Visualizzazione post con etichetta mistero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mistero. Mostra tutti i post

giovedì 9 luglio 2026

CONOSCENZA E LIMITE

LA MISURA 

IL MISTERO 

 

Riflessioni sulla fisica dei limiti e delle domande aperte

Non possiamo sapere tutto: 

il limite che diventa un luogo di conoscenza


La scienza mostra che anche le leggi più rigorose incontrano una soglia oltre la quale la previsione si arresta È proprio in quello spazio che il sapere cambia prospettiva

 

-          di GABRIELLA GREISON


Negli ultimi mesi, attraverso la rubrica Interferenze nata sul sito del quotidiano Avvenire, ha preso forma qualcosa che non avevo previsto fino in fondo. Un movimento lento, ma continuo, che arrivava dalle vostre parole. Nelle email, nei messaggi, nelle riflessioni che mi avete scritto, tornava sempre lo stesso punto, come se avesse una sua legge interna: il limite. Non una parola astratta, ma una presenza concreta. Il punto in cui una spiegazione si arresta, una teoria si piega, una domanda resta aperta. La scienza, la fisica, incontra un limite. E in quel punto accade qualcosa che esce dal perimetro del sapere tecnico e tocca un’altra dimensione, più ampia. Cambia il modo in cui si guarda, si decide, si abita il reale. Albert Einstein lo ha detto con una semplicità che contiene una direzione intera: « La cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero. È la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza». Quel mistero non crea distanza. Apre profondità. D entro Interferenze questa dimensione è emersa poco alla volta, anche grazie alle vostre risposte. Ogni volta che chiudevo il racconto di una scienziata o di uno scienziato, arrivava una nuova domanda. Ogni figura portava con sé una crepa, un punto non risolto, una zona che restava viva. E proprio lì si è acceso qualcosa: un dialogo, uno scambio, una ricerca che è andata avanti oltre il testo. Questo spazio nasce da quel movimento. Dalla decisione di fermarsi proprio lì, dove le domande restano aperte. Di attraversare quel punto, di riconoscerlo come parte della struttura della realtà. La parola “limite” diventa allora un luogo. Un luogo in cui la conoscenza cambia forma e acquista profondità. Interferenze continuerà il suo percorso, perché ha trovato una direzione viva. E proprio da quella direzione nasce questo passo ulteriore. Un approfondimento in otto puntate, qui sul cartaceo. Uno spazio più lento, capace di restare dentro una domanda e seguirla fino in fondo. Perché la fisica non ci dice fin dove possiamo arrivare. Ci mostra dove smettiamo di controllare. E proprio lì comincia qualcosa di più interessante. Iniziamo.

C’ è un momento preciso, nella vita di chi studia fisica, in cui la conoscenza cambia forma. All’inizio sembra una conquista progressiva: ogni formula aggiunge un tassello, ogni legge porta ordine, ogni risposta illumina un angolo che prima restava in ombra. Il mondo appare come una mappa ancora incompleta, ma destinata a riempirsi. Si studiano le leggi del moto, si imparano le forze, si calcolano traiettorie. Un pianeta segue un’orbita, un oggetto cade, un fenomeno evolve nel tempo. Tutto sembra scritto in equazioni che permettono di prevedere. C’è una fiducia che cresce insieme alla precisione. Sapere significa prevedere, e prevedere significa orientarsi dentro il mondo con sicurezza. Poi accade qualcosa di più sottile. Non è un ostacolo, è uno spostamento. La conoscenza smette di essere un accumulo e diventa una soglia. Arriva quando si osservano fenomeni in cui le equazioni restano valide, ma la previsione perde stabilità. Non perché manchi una legge, ma perché la realtà reagisce in modo estremamente sensibile alle condizioni iniziali.

U n esempio semplice: un pendolo doppio. Due aste collegate, un movimento che all’inizio sembra regolare. Poi la traiettoria si complica, devia, diventa imprevedibile nel dettaglio. Le equazioni sono note, precise, determinate. Eppure basta una differenza iniziale minuscola per produrre evoluzioni completamente diverse. Qui emerge una delle affermazioni più radicali della fisica classica: la sensibilità alle condizioni iniziali. Il sistema segue leggi deterministiche, ma la previsione pratica si spezza. Non perché la natura sia disordinata, ma perché amplifica ogni differenza. Dentro questo comportamento si legge una struttura profonda. La realtà non si lascia comprimere in una previsione totale. Anche quando le leggi sono chiare, l’evoluzione può sfuggire nel dettaglio. Il limite non sta nell’assenza di regole, ma nella relazione tra precisione e tempo. Qui si modifica un’idea che ha attraversato secoli: il mondo come meccanismo perfettamente prevedibile, una volta note tutte le condizioni. Questa immagine resta potente, ma incontra un margine. Piccole differenze crescono, si amplificano, trasformano il comportamento nel tempo. Non è una mancanza. È la forma stessa del mondo. Il limite diventa un elemento costitutivo. La precisione iniziale non garantisce una previsione infinita. A un certo punto si apre una distanza tra ciò che si conosce e ciò che accade. È qui che le parole di Albert Einstein trovano un peso diverso. Il mistero non si colloca fuori dalla conoscenza, sta dentro la conoscenza, come dimensione che la accompagna. L a fisica, arrivata su questa soglia, cambia voce: costruisce descrizioni che funzionano, ma accetta che il dettaglio dell’evoluzione resti aperto, non completamente prevedibile nel lungo termine. La conoscenza assume la forma di una traiettoria, un avvicinamento continuo, mai definitivo. Ogni previsione contiene una soglia, ogni risultato apre un margine. Quel margine mantiene viva la possibilità, tiene aperto il campo delle domande. Questa struttura attraversa anche la vita quotidiana: ogni scelta si muove dentro condizioni che non si controllano completamente, piccoli elementi possono cambiare l’evoluzione di una situazione nel tempo, una parola, un ritardo, un incontro possono amplificarsi. La vita si organizza intorno a direzioni, non a previsioni assolute. Arriva sempre il desiderio di chiudere, di fissare, di arrivare a una forma definitiva, e proprio lì emerge un’altra dinamica: l’imprevedibilità non blocca, genera movimento, tiene viva la ricerca, rende possibile il cambiamento. Una conoscenza totale immobilizzerebbe tutto, la direzione si spegnerebbe. Invece resta un campo aperto. La fisica riconosce il limite e lo trasforma in punto di partenza. Da lì nasce una forma più profonda di attenzione, una capacità di stare dentro i processi senza pretendere di chiuderli completamente. E in quella zona accade qualcosa di decisivo: la ricerca continua, prende forma come fedeltà a una domanda che resta viva.

 

www.avvenire.it

 

 

lunedì 27 aprile 2026

IL MISTERO DI DIO

 «C’è chi ha scoperto la fede e chi invece no. Per alcuni è un’esperienza, per altri è fantasia. Ma tutti possiamo essere consapevoli di trovarci di fronte a un mistero». 

Pubblichiamo una parte dell’intervento tenuto dal prof. Vito Mancuso al teatro Olimpico di Vicenza per l’inaugurazione del Vicenza Storia Festival 2026, a cura di Laterza, dedicato al tema “invenzioni”.

-di Vito Mancuso*

L'invenzione di Dio: Dio quindi è un'invenzione umana? Sì, certo, lo è. Non però alla maniera di questo microfono, o di questo teatro. Lo è nel senso latino del termine inventio, dal verbo invenire, che significa "scoprire", "incontrare"; per cui inventio significa "incontro", "scoperta". L'invenzione di Dio: ovvero, la scoperta di Dio. Anche qui e ora tra noi vi sono alcuni che hanno scoperto, e altri invece no: per i primi Dio è un'esperienza; per altri una fantasia, sigla dell'ignoranza e della paura, ignoranza della natura, paura della morte. Per quanto attiene invece all'esperienza ecco queste parole di Gandhi: «Sono più sicuro della Sua esistenza che del fatto che voi e io siamo in questa stanza. Posso testimoniare che potrei magari vivere senz'aria e senz'acqua, ma non senza di Lui. Potreste cavarmi gli occhi, ma questo non potrebbe uccidermi. Potreste tagliarmi il naso, nemmeno questo mi ucciderebbe. Distruggete invece la mia fede in Dio, e io sarò morto». Sto riproponendo la classica distinzione tra credenti e non credenti? Non proprio. Vedete, credere nell'accezione comune significa accettare per vere delle dottrine, per lo più per noi le dottrine della Chiesa cattolica, ma questa accettazione non è detto che corrisponda alla scoperta di Dio: vi sono credenti che non hanno nulla a che fare con Dio, viceversa vi è chi si dichiara non credente che invece ha molto a che fare con Dio perché l'ha scoperto, anche se non lo sa e persino lo nega. Vi sto con fondendo le idee? Ora spero di chiarirvele … 

Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della politica, senatore a vita, uno dei padri del pensiero laico del nostro paese, si dichiarò sempre non-credente. Qualche tempo prima di morire consegnò a La Stampa una lettera con l'incarico di pubblicarla all'indomani della morte. Bobbio morì a Torino il 9 gennaio 2004 e il 10 gennaio su La Stampa apparve la lettera oggi nota come Ultime volontà. Al centro vi sono le seguenti parole: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». 

In questa frase ci sono quattro elementi importanti: 1) una confessione personale, 2) l'idea che è la ragione, non la fede, a condurre al mistero; 3) la convinzione che il mistero sarà sempre destinato a rimanere tale, 4) un giudizio sulle religioni in quanto tutte imperfette. 

L'invenzione-scoperta di Dio si radica nella consapevolezza razionale di essere "immersi nel mistero". Il concetto di mistero va ben al di là dell'orizzonte cognitivo: mistero è diverso da enigma. II termine viene dal latino mysterium, a sua volta dal greco mysterion che deriva dal verbo myo che significa "chiudere", detto di occhi e di bocca. La consapevolezza di essere di fronte a un enigma ti fa spalancare gli occhi per vedere e aprire la bocca per parlare, così da risolverlo; la consapevolezza di essere di fronte al mistero ti fa chiudere gli occhi e la bocca: non vuoi vedere nulla di esteriore, perché senti che c'è qualcosa che ti si rivela dentro, non vuoi parlare ma scendere nel grande silenzio dentro di te, perché senti che c'è qualcosa da udire. La consapevolezza di Bobbio di essere immersi nel mistero è la condizione sine qua non per parlare del Divino; e dico Divino (con la D maiuscola), non Dio, perché il Divino è molto più alto (nel senso latino che significa anche profondo) di Dio. La distinzione Dio-Divino riprende quella del più grande mistico medievale, Meister Eckhart, che distingueva Gotte Gottheit, Dio e Divinità. Il Divino: lo dovremmo concepire al maschile, al femminile, al neutro, al singolare, al plurale, al duale, e capire che è inconcepibile, eppure sperimentabile. 

Io esplicito la consapevolezza del mistero mediante queste due formule: Essere – Mondo = X; Io – Mondo = X. 

La X in matematica è detta incognita, in-cognita, non conosciuta: qui esprime la dimensione di surplus o eccedenza della totalità dell'essere rispetto all'essere conosciuto detto mondo (oggi anche la fisica attesta che tutto l'essere che vediamo, comprese le più lontane galassie, è solo il 5% del totale, il rimanente é 25% di materia oscura e 70% di energia oscura). Oscura, cioè non conosciuta, in-cognita. 

Questo però non è un mistero, ma un enigma. E se anche un giorno la scienza spiegherà l'enigma e avremo materia chiara ed energia chiara, il mistero della nostra esistenza rimarrà intatto, perché in esso vi è in gioco ben più della conoscenza oggettiva, vi è in gioco il significato del tutto e il destino di ognuno di noi. Siamo destinati a essere immersi nel mistero, e il senso del Divino da sempre coltivato dagli esseri umani ne è l'attestazione 

Esiste però una differenza decisiva tra il senso del mistero in senso laico avvertito da Bobbio e il senso del mistero in senso propriamente religioso vissuto da Gandhi. La differenza è affettiva. La nebbia cognitiva rimane, ma chi coltiva una vita religiosamente ispirata ha con il mistero una connessione calda, vitale, sentimentale, appunto affettiva. 

Intuisce cioè che il volto più profondo ed eterno dell'essere è l'intelligenza buona, o la bontà intelligente. Non solo bontà, non solo intelligenza, ma l'unione delle due. È quanto Dante sintetizza alla sua maniera così: Luce intellettual piena d'amore» (Paradiso XXX, 40). 

Ultimo passo. Torno al mistero. E presento la domanda, a mio avviso, decisiva in ordine al Divino: quando un essere umano avverte dentro di sé indignazione di fronte al male, alla disonesta furbizia, alla malizia, alla prepotenza, alla falsità, e quando viceversa avverte ammirazione e talora commozione di fronte al bene, alla giustizia, alla purezza, all'onestà, è un ingenuo che non ha ancora capito come va il mondo? Che non ha capito che non c'è nessun senso nella storia e nella natura, se non la lotta, la guerra, la seduzione, insomma armi, acciaio, malattie? Oppure no? Oppure non è un ingenuo, ma sta sperimentando la dimensione più vera della vita? Una dimensione che attraversa questo mondo ma che non coincide con esso, e che per questo si può chiamare trascendenza? 

Io penso sia vera la seconda alternativa. Anche Kant la pensava così, come si legge nella Conclusione della Critica della ragion pratica: «La legge morale mi rivela una vita indipendente dalla animalità e anche da tutto il mondo sensibile». Poco prima nello stesso testo aveva parlato di "io invisibile", intendendo la profondità dell'Io. 

Concludo con Lucio Dalla, che mi onorò della sua amicizia. Gli ultimi versi di Balla balla ballerino dicono così: «Ecco il mistero: /sotto un cielo di ferro e di gesso/l'uomo riesce ad amare lo stesso, / e ama davvero / senza nessuna certezza, / che commozione, che tenerezza". 

È l'amore il grande mistero dell'essere. Il Divino è l'orizzonte più sublime sorto nel cuore degli esseri umani per venerare, proteggere e praticare questo grande mistero della vita, in questo mondo di ferro e di gesso, ma anche di luce e di musica, tanto terribile quanto bellissimo.

La Stampa

venerdì 23 dicembre 2022

CHI HA PAURA DI GESU' BAMBINO ?

 Il Natale può ancora parlare a una società secolarizzata?


- di Giuseppe Savagnone*

 

È dei giorni scorsi la notizia che nel Regno Unito l’università di Brighton, in una «Guida al linguaggio inclusivo», ha caldamente sconsigliato al personale di usare il termine «Christmas», «Natale», per non rischiare di offendere la sensibilità dei seguaci di altre religioni. Ritornano alla mente le linee-guida proposte un anno fa dalla Commissione europea e poi ritirate, in cui pure era contenuta l’indicazione di sostituire il termine “Natale” con quello, più neutro, di “festività”.

In realtà già da tempo è in atto in molti paesi d’Europa la tendenza a trasformare il Natale cristiano in una “festa del solstizio d’inverno”. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: il rispetto delle altre religioni. Lo stesso argomento con cui ogni tanto, anche in Italia, qualche preside si oppone all’allestimento del presepe, facendo presente che nelle nostre scuole ormai ci sono molti studenti musulmani.

A dire il vero i primi a sorprendersi di questo “atto di delicatezza” sono proprio i seguaci dell’Islam, perché il Corano, nell’unica sura (capitolo) dedicata a una donna, precisamente a Maria, parla esplicitamente dell’annuncio dell’angelo Gabriele alla Madonna e della nascita verginale di Gesù (anche se come grande profeta e non come Figlio di Dio).

Senza dire che, in ogni caso, la tolleranza religiosa non può essere intesa come una rinunzia alle rispettive identità, ma va riletta alla luce di un pluralismo che promuova il loro dialogo, nel rigoroso rispetto delle rispettive differenze, al di là di ogni mortificante omologazione.

Ma forse a non capire più il senso della nostra identità siamo proprio noi, i cristiani, ormai succubi di un clima consumistico che ha trasformato il Natale in un’occasione di acquisti e di divertimenti, mettendone in secondo piano (se non addirittura annullandone) il valore religioso. Babbo Natale ha ampiamente sostituito il Bambino Gesù e anche i pagani alberi di Natale prevalgono ormai sui vecchi presepi.

Eppure, vi è qualcosa che il Natale può dire anche a chi non ci crede più o ci continua a credere solo per una stanca abitudine. Qualcosa che ha che fare non solo e non tanto con la sfera del divino, ma anche e innanzi tutto con quella dell’umano, anch’essa minacciata dal dilagare di una festosità senza altro contenuto che il trionfo del mercato.

Proverò a racchiudere questo messaggio del Natale in tre parole.

Il silenzio

La prima è “silenzio”. Da sempre la rappresentazione della nascita di Gesù è collegata a un calmo paesaggio notturno innevato (non è un’invenzione: a Bethlem d’inverno fa veramente freddo) e al grande, muto stupore di pochi, umili testimoni. Nessun frastuono di folle in attesa, nessun comitato di accoglienza, nessun rumoroso festeggiamento ufficiale. L’evento a partire da quale nel mondo occidentale si è poi misurato lo scorrere degli anni – suddividendolo nella fase “avanti Cristo” e in quella “dopo Cristo” – allora passò del tutto inosservato.

 Per noi, abituati a considerare un flop ogni fatto di cui non si parli sui giornali e in televisione, rimbalzando, in modo virale, sui social, questo esordio della storia di Dio tra gli uomini può apparire molto deludente.

Eppure, il silenzio ha una sua forza, oggi misconosciuta. La liturgia natalizia contiene, a questo proposito, un passo del libro della Sapienza: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente si slanciò dal cielo, dal tuo trono regale» (18, 14-15). Romano Guardini commenta: «Queste parole parlano del mistero dell’incarnazione e il silenzio infinito, che vi opera dentro, trova in esse la più felice espressione. Le cose grandi maturano nel silenzio».

Certo, ce n’è uno che nasce dall’indifferenza e dall’emarginazione. Il silenzio di una porta chiusa e di una mancata risposta. Anche questo ha segnato la nascita di Gesù, per cui non c’era posto nell’alloggio comune. In questo silenzio disumano si è trovato immerso, pochi giorni fa, il ragazzo ventenne extra-comunitario che, a Bolzano, dopo aver vanamente cercato un posto dove dormire, ha dovuto trascorrere la notte in un rifugio di fortuna, sotto un cavalcavia, ed è morto di freddo.

Ma c’è anche un silenzio che è molto di più dell’assenza di parole e che scaturisce dalla loro incapacità di esprimere una sovrabbondanza di significato. Un silenzio che oggi siamo ormai disabituati a percepire, intenti come siamo a esorcizzare con le nostre chiacchiere e i nostri luoghi comuni ogni vuoto imbarazzante di rumori. Anche per fuggire da noi stessi e non ritrovarci faccia a faccia con un vuoto profondo che non vogliamo scoprire.

In questo silenzio, dice il racconto del Natale, Dio ha scelto di incontrare l’umanità, attirando in esso non solo gli umili pastori, ma anche tutti coloro che dopo quella notte di duemila anni fa avrebbero scelto di entrarvi in punta di piedi, lasciandosi alle spalle il chiasso e l’agitazione, per ascoltare se stessi e, dentro se stessi, il Verbo inesprimibile che solo in un grande silenzio si può percepire.

Fragilità

La seconda parola è “fragilità”. Il Natale ne è la festa. Esso racconta di un Dio che si fa uomo – «carne», dice il quarto vangelo (Gv 1,14), per sottolineare non solo e non tanto la fisicità dell’incarnazione, quanto la sua compromissione con le ambiguità e la problematicità dell’umano.

A sottolineare questa vulnerabilità è il fatto – ovvio, trattandosi di una nascita – che nella stalla di Bethlem ora c’è un neonato, bisognoso di tutto, come ogni neonato. Ma questo bambino è reso ancora più fragile dal suo essere il figlio di poveri, che hanno dovuto farlo nascere in una stalla (chi guarda un presepe raramente pensa a ciò che questo ha significato dal punto di vista igienico). Un’antica tradizione dice che il solo riscaldamento, in quella notte gelida, venne dal fiato di un bue e di un asino.

 Non passerà molto tempo e la famigliola sarà pure costretta a fuggire in Egitto, per la persecuzione dei potenti, con mezzi di fortuna (secondo tradizione, ancora una volta un asino). Il primo migrante dell’era cristiana è stato Gesù.

L’immagine di precarietà offerta dalle vicende, spesso tragiche, del flusso migratorio, trova un preciso riscontro nella storia del Natale. Altro che festa del consumismo! Quella fu una storia di poveracci senza permesso di soggiorno, molto simili a quelli che oggi tanti buoni cattolici non vogliono vedere arrivare nel nostro paese, anche a costo che li si lasci affogare.

Ma il richiamo alla fragilità che proviene dal Natale ci riguarda anche, e forse più profondamente, sotto altri aspetti. Perché gli uomini e le donne del nostro tempo si sperimentano tutti fragili, indipendentemente dalle condizioni esteriori. La figura leonardesca dell’uomo che sta al centro dell’universo, i ritratti rinascimentali, raffiguranti volti intensi e risoluti, sono stati emblematicamente sostituiti dalle immagini, presenti in certi quadri di Picasso, di volti destrutturati, i cui diversi elementi appartengono a prospettive diverse incompatibili fra loro: un occhio di fronte e uno di profilo, un orecchio qua e il naso là…

Questa frammentazione rispecchia la nostra. Un filosofo contemporaneo ha paragonato l’io a una società per azioni – molteplice per definizione –  , in cui le maggioranze variano continuamente. La provvisorietà è diventata la cifra dei rapporti affettivi, del lavoro, della residenza. Siamo tutti, da questo punto di vista, dei migranti…

Certo, anche qui c’è un modo di vivere questa fragilità che la rende disastrosa per l’equilibrio personale e ce n’è uno che comporta la sua umile accettazione e la sua valorizzazione positiva. La vulnerabilità, ha scritto una volta qualcuno, è la nostra finestra sulla realtà. È la rinunzia alla corazza dietro cui in passato si trincerava l’uomo “tutto d’un pezzo”. E può diventare la partecipazione consapevole a tutte le fragilità degli uomini e delle donne nostri fratelli e sorelle.

Il racconto di Natale ci parla di un Dio che ha voluto essere anche lui partecipe di questa ferita, che è anche una ricchezza.

Mistero

La terza parola che può esprimere ciò che il Natale ha da dire alla nostra società secolarizzata è “mistero”. Un termine che esprime ciò che di inafferrabile, e tuttavia di affascinante, si nasconde nel mondo e nella nostra stessa vita.

Oggi il potere della tecnica si manifesta in ogni aspetto dell’esistenza. L’impressione che ne risulta è quella di una realtà fisica che può essere dominata e manipolata senza limiti. Lo stesso essere umano diventa oggetto di questa   manipolazione, per fini pienamente condivisibili e per altri che lo sono assai meno.

L’attitudine allo stupore di fronte alla ricchezza e alla imprevedibilità del reale è sempre più ridotta. Pur con la fragilità di cui si diceva prima, siamo noi gli artefici del nostro mondo e del nostro destino. Non ci sono più misteri, ma solo zone ancora in ombra che attendono di essere illuminate dal progresso della nostra conoscenza e asservite al nostro dominio.

 Vi è certamente in tutto questo un versante ampiamente positivo. Nessuno sano di mente vorrebbe rinunciare ai frutti della ricerca nel campo medico e agli enormi vantaggi che essa ha apportato nel preservare la nostra salute. E lo stesso vale in tanti altri campi, in cui quelli che un tempo erano considerati “misteri” sono stati svelati, con benefici effetti per l’umanità.

Eppure, vi è qualcosa in questo contesto, a prima vista entusiasmante, che appare problematico. Perché eliminare del tutto il mistero comporta un appiattimento del mondo sulla nostra misura. Richiamo di non vedere altro che noi stessi. Peggio: di eliminare anche il mistero che è in noi e che nessuna misurazione scientifica, nessuno strumento tecnico, potrebbe mai catturare.

L’arte, la religione, la filosofia, hanno sempre espresso, nelle varie manifestazioni, l’oscura presenza di questo “oltre”, che non è una minaccia per l’umano, ma una condizione della sua identità, perché ne dice il limite costitutivo e lo apre indefinitamente a Qualcosa o a Qualcuno che lo supera.

Il Natale è pieno del senso di questo mistero. Il silenzio e la fragilità di cui parlavamo ne sono la manifestazione. Dio in questo evento rivela se stesso. Ma ci aiuta anche a riconoscere qualcosa di essenziale per riconoscerci nella nostra autenticità. Il solstizio d’inverno non può fare questo. Si può essere credenti o no, ma per tutti il Natale è una risorsa preziosa, a cui non dovremmo rinunziare e a cui, anzi, faremmo bene ad accostarci con un po’ di maggiore consapevolezza.

 *Pastorale della Cultura – Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

lunedì 3 gennaio 2022

L'IMPREVISTO NELLA STORIA E NELL'INSEGNAMENTO DELLA STORIA


Una categoria fondamentale

 per comprendere la vita e la storia

 -         di Daniele Semprini

  1. Che la realtà non sia racchiudibile esaurientemente negli schemi concettuali del pensiero è dimostrato dalla realtà irriducibile dell’imprevisto.

1.1. Che cos’ è l’imprevisto? Come lo possiamo intendere? Che valore rappresenta per noi e che funzione può avere all’interno dell’insegnamento della storia?

L’imprevisto è ciò che accade nella nostra vita personale e comune come qualcosa che non solo non ci aspettiamo, ma che, tante volte, viene a scombussolare i nostri piani, i nostri tentativi di possedere i termini del nostro agire, delle nostre previsioni. Può sbaragliare sicurezze, mettere in crisi percorsi consolidati, aprire orizzonti inimmaginati.

Può essere costituito da fattori apparentemente irrilevanti (come una vite saldata male in un missile che esplode); o casuali, come la nebbia che scende ed impedisce di intraprendere una battaglia sentita come decisiva (quante volte accadde nel passato?) o da microelementi che mandano in tilt nazioni e popoli interi: come l’ultima pandemia.

Anche a livello personale la dinamica non cambia: pensiamo, progettiamo, organizziamo e poi … qualcosa va storto, cioè, in un senso diverso da come avremmo immaginato e voluto. Può succedere anche al positivo; accade qualcosa che ci sorprende: arriva un aumento di stipendio, desiderato, ma insperato.

Generalmente l’imprevisto è inteso come l’eccezione che conferma la regola: la regola sarebbe che la vita sta nelle nostre mani e che, eccezionalmente, ci sfugge e prende pieghe e strade impreviste appunto. Niente di più irreale di tale diffusa convinzione, frutto di un delirio di onnipotenza ormai massificato e banalizzato.

Una cosa, infatti, è che le nostre aspettative piccole e grandi normalmente si realizzino, un’altra è considerarci padroni della realtà, capaci di tenere in pugno gli eventi. Differenza fondamentale e da intendere bene: sto guidando la macchina per tornare a casa dal lavoro e sono tranquillo perché la scena ormai si sta ripetendo da innumerevoli volte. La mia tranquillità è ragionevole? Se è legata alla fiducia nell’esito finale prodotta da ciò che è accaduto finora può esserlo, ma, se dipendesse dalla certezza che nulla di negativo mi può succedere sarei evidentemente uno stolto o un presuntuoso.

1.2. Per entrare su di un terreno un po’ filosofico potremmo ripetere con Kierkegaard e gli esistenzialisti che la categoria fondamentale che descrive la struttura dinamica del reale è quella di possibilità. Tutto e il contrario di tutto può succedere. Il procedere delle cose è rappresentato non da una catena logicamente consequenziale (il famoso ET ET hegeliano), ma dal malandrino AUT AUT. Vorremmo, presumiamo che gli eventi possano scorrere secondo andamenti corrispondenti a ciò che il nostro cervello stabilisce ed ordina, ma le cose stanno diversamente. Quanti pensieri contraddetti dai fatti, quanti progetti, pur bellissimi e coerenti, crollati, quante teorie illustri smentite dagli uomini e dalla natura! La storia può apparire come il cimitero delle nostre illusioni.

 Sul piano storiografico possiamo ricordare il dibattito tra coloro che sostengono una visione della storia legata alla categoria di “struttura”, per cui il corso degli eventi è inesorabilmente determinato dal lento movimento di macrostrutture (economiche, sociali ecc.) e coloro che mettono l’accento sul fatto che l’andamento storico è costituito da eventi, dall’accadere continuo di fatti, spesso rapidi ed anche fortuiti che influiscono sullo scenario complessivo. Nella visione dei primi difficilmente c’è spazio per l’imprevisto, che diventa, invece, elemento famigliare nella concezione degli altri.

Lo spazio di ciò che non riusciamo a far rientrare nei nostri progetti e nelle nostre previsioni si è progressivamente ridotto nel corso dei secoli.

Se ci pensiamo, esattamente a questo livello si colloca il tentativo di noi moderni, tanto più nell’era dell’intelligenza artificiale, di aumentare il grado delle nostre certezze: nella capacità di enumerare e anticipare nei nostri progetti e nei nostri calcoli tutti i possibili imprevisti. La progettazione veramente efficace è quella che non solo organizza il piano, ma riesce ad inglobare in esso tutte le variabili che si possono immaginare. Eppure, anche nell’attuale pandemia da Covid 19, appare evidente che, con tutti gli sforzi mondiali degli scienziati, il virus continua a sfornare varianti… impreviste e che potrebbero mettere in discussione tutti i piani vaccinali.

Non sto facendo il tifo per la capricciosità del reale e non ritengo che il mondo sia caos, né tanto meno che la storia umana sia il regno dell’anarchia. Voglio, invece, fissare l’attenzione su di un fattore che, inadeguatamente considerato, altera tutta la percezione che abbiamo della vita e delle cose.

L’imprevisto fa parte normalmente della dinamica dei fatti e costituisce il tessuto ontologico della realtà. Quel che noi sappiamo, quel che noi progettiamo, quel che noi immaginiamo è tanto e nient’affatto irrilevante, ma ciò che c’è, ciò che accade e può accadere è sempre di più. Riconoscere il carattere “ordinario” dello “straordinario”, tuttavia, non significa abdicare alla responsabilità di noi uomini “fuorusciti dallo stato di minorità”, per dirla alla Kant, ma semplicemente essere realisti, rinunciando a quel delirio di onnipotenza che ci fa gridare allo scandalo se qualcosa non va secondo le nostre previsioni, sempre alla affannosa ricerca di colpevoli d’ogni specie e in ogni caso. Tra fatalismo giustificatorio e megalomania prometeica c’è un abisso.

In ogni caso non c’è nulla di più razionale e sensato che imparare da ciò che succede, anche se quel che succede non corrisponde alle nostre vedute.

A questo proposito è bene sottolineare che il progresso, in ogni campo, si sarebbe arrestato se non ci fossero stati uomini disposti ad imparare dall’accaduto, ad affermare il primato del fatto sul pensiero. Non è difficile capire come in tutta la storia dell’umana cultura ogni scoperta sia stata il risultato di un accadimento che si è imposto su quello che già si riteneva concreto e vero; ma questa “saggezza” vale anche nel campo dell’evoluzione delle diverse civiltà: diversi storici, ad esempio, esaltano come segno di grandezza dei romani la loro capacità di imparare di più dalle loro sconfitte che dalle vittorie. Del resto, lo storico inglese D. Landes lega la decadenza di tre grandi imperi, quello cinese, quello Moghul e quello turco ottomano alla loro presuntuosa chiusura, frutto di un’autosufficienza non disposta a farsi correggere da nulla. Nel campo della filosofia della scienza la teoria “falsificazionista” di K. Popper afferma che una asserzione è scientifica solo nella misura in cui è aperta alla contestazione di nuovi fatti che sopravvengono. E’ evidente che non si scarta una teoria in nome di elucubrazioni o in assenza di fatti rilevanti; ma tale criterio popperiano rappresenta oggidì il cuore del metodo scientifico.

 2. Che cosa ha a che fare il tema dell’imprevisto con l’insegnamento della storia?

2.1. La risposta può essere meglio impostata e compresa all’interno di un problema più ampio e radicalmente decisivo per l’educazione dei giovani. Partiamo da una ipotesi di lettura della situazione in cui versano le nuove generazioni. Qual è il problema dei problemi dei giovani d’oggi? Il rapporto con la realtà. Nel senso che tale rapporto è totalmente alterato fino al punto che, per un ragazzo, normalmente la realtà è ridotta a “ciò che sento, penso, immagino, desidero …”: siamo precipitati in un ultrasoggetivismo di massa!

Il reale, l’oggetto (l’essere!) coincide con il rimasuglio, o con la versione che il soggetto stabilisce. Ora è altrettanto evidente che tale mentalità non è frutto di una rivolta o di una fuga dalla realtà delle masse giovanili, soprattutto perché essa appartiene agli adulti prima che ai ragazzi. Ed è frutto di un lungo percorso della storia occidentale che occorrerebbe ricostruire, ma che, in sintesi, si può riassumere ed individuare nell’assunzione da parte del pensiero di un primato esorbitante nei confronti dell’oggetto, delle cose.

2.2. La modernità, fatta convenzionalmente iniziare col cogito cartesiano, è l’età che vede crescere ed affermarsi la centralità del soggetto nelle vicende storiche. Tale crescita ha portato con sé la risignificazione e la trasformazione di tutte le categorie qualificanti l’essere umano: la ragione, la libertà, l’affettività, la sua dimensione sociale e politica.

Paradossalmente, attraverso fasi che non è il caso qui di svolgere tematicamente, si è passati dalla persuasione di avere in mano tutte le chiavi per possedere razionalmente il reale (fino alla vigilia della Prima guerra mondiale) ad un momento di crisi profonda della ragione (il ‘900 con l’affermarsi della “ragione debole”). Il famoso aforisma di Nietzsche: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” preludeva già ad un orizzonte in cui la mente è destinata a cedere alle possibilità contraddittorie che ogni argomentazione “vera” presenta e a naufragare nell’oceano delle opinioni, sostenute ed imposte magari con ogni tipo di forza, ma sempre più lontane da una ormai irraggiungibile “verità”. Il campo delle vicende umane diventa stabilmente il terreno di un conflitto di interpretazioni, che si può e si deve democraticamente organizzare, ma che resta proibito per   chi cerca con passione la verità, sforzo ormai considerato vano, inutile se non addirittura pericoloso e da combattere. Che poi i poteri forti siano riusciti e riescano ad omologare e a guidare le menti ed i comportamenti di intere società è altrettanto vero; ma ciò non solo non esclude, ma rende ancora più problematico lo stato di “debolezza” di rapporto con la realtà dei giovani.

Non si tratta di ripetere il solito ritornello sul relativismo, né di sognare con nostalgia un’età passata in cui tutto era chiaro, sicuro e solido. Il problema è molto più semplice e drammatico: attraverso una singolare eterogenesi dei fini, quella che era stata salutata come l’età degli uomini maturi, reduci pentiti e rinsaviti dalle tragedie dei totalitarismi e delle guerre, il tempo  delle generazioni che finalmente erano  uscite indenni perfino dalle tenaglie degli schemi delle grandi e tragiche ideologie contrapposte della guerra fredda,  sta vedendo la proliferazione di massa di menti giovani che, come profetizzò H. Arendt “ non sanno più distinguere il vero dal falso, il reale dall’irreale”; il che non è problema da poco , dal momento che l’illustre filosofa attribuiva tali caratteristiche ad un  soggetto umano  pronto e adatto per un regime totalitario !

Al di là di un’ulteriore analisi del fenomeno e dei fattori che lo hanno sviluppato fino alla abnorme situazione attuale, resta il dato di fatto: un giovane, oggi, di solito riduce tendenzialmente la realtà alla sua misura soggettiva, legata allo stato d’animo, alla voglia, alla decisione del momento. Questo almeno come “corredo di mentalità” che si porta addosso, suo malgrado.

2.3) Ritorniamo alla domanda iniziale: cosa c’entra l’insegnamento della storia col tema dell’imprevisto e quest’ultimo, adeguatamente compreso, può servire ad una inversione di rotta nella formazione giovanile?

La domanda ha una portata enorme e non è facile svolgere tutte le implicazioni che essa può avere sul piano contenutistico e metodologico; qualcosa si può accennare.

Il determinismo causale che impera in certi manuali, di qualunque genere siano ritenute le cause, certamente contribuisce ad inoculare nella mente dei ragazzi la convinzione che la storia, sostanzialmente, sia un processo di cui noi siamo e saremo gli artefici e gli interpreti assoluti. Oltre a non educare al peso che il fattore libertà detiene nelle vicende grandi e piccole, tale determinismo non comprende la dinamica profonda che sottende a tutti gli eventi.

Riprendiamo il concetto di imprevisto considerandone i molteplici significati possibili:

Può essere un “caso” (Francesco Ferdinando d’Asburgo che dopo aver scampato il primo attentato decide di tornare a vedere i feriti, passando solo per caso davanti a Gavrilo Princip)

L’eterogenesi dei fini: un certo progetto sfocia in conseguenze non previste, né auspicate (come in tante rivoluzioni)

L’apparizione di certi personaggi che cambiano il corso prevalente degli eventi (Giovanna d’Arco nella guerra dei Cent’anni)

Questa varietà di aspetti dell’imprevisto, ulteriormente arricchibile, è utile per capire i limiti di un certo razionalismo che fa confusione tra la storia mentre accade (evento storico) e la storia in quanto ricostruzione a posteriori (storiografia) pretendendo che nessi e ragioni della ricostruzione storiografica  abbiano una cogenza necessitante nel momento del loro accadere, togliendo di mezzo il ruolo del caso, dell’imperfezione e  della stessa libertà,  eliminando dalla visione della storia, in sintesi, la categoria della possibilità.

A tal proposito la libertà del soggetto umano è ciò che apre la realtà al possibile, rompendo meccanismi e previsioni, come, in modo emblematico, testimoniano certe figure di santi o di uomini straordinari come Gandhi. Essi agiscono spesso con criteri imprevedibili, che si discostano dalla logica comune, anche se è davvero impressionante l’ostinazione con cui tanti storici si affannano a far rientrare le loro motivazioni e i loro gesti in una strategia più comprensibile. Hanno cambiato la storia, ma spesso a partire da micro-cambiamenti apparentemente insignificanti. Senza scomodare i santi, basterebbe pensare al gesto del ragazzo cinese che si pone davanti alla fila dei carri armati cinesi in piazza Tienanmen o a tutti gli innumerevoli e sconosciuti verdurai che, come nell’apologo di Havel, si rifiutano di continuare ad esporre gli slogan del partito al potere insieme alla frutta e verdura.

Anche la storia delle nazioni è piena di imprevisti: basti pensare al movimento di Solidarnosc, nato in circostanze decisamente sfavorevoli, o alla decisione dei popoli ceco e slovacco di separarsi senza cruenti conflitti grazie anche alla mediazione del Presidente Havel; o, come ha segnalato una lettera anonima dal Myanmar, la protesta fino al martirio dei giovani di quel martoriato paese, giovani che, scrive l’anonimo cronista, apparivano come  una generazione perduta nel nulla consumistico agli occhi degli adulti.

 Se il fattore “libertà” esalta il lato soggettivo della questione, l’imprevisto riguarda la dimensione oggettiva dei processi fattuali. Educare a tale dimensione, aiutando a cogliere le “rotture” che normalmente accadono nello svolgersi dei fenomeni, anche grazie alla libertà, può formare una sensibilità aperta al riconoscimento del primato del fatto sul pensiero, di ciò che accade rispetto a quel che noi abbiamo stabilito che debba accadere. In ultima analisi, al primato dell’oggetto sul soggetto.

In questo potrebbe consistere uno degli aspetti della funzione educativa che l’insegnamento della storia potrebbe avere nei confronti di generazioni ammalate di iper-soggettivismo.

È chiaro che non si vuole deprimere il soggetto, o sottovalutare la capacità ed il compito che la ragione ha di rendere pensabile il reale, misconoscendo in tal modo la portata fondamentale che la centralità del soggetto garantisce per il bene dell’uomo. Il problema è un altro: che cosa ci può liberare dalla gabbia che noi stessi ci siamo costruiti esaltando in modo ipertrofico la nostra presa sulla realtà, fino a ridurla, teoricamente e praticamente, a “materia” informe delle nostre performances? Tale delirio prometeico, che sembra rappresentare una certa mentalità dominante, ha generato, in modo tragicamente paradossale, quella riduzione del reale al sentire pulsionale dell’io che devasta la vita e le relazioni di milioni di giovani. Due lati opposti della stessa medaglia, ma con una radice comune: una volontà di potenza, di dominio incapace di rispettare il mistero totale ed ultimo di tutte le cose. Volontà di potenza che, ripetiamo, si manifesta nel titanismo razionalista e nel suo opposto apparente dell’emozionalismo tipico delle nuove generazioni

Educare alla dimensione del mistero non significa cedere ad un irrazionalismo pseudo religioso, ma alla vera religiosità che consiste nel riconoscimento dell’incommensurabilità del reale, tanto più di quel pezzo di realtà che è l’uomo, alle nostre misure, atto supremo della ragione di fronte alla dignità di ogni individuo, riconoscimento del carattere indistruttibile, non manipolabile del tutto da parte di qualsiasi potere, delle esigenze che ne costituiscono l’assetto naturale ultimo. Esigenze di verità, di giustizia, di libertà, di significato che continuano ad “esplodere” lungo il corso della storia muovendo individui e popoli e che, adeguatamente comprese e presentate, aprono ad una visione plastica della storia, non imbalsamata in determinismi schematici e rappresentano la fonte permanente degli imprevisti più significativi.

L’imprevisto, in sintesi, rappresenta la rivalsa testarda della realtà, la sua irriducibilità agli schemi dentro cui la si vorrebbe inquadrare e pietrificare. Per questo è materia preziosa da trattare con riguardo, accortezza e speranza.

 Un insegnamento della storia che lo tiene in seria considerazione, sia nella formulazione dei contenuti che nei modi di trasmissione di essi, può contribuire ad una visione della realtà che restituisca a quest’ultima la sua “precedenza”, la sua capacità di sorprenderci con la sua ricchezza eccedente le nostre risposte preconfezionate, aiutando i giovani ad uscire fuori da quel narcisismo che li priva della possibilità di godere delle cose nella loro interezza, varietà e profondità.

È auspicabile che tale metodo di costruzione e di insegnamento della storia non si limiti a qualche esempio sporadico ed isolato, ma che si possa sviluppare ed allargare come concezione e prassi ordinaria per coloro che sono chiamati a lavorare nel campo di questa disciplina.

 

 Bibliografia:

S. Kierkegaard, Aut aut, Mondadori, Milano 1956.

F. Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori, Milano 1989, pp. 34-53.

I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino 1956, pp.141-49.

David S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano 2002.

K. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 2010.

V. Havel, Il potere dei senza potere, Itaca, Faenza 2013.

IL SUSSIDIARIO

 


sabato 30 ottobre 2021

SORELLA NOSTRA MORTE CORPORALE


 RIAPPACIFICATI CON LA MORTE


di Carlo Maria Martini
Io, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. 

E invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro colle che è la morte ed entrassimo nell'oscurità che fa sempre un po' paura. Ma qui sta l'essenziale: mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. 

Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero che richiede un affidamento totale: desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani.

“L’anima mia ha sete del Dio vivente:

Quando vedrò il suo volto?”