LA FORZA D UN NOME
Uno scontro epocale
L’incontro tra papa Leone e il segretario di Stato americano Marco
Rubio, come previsto, non ha dissipato – né lo poteva – le tensioni createsi in
queste settimane fra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Malgrado i tentativi
della stampa e delle testate televisive di destra di presentarlo come «un
disgelo», il suo esito è stato quello sintetizzato nel titolo dell’agenzia
ANSA: «Il papa cordiale con Rubio, ma non fa sconti: “Lavoriamo per la pace”».
Che è precisamente il nodo su cui si sono appuntati i reiterati attacchi
del presidente americano Donald Trump nei confronti del pontefice, reo, ai suoi
occhi, di favorire, con i suoi incessanti appelli contro la guerra, il progetto
iraniano di dotarsi di un’arma nucleare. Da qui l’accusa a Leone di essere
«debole» e «pessimo in politica estera». Rincarata, proprio alla vigilia del
viaggio diplomatico del segretario di Stato, con quella di stare «mettendo in
pericolo molti cattolici».
In realtà, la critica a Prevost è più radicale di quanto la maggior
parte dei media abbia riportato. Nel suo attacco su «Truth» Trump ha scritto:
«Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia
attaccato il Venezuela (…) . E non voglio un Papa che critichi il presidente
americano».
Sono in gioco, dunque, l’identità e il ruolo del capo della Chiesa
cattolica «Leone» – ha insistito il presidente americano – «dovrebbe darsi una
regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la
sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un
politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa
ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!»
La risposta del pontefice è stata ferma e serena. Ai giornalisti che
gliela chiedevano, ha detto semplicemente: «Non ho paura dell’amministrazione
Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo».
Anche in passato si erano registrate forti divergenze tra il
governo americano e la Santa Sede, in particolare con Giovanni Paolo II e
Francesco, sulla valutazione delle conseguenze umane ed ecologiche del
capitalismo, sulle politiche migratorie e sul ricorso alla guerra, ma
erano comunque rimaste sottotraccia. Ora, invece, sono esplose in modo
dirompente e, malgrado gli sforzi del segretario di Stato americano e dello
stesso Vaticano per sdrammatizzarle, hanno assunto una portata che non sembra
esagerato definire epocale .
Il papa contro la tesi della “guerra santa”
Le ultime, esplicite, battute del presidente americano sono state,
peraltro, il punto d’arrivo di una tensione che, come abbiamo visto, risale
all’invito di papa Leone, in occasione dell’aggressione al Venezuela, a
«garantire la sovranità del paese», e che ha raggiunto il suo culmine in
queste ultime settimane. Già il 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di
cancellare l’Iran, riportandolo «all’età della pietra» – «Un’intera civiltà
morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente
accadrà» – , il papa aveva commentato: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata
anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è
accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma
molto di più: una questione morale per il bene del popolo intero»
E l’11 aprile, alla veglia di preghiera per la pace, Leone aveva
denunciato il «delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più
imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente
destabilizzati. (…) Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo
Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici.
Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».
E aveva aggiunto espressioni che decisamente sembravano riferite allo
stile pubblico del presidente americano: «Fratelli e sorelle, chi prega ha
coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla
morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé
stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal115,4-8), cui
sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.
Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della
forza! Basta con la guerra!»
Nello stesso discorso papa Leone aveva detto: «Viene trascinato nei
discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». Un chiaro
richiamo alle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come
prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth aveva tenuto regolarmente per fare
il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro
l’Iran, caratterizzate dall’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa
Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al
popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme
alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di
Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su
quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….».
A cui il papa, nella sua omelia della domenica delle Palme, aveva
indirettamente risposto, commentando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un
umile asinello, invece che su un cavallo di guerra: «Questo è il nostro Dio:
Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per
giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la
rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le
vostre mani grondano sangue”».
Insomma, oggi la Santa Sede è forse l’unico soggetto che si pone
autorevolmente come alternativa alla politica della maggiore potenza mondiale.
E l’attacco mossogli da Trump è la risposta.
La forza di un nome
Molti si sono stupiti di questo scontro tra il primo pontefice
statunitense e un presidente eletto con il sostegno di gran parte
dell’elettorato cattolico, che ha visto in lui il difensore di valori
minacciati dalla cultura woke su temi come quello
dell’aborto e del gender. Tanto più data l’immagine di
riservatezza, perfino di modestia, che questo papa all’inizio sembrava
rappresentare, a fronte dell’indubbio carisma e della brillante comunicativa
del suo predecessore argentino.
È come se la vera statura di Prevost si stesse manifestando in questa
circostanza, valorizzando la carica simbolica del nome da lui scelto. Un nome
che quando, un anno fa, il nuovo pontefice si presentò al balcone di San
Pietro, tutti misero in rapporto con il papa della Rerum Novarum,
Leone XIII. Nessuno – nemmeno lui – poteva immaginare che il collegamento più
appropriato sarebbe stato piuttosto al papa che per primo si è chiamato Leone,
passato alla storia come “Magno”, “il grande”.
Un pontefice la cui figura è rimasta impressa nell’immaginario
collettivo come quella dell’inerme potere spirituale che riesce a fermare
la violenza senza limiti né regole, impersonata da Attila, re degli Unni, un
popolo nomade, proveniente dalle steppe asiatiche, che nel V secolo sembrò
per un momento travolgere la civiltà romana, già in via di trasformazione sotto
l’influsso del cristianesimo. Nel 452 Attila invase l’Italia, conquistando e
saccheggiando Aquileia, Padova, Milano e muovendo su Roma, dove la popolazione
ne attendeva atterrita l’arrivo.
Nella latitanza del potere imperiale – impersonato dal debole
Valentiniano III – gli andò incontro una delegazione guidata proprio da papa
Leone, considerato un punto di riferimento, al di là della sfera strettamente
religiosa, anche in quella civile e politica. È probabile che l’ambasceria
abbia puntato, per convincere il barbaro, soprattutto sull’offerta di una
ingente quantità di oro. Ma la leggenda dice che Leone lo abbia fermato
mostrandogli il crocifisso. Sta di fatto che l’esercito degli Unni tornò indietro
e Roma fu salva.
Inevitabile il riferimento allo scontro tra il nostro Leone e l’attuale
presidente degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti del diritto
internazionale e di ogni legge che non sia la sua. Anche Trump, in un certo
senso, è un “barbaro” che ha fatto irruzione sulla scena
politica imponendo senza scrupoli la sua volontà, devastando le relazioni
da ottant’anni vigenti tra le due sponde dell’Atlantico e mettendo in crisi,
soprattutto con le sua ultima impresa militare contro l’Iran, gli equilibri
dell’economia mondiale. Investiti e bistrattati dalla sua aggressività umorale
e spregiudicata, gli organismi internazionali e i governi europei hanno cercato
soprattutto di evitare lo scontro.
Emblematica la reazione della nostra presidente del Consiglio
di fronte al gravissimo episodio dell’attacco preventivo contro la
repubblica iraniana, che pure ha riconosciuto essere al di fuori del diritto
internazionale: «Non condivido e non condanno».
Così, a difendere i valori che l’Occidente ha faticosamente messo a
fuoco nella sua storia, attingendo alla propria anima cristiana, è rimasto
solo il capo della Chiesa cattolica. Con una più chiara
consapevolezza – rispetto al tempo di Leone Magno – della distinzione tra il
piano della politica e quello della fede, ma anche con la precisa
convinzione che distinzione non vuol dire separazione.
«Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la
stessa prospettiva ma come costruttori di pace», ha risposto papa Leone alle
accuse di Trump. Ma, al tempo stesso ha rifiutato con fermezza l’idea che la
politica non abbia a che vedere con la morale e non c’entri, perciò, con il
comando evangelico dell’amore. Che è stata, invece, la tesi proposta dal
“cattolico” J. D. Vance a sostegno delle accuse di Trump: «Sarebbe preferibile
che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse al presidente
degli Stati Uniti la definizione delle politiche pubbliche».
Il punto di vista della Chiesa cattolica, di cui papa Leone è fedele
interprete, è che «le politiche pubbliche» di uno Stato non possono
prescindere dai diritti umani. «Troppa gente sta soffrendo oggi», ha detto
Prevost, «troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi
in piedi e dire che c’è una via migliore». Ricordando a un Occidente
disorientato che una civiltà disposta a «piegare il ginocchio» al «delirio
di onnipotenza» dei nuovi barbari, e che non trova alternative valoriali contro «l’idolatria
di sé stessi e del denaro», è destinata alla morte.
Nessun commento:
Posta un commento