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sabato 12 luglio 2025

UN SAMARITANO

 


IL SAMARITANO:

 PSEUDONIMO 

DI GESU’


-Vangelo: Luca 10,25-37  - 

Commento di  Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quella qualunquistica indifferenza di ieri che oggi ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).  Non sempre ne vedo chiaramente gli esiti e Lo attendo al varco nell’invocazione: «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione» (Siracide 51, 10).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, la città santa della salvezza, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, la Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, vedono il tentatore che ci spoglia dall’amicizia con Dio. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza che sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore intravedono i fratelli nelle mani dei quali Gesù affida la cura dei con-fratelli. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù che promette di ritornare per dare a ciascuno il suo merito. Alla chiesa Gesù lascia per la nostra salvezza i due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola.
FARSI “PROSSIMO”.
«Credo che per leggere onestamente la parabola dobbiamo non tanto identificarci con il protagonista positivo, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita e che i tre personaggi sono momenti di un unico faticoso movimento verso una vera compassione»[1], arrivare non solo a “sentire compassione”, ma a “fare la compassione” (S.Gerolamo traduce “fecit misericordiam” = fece la compassione).
Un uomo incappò nei ladroni
Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri… Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti» (Salmo 24, 4. 10). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3); “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 46).
Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte
Il primo personaggio che transita è un professionista della religione, conosce la legge di Dio, guida la preghiera, passa il suo tempo in chiesa, quindi si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi e doveri: egli deve interessarsi delle cose di Dio. E Gesù lo ripudia come eterno rappresentante dell’indifferenza del cuore. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù  la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione,  un’invenzione sacrilega di un anticlericale denigratore di preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
Anch’io devo passare dall’orto-dossia (“hai risposto bene [in greco = orthôs]”) alla orto-prassi (“fai questo e vivrai”).
 Un levita
Il secondo personaggio è un funzionario che “arriva sul posto” e anche lui “passa dall’altra parte”. Tutti e due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. È diverso dal Gesù-samaritano che arriva “vicino a lui” (prossimo). Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa o nella parrocchia, sono sempre ai loro posti, notai di Istituzioni, di Leggi, di Immobili e di Tradizioni secolari e sanno distinguere bene le eccellenze, le eminenze e i monsignori, le Rubriche rituali e i paragrafi dei Codici.
Un samaritano era in viaggio…
Il terzo personaggio è Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» e io non possa accampare scuse dicendo che Dio è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
…passandogli accanto…
Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mat. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare:  «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:  «Seguimi».  Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
Lo vide.
Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI).
Sono i drop-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20).
Ne ebbe compassione.
Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna, guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui  l’A.T.  indica la misericordia è rahamim, che propriamente designa le “viscere materne” ed è usato per esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore. Is 49,15: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò”.

Lettera enciclica “Fratelli tutti”.
Papa Francesco ha dedicato tutto il capitolo secondo della “Fratelli tutti” alla rilettura e attualizzazione di questa Parabola.


[1] Eucaristia e parola, a cura della comunità di Bose,  Ed. V&P.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.

SESTO GIORNO

Immagine

 


giovedì 26 ottobre 2023

UN BUON SAMARITANO


 Un esempio 
di fraternità universale 
e di dialogo interdisciplinare


-di Giovanni Cucci

Un testo rivolto a tutti

La parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37) può essere definita una vicenda dell’uomo comune che parla all’uomo comune. L’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti non a caso la riporta all’interno del tema della fraternità universale, considerandola alla portata di tutti. Essa, quindi, costituisce il centro della riflessione del Papa su questo tema (che occupa ben 20 numeri dell’enciclica), e anche il suo punto di riferimento ideale: «Infatti, benché questa Lettera sia rivolta a tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose, la parabola si esprime in modo tale che chiunque di noi può lasciarsene interpellare» [1].

Colpisce anzitutto la concretezza con la quale nel testo di Luca viene posta la questione della fratellanza. Lo si capisce dalla risposta di Gesù alla domanda del dottore della legge («Chi è il mio prossimo?»): una risposta niente affatto teorica. Gesù non fa proclamazioni idilliache, ma presenta una scena di cruda violenza nella quale chiunque può riconoscersi; nello stesso tempo, proprio quella situazione di sofferenza e bisogno si rivela inaspettatamente un luogo in cui incontrare il prossimo, letteralmente «colui che è vicino a me», al di là di ogni differenza di lingua, ceto e fede religiosa [2].

Di fronte alla situazione concreta, la domanda viene rovesciata, interpellando personalmente l’ascoltatore nella sua situazione di possibile precarietà: «Quando tu sei nei guai, chi è stato vicino a te?». Si tratta di una risposta esistenziale, che nasce dal bisogno disperato di trovare aiuto. E quando si ripensa a quelle situazioni, si scopre talvolta con stupore che spesso il soccorritore non è il più vicino fisicamente, il parente, il conoscente, ma il perfetto sconosciuto, il lontano, il passante casuale. Che è appunto lo scenario delineato dalla parabola: una parabola, si potrebbe dire, realista [3].

Gli aspetti rilevanti della parabola

Il brano presenta anzitutto un dottore della legge, cioè un personaggio ritenuto giusto nell’immaginario del tempo, che pone a Gesù l’unica domanda veramente importante: «Che fare per vivere?». Luca utilizza un termine preciso, «ereditare» (klēronomeō): si tratta di un bene che non si merita, ma, come l’eredità appunto, si può soltanto ricevere.

Gesù, come spesso accade in occasione di grandi questioni teo­logiche, non risponde, ma invita l’interlocutore stesso a trovare la risposta. E difatti il dottore della legge è perfettamente in grado di farlo, unendo due testi della Torah: la vita si riceve amando Dio e il prossimo (cfr Dt 6,5; Lv 19,18). Il commento di Gesù sposta il centro di interesse: egli approva la risposta del dottore della legge, ma il punto è attuarla («Fa’ questo e vivrai»). Il banco di prova è la vita, più che la correttezza delle definizioni. Ma è proprio questo che sembra interessare al dottore della legge, e difatti egli pone un’ulteriore domanda: «E chi è il mio prossimo?». Stabilire il possibile confine tra chi sia da amare e chi invece da odiare era infatti una questione molto sentita e dibattuta nel mondo giudaico.

Secondo alcuni, si dovevano amare solamente gli appartenenti alla propria stirpe. Un passo del Talmud (Abodah Zara, 26) presenta il caso contrario a quello mostrato dalla parabola: se un ebreo dovesse trovare un samaritano e un pagano feriti, non è obbligato a soccorrerli, anzi rischierebbe di contrarre impurità.

La risposta di Gesù presenta una scena di vita ben nota. La strada tra Gerusalemme e Gerico era un luogo molto pericoloso per chi si avventurava da solo, e non di rado cadeva in agguati e imboscate, a rischio della propria vita. Il primo personaggio della vicenda non ha caratteristiche particolari; è «un uomo», un termine che esclude nuovamente l’approccio speculativo: nessuna precisazione circa la stirpe, l’appartenenza religiosa o la moralità. L’unico tratto su cui Gesù indugia è che quest’uomo è stato oggetto di violenza e che morirà se non troverà soccorso. Una situazione che può riguardare chiunque: essere assalito dai malfattori. Gesù non si sofferma neppure su di loro, ma fa seguire due personaggi che per caso si imbattono nel malcapitato. E qui, a differenza di quanto presentato prima, il testo precisa la loro appartenenza; sono persone rispettabili, religiose, un sacerdote e un levita, che il brano non caratterizza positivamente: entrambi hanno la medesima reazione, passano dall’altra parte. C’è una nota polemica, che può suonare offensiva per il dottore della legge: appartenenza religiosa e capacità di vivere la fratellanza non coincidono.

L’eroe della parabola

Infine, entra in scena un personaggio connotato positivamente, l’eroe della parabola. Se si fosse trattato di un pio giudeo, Gesù avrebbe riscosso la piena approvazione degli ascoltatori. E invece, di nuovo, egli delude le attese: il personaggio non ha nulla di attraente, è un samaritano – non un buon samaritano! –, appartenente a un popolo disprezzato dagli ebrei, perché si era corrotto unendosi ad altri popoli e alle loro tradizioni, rinnegando la fede dei padri (cfr 2 Re 17). Il Siracide lo chiama «il popolo stolto che abita in Sichem e che non merita nemmeno di essere considerato un popolo» (Sir 50,25-26).

Si tratta di una rivalità menzionata dallo stesso evangelista. Egli poco prima (cfr Lc 9,51-56) aveva riportato il rifiuto da parte dei samaritani di accogliere Gesù, perché era diretto a Gerusalemme. Ciononostante, Gesù sceglie proprio un samaritano: pur trovandosi a passare per una strada pericolosa, quando vede il malcapitato, si ferma, non mostra alcuna fretta. Il testo sembra ora rallentare, indugia a descrivere con lentezza ciascuno dei suoi gesti: sono particolarmente degni di nota i numerosi termini impiegati, sette dei quali – nella Bibbia il numero 7 indica la totalità – presenti soltanto qui, come a dire dell’importanza di questa scena, che costituisce il punto focale del racconto.

Un samaritano

Il samaritano si fa vicino, non ha timore di possibili contagi o di essere a sua volta assalito, presta opera di pronto soccorso, mettendoci del suo: fascia le ferite, versa olio e vino, lo porta alla locanda, ne paga il ricovero e promette di ritornare, disposto a pagare le ulteriori spese. Anche il dettaglio della locanda ha una finalità polemica. Al tempo di Gesù c’erano infatti due tipi di locande: la prima ospitava gratuitamente, in linea con la sacralità riservata all’ospite; nella seconda invece (chiamata pandocheion, il termine impiegato da Luca) si doveva pagare, violando il sacro precetto del mondo orientale. Il significato di questa scelta è evidente: «Non solo il samaritano gode di cattiva fama presso l’interlocutore di Gesù, ma anche colui al quale ha chiesto di proseguire le cure: l’esempio viene da due persone malfamate!»[4].

Un insegnamento sconcertante

Il messaggio della parabola è inequivocabile: il bene viene dalle persone e situazioni più impensate; la fratellanza non conosce limiti, etichette, cerchie, appartenenze. E si capisce davvero chi è il prossimo quando ci si trova nei guai e si cerca disperatamente aiuto. È una lettura sconcertante delle situazioni tragiche, nelle quali, come la storia ha più volte mostrato, insieme a orrori e prevaricazioni, emergono atti di bontà e di coraggio ammirevoli, compiuti proprio dalle persone più inaspettate.

La Civiltà Cattolica

 

[1].     Francesco, Enciclica Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale (FT), 3 ottobre 2020, n. 56.

 [2].     «È interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione dell’uomo caduto, umiliato. Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura» (FT 70).

 [3].     Per un inquadramento generale della parabola e un commento, si veda B. Maggioni, Le parabole evangeliche, Milano, Vita e Pensiero, 1992; D. Attinger, Evangelo secondo Luca. Il cammino della benedizione, Magnano (Bi), Qiqajon, 2015.

 [4].     D. Attinger, Evangelo secondo Luca…, cit., 306.

 [5].     V. Fusco, Oltre la parabola, Roma, Borla, 1983, 135.

 [6].     Cfr J. M. Darley – C. D. Batson,«“From Jerusalem to Jericho”: A study of situational and dispositional variables in helping behaviour», in Journal of Personality and Social Psychology 27 (1973/1) 100-108. Cfr A. G. Greenwald, «Does the Good Samaritan parable increase helping? A comment on Darley and Batson’s no-effect conclusion», ivi 32 (1975/4) 578–583.

 [7].     Ivi, 104.

 [8].     Ivi, 107.

 [9].     Ivi, 108.

 [10].    T. Todorov, Di fronte all’estremo. Quale etica per il secolo dei gulag e dei campi di sterminio?,Milano, Garzanti, 1992, 75.

 [11].    Ivi, 75 s.

 [12].    M. Buber-Neumann, Déportée à Ravensbrück, Paris, Seuil, 1988, 73.

 [13].    Cfr G. Gardin, Dieci anni di prigionia in Albania (1945-1955), Roma, La Civiltà Cattolica, 1986, 93.

 [14].    «Storicamente, l’eroe è un maschio guerriero, come Achille, Agamennone o Ulisse. Essi eliminano donne e ragazzi. Mai donne, mai ragazzi. Essenzialmente maschi adulti assassini […]. L’idea epica dell’eroe, in cui la persona comune non può riconoscersi, è tra le cause della passività dei più» (G. Sabato, «Studiare da eroi», in Mente e cervello 9 [2011] 38 s).

 [15].    Ph. Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?,Milano, Raffaello Cortina, 2008, 628; 632 s. Cfr M. E. P. Seligman – T. A. Steen – N. Park – C. Peterson, «Positive psychology progress», in American Psychologist 60 (2005) 410-421; S. Becker – A. Eagly, «The heroism of women and men», ivi 59 (2004) 163-178.

 [16].    Ph. Zimbardo, L’effetto Lucifero…, cit., XXX.

 [17].    Cfr G. Cucci, «La psicologia della compassione», in Civ. Catt. 2021 III 471-480.



sabato 9 luglio 2022

UN AMORE PROIETTATO AL FUTURO


- Quindicesima domenica durante l’anno, anno di Luca -

Dt 30,10-14/Col 1,15-20/ Lc 10,25-37

 Commento al Vangelo

Come devo fare per essere felice? Per avere in me la vita di Dio, l’Eterno?

Come leggi la Parola? chiede Gesù al dottore della Legge. E a me.

Amerai, ha letto.

L’amore declinato al futuro. L’amore proiettato in avanti. L’amore che diventa consapevolezza di essere agapetoi, amati da Dio e la scelta di ricambiare, di amare Dio con forza, con intelligenza, con passione. Per essere colmati di quell’amore divino per poterlo donare agli altri.

Come un’eccedenza, come il cuore che tracima. Ha letto bene, ha capito, sa.

Ora basta vivere in quell’amore, giorno per giorno, un piccolo passo possibile alla volta.

È in imbarazzo, ora, il teologo. Sa ma non sa come vivere ciò che sa. La sua fede è chiusa nella sua bella teoria.

Amare è fatica, libertà, dono, rinuncia, concretezza. Tanta roba, forse troppa.

Allora cerca di svicolare, di restare nella mente, nelle sue piccole categorie.

Come se l’amore si potesse comprimere e organizzare.

Amare quale prossimo?

L’ebreo che vive i precetti, come dicono i rabbini farisei, escludendo i superficiali?

O amare tutti i fratelli ebrei come osavano i più aperti? (ovviamente amare i non ebrei non era un’opzione contemplata). Sorride, ora, il Maestro.

Briganti

Nel tratto di ventisette chilometri che separano la capitale dalla città di Gerico, mille metri di dislivello nel roccioso deserto di Giuda, si viaggia in carovana per non cadere in mano ai briganti.

Un tale, imprudente, viaggia da solo, viene rapinato e ferito, lasciato morente a bordi della strada.

È un uomo che scende da Gerusalemme. Non sappiamo nulla di lui né nulla sapremo.

Di che religione è, se è una persona onesta o un malandrino, se è una vittima o un carnefice.

Per caso passano di là prima un prete, poi un cantore/lettore. Per caso: l’incontro col fratello bisognoso è sempre casuale, lo incrociamo mentre prendiamo il treno o per strada.  I due, probabilmente, hanno appena concluso il servizio al tempio. Un’intera settimana passata a lodare Dio e a chiedere misericordia.

Misericordia che negano al malcapitato. Fanno finta di non vedere, tirano dritto. Non si fermano perché passano per caso. Il malcapitato non rientra nel loro progetto, è un intralcio, una scocciatura.

Ipocriti

Non fate gli ipocriti: anch’io avrei fatto lo stesso. Anche voi. Che ne sanno di chi è quel tale e cosa è successo? E se fosse un regolamento fra bande? E se avesse l’AIDS? E se i briganti tornassero?

 Meglio chiamare soccorsi, se la vedranno i paramedici e le forze dell’ordine, meglio non immischiarsi. Poi magari ti becchi pure una coltellata. Hanno Dio nel cuore, sulle labbra, fanno discorsi sensati, prudenti. Non sono malvagi, brava gente. Sono solo paurosi. Far finta di non vedere è meglio.Gesù non li biasima, né li condanna: sono figli del loro tempo. E del loro Tempio.

E del loro Dio da venerare e omaggiare con incensi e olocausti. Nel Tempio.

Perché fuori il mondo non esiste, è brutto e cattivo, è un covo di vipere. Come troppo spesso facciamo noi.

Invece

Invece un samaritano. È in viaggio non passa per caso. Ha una meta. Perché il viaggio non è definito dal punto di partenza ma da dove si desidera arrivare. È in cammino, è per strada, come sono i discepoli veri. Irrequieti per grazia.

Un samaritano. Ma dai!

Tutti si aspettavano che Gesù facesse entrare in scena un pio devoto laico, un credente adulto e motivato, non bigotto e formale, magari simile a qualcuno presente fra la folla.

Chiunque, ma non un samaritano. Dire “samaritano” ad un ebreo era un insulto e l’odio fra i due popoli era radicato. Siamo noi ad averlo chiamato “buono”. Non sappiamo nulla di lui, magari è un delinquente, un miscredente, un opportunista. Ma è ciò che fa che è “buono”.

Non va a cercarsi la persona da aiutare, è la vita che ce la mette in mezzo ai piedi continuamente. Il samaritano vede un uomo, non un nemico, non uno dell’altra squadra.  Un uomo che ha bisogno. E il suo è anzitutto un bisogno di compassione.

Cum-patire, patire insieme. Sa che potrebbe essere lui, esangue, al bordo della strada.

Si ferma, agisce, si prende cura di lui e all’albergatore, pagato, chiederà di fare lo stesso. Il sentimento diventa azione. Azione che gli fa perdere tempo, soldi, che gli fa correre dei rischi. Non fa il salvatore della patria, ha la sua vita, continua il suo viaggio impegnandosi, di ritorno, a fermarsi per saldare eventuali debiti. Accompagna ed affida.  

Piccoli passi possibili. Non può risolvere tutti i problemi.

È l’obiezione che mi sento rivolgere continuamente: come faccio a fermare la guerra se nessuno mi ascolta? Vero: io, però, posso ostinarmi a costruire un metro quadrato di pace intorno a me. Cosa vuoi che faccia la mia protesta di cittadino se intorno tutti rubano e se ne fregano? Giusto: io, però, voglio consegnare a mio figlio un mondo migliore e mi comporto onestamente.

Ha ancora senso cercare di accogliere i nostri ragazzi, ora che il mondo occidentale disprezza il cristianesimo? D’accordo: io, però, continuo a parlare del magnifico volto di Dio sperando che qualcuno se ne accorga.

Come faccio a difendere una Chiesa sempre più demotivata e stanca, attenta a difendere il fortino piuttosto che ad uscire a dire di Dio?

Vero: ma la Chiesa è ciò che costruisco insieme a chi vuole vivere sul serio il Vangelo.

Una goccia nell'oceano

 La mia è solo una goccia nell’oceano. Una sola. Ma questa non è una buona ragione per non farla cadere nell’acqua.

Se ci siamo scoperti amati, se abbiamo una strada da percorrere, facciamo la differenza.

È normale scoraggiarsi, avere paura, difendersi, far finta di niente. È evangelico farsi prossimo a chi incontreremo in questa settimana.

Compiendo piccoli passi possibili.

Cerco il tuo volto

sabato 13 luglio 2019

UN INCONTRO CHE DISTURBA



Commento di don Fabio Rosini 
al Vangelo del 14 Luglio 2019 

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO - Lc 10,25-37

La nostra vita oscilla fra due estremi: la libertà che sfiora l’anarchia e la regola che rischia di sfociare in un controllo ossessivo.  Fantasia e norma. Follia e legge. Passione e dovere. Due poli che contrapponiamo, che esasperiamo, come se fossero inconciliabili, ferocemente opposti. O ami o righi diritto. O ti lasci andare alla gioia trasgressiva o fai il bravo ragazzo.
E quando pensiamo alla fede, alla religione, sinceramente, pensiamo solo teoricamente all’amore, noi cristiani, salvo poi impantanarci nella regola. Perché, alla fine, è la morale a prevalere. O, troppo spesso, a prevalere sono il giudizio e il moralismo.
Accoglienti certo, ma entro certi limiti. Perché, a volte, il nostro amorevole atteggiamento pone delle condizioni. Il Signore è venuto per gli ammalati, certo. Ma che si sbrighino a guarire, che diamine!
Che idioti.
Amerai
Nella Bibbia Dio ha a che fare con l’amore. Sempre. E il linguaggio che la Scrittura usa per rapportarsi a Dio è sempre legato al vocabolario degli affetti e delle emozioni. Come abbiamo letto nella magnifica prima lettura di oggi, la legge di Dio è posta nel nostro cuore. È vicina a noi. E quando, interrogato, Gesù chiede al sapiente dottore della Legge di scegliere lui il più importante dei comandamenti, questi correttamente risponde riprendendo lo Shemà, la professione di fede cui era tenuto il pio israelita. Ecco la legge scritta nei nostri cuori, non lontana, accessibile, che ci identifica: amerai.
Amerai. Dio al meglio delle tue capacità, con intelligenza, con forza, con passione. Il fratello, come se fossi te stesso. Un amore concreto, tangibile, misurabile.
Che è passione (altrimenti che amore è?) ma che non si ferma all’emozione, diventano scelta, azione, concretezza. Alla contrapposizione fra amore e regola, la Scrittura risponde proponendo un amore concreto, identificabile, tracciabile, in cui la norma è la forma dell’amore, non si sostituisce ad esso. E, per farcelo capire, Gesù propone al dottore della Legge, e a noi, un luminoso esempio.
Briganti
Nel tratto di ventisette chilometri che separano la capitale dalla città di Gerico, mille metri di dislivello nel roccioso deserto di Giuda, si viaggia in carovana per non cadere in mano ai briganti. Un tale, imprudente, viaggia da solo, viene rapinato e ferito, lasciato morente a bordi della strada. È “un uomo” che scende da Gerusalemme. Non sappiamo nulla di lui né nulla sapremo.
Di che religione è, se è una persona onesta o un malandrino, se è una vittima o un carnefice. Per caso passano di là prima un prete, poi un cantore/lettore. Per caso: l’incontro col fratello bisognoso è sempre casuale, lo incrociamo mentre prendiamo il treno o per strada.  I due, probabilmente, hanno appena concluso il servizio al tempio. Un’intera settimana passata a lodare Dio e a chiedere misericordia. Misericordia che negano al malcapitato. Fanno finta di non vedere, tirano dritto. Che ne sanno di chi è quel tale e cosa è successo? E se fosse un regolamento fra bande? E se avesse l’AIDS? E se i briganti tornassero?
Hanno Dio nel cuore, sulle labbra, fanno discorsi sensati, prudenti. Non sono malvagi, brava gente. Sono solo paurosi. Far finta di non vedere è meglio. Gesù non li biasima, né li condanna: sono figli del loro tempo. E del loro Tempio. E del loro Dio da venerare e omaggiare con incensi e olocausti. Nel Tempio. Perché fuori il mondo non esiste, è brutto e cattivo, è un covo di vipere. Invece un samaritano. Un po’ di anticlericalismo andava di moda anche allora. Tutti si aspettavano che Gesù facesse entrare in scena un pio devoto laico, un credente adulto e motivato, non bigotto e formale, magari simile a qualcuno presente fra la folla. Chiunque, ma non un samaritano. Dire “samaritano” ad un ebreo era un insulto e l’odio fra i due popoli era radicato. 
Un samaritano scende per caso.
Siamo noi ad averlo chiamato “buono”. Non sappiamo nulla di lui, magari è un delinquente. Ma è ciò che fa che è “buono”. Non va a cercarsi la persona da aiutare, è la vita che ce la mette in mezzo ai piedi continuamente. Il samaritano vede un uomo, non un nemico, non uno dell’altra squadra.
Un uomo che ha bisogno. E il suo è anzitutto un bisogno di compassione. Di patire insieme. Di condividere. Si ferma, agisce, si prende cura di lui e all'albergatore, pagato, chiederà di fare lo stesso.
Il sentimento diventa azione. Azione che gli fa perdere tempo, soldi, che gli fa correre dei rischi.
Non fa il salvatore della patria, ha la sua vita, continua il suo viaggio impegnandosi, di ritorno, a fermarsi per saldare eventuali debiti. Accompagna ed affida. Non può risolvere tutti i problemi.
È l’obiezione che mi sento rivolgere continuamente: A che serve salvare i povericristi che arrivano con i barconi? È un intero continente a fuggire! Vero: io, però, ho davanti agli occhi quel migrante che mi chiede solo di essere visto. Cosa vuoi che faccia la mia protesta di cittadino se intorno tutti rubano e se ne fregano? Giusto: io, però, voglio consegnare a mio figlio un mondo migliore e mi comporto onestamente.
Ha ancora senso cercare di accogliere i nostri ragazzi, ora che il mondo occidentale disprezza il cristianesimo? D’accordo: io, però, continuo a parlare del magnifico volto di Dio sperando che qualcuno se ne accorga. La mia è solo una goccia nell’oceano. Una sola.
Ma questa non è una buona ragione per non farla cadere nell’acqua.