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mercoledì 4 febbraio 2026

DONO O REGALO?

 


IL REGALO 

NON È 

UN DONO



Il dono è una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve.


Luigino Bruni

Si sono concluse le feste di Natale, e così, a «bocce ferme», possiamo fare qualche nuova riflessione sui doni e sulla differenza tra i doni e i regali.

I regali e i doni sono atti umani diversi, convivono gli uni accanto agli altri, spesso sono entrambi buoni, ma non vanno confusi tra di loro. Il valore dei regali tra Natale ed Epifania dipende dalla qualità dei doni tra Epifania e Natale. Il panettone che portiamo alla zia anziana lontana dice qualcosa di buono e bello se durante l’anno quel regalo natalizio è stato preceduto da qualche telefonata, una visita, tempo speso, abbracci di corpi, parole buone e benedizioni reciproche. Noi sapiens parliamo anche con le cose e con gli oggetti, perché le parole qualche volta non bastano, e con un oggetto riusciamo a dire cose che con la bocca e la penna diremmo diversamente e peggio. La civiltà umana, a differenza degli animali, è fatta di parole e di cose, di oggetti (quadri, case, chiese) che dicono chi siamo come e forse meglio delle parole. I doni sono i verbi che collegano e danno senso ai nostri regali, e li fanno entrare nei nostri discorsi più belli. 

Nella pratica e nella vita concreta i doni e i regali si somigliano, si intersecano, li chiamiamo con le stesse parole, anche perché non è necessario studiare economia per vivere bene. I regali si fanno spesso (anche se non sempre) per assolvere a obblighi, normalmente a buoni obblighi, verso famigliari, amici, colleghi, fornitori, capi, clienti, responsabile ufficio acquisti, e sono legati ai tempi e alle date della vita. 

Il nostro tempo del business globale ama sempre più i regali, perfettamente coerenti con il suo spirito, ma capisce sempre meno i doni. I regali sono previsti, regolati dalle convenzioni sociali, e in non pochi casi sono pretesi – in molte regioni i regali per i matrimoni sono regolati da norme molto dettagliate e rigidamente osservate, fino a indebitarsi. C’è poca gratuità nei regali, tanto che se non li facciamo, i potenziali destinatari ci giudicano male. Un economista, Joel Waldfogel (nel 1993), ha dimostrato che i regali di Natale distruggono in media il 20% del valore dei beni regalati, poiché se le persone scegliessero i propri regali invece di riceverli dagli altri, la loro soddisfazione sarebbe maggiore di circa un quinto. Così quest’economista proponeva di regalare denaro ad amici e parenti; ed è quanto ormai accade abitualmente con figli, nipoti e parenti, poiché regalare denaro diventa una via più semplice, per chi dà e per chi riceve. Per non parlare dei «regali di nozze»: dai servizi da tè e servizi di asciugamani si è prima passati alla lista nozze, poi alla busta coi soldi, e ora direttamente all’iban indicato nell’invito. 

Il dono è diverso, è altra cosa, ha altra natura, un altro costo, e altro valore, un altro corso, un altro senso. È una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve. Il dono non è preteso, spesso non è neanche previsto; a volte è atteso, è sempre eccedente, non legato al merito, sorprendente, squilibrato, eccessivo, non simmetrico. Quando il dono si esprime anche con un oggetto donato, quel dono incorporerà per sempre quell’atto d’amore, il volto della persona che ce lo ha donato. E quando il dono si incarna in un oggetto, lo spirito del dono trasforma quella cosa in sacramento, vedendola siamo invitati a pensare e guardare qualcos’altro, un volto lontano ma presentissimo.

Messaggero di Sant'Antonio

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venerdì 7 marzo 2025

VOLONTARIATO. FARSI DONO

 


I Papi e il volontariato, 

scuola di vita 

che insegna 

il primato del dono


In occasione 

del Giubileo dell’8 e 9 marzo prossimi, 

ricordiamo alcune

 riflessioni dei Pontefici 

a partire da Giovanni Paolo II

 

-       -  di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 Il segno distintivo del volontariato è racchiuso in una scelta d’amore: quella del donare. “Cristo - scrive l’apostolo Giovanni - ha dato la sua vita per noi”. La conseguenza di questo dono dovrebbe essere un discepolato vissuto, dall’uomo, nel solco dell’imitazione di Cristo: “anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (Gv 3,16). Il Giubileo del mondo del volontariato, in programma a Roma l’8 e il 9 marzo è dedicato in particolare a volontari, associazioni no-profit, Ong e operatori sociali di tutto il mondo. Un’occasione per riflettere su questo impegno gratuito ma ricco di senso e promuovere la solidarietà.

Scuola di vita

Solo se ama e si dona agli altri, l’uomo si realizza pienamente. È questo il fulcro del messaggio di Papa Giovanni Paolo II in occasione dell’Anno internazionale del volontariato proclamato nel 2001 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per riconoscere, promuovere e celebrare il servizio volontario in tutte le sue manifestazioni. Il volontariato - sottolinea Papa Wojtyła - è chiamato ad essere in ogni caso scuola di vita”.

Carità e gratuità

Attraverso l'amore per Dio e l'amore per i fratelli, il cristianesimo sprigiona tutta la sua potenza liberante e salvifica. La carità rappresenta la forma più eloquente di evangelizzazione perché, rispondendo alle necessità corporali, rivela agli uomini l'amore di Dio, provvidente e padre, sempre sollecito per ciascuno. Non si tratta di soddisfare unicamente i bisogni materiali del prossimo, come la fame, la sete, la carenza di abitazioni, le cure mediche, ma di condurlo a sperimentare in modo personale la carità di Dio. Attraverso il volontariato, il cristiano diviene testimone di questa divina carità; l'annuncia e la rende tangibile con interventi coraggiosi e profetici. Non basta venire incontro a chi si trova in difficoltà materiali; occorre al tempo stesso rispondere alla sua sete di valori e di risposte profonde. E' importante il tipo di aiuto che si offre, ma ancor più lo è il cuore con cui esso è dispensato. Che si tratti di microprogetti o grandi realizzazioni, il volontariato è chiamato ad essere in ogni caso scuola di vita soprattutto per i giovani, contribuendo a educarli ad una cultura di solidarietà e di accoglienza, aperta al dono gratuito di sé.

Amare con Dio

“L’impegnarsi a titolo volontaristico costituisce un’eco della gratitudine ed è la trasmissione dell’amore ricevuto”. È quanto sottolinea Papa Benedetto XVI incontrando il mondo del volontariato nel 2007 durante il viaggio apostolico in Austria.

“Deus vult condiligentes – Dio vuole persone che amino con Lui”, affermava il teologo Duns Scoto nel XIV secolo. Visto così, l’impegno a titolo gratuito ha molto a che fare con la Grazia. Una cultura che vuole conteggiare tutto e tutto pagare, che colloca il rapporto tra gli uomini in una sorta di busto costrittivo di diritti e di doveri, sperimenta grazie alle innumerevoli persone impegnate a titolo gratuito che la vita stessa è un dono immeritato. Per quanto diverse, molteplici o anche contraddittorie possano essere le motivazioni e anche le vie dell’impegno volontaristico, alla base di tutte sta in fin dei conti quella profonda comunanza che scaturisce dalla “gratuità”. È gratuitamente che abbiamo ricevuto la vita dal nostro Creatore, gratuitamente siamo stati liberati dalla via cieca del peccato e del male, gratuitamente ci è stato dato lo Spirito con i suoi molteplici doni.

Uscire per incontrare

Papa Francesco si è soffermato più volte, durante il Pontificato, sul valore del volontariato. In particolare, durante l’incontro con i membri della Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario (Focsiv) ha sottolineato che essere volontari significa innanzitutto “uscire per incontrare”.

Il volontariato. È una delle cose più belle. Perché ognuno con la propria libertà sceglie di fare questo cammino che è un cammino di uscita verso l’altro, uscita con la mano tesa, un cammino di uscita per preoccuparsi degli altri. Si deve fare un’azione. Io posso rimanere a casa seduto, tranquillo, guardando la tv o facendo altre cose… No, io mi prendo questa fatica di uscire. Il volontariato è la fatica di uscire per aiutare altri, è così. Non c’è un volontariato da scrivania e non c’è un volontariato da televisione, no. Il volontariato è sempre in uscita, il cuore aperto, la mano tesa, le gambe pronte per andare. Uscire per incontrare e uscire per dare.

Farsi dono

Uscire per incontrare l’altro attraverso il dono, in una società che sta vivendo profonde lacerazioni a causa di guerre, è un inno alla fratellanza. È come il suono dello Jobel, soprattutto in questo Giubileo della speranza.

 Vatican News

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sabato 16 marzo 2024

VALUTAZIONE e COMPETITIVITA'


 «La competizione causa l’infelicità»

 «Nella Scuola del gratuito si utilizza la “valutazione dialogica». E le famiglie sono contente»

-         


-Intervista di Paolo Ferrario

«Valutare significa “dare valore” e non “misurare”. Per questo ritengo un errore ritornare ai giudizi sintetici alla scuola primaria». Da più di vent’anni, Ferdinando Ciani, insegnante pesarese di scuola media, ha abolito i voti nelle proprie classi, preferendo quella che chiama “valutazione dialogica”, fondata sul dialogo e la collaborazione tra docente e alunno e tra scuola e famiglia. Coordinatore del progetto Scuola del gratuito, esperienza nata in seno all’associazione Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, il professor Ciani ha portato l’idea in giro per l’Italia in convegni e incontri con le scuole. Da qui è nato anche il Coordinamento delle scuole senza voto, cui oggi aderiscono decine di istituti, dalla primaria al liceo. Anzi, sottolinea Ciani, sono proprio i dirigenti delle scuole superiori a dimostrarsi tra i più interessati ad adottare questo nuovo sistema di valutazione degli studenti.

 Perché è preoccupato da una riforma che ha l’obiettivo di rendere più comprensibili i giudizi degli insegnanti?

 Ma non è così. Questa riforma è frutto di un’ideologia pedagogica che potremmo dire fondata sul bastone e la carota. Non è assolutamente giustificabile un passo indietro così repentino, dopo aver fatto un piccolo ma importante passo in avanti in questi ultimi anni. Alla primaria non c’è ancora la valutazione dialogica, ma comunque si sta portando avanti un’idea di valutazione migliore. Ora tutto ritorna in gioco. Tra l’altro, falsando il giudizio dei genitori che sono i primi ad essere soddisfatti della valutazione dialogica, la dove è applicata.

 Per quale ragione?

 Perché è molto più precisa del voto “secco”. Dice dove lo studente deve migliorare, mettendo allo stesso tempo in evidenza i punti di forza ed i passi in avanti compiuti. In altri termini, aiuta l’allievo a capire il percorso che dovrà affrontare, dando indicazioni e suggerimenti sul come farlo. Con la valutazione dialogica l’insegnante “parla” all’allievo e lo aiuta a migliorarsi. Certo, al docente è richiesto un impegno maggiore. Mettere un “5” è più semplice, richiede certamente meno tempo e uno sforzo minore, ma non aiuta l’alunno.

 Però, magari, dice alla famiglia a che punto è arrivato il proprio figlio… Assolutamente no. Ripeto: il voto non dice nulla. Davanti a un “4” la famiglia capisce solo che il ragazzo va male a scuola. Magari lo punisce, non sapendo, però, perché ha preso quel voto. Perché nessuno lo ha spiegato ai genitori. Limitarsi a mettere un voto non aiuta nessuno. L’unica strada è il dialogo e il confronto sia con lo studente che con i suoi genitori. E questo vale soprattutto per le famiglie meno attrezzate culturalmente, che più delle altre devono essere aiutate a capire che il voto non definisce il proprio figlio. È anche per questo che ritengo sbagliato un ritorno ai giudizi sintetici. Che, inevitabilmente, portano alla competizione tra studenti. Ma l’unica competizione utile è con sé stessi, per migliorarsi.

 Come si può cambiare rotta?

 Occorre uscire dalla logica del profitto, della competizione, della lotta perenne con gli altri che condanna l’essere umano all’infelicità.

 Che cosa direbbe ai politici che stanno pensando alla riforma della valutazione?

 Dovrebbero fare un bel bagno di umiltà e ascoltare le scuole e le famiglie. Che, lo ripeto ancora, in grande maggioranza promuovono la valutazione dialogica, che sostiene soprattutto gli studenti che fanno più fatica. Il mio appello alla politica è di guardare con attenzione alle tante sperimentazioni che, spontaneamente, stanno venendo avanti. Non soltanto con i bambini della scuola primaria, ma anche alle superiori, con gli studenti più grandi. Stimolando allo stesso tempo un nuovo e più proficuo rapporto con le famiglie.

 

www.avvenire.it

 

 

mercoledì 17 gennaio 2024

LE VIE DELLA GRATUITA'


 Gratuità è diventata una parola difficile. Viene confusa, soprattutto quando è usata come aggettivo (gratuito, gratuita), con il gratis, qualche volta con l’inutile o il dannoso - ad esempio: una affermazione o cattiveria “gratuita”.

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-         -di Luigino Bruni

 Negli USA è usata nei ristoranti come sinonimo di mancia (gratuity). Per capire che cosa sia gratuità, è allora necessario tornare alla radice della parola. Gratuità deriva dal latino gratia, grazia, che a sua volta è la traduzione latina della parola greca charis. Charis in origine indicava tutto ciò che è piacevole, che dà gioia, che è leggiadro, affascinante, bello (da cui l’aggettivo grazioso). Nell’umanesimo cristiano grazia si è caricato di nuovi significati, tutti belli. La grazia si riceve (da Dio), non la produciamo noi. Essa è dono gratuito, che Paolo chiama charisma, facendolo derivare da charis, grazia.

 Alcuni distinguo

La gratuità non coincide con l’altruismo. È un atteggiamento, una dimensione dell’azione, che dice qualcosa sulla natura e anche sulle motivazioni di chi agisce. Gli esseri umani sono capaci di gratuità, quindi di amore puro e incondizionato, sebbene aiutati, per la fede cristiana, dalla charis donata loro da Dio. La gratuità, allora, è quella dimensione dell’agire che porta ad avvicinarsi agli altri, a sé stessi, alla natura, o a Dio non in modo puramente strumentale, ma attribuendo all’azione un valore intrinseco, e in vista del bene.

Occorre poi distinguere tra gratuità e due parole che le sono confinanti: dono e incondizionalità. Se la gratuità non è un contenuto dell’azione ma una modalità di agirla, si capisce che ci può essere un dono gratuito e un dono non-gratuito (che i latini chiamavano munus), che include obblighi o pratiche sociali legate a norme. Non tutti i doni sono gratuità, ed è la presenza della gratuità che fa di un regalo un dono.

Più complesso è il rapporto tra gratuità e incondizionalità. Certamente chi agisce con gratuità vive una certa incondizionalità, perché non decide di fare un atto di gratuità a condizione che gli altri facciano altrettanto. Al tempo stesso, l’incondizionalità non va intesa come se la gratuità si misurasse dall’assenza di qualsiasi condizione. Se così fosse, la gratuità sarebbe un sinonimo di disinteresse, ma il disinteresse non è a sua volta un sinonimo di agape né di charis. Essendo, invece, la gratuità una modalità di azione, essa può esprimersi in varie forme concrete, dove possiamo ritrovare anche elementi di condizionalità e di interesse per l’altro, come ben sanno i genitori nei confronti dei figli, o come ci mostra la Bibbia quando ci mostra la charis di Dio o di Gesù Cristo, che spesso si traducevano in richieste e patti caratterizzati da molta condizionalità: basti pensare alla stessa categoria di Alleanza, o alla parabola del servo spietato.

La prima gratuità

La gratuità, così intesa, è poi essenziale in ogni mercato, in ogni professione e lavoro, in ogni rapporto, perché è la dimensione antropologica che più dice l’eccedenza degli esseri umani sugli incentivi e suoi controlli, e quindi la loro libertà. La gratuità arriva nel mondo, trasformandolo ogni mattina, attraverso due grandi vie. La prima si trova dentro di noi, poiché ogni essere umano ha una capacità naturale di gratuità. La vita stessa, il nostro venire al mondo, è la prima grande esperienza di gratuità. Ci ritroviamo chiamati all’esistenza senza averlo scelto, perché qualcuno ci genera e poi ci accoglie senza porci nessuna condizione nel suo atto di accoglienza. È questo dono primigenio e fondativo la radice di ogni altra gratuità. Questa nostra vocazione naturale alla gratuità è ciò che ci fa attribuire un immenso valore alla gratuità degli altri, e ci fa soffrire molto quando la nostra gratuità non è riconosciuta, apprezzata, ringraziata, e forse non c’è dolore spirituale più acuto di chi vede la propria gratuità calpestata dagli altri, offesa, fraintesa.

 L’homo sapiens è animale capace di gratuità. Perché se la gratuità non fosse già in noi, non potremmo riconoscere né apprezzare la gratuità degli altri, resteremmo intrappolati dentro il nostro narcisismo, e saremmo incapaci di vera bellezza e di ogni virtù. Per questa ragione la gratuità è dimensione costitutiva dell’umano, di tutto l’umano, di ogni umano, anche dell’homo oeconomicus, che oggi invece viene generalmente definito come qualcosa che inizia quando termina il territorio della gratuità.

 La via dei carismi

La seconda via maestra di gratuità sono i carismi. Ogni tanto, e molto più spesso di quanto si pensi, arrivano nel mondo persone con una vocazione speciale di gratuità. Tra queste persone ci sono gli artisti, che si ritrovano dentro un dono, di cui non sono i proprietari, che costituisce l’essenza della loro vocazione artistica. In passato molti portatori di carismi operavano soprattutto all’interno delle religioni, o delle grandi filosofie. Oggi si trovano anche in altri luoghi dell’umano: dall’economia alla politica, dall’ambientalismo ai diritti umani. Ce ne sono molti, ma raramente abbiamo la capacità culturale e spirituale per riconoscerli. I carismi aumentano e potenziano la gratuità sulla terra, e la fanno risvegliare o risuscitare in quelli che li incontrano. Trovano il “già” della nostra gratuità e fanno fiorire il “non ancora”. Ogni incontro vero con un carisma è l’incontro con una voce che interpella la nostra gratuità, e se sembra morta le dice: «Talitha kum».

Una dimensione dei carismi e della gratuità-charis è la loro “naturalezza”, che li affratella alla terra  e ai bambini e ci rivela la gratuità nascosta, misteriosamente ma realmente, nella natura. Quando si incontra un autentico portatore di carisma, sia esso un cooperatore sociale o una fondatrice di una comunità religiosa, la prima e più radicale esperienza che si fa è la sensazione fisica di incontrare persone che ti vogliono bene, e fanno bene al mondo, solo con il loro esserci. Non ci colpisce il loro volontarismo ma il loro essere semplicemente sé stessi. Non vedi persone più buone o altruiste di altre, ma gente che è e fa ciò che è.

Perché il carisma non è primariamente una faccenda etica, ma antropologica e ontologica: è l’essere che si manifesta e splende, e la gratuità è esercizio ordinario della vita quotidiana (anche se sono necessarie molte virtù per non perderla lungo il cammino). Così i carismi sono, a un tempo, la pura spiritualità e la pura laicità. Questa dimensione naturale dei carismi, ad esempio, fa sì che chi si sente beneficiato da questa gratuità non si senta debitore, ed è liberato dal debito della riconoscenza che quando arriva è tutta libertà e gratuità.

La charis arriva nel mondo per il bene di tutti, anche di chi i carismi non li vede, o li disprezza. Ma vengono soprattutto per i poveri. Se non ci fossero i carismi, i poveri non sarebbero visti, amati, curati, salvati, stimati: sarebbero solo gestiti o nascosti per non vederli. È lo sguardo diverso dei carismi che dona ai poveri speranza, gioia, e spesso li risorge. Ed è lo sguardo dei poveri che rende viva la charis del carisma.

 

Messaggero-Alzogliocchiversoilcielo

mercoledì 10 gennaio 2024

EDUCARE LO SGUARDO


 Cosa vuol dire che «il cuore è fatto per l’infinito» quando le nostre attese si trasformano spesso in delusioni? In verità, c’è sempre una gratuità nascosta che rivela Dio e il senso della vita.

-        - di Cristina Uguccioni

Vivere con speranza e scoprire la speciale densità della realtà: è l’invito che, in questa conversazione, formula padre Mauro Giuseppe Lepori. Ticinese, è abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.

Abate Lepori, con quali occhi guardare l’anno appena cominciato?

«Occorre guardarlo con speranza. Certo, il mondo è ferito da violenze efferate e indubbiamente molte aspettative personali e collettive sono andate deluse. Ma le aspettative spesso vengono deluse perché attendono sempre qualcosa basandosi su realtà non ancora presenti: le aspettative, in fondo, non sono che sogni. Invece la speranza cristiana è un’attesa fondata su realtà che sono già presenti e che gli occhi della fede possono scorgere: Dio c’è, si è fatto uomo, ci crea e ci ama di amore eterno, è Padre, il Suo grembo è il nostro destino. Spesso, fissandoci sulle aspettative, finiamo per non vedere i segni di speranza che ci circondano. Guardando con attenzione possiamo scoprire che sempre, anche in situazioni tragiche, ci sono fatti e persone che danno consistenza alla speranza, che fanno vivere il momento presente con speranza ossia attendendo una pienezza che ci è già data e alla quale dobbiamo soltanto permettere di manifestarsi e compiersi nella nostra vita e nel mondo».

Esiste una dimensione poetica della vita? E quali tratti possiede?

«Sì, esiste. La definirei come quello sguardo, quel sentimento (a volte inconscio o difficile da esprimere) che intuisce nella realtà la bellezza profonda di qualcosa di immensamente più grande. È la sensibilità per la bellezza sentita come un bene che ci supera e che allo stesso tempo ci appartiene perché ci è già dato. La dimensione poetica non è un sentimento romantico che sogna ciò che è assente. È una dimensione del cuore, che è fatto per l’infinito e riesce a scorgere che la realtà è segno dell’infinito. A me affascina sempre scoprire come può essere bello un qualsiasi dettaglio della realtà: se si osserva con attenzione, si scopre che nelle situazioni più diverse è sempre possibile cogliere una bellezza, un’armonia, una originalità. E poi c’è la bellezza delle persone: a volte, quando cammino in mezzo alla folla, sto attento ai volti pensando che dietro a ognuno di essi c’è una storia, una vita con i suoi drammi, le sue gioie, i suoi incanti, c’è una unicità stupefacente, un mistero. La realtà ha una densità che il cuore intuisce».

È una densità che ha senso.

«Sì. C’è una domanda che tutti gli esseri umani si pongono: che senso ha la vita? Il senso è definito dall’origine e dal fine, come il fiume dalla sorgente e dal mare. Una cosa è pensare – non senza disperazione (riconosciuta o inconsapevole) – di venire dal nulla e finire nel nulla, altra cosa è scoprire che il senso c’è perché tutto (noi stessi, gli altri, il mondo) è stato creato per amore da Dio e tornerà nel Suo grembo. Gesù è venuto proprio a rivelarci questo. Tale senso può essere colto anche nei frammenti della vita, degli accadimenti, dei rapporti. Essere coscienti che una persona è stata creata per amore da Dio e a Lui è destinata influisce sul rapporto che avremo con lei: non potremo ridurla a come appare, ai suoi difetti, ai suoi errori, e staremo attenti a non strumentalizzarla. Ogni persona è un tempio sacro».

Come si educa a scoprire la dimensione poetica della vita?

«Ogni essere umano possiede per natura questa dimensione. I bambini si stupiscono di fronte alla bellezza, alla densità delle cose e delle persone. Poi, crescendo, il loro sguardo perde questa capacità di lasciarsi incantare. È questa, in fondo, la traccia in noi del peccato originale: Adamo ed Eva avevano con il Signore un rapporto limpido e grato per tutto, poi si sono concentrati su un solo frutto, su una sola cosa che ha spento il loro stupore di fronte a tutto il resto. E così tutto è diventato negativo e faticoso. Il peccato originale rovina la dimensione poetica del cuore dell’uomo, ma non la estirpa. Per farla emergere bisogna educare al silenzio: è necessario imparare a fermarsi per permettere alla realtà di rivelarci che è fatta per l’infinito. Purtroppo, viviamo in società dominate dal rumore: suoni, immagini, informazioni, stimoli emotivi non ci danno tregua. In questo caos diventa difficile ascoltare ciò che abita nella profondità del cuore umano e della storia, la quale non è costituita solo da un susseguirsi di lotte per il potere e per il denaro, ma da una umanità che viene da Dio e va a Dio».

La gratuità appartiene a questa dimensione poetica.

«Sì: questa dimensione è infatti la percezione della gratuità dell’essere. Ed è questo che va scoperto per vivere umanamente e anche per godere della vita: il consumare non appaga veramente perché, consumando, si resta subito delusi dal finire del godimento. Invece, la contemplazione delle cose e delle persone nella loro dimensione di gratuità e di dono assicura una pienezza del cuore che non finisce perché sempre rimanda a Colui che ce le dona. Gesù viveva così. Era capace di godere anche delle più piccole cose – gli uccellini, i gigli nei campi, i due spiccioli offerti al tempio da una povera vedova – perché in esse vedeva un segno, un riflesso dell’amore del Padre. È questa la grande dimensione poetica che Gesù è venuto a rivelarci: c’è un Padre che ci crea per amore e che per amore ci dona cose buone, tutte segno dell’amore di Lui. Fra me e la mia stessa vita c’è Qualcuno che me la dona: diventare consapevoli di ciò significa diventare consapevoli della bontà intrinseca della vita e del fatto che nulla, neppure la morte, potrà togliermela, poiché essa ha in Dio la sua origine e il suo destino».

Può proseguire la riflessione sullo sguardo di Gesù?

Penso a come Gesù guardava le persone: non le riduceva ai loro peccati o alla loro vita disordinata. Guardava ogni persona come un dono ricevuto dal Padre, un dono da accogliere e da riconsegnare al Padre. Ogni persona per Lui era un mistero che lo riempiva di gratitudine e di stupore: lo stupore eterno fra il Padre e il Figlio che, nello Spirito, mettono al mondo creature che sono altro da sé. Gesù diceva: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): la mitezza e l’umiltà sono il modo divino, e quindi veramente umano, di accogliere le persone e la realtà nella loro dimensione di dono. Purtroppo, oggi molti giovani pensano di valere poco o fanno dipendere il loro valore dal consenso ottenuto sui social. Hanno disperatamente bisogno di essere raggiunti da uno sguardo così, da uno sguardo che li riconosce come un dono prezioso, che vede in loro la dignità assoluta di essere voluti e amati per sempre da Dio. Raggiunti da questo sguardo che li rende consapevoli del loro autentico valore, potranno poi, a loro volta, guardare gli altri allo stesso modo, con delicatezza e rispetto. La fraternità si edifica scoprendosi figli amati da Dio».

Cath.ch

 

sabato 24 luglio 2021

I NONNI E GLI ANZIANI, UNA RISORSA PER LA SOCIETA'

 

- 25 luglio 2021-

Giornata mondiale dei nonni. 
Dimenticarli è un male per la società intera

Nella quarta domenica di luglio la Chiesa, per volere del Papa, festeggia gli anziani di tutto il mondo dedicando loro numerose iniziative e concedendo l'Indulgenza Plenaria a quanti prenderanno parte alle celebrazioni. L'arcivescovo di Loreto: ristabilire il legame tra giovani e nonni che hanno il prezioso dono della gratuità del tempo

 

-di Cecilia Seppia – Città del Vaticano

 

Nonni, depositari di amore, pazienza e saggezza, scrigni di memoria, autori di sogni profetici, custodi di radici, anello di congiunzione tra le generazioni, eredità di fede. Nonni talvolta fragili, dalla voce spesso flebile, eppure sempre preziosa la cui preghiera è in grado di “proteggere il mondo”. A loro Francesco, dall’inizio del pontificato, non ha mancato di rivolgere il pensiero, a loro è giunto più volte il suo incoraggiamento, l’encomio, il richiamo ad essere, in virtù dei loro carismi, costruttori di pace e giustizia, modelli di solidarietà, fino a volergli dedicare una Giornata mondiale, anticipata da un Messaggio che fa eco all’enciclica Fratelli tutti, dal titolo “Io sono con te tutti i giorni”.

L'istituzione della Giornata

All’Angelus del 31 gennaio scorso, il Papa diceva infatti: “I nonni tante, troppe volte, sono dimenticati! Per questo, ho deciso di istituire la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, che si terrà ogni anno la quarta domenica di luglio, in prossimità della ricorrenza dei Santi Gioacchino e Anna, nonni di Gesù”. Così la Chiesa intera, per volere del Pontefice, dedica a loro questo giorno, concedendo anche l’Indulgenza Plenaria a chi prenderà parte alle tante celebrazioni in programma e a tutti quegli “angeli custodi” che andranno a trovare di persona un anziano in difficoltà, portandogli lacarezza del Papa e della Chiesa, dicendogli con forza: “C’è bisogno di te per costruire nella fraternità e nell’amicizia sociale, il mondo di domani”, ma anche ricordandogli che non esiste un’età per andare in pensione dal compito di annunciare il Vangelo e trasmettere la fede e le tradizioni ai nipoti.

Le iniziative e i luoghi

Dunque Messe, momenti di incontro e condivisione, preghiere negli ospedali o nelle RSA, ma anche “abbracci a domicilio”, destinati a riparare, dopo oltre un anno di pandemia, quella dolorosa solitudine, che ha ferito e ucciso i nonni quasi quanto il Covid-19. Per l’occasione il Dicastero Laici Famiglia e Vita ha diffuso anche un videomessaggio che raccoglie le loro preghiere pronunciate da ogni parte del mondo, in comunione con il Vicario di Cristo. Ad aprire idealmente la giornata, la Santa Messa in San Pietro alle ore 10.00, presieduta da monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Mentre culla simbolica di questo evento in Italia sarà il Santuario Pontificio della Santa Casa di Loreto che nel corso della maratona di preghiera del mese di maggio ha dedicato il Rosario proprio ai nonni, prime vittime della pandemia.

L'esempio di Anna e Gioacchino

Il Santuario custodisce infatti le tre pareti della Casa di Nazareth dove hanno vissuto Sant’Anna e San Giacchino, genitori di Maria e nonni di Gesù, modelli di educazione, esempi di fede, tenacia e preghiera. In quella Casa dove avvenne l’annuncio dell’Angelo Gabriele alla Vergine e il Sì che cambiò la storia e il volto dell’umanità, Anna e Gioacchino, anziani nel corpo ma giovani e ferventi nello spirito, non sono mai stati spettatori estranei del mistero, hanno invece collaborato attivamente al disegno salvifico di Dio, accogliendo e accompagnando Maria nella sua missione. Anche oggi in tanti casi sono proprio gli anziani e i nonni, a trasmettere la fede ai nipoti e, con la loro testimonianza, ad aiutare i giovani a dire di sì a Dio e ai Suoi progetti. “Mi piace ricordare – afferma l’arcivescovo di Loreto, monsignor Fabio Dal Cin, nell’intervista di Fabio Colagrande – che proprio in quella Santa Casa, il Papa nel 2019, durante la sua visita a Loreto, ha firmato l’Esortazione apostolica Christus Vivit, dove invita i giovani ad essere ‘giovani con radici’ e dice, proprio in quella lettera, che gli anziani hanno sogni intessuti di ricordi, di immagini, di tante cose vissute, segnati dall’esperienza e dagli anni, e se i giovani oggi si radicano nei sogni degli anziani, dei nonni, riescono a vedere meglio il futuro, possono persino avere visioni che aprono orizzonti nuovi e cammini nuovi, e questo legame tra generazioni, tra i giovani e i nonni, ci viene proprio ricordato da questa reliquia insigne della Santa Casa. Questo è il segno e il senso forte con cui ci apprestiamo a vivere questo evento”.

È grave dimenticare gli anziani

Monsignor Dal Cin torna sulle parole del Papa, contenute nel Messaggio per questa Giornata Mondiale e con forza chiede di non dimenticare gli anziani, di non abbandonare all’indifferenza coloro che per primi ci hanno dato la vita, offrendoci opportunità che altrimenti non avremmo avuto. “E’ grave questa dimenticanza degli anziani - afferma l'arcivescovo di Loreto - questo è essere presi anche da tanti impegni, da tanto affanno, da tanto lavoro, da tante cose e non avere più tempo per loro. E’ un male  dimenticare gli anziani, è un grave male per la nostra società e il Papa ci ricorda invece questa attenzione, questa cura per loro; e lo ricordava anche prima della pandemia ad ogni occasione; ce lo ricorda oggi rimarcando l’importanza di questo dialogo con le generazioni. Lo ha scritto nella Christus Vivit: l’importanza di connessione tra i giovani e gli anziani. Connessione che nasce dalla natura stessa del nonno e dell’anziano che non ha più l’orologio in mano e che può dunque regalare ai propri nipoti, ai pronipoti, ai giovani, quella gratuità del tempo che è la cosa più preziosa che si possa donare: il proprio tempo, la propria vita e la sapienza della propria vita”.

L'affidamento alla Vergine di Loreto 

A presiedere a Loreto la solenne Eucarestia giubilare, trasmessa in diretta alle ore 10, sul canale del Santuario e in streaming su Youtube, sarà monsignor Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito di Fabriano-Matelica. Monsignor Dal Cin, invece al termine della celebrazione accompagnerà nella Santa Casa due coppie di nonni e una rappresentanza di giovani, nel rispetto delle norme anti-Covid, per una speciale benedizione e un atto di affidamento alla materna protezione della Beata Vergine di Loreto e dei Santi Anna e Gioacchino di tutti i nonni del mondo e per consegnare alle giovani generazioni un compito importante: prendetevi cura gli uni degli altri! 

 

Il Papa prega con i nonni e gli anziani del mondo

 

Vatican News

 


sabato 29 maggio 2021

IL BENE E IL MALE CHE E' IN NOI


 Gli esseri umani sono irrimediabilmente cattivi?

 

-         di Giuseppe Savagnone*

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Il disastro della funivia Stresa-Mottarone, causato dall’avidità di guadagno dei responsabili della gestione, viene a rafforzare nell’immaginario collettivo l’idea che gli esseri umani sono irrimediabilmente egoisti e protesi esclusivamente a fare i propri interessi, anche quando questo comporta un danno, o almeno un rischio sproporzionato, per gli altri.

Ed è vero che, guardando alle logiche della nostra società, in cui si assiste quotidianamente ad una competizione selvaggia, alla ricerca del successo, del potere e del guadagno, è molto difficile dare torto a chi sostiene questa visione pessimistica e ne prende spunto, magari, per bollare come ingenuamente illusorie le proposte etiche e religiose – prima fra tutte quella cristiana – fondate sull’amore del prossimo. Il grido di papa Francesco, che denunzia il predominio, nei nostri Paesi “civili” di una “cultura dello scarto”, che abbandona al loro destino i più poveri e i più deboli, non può non apparire, in questa prospettiva, come una nobile, ma utopistica protesta contro l’inesorabile legge della vita e della convivenza.

Le stesse vicende della pandemia ci parlano di persone che si sono arricchite – a volte anche sfruttando cinicamente le urgenze crete dal Covid – e altre (la grande maggioranza) che sono state messe sul lastrico o che almeno si sono ritrovate più povere di prima.

Eppure…

Eppure, proprio ripensando l’esperienza della pandemia, è possibile rendersi conto che una visione univocamente negativa dell’essere umano è altrettanto unilaterale, e in sostanza falsa, di quella che vede in esso solo gli aspetti positivi.

Un esempio che mi sembra molto significativo, in questa direzione, è quello fornito dal personale sanitario – medici, infermieri, operatori che a vario titolo si sono impegnati e si impegnano quotidianamente nell’assistenza a chi soffre e, in modo particolare, ai malati di Covid.

Non è una scoperta che facciamo solo adesso. Da tempo i giornali mettono in luce lo spirito di dedizione e di sacrificio di questa categoria di persone, a cui le circostanze hanno richiesto, al di là del loro ordinario impegno professionale, di combattere in prima linea, di fronte a un nemico nuovo e sconosciuto, e per ciò stesso straordinariamente pericoloso, pagando sulla propria pelle il rischio di questa sfida.

Alla data del 18 marzo 2021 risultano morti per Covid 240 medici – di cui 68 in pensione, ma rientrati in servizio volontariamente, per “dare una mano” – e 83 infermieri. Molto maggiore il numero dei contagiati, alcuni dei quali sono a stento sono riusciti a farcela e sono sopravvissuti. È un bilancio pesantissimo, che però non dice ancora nulla circa la qualità umana dell’impegno profuso dal personale medico e paramedico per contrastare la pandemia.

E anch’io non sarei andato oltre i nudi dati statistici – e probabilmente non avrei scritto questo “chiaroscuro” – se, nel marzo scorso, non mi fossi ammalato di Covid. È stata questa esperienza che oggi mi spinge a parlare dello stile non soltanto professionale, ma anche semplicemente umano, di cui sono stato personalmente testimone nei quaranta giorni in cui sono stato ricoverato nell’ospedale di Partinico, nei pressi di Palermo, interamente dedicato alla cura del coronavirus. Uno stile che, da quanto mi viene riferito, non è esclusivo di questa struttura e può dunque essere menzionato come tipico dell’intera categoria del personale sanitario impegnato nella lotta contro la pandemia.

Se dovessi dire che cosa più mi ha colpito, durante questa lunga permanenza forzata, è stata la generosità e la gratuità dell’impegno di medici, infermieri, oss (operatori socio-sanitari), nella cura dei degenti. Il contrario della “cultura dello scarto” vigente nella società. Ho visto vecchietti, vistosamente segnati dalle conseguenze della malattia e con ogni probabilità desinati a una prossima fine, accuditi con una dedizione, perfino con una tenerezza (ne ricordo uno che gli infermieri vezzeggiavano, chiamandolo “nonnino”, imboccandolo quando non voleva mangiare), che è raro trovare perfino nelle nostre famiglie. Pazienti che a volte suscitavano in me, compagno di stanza, moti di stizza, per la loro ostinazione nel rifiutare e nel togliersi ad ogni occasione la mascherina dell’ossigeno, assediati dal personale, che non si stancava di insistere cercando tutti gli argomenti per convincerli a collaborare. Nessuno veniva abbandonato.

Certo, i rapporti umani erano filtrati dall’anonimato delle tute, tutte uguali, che proteggevano gli operatori dalla testa ai piedi, lasciando liberi solo gli occhi (anche quelli, però, protetti da una visiera di plastica). Qualcuno, col pennarello, aveva scritto sulle spalle il proprio nome o semplicemente la propria qualifica (medico, infermiere…). Ma in linea di massima era difficile capire chi si aveva davanti. Si sapeva soltanto che si poteva contare sulla sua disponibilità e sulla sua pazienza nel venire incontro ai più disparati bisogni e nello svolgere i servizi anche più ingrati richiesti da persone per lo più immobilizzate nei loro letti.

In qualche caso – ma questo dipendeva dal carattere del singolo operatore – era evidente lo sforzo di sollevare il morale dei malati con scherzi e battute, senza far pesare la fatica estenuante di un lavoro per cui spesso il personale era insufficiente.

Al di là delle motivazioni religiose

Mi sono chiesto quale fosse la motivazione comune a queste persone nell’offrire non soltanto l’assistenza richiesta dal loro ruolo, ma qualcosa di più, che non rientrava nelle regole dello stretto dovere professionale. In alcuni mi è sembrato di cogliere, da certi accenni, quella religiosa. Ma la mia sensazione è che alla base di questa stile condiviso ci fosse una interpretazione del proprio ruolo che andava molto al di là della pura funzionalità e ne valorizzava l’aspetto umano.

Una qualità che ho riscontrato, peraltro, anche nel personale della struttura privata dove, dopo le dimissioni dall’ospedale, ho trascorso altri venti giorni per la riabilitazione. Anche là medici, infermieri, oss, avevano a cuore il benessere dei pazienti con una generosità che andava molto al di là delle semplici esigenze de “il cliente ha sempre ragione”.

L’importanza della gratuità

No, gli esseri umani non sono condannati ad essere egoisti e “cattivi”. Anche perché in fondo la gratuità del dono – di questo si tratta, anche quando si fa un sorriso o si compie senza farlo pesare un servizio dovuto – rientra a pieno titolo nella realizzazione delle persone. «Niente è più necessario del superfluo», ha detto qualcuno. Ciò che gli specialisti chiamano “super erogatorio” rende più felice il destinatario, ma anche il soggetto che lo pone in essere. Invece, la logica del “do ut des”, la chiusura nel puro utilitarismo, che non va oltre il proprio stretto interesse, impoverisce innanzi tutto chi la pratica. Ci si può illudere di essere, così, “realisti”, ma chiudere gli occhi sulle nostre esigenze più positive è, invece, una assurda mutilazione del nostro essere.

Il grano e la zizzania

Tutto ciò non cancella la dimensione oscura della nostra vita. La verità è che il bene e il male sono inscindibilmente mescolati in ognuno di noi. L’esempio di generosità dei medici e degli infermieri dei nostri ospedali nella lotta contro il Covid non esclude che alcuni di loro possano, sotto altri profili, essere responsabili di comportamenti sbagliati o addirittura ignobili. È come nella parabola evangelica del grano e della zizzania, che crescono insieme.

Tocca a ciascuno di noi decidere cosa far prevalere nella propria vita, senza illudersi di poter esorcizzare l’altro aspetto. Nessuno sarà mai così “buono” da eliminare da sé inclinazioni cattive. E nessuno – nemmeno il gestore della funivia – può essere demonizzato, dimenticando ciò che di buono comunque c’è in lui. Una persona è sempre di più dei proprio atti, sia quando sono virtuosi, sia quando sono pessimi. Perciò bisogna diffidare della logica dello «sbatti il mostro in prima pagina». Non esistono mostri. Esistono esseri umani, responsabili del loro destino e chiamati a scegliere cosa vogliono diventare attraverso i loro atti.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

venerdì 30 aprile 2021

AGIRE DA CATTOLICI IN ITALIA

Francesco all’Azione Cattolica: vi ispiri la vita della gente, non le idee più di moda

Il Papa ha ricevuto in Vaticano il Consiglio dell’associazione laicale: “Vi affido soprattutto chi è stato più colpito dalla pandemia e chi rischia di pagarne il prezzo più alto. Lo stile sia quello del dialogo e della "sinodalità", senza cadere nella "schiavitù degli organigrammi"

 


-         Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

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Quale è il compito di una realtà come l’Azione Cattolica Italiana, in modo particolare in un tempo come quello che stiamo vivendo? Incontrando in Vaticano i membri del Consiglio nazionale di questa associazione di laici impegnata a vivere l’esperienza della fede, Papa Francesco sviluppa la propria riflessione attraverso tre parole: azione, cattolica e italiana.

Azione

La parola “azione”, osserva Francesco, pone prima di tutto un interrogativo cruciale. Di chi è l’azione? “Il Vangelo - afferma il Papa - ci assicura che l’agire appartiene al Signore: è Lui che ne ha l’esclusiva, camminando in incognito nella storia che abitiamo”.

Ricordare che l’azione appartiene al Signore permette però di non perdere mai di vista che è lo Spirito la sorgente della missione: la sua presenza è causa – e non effetto – della missione. Permette di tenere sempre ben presente che «la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor 3,5); che la storia è guidata dall’amore del Signore e noi ne siamo co-protagonisti. Anche i vostri programmi, pertanto, si propongono di ritrovare e annunciare nella storia i segni della bontà del Signore. La pandemia ha mandato all’aria tanti progetti, ha chiesto a ciascuno di confrontarsi con l’imprevisto. Accogliere l’imprevisto, invece che ignorarlo o respingerlo, significa restare docili allo Spirito e, soprattutto, fedeli alla vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Si deve anche “essere molto attenti - fa notare il Papa - a non cadere nell’illusione del funzionalismo”. “E’ triste vedere quante organizzazioni sono cadute nel tranello degli organigrammi”. “State attenti a non cadere nella schiavitù degli organigrammi”. Quello che porta avanti “il Regno di Dio è la docilità allo Spirito, è lo Spirito”. Quali caratteristiche - chiede poi il Pontefice - deve avere l’azione, l’opera dell’Azione Cattolica? Prima di tutto la gratuità perché “la spinta missionaria non si colloca nella logica della conquista ma in quella del dono”. Una seconda caratteristica è quella dell’umiltà, della mitezza: "Sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi”.

Cattolica

Cosa significa la parola cattolica? Questo termine, sottolinea Francesco, dice “che la missione della Chiesa non ha confini”. “Essere “con tutti e per tutti (cfr Evangelii gaudium, 273) non significa ‘diluire’ la missione, ‘annacquarla’, ma tenerla ben legata alla vita concreta”.

La parola “cattolica” si può dunque tradurre con l’espressione “farsi prossimo”, perché è universale, “farsi prossimo”, ma di tutti. Il tempo della pandemia, che ha chiesto e tuttora domanda di accettare forme di distanziamento, ha reso ancora più evidente il valore della vicinanza fraterna: tra le persone, tra le generazioni, tra i territori. Essere associazione è proprio un modo per esprimere questo desiderio di vivere e di credere insieme. Attraverso il vostro essere associazione, oggi testimoniate che la distanza non può mai diventare indifferenza, non può mai tradursi in estraneità.

Non si deve guardare da un’altra parte, cedere all’indifferenza, alla freddezza. “È ancora diffusa - afferma poi il Papa - la tentazione di pensare che la promozione del laicato, davanti a tante necessità ecclesiali, passi per un maggiore coinvolgimento dei laici nelle ‘cose dei preti’. Con il rischio che si finisca per clericalizzare i laici”. “Ma voi, per essere valorizzati, non avete bisogno di diventare qualcosa di diverso da quello che siete per il Battesimo. La vostra laicità è ricchezza per la cattolicità della Chiesa”. L’Azione Cattolica, aggiunge il Pontefice, è chiamata in particolare “a portare un contributo originale alla realizzazione di una nuova ecologia integrale”. “La grande sofferenza umana e sociale generata dalla pandemia rischia di diventare catastrofe educativa ed emergenza economica”. Cosa possiamo imparare – chiede allora il Santo Padre - da questo tempo e da questa sofferenza? L’esortazione del Papa è quella di mettersi “in ascolto di questo tempo”.

Vi affido soprattutto chi è stato più colpito dalla pandemia e chi rischia di pagarne il prezzo più alto: i piccoli, i giovani, gli anziani, quanti hanno sperimentato la fragilità e la solitudine. E non dimentichiamo che la vostra esperienza associativa è “cattolica” perché coinvolge ragazzi, giovani, adulti, anziani, studenti, lavoratori: un’esperienza di popolo. La cattolicità è proprio l’esperienza del santo popolo fedele di Dio: non perdete mai il carattere popolare! In questo senso, di essere popolo di Dio.

Italiana

Il terzo termine indicato da Francesco è “italiana”. Si intreccia con la storia dell’Associazione, “inserita nella storia italiana” che aiuta la Chiesa in Italia “ad essere generatrice di speranza” per tutto il Paese. “Una Chiesa del dialogo - spiega Francesco - è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra”. La sinodalità, sottolinea il Santo Padre, “non è un Parlamento”, “non è cercare una maggioranza”. “Non può esistere sinodalità senza lo Spirito”. “Quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare”.

In questo senso la vostra Associazione costituisce una “palestra” di sinodalità, e questa vostra attitudine è stata e potrà continuare ad essere un’importante risorsa per la Chiesa italiana, che si sta interrogando su come maturare questo stile in tutti i suoi livelli. Dialogo, discussione, ricerche, ma con lo Spirito Santo. Il vostro contributo più prezioso potrà giungere, ancora una volta, dalla vostra laicità, che è un antidoto all’autoreferenzialità.

Fare sinodo non è guardarsi allo specchio, “è camminare insieme dietro al Signore e verso la gente sotto la guida dello Spirito Santo”. “Laicità è anche un antidoto all’astrattezza: un percorso sinodale deve condurre a fare delle scelte” partendo dalla realtà “non dalle tre-quattro idee alla moda” o che “sono uscite nella discussione”. Riferendosi infine ai lavori dell’Assemblea dell’Azione Cattolica, Papa Francesco esprime un auspicio: “Possa contribuire a far maturare la consapevolezza che, nella Chiesa, la voce dei laici non deve essere ascoltata “per concessione”, ma per convinzione, perché tutto il popolo di Dio è “infallibile in credendo”. Benedico di cuore voi e tutte le vostre associazioni territoriali”.

 

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