensiero ci ricorda che l’uomo non può vivere contro la natura,
perché vive nella natura e della natura. Proteggere l’ambiente significa quindi
non soltanto salvaguardare il pianeta, ma tutelare la nostra stessa esistenza.
È questa, forse, la lezione più profonda che possiamo trarre dalla sua opera:
recuperare la consapevolezza della nostra appartenenza alla Terra significa
riscoprire, insieme alla responsabilità, anche il senso autentico della nostra
umanità.
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