Ucraina
e Medio Oriente:
perché
non dobbiamo cadere
nello
"scontro di
civiltà"
- - di Mauro Magatti
-
Dopo
la caduta del Muro di Berlino, per vent’anni il mondo è stato retto
dall’“ordine liberale globale”.
Un
mondo che si sperava potesse unificarsi pacificamente attraverso la crescita
economica e gli scambi commerciali.
Un
ordine, dove tutti ci guadagnavano, che si reggeva sul presupposto che
l’Occidente – uscito vincitore dalla Guerra fredda – ne fosse guida e garante.
È
stato nel corso di questi decenni che, per la prima volta, alcuni elementi
costitutivi della modernità occidentale (l’economia di mercato, la scienza, la
tecnologia) sono stati esportati creando un mondo interconnesso. L’omologazione
dei modelli politici e culturali si è invece rivelata più difficile del
previsto.
Da
qualche anno, questo processo si è arrestato.
In
particolare, con l’attacco russo in Ucraina, è cominciato una fase nuova, dove
le tensioni politiche sono tornate centrali.
Col
rischio che ad affermarsi sia una visione ugualmente semplicistica, ma
diametralmente opposta: lo scontro di civiltà.
Questa
è la chiave con cui è stato letto l’incontro tenutosi in questi giorni a Kazan
dei cosiddetti Brics allargati (Brasile, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti,
Etiopia, India, Iran, Russia e Sudafrica...) che rappresentano il 45% della
popolazione mondiale, un Pil totale di 60mila miliardi di dollari e circa un
quarto delle esportazioni globali.
Al
summit hanno partecipato i rappresentanti diplomatici di 24 Nazioni.
In
effetti, l’obiettivo dichiarato del padrone di casa Putin era quello di mettere
in discussione l’ordine internazionale formatosi dopo la Guerra fredda.
Molti
commentatori sono convinti che lo scontro tra blocchi sia ormai un destino
segnato e che sarà senza esclusione di colpi.
Un’ipotesi
che non si può certo escludere tenuto conto che, al punto a cui siamo arrivati,
la posta in gioco riguarda il dominio di un mondo che la tecnica e l’economia
hanno integrato in maniera irreversibile.
Più
che interrogarsi sulle intenzioni altrui, la domanda che i Paesi occidentali –
e specificatamente l’Europa – devono porsi è però un’altra: come stare dentro
un processo destinato a creare un mondo diverso da quello che conosciamo?
Con
quale meta finale?
Non
si tratta di essere ingenui.
Né
tanto meno deboli di fronte alla prepotenza.
Come
accade in Ucraina, è giusto respingere le aggressioni.
Ma,
d’altra parte, l’Occidente non può presentarsi come paladino del diritto e
della pace se poi non è in grado di fermare la reazione fuori in misura di
Israele.
Se
l’obiettivo è quello di evitare di avvitarsi nella spirale dello scontro di
civiltà, l’Occidente deve elaborare una nuova idea di universalismo.
Deve,
cioè, dotarsi di un pensiero all’altezza della inedita sfida storica che il
mondo sta cominciando ad affrontare.
Se
le questioni geopolitiche della post-globalizzazione vengono affrontate con il
codice della potenza (chi è il più forte) lo scontro di civiltà è inevitabile.
Ma
proprio la finitudine e l’interdipendenza del globo ci suggeriscono che questa
strada è assurda. Semplicemente perché è impraticabile.
Se
non si vuole che il XXI secolo sia ricordato come l’era della guerra civile
planetaria – una sorta di concretizzazione della lotta di tutti contro tutti
temuta da T. Hobbes – la strada da battere è quella di creare le condizioni per
una convivenza tra diversi.
Dove,
cioè, sia possibile riconoscere e rispettare le diversità, nel comune vincolo
della appartenenza terrestre.
È
la ragione, alla quale noi facciamo riferimento come fondamento della nostra
cultura, che ci indica questa come unica via di futuro possibile, anche se non
facile.
Ma
che non si può abbandonare, pena l’imbarbarimento del pianeta intero.
Si
dirà: ma se gli altri non vogliono?
Può
essere che sia così.
Ma
anche nelle “relazioni” internazionali – come in tutte le forme di interazione
umana – a fare la differenza è il modo in cui si interagisce.
Il
nostro problema non è rispondere in maniera automatica a chi usa la violenza,
alimentando così la spirale della guerra, ma lavorare alacremente per aprire
una strada diversa.
Ciò
significa, prima di tutto, stemperare il congelamento delle divisioni.
Le
civiltà mondiali sono molteplici.
E
non hanno confini ben precisi.
Il
mondo occidentale, per esempio, si distingue tra quello americano e quello
europeo.
In
Asia, la Cina ha tradizione e interessi diversi dall’India.
Il
mondo islamico è disperso e frammentato.
In
più ci sono tante aree che sono indefinibili e che rischiano solo di diventare
il campo di battaglia del conflitto delle grandi potenze.
Per
evitare lo scontro di civiltà occorre contrastare i riduzionismi che tracciano
confini rigidi.
E
lavorare invece sulla diversità e sulla pluralità.
Che
sono poi la verità del mondo.
In
secondo luogo, diventa cruciale la capacità di affrontare in modo creativo le
due crisi che rischiano di spingerci verso lo scontro di civiltà – quella
Ucraina, quella mediorientale – con una attenzione particolare a Taiwan, che
rischia di essere la prossima ferita di un mondo in ebollizione.
Se
non si vuole che parlino le armi, è necessario che parli la politica.
Ma
la politica richiede pensiero, visione, anima.
Che
è forse ciò di cui avvertiamo di più la mancanza.
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