VATICAN NEWS

mercoledì 15 aprile 2026

ABUSO DEI SOCIAL

 


Abuso dei social 
da parte dei ragazzi? 

L’unica via è multare i genitori


di Gilda Sciortino

Quanta responsabilità hanno i genitori rispetto all'uso eccessivo e per nulla controllato dei social network da parte dei ragazzi? Enorme, ma fanno spallucce: sono i primi a mettere uno smartphone in mano ai figli e a smontare i filtri. Ecco allora la proposta provocatoria (ma non troppo) di Matteo Flora di multarli

La scorsa estate, mentre si presentavano le proposte di legge per normare l’accesso a Internet per quel che riguarda i documenti obbligatori, ha acceso il dibattito con il suo libro Tette e gattini (scaricabile gratuitamente online), dove parla del perché bloccare l’accesso ai minori serve a poco, soprattutto se i genitori, con i loro comportamenti, remano contro. Ora Matteo Flora, imprenditore, divulgatore, esperto in sicurezza delle Ai e delle Superintelligenze, torna a far discutere con una tesi disruptive e impopolare: «È inutile pretendere che siano i social a fare i guardiani, se poi sono i genitori stessi a giurare che l’account è loro, che lo gestiscono loro, che il figlio “lo usa solo ogni tanto”. Non esiste verifica dell’età, sistema di parental control o moderazione algoritmica che regga, se poi sono gli adulti i primi a sabotare il meccanismo. Bastano due clic e una dichiarazione mendace per riaprire un profilo chiuso, e l’intera impalcatura normativa si sgretola», ha scritto sul suo profilo Linkedin.

Il tema cioè «è continuiamo fa chiedere ad altri di fare il lavoro che spetta a chi quel telefono, quella SIM e quell’account li ha materialmente consegnati a un minore, e che, quando viene chiamato in causa, sceglie di coprirlo invece di assumersene la responsabilità». In altre parole, il tema è la responsabilità dei genitori, di cui si è già ampiamente parlato nei giorni scorsi a valle della doppia sentenza contro Meta e Google, che sono state condannate negli Stati Uniti a multe e risarcimenti: i giudici in sostanza hanno stabilito che la dipendenza non deriva tanto da “come usi” i social, ma da come sono costruiti». La tentazione di dire che è «tutta colpa dell’algoritmo» è forte, ma in realtà un tema di responsabilità resta. «Alle industrie digitali – che ormai pervadono la nostra vita con un’ottica orientata al profitto, non certo al benessere – vanno certamente date delle regole, ma ogni iniziativa di questo tipo non può smarcare gli adulti e in generale la comunità/società dal suo ruolo educativo», ha sottolineato Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis su “Dire, fare, baciare”, la newsletter di Sara De Carli riservata agli abbonati di VITA e dedicata alla famiglia, alla scuola, all’educazione.

Flora, davvero ritiene che l’unica soluzione sarebbe multare i genitori…

Ovviamente non è l’unica soluzione. Abbiamo due problemi paralleli. Il primo è se limitare i social e il web a un pubblico adulto può funzionare o meno. Ci ha provato la Francia, ci ha provato l’Australia, ci sta per provare la Spagna… non funziona, ci sono i numeri che lo attestano. Fra l’altro con questa norma non stiamo dicendo al social network che i ragazzini non possono stare online, almeno noi: stiamo solo dicendo che, per aprire un account, devi inserire un documento di identità. Poi potremmo anche far finta che questa cosa funzioni, ma i dati dicono che è solo un palliativo comodo, nel senso che abbiamo fatto qualcosa da un punto di vista politico, abbiamo prodotto una norma. Che poi non abbia funzionato passa in secondo piano, dal punto di vista della comunicazione politica e sociale il messaggio che passa è che qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto. Ma, a parte tutto questo, il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online. Così puntiamo il dito: «Cattivi social network, adesso vi multiamo». Io ho fondato un’associazione, si chiama “PermessoNegato“: è la più grande realtà europea che si occupa di contrasto alla pornografia non consensuale. Spesso segnaliamo: «C’è questo account con un minore – molto minore, lo voglio dire, vediamo casi di bambini di 8-9 anni – che risponde, che interagisce». Cosa succede a valle della segnalazione? Succede che chiudono l’account, ma tempo 24 ore viene riaperto. E noi siamo ancora contro i social network.

I divieti vanno bene per poter dire “qualcosa andava fatto e noi l’abbiamo fatto”. Ma il problema reale è un altro e resta. Il problema reale è che già adesso le piattaforme Internet non possono far accedere minori e invece noi troviamo una quantità enorme, spropositata, di minori online

E dove sbagliamo? Qual è il punto reale su cui agire, allora?

In realtà il problema è un altro. Quando arriva il blocco del contenuto, il genitore esordisce: «No, non è vero, non è stato lui, ero io che lo utilizzavo». E il social network non può fare nient’altro, in quanto non è un organo di Polizia, che accettare la dichiarazione del genitore e riattivare l’account. Quello che noi vediamo è questa cosa qui e sono certo che continueremo a vederla. Se il social network viene obbligato solo a verificare l’età, allora la prospettiva in cui ci mettiamo è semplicemente quella del poter dire “abbiamo fatto qualcosa”, non quella del voler dare una risposta al problema: non aspettiamoci che ci siano dei risultati. Il problema c’è prima, c’è già quando un genitore dà in mano il cellulare al figlio, perché non credo che un bambino di 8-9 anni lo smartphone se lo compri con la paghetta e si installi la Sim, anche perché nessuno gliela attiverebbe.

Significa che bisogna chiamare in causa il tema dell’educazione?

Non devo essere io a spiegare a nessuno come educare i propri figli, ci sono dei professionisti che hanno questo compito. Pensiamo però a quello che succede con la scuola, dove sappiamo benissimo che il docente, un tempo figura educativa, oggi non è più tale. Quando portavo a casa una nota, giusta o sbagliata che fosse, non mi lamentavo mai a casa con i miei genitori, perché sapevo che avrebbero dato ragione al professore: adesso si fanno i ricorsi al Tar. L’unica cosa che io dico, provocatoriamente ma neanche tanto, è di rifare quello che è successo con il casco in moto: quando in realtà i caschi sono stati finalmente utilizzati? Quando è entrata in vigore la norma e con essa le multe a chi vi contravveniva. Ora, se noi non prevediamo a livello normativo una disincentivazione da un punto di vista meramente economico, non ne usciremo. Un altro esempio? Ci sono Paesi in cui nessuno parcheggia in seconda fila e la società è abbastanza evoluta da non avere bisogno di una sanzione per questo. L’Italia non è tra questi e ha bisogno di una norma sanzionatoria.

Subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione

C’è, quindi, un problema di controllo?

Il controllo è alla base di tutto. Ne abbiamo bisogno, così come ci vogliono attenzione e autorizzazione. Non possiamo avere solo il controllo perché se lasciamo che esistano le figure dei baby influencer, che ci sono e che continueranno ad esistere, quello che noi impediremo non è la pubblicazione di materiale riguardante un minore online, ma che il minore possa in autonomia decisionale gestirsi un account. E per quello basta una dichiarazione. E chi può dire di no? Il social network non lo può certamente fare. Qui subentra la responsabilità del genitore che mette il ragazzino davanti a Internet, nonostante sappia che dà dipendenza e che genera depressione. E questo ce lo dicono le evidenze scientifiche. E perché il genitore lo lascia comunque lì da solo? Perché è comodo. È un’ottima alternativa all’attenzione, un’ottima alternativa al tempo da dedicare.

Anche altri Paesi stanno provando a creare dei blocchi nell’accesso al web e ai social…

LInghilterra sta adottando il controllo del documento per una serie di siti web, per esempio quelli pornografici. Quel che ha ottenuto però è estremamente pericoloso, perché sembrerebbe positivo il fatto che il traffico ai 4-5 siti web più conosciuti sia diminuito in maniera sostanziale ma invece, quei 4-5 siti più importanti erano paradossalmente i più sicuri. Non che fossero etici, ma incassavano miliardi ogni anno con la pubblicità, quindi stavano attenti a togliere contenuti per esempio violenti: insomma erano quelli che spendevano di più per essere sicuri. Invece, oggi, è aumentato esponenzialmente il traffico a tutti gli altri siti minori che non si sono attrezzati e che non hanno nessuna intenzione di farlo perché diversamente non ci guadagnerebbero così tanto.

Sbaglia o no chi dice che i social network sono i cattivi della situazione?

Io non sono certo un amico dei social network, ma nemmeno me la sento di dire che sono i cattivi della situazione. Dico che semplicemente, con un minimo di razionalità, dobbiamo onestamente affermate che la disincentivazione va messa in capo al comportamento di chi li usa. Non posso chiedere a un genitore alcolizzato di sorvegliare che il figlio non segua la sua strada, ma noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa con i social. Ci dimentichiamo di tutti quegli studi che ci dicono che Internet fa male ai bambini, che porta a problemi enormi di dipendenza. Continuiamo a dire che è falso, mentre noi adulti siamo i primi ad esserne dipendenti. Internet crea dipendenza in quelle figure che sentono di più la marginalità e la solitudine, per esempio il nonno che non vede i nipotini se non su Instagram e che poi non può più fare a meno di restare connesso. Perché se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Tanto è l’allarme generale su questo che, per esempio, ci sono alcune prefetture giapponesi che hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori. L’obiettivo è contrastare i possibili effetti nocivi di un utilizzo prolungato dei dispositivi sulla salute.

Se vogliamo evitare gli stereotipi, dobbiamo dircelo che il fenomeno non è nemmeno legato principalmente all’età, ma alla solitudine. Alcune prefetture giapponesi hanno emanato un’ordinanza per limitare l’uso quotidiano di smartphone e tablet a un massimo di due ore al giorno, al di fuori del lavoro e dello studio: vale per tutti, non per i minori

Abbiamo, quindi, bisogno di controllori…

Come possiamo chiedere a qualcuno di fare i controllori di qualcosa che sfugge loro di mano? Sugli adulti non lo puoi fare perché è lo stesso discorso del vietare il fumo, però ancora una volta stiamo demandando la nostra vita a un’entità esterna che dipingiamo come cattiva. L’estetica del nemico direbbe che il nostro nemico ci rappresenta di più del nostro amico. 

Restiamo convinti che multare i genitori invertirebbe la rotta?

Come affermavo all’inizio, la questione è più complessa. Dico che bisogna multare i genitori, ma perché in un certo senso questo è un disincentivo economico forte per il nucleo familiare. Anche perché non parlo di pochi euro, quanto di somme importanti che inciderebbero anche nei bilanci di famiglie con un tenore di vita superiore alla media. Ribadisco, però, che questa non è “la” soluzione, se fosse messa in campo come unica azione. Ci sono tante componenti che devono intervenire. La sanzione quantomeno obbliga le persone a pensarci. Non esiste, infatti, un problema se non gli dedichi attenzione, così come non esiste – qualunque sia il comportamento da disincentivare – un disincentivo efficace se da quello non deriva un beneficio importante.

VITA

Immagine

Nessun commento:

Posta un commento