Visualizzazione post con etichetta contestazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta contestazione. Mostra tutti i post

venerdì 26 maggio 2023

DISSENSO o VIOLENZA ?


LA MINISTRA CONTESTATA

- di Giuseppe Savagnone*

 I fatti

Ha lasciato una scia di polemiche e di tensioni irrisolte la vicenda del Salone del Libro di Torino, dove, il 20 maggio scorso, la presentazione di un libro del ministro Roccella è stata interrotta e poi sospesa per la contestazione di esponenti del movimento femminista «Non una di meno» e di quello ecologista «Extinction rebellion».

In verità, l’episodio non ha, di per sé, nulla di eccezionale, anche se merita sicuramente una riflessione; ma a renderlo estremamente significativo sono state le reazioni a cui esso ha dato luogo da parte di personalità della politica e della cultura.

Cominciamo dalla cronaca dei fatti. Sono le tredici e nell’Arena Piemonte, al Salone del Libro di Torino, comincia la presentazione del libro «Una famiglia radicale» (Rubbettino), in cui la Roccella parla della sua storia familiare.

Subito scatta la contestazione. Urla, fischi, cori, manifestanti che si sdraiano per terra. Vengono scanditi a gran voce slogan come «Nessuno Stato, nessun Dio, sul mio corpo decido io». L’obiettivo principale della protesta sembra l’obiezione di coscienza sull’aborto.

La reazione della ministra, in questo bailamme, viene descritta con grande obiettività da un articolo di www.micromega.net che è assolutamente credibile perché, nel suo insieme, molto critico nei confronti della ministra stessa e del governo: «“Non voglio che sia portato via nessuno con la forza”. Le parole della ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella contestata al Salone del Libro di Torino risuonano nette mentre i poliziotti stavano già iniziando a trascinare via di peso le attiviste e gli attivisti (…). “Ho iniziato così la mia militanza politica, ricordo bene quando venivo trascinata via di peso durante manifestazioni non violente, non voglio che accada qui adesso”. La ministra ha invitato i manifestanti al dialogo, una delle attiviste ha dunque preso il microfono e letto un documento».

In esso si contesta alla Roccella di avere «più volte dichiarato che purtroppo l’aborto è un diritto delle donne». Si accusa, inoltre, «un sistema politico cieco di fronte alla gravità della crisi climatica».

La ministra nota che avrebbe preferito il dialogo, non un comunicato. Comunque, risponde che in Italia nessuno vuole toccare il diritto all’aborto, che però anche l’obiezione di coscienza è un diritto e che non è vero che essa rappresenti un ostacolo all’interruzione di gravidanza. Poi rilancia riprendendo un tema che a lei preme molto e che trova d’accordo anche frange consistenti del movimento femminista: «Lottate contro l’utero in affitto insieme a noi, contro la mercificazione del corpo delle donne».

L’intervento del direttore del Salone

Il risultato è l’esasperarsi della protesta. Viene chiamato il direttore del Salone, Nicola Lagioia, che tenta di parlare ai manifestanti: «La democrazia contiene anche la contestazione, ma non perdiamo questa occasione di dialogo. Mandate un vostro delegato qui sul palco a discutere con la ministra. Anche in politica si fa così. State manifestando pacificamente, adesso cercate un dialogo».

Accusato di essere stato incapace di impedire la contestazione, Lagioia ha poi spiegato ad Agorà su Rai3: «Io non sono il servizio d’ordine del Salone e non sono la polizia. Ho detto ai ragazzi: eleggete un vostro delegato e trasformiamo questa contestazione in un dialogo. Loro mi hanno detto di no. Hanno rifiutato questa mediazione. È un peccato, ma è legittimo da parte loro. Il mio metodo è quello del dialogo, non del manganello».

La sua mediazione viene considerata inadeguata dalla deputata di Fratelli d’Italia Montaruli che lo investe a gran voce: «Vergognoso! Sei stato vergognoso! La contestazione legittima! Con tutti i soldi che prendi! Vergognati!». E allude alla prossima scadenza della sua carica dicendo che la sua uscita di scena sarà salutata da «un rullo di tamburi».

La Roccella, dopo due ore di vani tentativi di ristabilire la calma ha deciso di abbandonare il Salone, salutata dai cori ironici e dagli applausi dei contestatori trionfanti che le dicevano «Ciao, Roccella, ciao».

I commenti

È appena il caso di dire che giornali e personalità politiche della destra hanno dato piena solidarietà alla ministra. Non è stato così invece, da parte di altri. Con qualche eccezione. Ha scritto su Twitter Matteo Renzi: «Il Salone del Libro di Torino è una bellissima palestra di libertà e democrazia. Impedire alla ministra Roccella di parlare significa negare i valori della cultura, del dialogo e del rispetto. Pasolini, che era un gigante, non parlava a caso di ‘fascismo degli antifascisti».

Molto diversa la reazione della segretaria del PD Elly Schlein: «In una democrazia si deve mettere in conto che ci sia il dissenso, sta nelle cose, non riguarda mica solo chi sta al potere. Noi siamo per il confronto duro, acceso, ma è surreale il problema che ha questo governo con ogni forma di dissenso».

L’unica voce del PD che si leva in solidarietà di Roccella è quella del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. La contestazione alla ministra è «legittima», dice, ma «quando travalica e rende impossibile esprimere il proprio pensiero si sconfina in una dimensione che è antitetica al concetto stesso di libertà».

È peraltro una eccezione nel panorama della sinistra. Non solo a livello politico, ma anche a quello culturale. Selvaggia Lucarelli, in un tweet, ha scritto: «Chi pensa che il dissenso non si esprima in quel modo, non ha ben chiaro un concetto base: il dissenso, laddove esprima un malessere per la propria condizione determinata da una scelta politica, non si esprime dalla propria cameretta (…). Se un ministro ha idee retrograde e pericolose, in cui una parte della società non si riconosce, è sacrosanto che attivisti e semplici cittadini portino le proprie istanze all’attenzione pubblica (…). Io ringrazio chi ha protestato ieri: lo ha fatto anche per me».

La scrittrice Michela Murgia, all’intervistatore che le faceva notare che il ministro aveva offerto la possibilità di fare un dibattito, ha risposto così: «La ministra Roccella non è una scrittrice come un’altra. È una persona che ha il potere di “fare le leggi” (…) E queste persone stanno pagando quotidianamente per le scelte di queste leggi. Quindi è normale che siano arrabbiate ed è normale anche che vadano a mostrarlo. Se volevi il dibattito, l’avresti fatto nel percorso di costruzione di quelle leggi (…) perché in democrazia la mediazione si fa PRIMA delle leggi.

Se PRIMA fai le leggi e POI vuoi il dibattito, io mi sento un po’ presa in giro. Quindi capisco che le persone abbiano detto: “E’ troppo tardi per il dibattito” (…). Si può fare conflitto, contestazione di idee anche dicendo all’altro: quello che tu hai fatto e che hai scritto e teorizzato in questo libro ha reso la mia vita peggiore e quindi io non ti lascio parlare».

Ci sono diverse forme di violenza

Prima di dare un giudizio personale, ho voluto vedere il video che circola online e invito i miei lettori a fare lo stesso. Da esso risulta con evidenza che quello che si è creato è stato – e non per colpa della ministra – un clima di violenza.

Perché la violenza non è solo muscolare. Ce n’è una che si esercita attraverso la burocrazia, di cui abbiamo avuto un esempio nella censura (poi rientrata) nei confronti di Carlo Rovelli, contro cui si è giustamente levata la protesta del mondo della cultura. E ce n’è una vocale, che consiste nell’urlare, rendendo impossibile all’altro di farsi ascoltare.

E del resto, a leggere bene le prese di posizione della Lucarelli e della Murgia, non si nega che ciò sia accaduto, ma lo si giustifica con la posizione politica della Roccella. Nel caso della Murgia, accusandola di aver rifiutato il dialogo “prima” di fare le leggi.

Ora, a parte il fatto che le leggi le fa il parlamento e non un ministro, a parte il fatto che non si capisce a quale legge la Murgia si riferisca – visto che la Roccella, ultimamente, si è solo battuta (in linea con la posizione di molte associazioni femministe) contro l’utero in affitto, che in Italia è già vietato, e che anche per quanto riguarda l’aborto non c’è stata nessuna legge promossa dl governo – , i dibattiti “prima” delle leggi si fanno nelle aule parlamentare e l’invito della ministra non voleva certo sostituirli, ma dare un’occasione ai suoi contestatori di un confronto culturale. È questo che essi hanno rifiutato.

Hanno preferito continuare a gridare slogan, dimostrando purtroppo la loro inferiorità culturale rispetto a una persona come la Roccella che, figlia di uno dei fondatori del partito radicale, è entrata a 18 anni nel Movimento di liberazione della donna, diventandone leader e si è fatta portavoce di molte battaglie femministe – per l’aborto, contro la violenza sulle donne, per le pari opportunità – e conosce questi problemi molto meglio dei suoi contestatori.

Chi segue, anche solo saltuariamente, questi “Chiaroscuri”, sa quale sia la mia opinione su questo governo. E, ovviamente, essa coinvolge tutti coloro che ne fanno parte. Ma in questo episodio la difficoltà al confronto non può essere addebitata alla ministra, bensì ai suoi contestatori.

Non riconoscerlo, e anzi lasciar intendere che essi hanno fatto bene a tacitarla, è un grave autogol per una sinistra che voglia seriamente rivendicare la propria superiorità culturale. E che proprio in questo modo invece, rischia di appiattirsi sul peggiore stile della destra.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

  www.tuttavia.eu


 

 

sabato 12 febbraio 2022

ESAMI DI STATO. GLI STUDENTI CONTESTANO

 Le ultime notizie 

sugli esami di Stato

- Giuseppe Savagnone  *

La decisione del ministro della Pubblica Istruzione, Bianchi, di venire incontro, parzialmente, alle richieste degli studenti e di cambiare il sistema di punteggio degli esami di maturità, giunge dopo un confronto con i rappresentanti delle associazioni studentesche, che ormai da diversi giorni protestano contro il ritorno delle prove scritte – in particolare della seconda, di indirizzo – e chiedono il mantenimento della formula degli ultimi due anni (solo un orale, con discussione di una tesina).

In contemporanea, era in ballo un ribaltamento del sistema di valutazione, che fin ad ora ha previsto l’attribuzione di 40 punti su 100 in base ai risultati degli anni scolastici precedenti e di 60 in base a quelli degli esami. Nel colloquio col ministro, i rappresentanti degli studenti hanno chiesto che quest’anno i 60 punti fossero dati per il profitto nel corso degli studi e 40 per i risultati dell’esame. La decisione di Bianchi di attribuire 50 punti su 100 al curriculum e 50 alla prova di esame è un evidente compromesso che non cambia, però, i termini del conflitto di fondo, incentrato sul mantenimento o l’abolizione della seconda prova scritta.

Per la verità anche su questa un cambiamento c’era stato, commissionandone la formulazione alle singole commissioni di esame, formate dagli stessi docenti dei ragazzi, invece che al Ministero, come in passato. Un atto di realismo, che mira a rassicurare i candidati sulla corrispondenza della prova al programma effettivamente svolto, tenendo conto delle difficili condizioni in cui si è svolto ultimamente il lavoro scolastico e consentendo l’aderenza dell’esame alle reali possibilità degli studenti. Peraltro, forse non è superfluo ricordare che già prima del Covid l’esame di maturità era stato notevolmente facilitato per la decisione del ministro Valeria Fedeli di abolire, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, la terza prova scritta, la più temuta dai ragazzi, perché multidisciplinare. Ma i rappresentanti delle associazioni degli studenti si sono detti insoddisfatti della risposta del ministro. Da qui le massicce proteste di venerdì scorso, in diverse città d’Italia, con occupazioni di istituti e cortei.

Le proteste degli studenti

In realtà, le notizie riguardanti manifestazioni studentesche e occupazioni di istituti scolastici, in diverse città italiane, si susseguono ormai da diverse settimane. Si è cominciato a metà dicembre con un’ondata di proteste il cui bersaglio era la politica economica del governo, poco attenta, a detta delle associazioni studentesche, ai problemi dell’edilizia scolastica e della didattica.

Nella sola Roma, in quei giorni più di quaranta istituti superiori occupati e cortei. Come se non si fosse rimasti già fin troppo tempo fuori dalle aule…. Poi è venuta in primo piano la questione dei prossimi esami di Stato, che, unita alla questione dell’alternanza scuola-lavoro, dopo la tragica morte di uno studente, ha scatenato un’ondata di proteste, culminate, in decine di città, con le manifestazioni del 4 febbraio scorso, a cui, a detta degli organizzatori, avrebbero partecipato centomila studenti (molti di meno, a dire il vero, secondo la polizia). Con le stesse motivazioni, ma forse con un crescente prevalere di quella relativa agli esami, le manifestazioni di venerdì 11 febbraio.

Motivazioni discutibili

Qualcuno si rallegrerà di questo risveglio del movimento studentesco, dopo il forzato silenzio di due anni di pandemia. Ed effettivamente, se si tiene conto che, secondo recenti statistiche, un adolescente su 4 oggi accusa sintomi clinici di depressione, non si può non salutare con piacere la volontà dei giovani di far sentire la loro voce.

Meno entusiasmanti sono le motivazioni. Il punto di vista degli studenti, nella loro protesta, sembra essere fortemente legato a un’ottica autoreferenziale. Soprattutto appare fortemente limitata la loro ottica quando affrontano il problema degli esami di Stato. È noto che il ministro Bianchi era abbastanza incline a valorizzare la formula degli ultimi due anni, che prevedeva solo una prova orale incentrata su una tesina. Si era perfino spinto fino a avanzare l’ipotesi che questa potesse essere anche per il futuro la modalità ordinaria di svolgimento degli esami di maturità.

A dissuaderlo da questa linea hanno contribuito probabilmente i reiterati appelli che si sono susseguiti in questo ultimo scorcio di tempo da parte di rappresentanti della cultura delle più diverse matrici ideologiche, convergenti nel chiedere il ripristino degli scritti. Intellettuali come Gustavo Zagrebelsky, Roberta De Monticelli,  Carlo Cottarelli, Adriano Prosperi,  Anna Oliverio Ferraris hanno sottolineato il ruolo essenziale della scrittura in una formazione intellettuale degna di questo nome, sottolineando che la sua eliminazione in un esame conclusivo ne avrebbe svalutato il ruolo lungo tutto il corso di studi precedente.

Aggravando un ritardo, nella capacità di scrivere correttamente, che è sotto gli occhi di tutti. Per non dire che, nelle università straniere, il ricorso a “papers” e altre prove scritte è di gran lunga prevalente rispetto agli esami orali e che, in un tempo in cui molti giovani devono cercar spazio andando a studiare fuori del nostro Paese, la preparazione alla scrittura dovrebbe essere potenziata, piuttosto che ridimensionata. Alla luce di queste considerazioni, la protesta in corso non può non apparire autolesionista.

Rileggiamo la petizione di studenti, su Change.org , in cui si chiedeva il mantenimento della formula di esami degli ultimi due anni: «Noi studenti maturandi chiediamo l’eliminazione delle prove scritte all’esame di maturità 2022, poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere un esame scritto in quanto pleonastico, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità. L’ulteriore stress di un esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta». Non credo sia necessario un commento.

Le responsabilità degli adulti

Resta da chiedersi, però, se la responsabilità di questa mancanza di spessore sia dei ragazzi o non, piuttosto, degli adulti. Da troppo tempo assistiamo al fallimento di un’educazione adeguata delle nuove generazioni. È accaduto così che un protagonismo giovanile che poteva essere molto significativo, e di cui il Sessantotto aveva costituto una prova generale, poi abortita nel cosiddetto “riflusso”, non abbia prodotto i frutti che sarebbe stato lecito aspettarsi, innanzi tutto a livello politico.

Sta di fatto che i decenni seguiti alla rivolta sessantottesca, e caratterizzati da periodiche ondate di occupazioni di scuole, di autogestioni, di infiammati cortei, non hanno segnato affatto – in Italia sicuramente, ma non solo qui – un potenziamento né qualitativo né quantitativo della partecipazione pubblica dei giovani che sono usciti dalle nostre scuole. La classe politica cresciuta nell’era della contestazione è stata quella della Seconda Repubblica, nata dall’indignazione per i limiti della Prima, ma che in realtà l’ha fatta rimpiangere.

Le recenti vicende dell’elezione del capo dello Stato sono state solo l’ultimo atto di questa triste storia. E a esprimere questi personaggi sono stati degli elettori anch’essi allevati nel clima di una facile protesta giovanile, che però spesso non aveva lo spessore ideologico e culturale per andare oltre il velleitarismo di occupazioni improvvisate e di “scioperi” funzionali alla vacanza. Ma responsabili di questa scuola non sono stati e non sono i ragazzi, bensì gli adulti.

Sono stati loro a creare la contrapposizione tra una “ordinaria amministrazione”, fatta di uno studio scolastico poco dialogico e problematico, spesso sganciato dalla vita reale e dai problemi del momento, e le periodiche parentesi “assembleari” e “rivoluzionarie”, incapaci, proprio perché prive di un’adeguata preparazione, di costituire qualcosa di più che delle parentesi, spesso più ludiche che veramente politiche. 

Per superare questo modo di intendere e di vivere la “contestazione”, presidi e insegnanti (con l’aiuto dei genitori) avrebbero dovuto valorizzare la dimensione etica e politica (le due cose, con buona pace di Machiavelli, vanno insieme) della scuola non in momenti eccezionali, ma nel suo svolgimento ordinario. E non a scapito di un serio studio disciplinare, ma proprio attraverso di esso. Di tutto questo tuttora si continua a non parlare. Perciò anche il ritorno agli scritti nell’esame di maturità, per quanto indispensabile, non è sufficiente. Qui è necessario un ripensamento complessivo del rapporto tra scuola e società, e non in base a criteri angustamente utilitaristici – della serie “a cosa mi serve per fare soldi quello che studio” – , ma nella prospettiva di un ritorno alla logica educativa (che non è necessariamente paternalista!), aperta ai problemi della vita personale e comunitaria.

In questa logica, ben vengano le proteste degli studenti. La loro voce può suonare come uno stimolo vivificante, in uno scenario politico deprimente, com’è quello attuale. Purché non si limiti a chiedere che gli esami di Stato siano più facili. La vera contestazione, oggi, dovrebbe piuttosto esigere che esprimano una scuola diversa.

 *Ufficio Cultura – Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

venerdì 27 novembre 2020

GIOVANI E NOVECENTO. UN BILANCIO AMARO

  Se il Novecento delle grandi speranze è stato un 'secolo breve', ancor più breve è stato 'il secolo dei giovani', quando ci fu addirittura chi teorizzò come 'nuova classe' quella che era soltanto una classe d’età. I giovani sono stati protagonisti del secolo per un tempo molto breve e non privo di contraddizioni,

La Prima guerra mondiale durò dal 1914 – ma in Italia dal 1915 – al 1918, e ha 'fatto', secondo i conteggi ufficiali, circa dieci milioni di morti; si è trattato quasi soltanto di soldati al fronte, in massima parte giovani sotto i trent’anni di età. È stata combattuta nelle trincee, lontano dalle città, e ha coinvolto solo le truppe belligeranti, molto raramente i civili. La Seconda ne ha 'fatti' (o 'totalizzati', nel linguaggio delle statistiche) circa sessanta milioni, perché è stata combattuta ricorrendo anche a una nuova meraviglia del progresso tecnico, l’aeroplano. La gran parte dei morti fu provocata dai bombardamenti aerei, alcuni terribili come quello su Dresda, e due in particolare effettuati sperimentando per la prima volta in guerra e su popolazioni civili la bomba detta 'atomica', sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Altre enormi novità tecnologiche hanno caratterizzato la 'macchina' dello sterminio messa a punto dal Genio tedesco nei campi di concentramento di Auschwitz e altri, al cui confronto non sfigurarono i modi più 'classici' delle deportazioni di massa in una federazione che osava dirsi socialista o comunista ma che rinnovò e perfezionò su immensa scala i modi del 'dispotismo orientale'. Fu una gara, quella dello sterminio, che in campo 'democratico', cioè capitalista, si affidò alla più sciagurata delle invenzioni del secolo, la scissione dell’atomo, sognata dagli scienziati come portatrice di grandi benefici per l’umanità e usata quasi soltanto come bomba, la più micidiale mai immaginata e creata. Gli incauti ed entusiasti studiosi che hanno osato chiamare il Novecento 'il secolo dei giovani' non pensavano certamente al numero dei giovani morti nelle due guerre (e nelle tante altre che lo hanno insanguinato, col pretesto di questa o quella ideologia) ma alle nuove forme di protagonismo giovanile che si affermarono in reazione alle due 'grandi' guerre, e ai modi di neutralizzarle messi in atto nel mondo occidentale capitalista dopo la Seconda, con la diffusione o imposizione dei modelli della American way of life, infine vincenti. Il dominio parte sempre dai giovani, si serve dei giovani, manda al massacro i giovani per primi, e questo il Novecento ha saputo ben ricordarcelo, insegnarcelo.

Se il Novecento delle grandi speranze è stato un 'secolo breve', ancor più breve è stato 'il secolo dei giovani', quando ci fu addirittura chi teorizzò come 'nuova classe' quella che era soltanto una classe d’età. I giovani sono stati protagonisti del secolo per un tempo molto breve e non privo di contraddizioni, lo sono stati almeno tra la metà degli anni cinquanta e la fine dei settanta, quando il malaugurato 'ritorno a Lenin' ha soffocato, di fronte alla loro crisi di crescita, tutte le novità. Ma lo sono stati. E hanno perfino avuto teorici all’altezza delle aspirazioni di una o due generazioni, in grado di analizzare e spiegare i mutamenti sociali, i nuovi assetti del capitale, le nuove servitù della cultura. Ci sono stati dei grandi 'padri' come Paul Goodman e Herbert Marcuse o in Italia fratelli maggiori come i 'piacentini' e Elvio Fachinelli, e ci sono stati fratelli veri 'fratelli' come Guy Debord, male ascoltati e mal capiti o non studiati e subito del tutto dimenticati da chi è venuto dopo. 'Corri, ragazzo, ché il vecchio mondo vuole riacciuffarti' recitava un manifesto del Sessantotto francese, con l’immagine di un giovane in fuga inseguito dalle vecchie immagini del potere: poliziotti, politici, mamme, preti e quant’altro... ma il timore della récupération fu avvertito dovunque solo da pochi, dai migliori, nel movimento degli studenti. E il resto, se non è silenzio – ché ancora in qualche luogo qualche giovane sogna e pensa un mondo migliore – è comunque un’esile non-accettazione che si scontra con l’accettazione del mondo così come lo impongono i nuovi poteri, l’antico e sempre nuovo capitalismo con le sue invenzioni (il suo 'progresso') e con la sua acutissima attenzione (nata dalla riflessione sui pericoli corsi...) per le tecnologie della comunicazione. È sopraggiunto il tempo della 'cultura del narcisismo' – vedi i saggi di Christopher Lasch, il più acuto interprete di una sconfitta storica forse definitiva e dei suoi esiti nel ripiegamento dei giovani sul proprio io – che non è un modo di liberare alcunché ma una forma di castrazione volontaria che procura consolazioni superficiali, costruite sul vuoto, nell’accettazione del mondo come gli altri te lo impongono in cambio di palliativi peggio che imbecilli, peggio che farseschi.

La cultura del narcisismo e l’attenzione spasmodica del capitale alle forme della comunicazione e del controllo hanno compiuto l’opera. Grazie al fallimento delle rivoluzioni e delle rivolte, delle speranze di una e più generazioni di poter allo stesso tempo 'cambiare il mondo' e 'cambiare la vita', come era nel sogno dei surrealisti, come era nel sogno dell’incontro tra il messaggio di Marx e quello di Rimbaud.

Altro che 'nuova classe sociale'! I giovani sembrano essere perfino tra i principali strumenti, oggi, del potere distruttivo del capitale. La sola speranza che può contrastare questa constatazione è quella di nuove rivolte a partire da minoranze coscienti e determinate, che possano incontrare su un terreno di lotta comune gli oppressi di tutto il mondo; ed essa può nascere oggi solo da una coscienza ecologica che esige bensì altrettanta coscienza del funzionamento del potere e dei modi in cui esso inganna, corrompe e distrugge. Che tante Greta nascano e lottino, cercando e trovando nuove alleanze! Ma che stiano attente a non farsi ingannare dai loro nemici e dai più subdoli tra loro che sono proprio la cultura, il consumo e la produzione culturale come droghe che addormentano la coscienza. In altre parole, la scuola e soprattutto l’università come oggi sono, e la schiera infinita dei loro funzionari servili


www-avvenire.it

.