sabato 9 maggio 2026

LA FORZA DI UN NOME


 LEONE, 

LA FORZA D UN NOME


Uno scontro epocale

L’incontro tra papa Leone e il segretario di Stato americano Marco Rubio, come previsto, non ha dissipato – né lo poteva – le tensioni createsi in queste settimane fra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Malgrado i tentativi della stampa e delle testate televisive di destra di presentarlo come «un disgelo», il suo esito è stato quello sintetizzato nel titolo dell’agenzia ANSA: «Il papa cordiale con Rubio, ma non fa sconti: “Lavoriamo per la pace”».

-di Giuseppe Savagnone 

Che è precisamente il nodo su cui si sono appuntati i reiterati attacchi del presidente americano Donald Trump nei confronti del pontefice, reo, ai suoi occhi, di favorire, con i suoi incessanti appelli contro la guerra, il progetto iraniano di dotarsi di un’arma nucleare. Da qui l’accusa a Leone di essere «debole» e «pessimo in politica estera». Rincarata, proprio alla vigilia del viaggio diplomatico del segretario di Stato, con quella di stare «mettendo in pericolo molti cattolici».

In realtà, la critica a Prevost è più radicale di quanto la maggior parte dei media abbia riportato. Nel suo attacco su «Truth» Trump ha scritto: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela (…) . E non voglio un Papa che critichi il presidente americano».

Sono in gioco, dunque, l’identità e il ruolo del capo della Chiesa cattolica «Leone» – ha insistito il presidente americano – «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!»

La risposta del pontefice è stata ferma e serena. Ai giornalisti che gliela chiedevano, ha detto semplicemente: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo».

Anche in passato si erano registrate forti divergenze tra il governo americano e la Santa Sede, in particolare con Giovanni Paolo II e Francesco, sulla valutazione delle conseguenze umane ed ecologiche del capitalismo, sulle politiche migratorie e  sul ricorso alla guerra, ma erano comunque rimaste sottotraccia. Ora, invece, sono esplose in modo dirompente e, malgrado gli sforzi del segretario di Stato americano e dello stesso Vaticano per sdrammatizzarle, hanno assunto una portata che non sembra esagerato definire epocale .

Il papa contro la tesi della “guerra santa”

Le ultime, esplicite, battute del presidente americano sono state, peraltro, il punto d’arrivo di una tensione che, come abbiamo visto, risale all’invito di papa Leone, in occasione dell’aggressione al Venezuela, a «garantire la sovranità del paese», e che ha raggiunto il suo culmine in queste ultime settimane. Già il 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di cancellare l’Iran, riportandolo «all’età della pietra» – «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà» – , il papa aveva commentato: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma molto di più: una questione morale per il bene del popolo intero»  

E l’11 aprile, alla veglia di preghiera per la pace, Leone aveva denunciato il «delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. (…) Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».

E aveva aggiunto espressioni che decisamente sembravano riferite allo stile pubblico del presidente americano: «Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!»

Nello stesso discorso papa Leone aveva detto: «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». Un chiaro richiamo alle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth aveva tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran, caratterizzate dall’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….».

A cui il papa, nella sua omelia della domenica delle Palme, aveva indirettamente risposto, commentando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un umile asinello, invece che su un cavallo di guerra: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».

Insomma, oggi la Santa Sede è forse l’unico soggetto che si pone autorevolmente come alternativa alla politica della maggiore potenza mondiale. E l’attacco mossogli da Trump è la risposta.

La forza di un nome

Molti si sono stupiti di questo scontro tra il primo pontefice statunitense e un presidente eletto con il sostegno di gran parte dell’elettorato cattolico, che ha visto in lui il difensore di valori minacciati dalla cultura woke su temi come quello  dell’aborto e del gender. Tanto più data l’immagine di riservatezza, perfino di modestia, che questo papa all’inizio sembrava rappresentare, a fronte dell’indubbio carisma e della brillante comunicativa del suo predecessore argentino.

È come se la vera statura di Prevost si stesse manifestando in questa circostanza, valorizzando la carica simbolica del nome da lui scelto. Un nome che quando, un anno fa, il nuovo pontefice si presentò al balcone di San Pietro, tutti misero in rapporto con il papa della Rerum Novarum, Leone XIII. Nessuno – nemmeno lui – poteva immaginare che il collegamento più appropriato sarebbe stato piuttosto al papa che per primo si è chiamato Leone, passato alla storia come “Magno”, “il grande”.

Un pontefice la cui figura è rimasta impressa nell’immaginario collettivo come quella dell’inerme potere spirituale che riesce a fermare la violenza senza limiti né regole, impersonata da Attila, re degli Unni, un popolo nomade, proveniente dalle steppe asiatiche, che nel V secolo sembrò per un momento travolgere la civiltà romana, già in via di trasformazione sotto l’influsso del cristianesimo. Nel 452 Attila invase l’Italia, conquistando e saccheggiando Aquileia, Padova, Milano e muovendo su Roma, dove la popolazione ne attendeva atterrita l’arrivo.

Nella latitanza del potere imperiale – impersonato dal debole Valentiniano III – gli andò incontro una delegazione guidata proprio da papa Leone, considerato un punto di riferimento, al di là della sfera strettamente religiosa, anche in quella civile e politica. È probabile che l’ambasceria abbia puntato, per convincere il barbaro, soprattutto sull’offerta di una ingente quantità di oro. Ma la leggenda dice che Leone lo abbia fermato mostrandogli il crocifisso. Sta di fatto che l’esercito degli Unni tornò indietro e Roma fu salva.

Inevitabile il riferimento allo scontro tra il nostro Leone e l’attuale presidente degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti del diritto internazionale e di ogni legge che non sia la sua. Anche Trump, in un certo senso, è un “barbaro” che ha fatto irruzione sulla scena politica imponendo senza scrupoli la sua volontà, devastando le relazioni da ottant’anni vigenti tra le due sponde dell’Atlantico e mettendo in crisi, soprattutto con le sua ultima impresa militare contro l’Iran, gli equilibri dell’economia mondiale. Investiti e bistrattati dalla sua aggressività umorale e spregiudicata, gli organismi internazionali e i governi europei hanno cercato soprattutto di evitare lo scontro.

Emblematica la reazione della nostra presidente del Consiglio di fronte al gravissimo episodio dell’attacco preventivo contro la repubblica iraniana, che pure ha riconosciuto essere al di fuori del diritto internazionale: «Non condivido e non condanno».

Così, a difendere i valori che l’Occidente ha faticosamente messo a fuoco nella sua storia, attingendo alla propria anima cristiana, è rimasto solo il capo della Chiesa cattolica. Con una più chiara consapevolezza – rispetto al tempo di Leone Magno – della distinzione tra il piano della politica e quello della fede, ma anche con la  precisa convinzione che distinzione non vuol dire separazione.

«Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva ma come costruttori di pace», ha risposto papa Leone alle accuse di Trump. Ma, al tempo stesso ha rifiutato con fermezza l’idea che la politica non abbia a che vedere con la morale e non c’entri, perciò, con il comando evangelico dell’amore. Che è stata, invece, la tesi proposta dal “cattolico” J. D. Vance a sostegno delle accuse di Trump: «Sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la definizione delle politiche pubbliche».

Il punto di vista della Chiesa cattolica, di cui papa Leone è fedele interprete, è che  «le politiche pubbliche» di uno Stato non possono prescindere dai diritti umani. «Troppa gente sta soffrendo oggi», ha detto Prevost, «troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore». Ricordando a un Occidente disorientato che una civiltà disposta a «piegare il ginocchio» al «delirio di onnipotenza» dei nuovi barbari, e che non trova alternative valoriali contro «l’idolatria di sé stessi e del denaro», è destinata alla morte.

www.tuttavia.eu

 

 

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