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lunedì 20 aprile 2026

UN DECIMO DI TE

 

 Camminare 

e scoprire l'essenziale, 

con lo zaino leggero 

e il cuore aperto 



di Marco Maccarini (Autore)


La Via Francigena, il Cammino di Santiago, la Via del Sale, degli Abati, degli Dei, il Cammino di Francesco, l’Alta Via dei Monti Liguri… i racconti e i consigli di un viandante con tanti chilometri nelle gambe per ispirare chi sente il richiamo della natura, del silenzio, della lentezza ma non sa da dove iniziare, e accompagnare chi ha sempre lo zaino pronto per partire.

Camminare è un gesto naturale, ma allo stesso tempo una fortuna. È trovare un ritmo umano, regalarsi il lusso della lentezza in un mondo che va troppo veloce. Camminare, per Marco, è anche ascoltare il silenzio dei boschi, il suono dei propri passi e il rumore dei propri pensieri, lasciando che facciano tutto il frastuono che vogliono e poi si quietino.

Dopo una vita iniziata a velocità folle – l’improvvisa notorietà a vent’anni, i bagni di folla, la televisione, i palcoscenici, la musica –Marco ha capito che viaggiava troppo veloce per riuscire a vedere il paesaggio, e ha deciso di rallentare. Da molti anni preferisce procedere al proprio ritmo, e dentro questo cambio di passo c’è un amore sempre crescente per il gesto di camminare, mettere un piede davanti all’altro e conquistare la meta con le proprie forze, senza fretta.

In Un decimo di te ci porta allora insieme a lui sui suoi cammini preferiti: da Santiago a Roma, dalla Liguria alla Sicilia, da itinerari facili e adatti a chi ha appena iniziato ad altri più impegnativi. Racconta di sentieri e campi, valichi di montagna e scogliere a picco sul mare; di amache e ostelli, notti sul pavimento di un convento o all’addiaccio nei boschi; di quello che gli è successo camminando – da incontri inaspettati e rivelazioni illuminanti a meravigliose solitudini, passando per qualche momento di paura – ma anche di quello che gli è capitato seguendo le svolte e gli imprevisti di un'esistenza decisamente fuori dal comune, e che non aveva mai rivelato.

Dà anche tanti consigli pratici a chi vuole seguire le sue orme, a partire dal primo, il più importante: lo zaino di ogni viandante non dovrebbe pesare più di un decimo del suo peso corporeo.

Perché lo chi ha il coraggio di partire con un bagaglio leggero può andare davvero lontano.

«L’asfalto è finito, mi sono ritrovato nel bosco, con il profumo di terra fresca, il cielo limpido oltre i rami sulla mia testa, il silenzio, e dopo pochi minuti mi sono scoperto a sorridere. In un istante avevo cancellato tutto il resto. Mi restava solo il piacere delle chiacchiere e degli incontri, la bellezza dell’umanità, quella grazia che trovi nel bosco, la leggerezza che avevo conosciuto da bambino, in val Pellice, e poi a Santiago, la Liguria sotto le stelle, San Francesco e tutti gli altri cammini che avevo percorso. Questa è la mia risposta alla domanda ‘perché cammini?’ Incontri incredibili e poi la pace».

 

giovedì 6 aprile 2023

CAMMINARE E DECIDERE. LO STILE DI GESU'

Gesù decideva

 ovvero 

decidere la vita

 Gesù stesso, per primo, attua uno stile sinodale nel suo essere peregrinante con un gruppo nomade.

E lo stile di decisione che ha insegnato era quello dell’esempio, dunque insieme agli altri. Il Sinodo pare connaturato con la Chiesa fin dal principio.

- di Susanna Pesenti

Se c’è uno che ha fatto strada insieme agli altri, che se l’è fatta entrare dai piedi, che l’ha utilizzata come mezzo per conoscere il suo mondo, incontrare la gente, restare staccato dall’avidità di beni, quello è Gesù.

 È a conoscenza degli antropologi e degli storici che le società nomadi, per sopravvivere, devono mantenere elasticità di ruoli e una concezione del potere come forza di tutta la comunità e non prerogativa sacralizzata di uno solo. Il Sinodo, quindi, pare connaturato alla Chiesa, se la consideriamo la realizzazione storica di quanto Cristo aveva in testa, per diffondere la Buona notizia di un Dio vicino e di una terra nuova per tutti. Per tutta la sua vita pubblica Gesù riuscì a mantenere il suo gruppo nomade e camminante. Un gruppo piccolo, dove tutti potevano essere accolti: anche all’ultimo momento, dopo aver sprecato giorni in attesa di qualcosa, anche con un passato o un presente non proprio limpidi e lisci.

Non risultano test d’ingresso legati al sesso, all’intelligenza, alla condizione sociale, agli antenati. Unica condizione pare l’essere essere aperti e il condividere quanto si ha, primo segno di consapevolezza umana. Riuscì quasi: «Volete andarvene anche voi?» chiede ai suoi quando, subito dopo la moltiplicazione dei pani, la dichiarazione di essere non un capo di successo che procura cibo, ma un messia destinato al sacrificio di sé fino a farsi mangiare e bere - nozione “irricevibile” per la cultura religiosa di un buon ebreo, nota Enzo Bianchi (Il capitolo 6 di Giovanni in www.notedipastoralegiovanile.it), assottiglia le fila dei sostenitori entusiasti. Ora, l’impressione è che, ragioni teologiche a parte, il primo sfoltimento dei seguaci avvenga quando la gente realizza che Gesù non è il salvatore della patria sul quale scaricare allegramente tutti i problemi e i desideri aspettando che li risolva e li realizzi. Gratis, in cambio solo del tifo da stadio (senza la fatica di correre dietro la palla) o di un affidamento totalizzante al capo politicamente provvidenziale. Cristo, ormai auto-svelatosi, chiede una decisione. Alla quale arriva per primo, con la consueta generosa impulsività, Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Cioè, “non ho capito molto, gli altri dicono che è una fregatura, ma io con te ho respirato un’aria libera che sento buona per me, e allora resto”. E il Sinodo, a ranghi ridotti, riprende. Perché, evidentemente, Pietro è già il riferimento riconosciuto del gruppo.

Lo stile di decisione di Gesù

 Pietro salta il fosso perché ha assorbito lo stile di decisione che Gesù insegna con l’esempio. Se si leggono i Vangeli con occhio laico, guardando solo a quel che fa l’uomo Gesù, si vede che non fa mai chiasso (per questo la cacciata dei mercanti dal tempio suona così fragorosa). Arriva, si mescola agli altri, fa quello che fanno gli altri. Così a Cana, dove è un invitato qualsiasi che si dispone a godere la festa (non fosse per la madre, rompiscatole come tutte le madri). Così quando va a farsi battezzare da Giovanni e, per cominciare la nuova vita, si mette in fila come tutti. Ama starsene zitto e osservare. Ma cerca di essere là dove la gente si incontra e le cose accadono: la piazza dove sta per essere lapidata la supposta adultera, la strada dove passa un funerale, il mercato, il porto dei pescatori, la sinagoga, il pozzo. Guarda, assorbe, raccoglie dati, studia la situazione, le facce, il contesto. In queste situazioni parla se interrogato, agisce se lo ritiene opportuno. E sono sempre parole attente, a volte seguite da azioni inedite. In ogni caso si legge sempre un prima e un dopo, un muoversi nella situa[1]zione che è umanamente pesato e contemporaneamente aperto a un affidamento di fede. Faccio del mio meglio, arrivo fino a qua, il “resto” è nelle Tue mani. Raramente è preso in contropiede, mai dalle parole, piuttosto da gesti imprevisti, spesso di donna: la malata che gli tocca il mantello, colei che gli versa l’unguento, Marta che gli corre incontro… Ma anche il paralitico calato ingegnosamente dal tetto, lo strisciare penoso del malato verso la piscina, il brancolare del cieco che da giorni tenta di seguirlo. Gente che a modo suo cammina, che gli mostra fisicamente che ha deciso di far qualcosa per uscire dalla sua situazione negativa o penosa. Questa è la fede che salva. Fede in se stessi prima ancora che in lui. Fede che - insieme loro e lui – anche la vita buia possa diventare luminosa. Il Regno. In generale Gesù, per quanto leggiamo nei vangeli, si riserva la decisione finale della direzione da prendere. Ma nel gruppo si intuisce un’organizza[1]zione, una divisione di compiti, un’autonomia di sfere di azione che sono rispettate. Chi tiene la cassa, chi pensa alla logistica, chi cucina, chi fa spesa...

La Chiesa primitiva adotta lo stesso stile: dalla condivisione al servizio.

 Uno stile che si ritrova negli Atti degli apostoli da parte dei discepoli diventati capi delle comunità, prima a Gerusalemme e poi fuori. Si capisce che dietro la primitiva organizzazione c’è un modello già imparato, praticato, assorbito. La divisione dei compiti non elimina l’umana ambizione di fare le cose più importanti, più decisive, di sentirsi (e farsi vedere) quelli più vicini al capo. Quelli “che sanno”. Di qui baruffe e gelosie. Gesù è durissimo, non perché castiga, ma perché sottolinea il fraintendimento e mette ciascuno di fronte alle conseguenze di ciò che ha “realmente” chiesto. Un po’ come nelle fiabe e nei miti che saggiamente insegnano a badare a quel che si chiede, quando si chiede. Per questo, forse, il proseguimento della condivisione è il servizio. Il potere sugli altri o il successo attraverso gli altri (che facciano per te, che ti facciano sentire migliore di loro) sostituito dal potere di essere utili, di partecipare. Per quanto possibile, in base a quello che hai da dare. Anche di guidare, ma nel senso di aprire la strada, restando responsabile anche dell’ultimo della fila. Perché sei come gli altri, per biologia. E, nella vita, in ogni momento potresti trovarti nella loro situazione, nei loro panni: a volte migliori, più spesso peggiori dei tuoi. Ama il tuo prossimo perché è come te, è te. Una realtà tutt’altro che poetica, in alcuni casi sgradevole o spaventosa, ma a conti fatti l’unica base possibile per un mondo non diviso tra schiavi e padroni.

 Come decideva Gesù?

Dai Vangeli sembra che insegni questo: raccolte tutte le informazioni possibili e dopo averci pensato su (meditato, pregato) nel silenzio della camera interiore, la decisione che prendi deve essere chiara, netta, senza tentennamenti. Sì sì, no no, il resto viene dal diavolo, il divisore tra gli uomini e dentro il cuore. L’aratro è pesante, una volta che cominci spingere, non ti conviene rovinare tutto con un solco storto. Perché altrimenti la tua vita non pro[1]cede, non costruisci nulla, resti ai se e ai ma, ti smarrisci e invece del regno, magari un posto piccolo ma reale, trovi la geenna degli indecisi, una sconfinata distesa di occasioni rifiuta[1]te, perdute, non viste, che ti bruciano la pelle e ti procurano un rimpianto trafiggente come un mal di denti. Questo non significa, se ti accorgi che hai preso una decisione sbagliata, non tornare indietro prima che sia troppo tardi. La conversione a volte salva la vita. Il figliol prodigo torna a casa, constatato quanto è stato idiota. I discepoli presi a sassate cambiano città.

In caso di delusioni o contrasti, prima di distruggere tutto, occorre dare e darsi un’ultima possibilità. La vite stenta concimata ancora, la manutenzione del lucignolo che fa fumo, la canna piegata che può venir buona per una gobba del tetto. Spiega quel che pensi di voler fare gradatamente, in base a quello che può essere capito da chi ti sta intorno e che hai capito tu stesso. Una parabola o una dotta discussione arrivano a far intuire la stessa verità. La stessa cosa può essere spiegata con onestà a un bambino e a un esperto, cambia solo il grado di complessità tecnica. Anzi, se complichi troppo con chi non ha gli strumenti per capire, fai solo sentire ignoranti o inadeguati. Il modo giusto è portare ciascuno al desiderio di ampliare la propria competenza per capire meglio. E così decidere se si vuol fare di più, essere più coinvolti. Chi non vuol essere coinvolto continuerà a sentire senza ascoltare, guardare senza vedere. Ma anche seguire non significa essere senza responsabilità. Anche il discepolo, quello che sta imparando, fa la propria parte in base a talenti “non sotterrabili”. E si deve cercare sempre di acquisirne di più, di migliorare per contribuire a un progetto comune, consapevoli che quello che, tanto o poco, si è e si ha è in prestito, perché dove e come nasci e muori non lo decidi tu. Quindi, meglio che un progetto dove spendi la vita non sia per te solo. Così dura.

Nello stile decisionale di Gesù c’è molto senso pratico. C’è il portato sapienziale della cultura ebraica, c’è l’aria dei suoi tempi. C’è una mente analitica che guarda le cose per quello che sono e tira imperterrita le conclusioni. E c’è anche una luce che trapassa gli strati e arriva all’essenziale, una capacità di visione talmente alta che o la rifiuti o ti butti aggrappato al parapendio della fede. Signore da chi andremo? Tu solo hai queste parole di vita: camminiamo, insieme, e camminando facciamo il regno. 

Che non si fa da solo e che non si fa da soli.

Susanna Pesenti

RS SERVIRE

 

 


giovedì 23 settembre 2021

CAMMINO, DUNQUE SONO !


Procedere
 a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di osservatorio introspettivo viaggiante aperto a ogni sorpresa e agli imprevisti dell’esperienza,  per apprendere attraverso la propria corporeità in moto.

-         di DUCCIO DEMETRIO

Non appaia impertinente mutare il celebre motto di René Descartes (Cogito ergo sum) con una dizione che attribuisce al nostro camminare il potere di accrescere la consapevolezza di essere al mondo. Molto più di quanto una visione tutta razionalistica dell’attività pensante sia in grado di offrirci. Quando il procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di “osservatorio” introspettivo viaggiante aperto ad ogni sorpresa e agli inevitabili imprevisti dell’esperienza. Per apprendere attraverso la propria corporeità in moto che è una forma mentis sensoriale: all’aria aperta, andando da qualche parte o non sapendo ancora dove l’impresa ci condurrà e quali siano i desideri inconsci che ci fanno optare per una strada piuttosto che per un’altra.

Platone, nel Fedro, riteneva una saggia pratica filosofica, da coltivare come cura di sé, l’abitudine a sostare di quando in quando per dialogare “sull’uomo” in luoghi ameni; come pure per Aristotele la pedagogia e l’etica peripatetiche, di conseguenza nient’affatto sedentarie, avevano lo scopo di classificare, ordinare, conservare quanto durante il cammino fosse stato raccolto e scoperto. Consigli che ritroviamo nel romanticismo della prima metà dell’800: quando il filosofo danese Søren Kierkegaard, antesignano della corrente esistenzialistica cri- stiana, si augurava di: «Non perdere la voglia di camminare: perché io ogni giorno camminando raggiungo un autentico stato di benessere e di coscienza». Più di centocinquant’anni dopo, l’antropologo David Le Breton confermava questa convinzione, rintracciandola in altri filosofi e pensatori del secolo dei Lumi come Voltaire, Rousseau, Schelling, Goethe. Più oltre, dallo studioso francese ritrovata anche nei “trascendentalisti” americani Ralph Emerson e David H. Thoreau. Egli scriveva nel 2006: «L’atto di camminare rappresenta il trionfo del corpo e dei sensi. Favorisce l’elaborazione di una filosofia elementare dell’esistenza. Soprattutto induce il viandante a interrogarsi su di sé». A scoprire che è il camminare, prima del cogito, ad aprirci al senso di esserci e di essere stati, di aver un cammino biografico alle spalle. Da ricostruire e scrivere magari proprio di sosta in sosta.

Oggi, potremmo così emulare, come camminatrici e camminatori desiderosi di camminare con filosofia, le loro maniere di passeggiare, peregrinare, vagabondare. Possiamo così metterci nei panni dei filosofi della natura presocratici, o anche di Epicuro, di Plinio, di Seneca…, riscoprendo il piacere ecologico di aggirarsi or qui or là. Oppure potremmo scoprirci peregrinanti audaci: ben decisi a raggiungere quei luoghi santi, oracolari o leggendari, le cui mete avranno il potere di educarci a rafforzare, a testimoniare, a diffondere la nostra fede. Al seguito delle correnti monastiche europee e d’Estremo Oriente, le cui scuole di meditazione in cammino testimoniano tuttora la grande importanza dell’esercizio del camminare come disciplina sacra per la psiche e l’ascolto del divino. Vagando alla ricerca di se stessi come cantavano sant’Agostino e san Francesco: «Come sogliono cantare i viandanti / canta ma cammina / cantando, consolati della fatica, non amare mai la pigrizia / canta e cammina / avanza, avanza nel bene! Canta e cammina».

Quali siano le nostre credenze, il camminare ci mette alla prova sempre, sosteneva anche Friedrich Nietzsche in Ecce homo. E, di concerto, per il cattolico Gabriel Marcel chiunque può essere ritenuto viator in ogni momento della giornata anche soltanto fatti pochi passi. Se invece l’andatura assume il carattere di un andar vagabondo ecco che il nostro camminare non si prefiggerà di raggiungere traguardi agognati. Perché questi ci aspetteranno lungo la via, per il solo fatto di esserci messi in cammino. Il quale si rivelerà, strada facendo, una fonte inesauribile di episodi e incontri iniziatici, maturativi, formativi quale sia l’età dei viandanti. Ciò che conta è, procedendo o fermandosi di tanto in tanto, ascoltare nel silenzio cercato o inatteso l’eraclitea e lucreziana potenza del divenire ineluttabile: oppure, per altri, si tratterà di ritrovare la ripetitività delle cose, delle stagioni, dei destini umani nel loro “eterno ritorno”: ancora con Nietzsche. Per altri ancora, saranno invece i sentimenti di elevazione e di miglioramento delle proprie condotte umane a costituire la motivazione che indurrà a scendere in strada per cercare quanto una stanza, fosse anche la più adatta a meditare, non può offrirci.

Camminando a contatto con boschi, animali, paesaggi, montagne…. si scopre di volta in volta quale può essere il proprio rinnovato cogito ergo sum. Perché preceduto e arricchito dalle percezioni immediate di un sentirsi vivi offertoci dalla mutevolezza dei luoghi. Inoltre, scopriremo che simile camminare meditabondo si adempierà sotto l’egida di quel mito intramontabile del ’900 che fu e sarà Bruce Chatwin, un autentico filosofo nomade. Per il quale il camminare fu «un’attività poetica – e aggiungiamo filosofica – che può guarire il mondo dai suoi mali». Ed anche i nostri.

Procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di osservatorio introspettivo viaggiante aperto a ogni sorpresa e agli imprevisti dell’esperienza,  per apprendere attraverso la propria corporeità in moto. Ciò che conta è, procedendo o fermandosi di tanto in tanto, ascoltare nel silenzio cercato o inatteso l’eraclitea e lucreziana potenza del divenire ineluttabile

 

www.avvenire.it