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venerdì 22 luglio 2022

MERCE DI CONTRABBANDO

 

- di Giuseppe Savagnone*

  Davvero Draghi «si è cacciato da solo»?

Ora è difficile spiegare agli italiani che cosa è successo e soprattutto perché. Da giorni si assisteva alla più vasta sollevazione dell’opinione pubblica registrata dal tempo della fine della Prima Repubblica. Sindaci, farmacisti, rettori, medici, associazioni cattoliche avevano espresso il loro appello al presidente del Consiglio, perché ritirasse le sue dimissioni, attraverso documenti firmati da migliaia di persone.

Tutte chiedevano che Draghi restasse al suo posto. Un attestato di stima senza precedenti, che però non ha trovato riscontro da parte di tre dei partiti della sua coalizione: 5Stelle, Lega e Forza Italia. Le motivazioni sono state solo apparentemente diverse. Conte ha parlato di continue umiliazioni subite dal suo movimento. Salvini e Berlusconi hanno detto che non intendevano più collaborare con i 5Stelle.

In sostanza da entrambe le parti – a pochi mesi dalla scadenza elettorale – si voleva avere maggiore peso in un governo finora gestito in modo preponderante dall’ex presidente della BCE. A queste richieste Draghi ha risposto di no. Questo esecutivo si era costituito intorno alla sua persona. Erano la sua competenza e il suo prestigio che ne costituivano la forza. Un cedimento alle richieste dei suoi ex alleati lo avrebbe trasformato in uno di quei pasticci, frutto di un reciproco gioco di ricatti, a cui la partitocrazia ci ha abituati. Così se ne è andato.

È significativa l’interpretazione che di questa crisi hanno dato, all’indomani della seduta del Senato che l’ha decretata, i giornali di destra. «Draghi si è bruciato. Finalmente si vota», ha titolato «La verità». E nel catenaccio: «L’ex banchiere sfida il Parlamento e viene respinto dal centrodestra: niente fiducia». «Dai che si vota», è stato il titolo di «Libero» E sotto: «Il premier sposa il Pd e il centrodestra lo scarica». «Draghi si affida al Pd e si fa esplodere», titolava «Il Giornale». Paradossalmente, in questa stessa linea si muove, sul fronte opposto, «Il Fatto quotidiano»: «Draghi si autoaffonda».

C’è un unico filo conduttore, dietro a questi titoli, ed è la preoccupazione di scaricare i rispettivi partiti di riferimento dall’accusa di essere responsabili di una crisi che gli italiani non volevano e che non si sa quali conseguenze potrebbe avere. Che Lega, Forza Italia e 5Stelle abbiano negato al governo il loro sostegno parlamentare, grazie a cui esso era nato ed era sopravvissuto per 516 giorni, non viene mai messo in primo piano, anzi è appena menzionato. Draghi «si è cacciato da solo», come ha poi detto Berlusconi. Un fragile tentativo di mascherare la paradossale conclusione di una legislatura iniziata sull’onda del populismo e conclusa, dagli stessi partiti che l’avevano cavalcata, contraddicendo manifestamente, per i loro interessi, la volontà popolare.

Per rinfrescare la memoria…

Nei titoli citati viene salutato come un ripristino della democrazia il ritorno anticipato alle urne. Come se questo Parlamento ormai non fosse ormai adeguato alle esigenze del Paese. E in effetti in questa percezione c’è del vero. Non solo e non tanto perché la riforma costituzionale del 2020 ha modificato drasticamente il numero dei parlamentari, riducendolo da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi.

A questo motivo formale, di per sé non decisivo, se ne aggiunge uno sostanziale, che riguarda la qualità espressa in questi anni dai nostri rappresentanti, dopo le elezioni del marzo 2018, che videro il trionfo dei populisti. A cominciare dalla formazione del primo governo, a maggioranza 5Stelle – Lega, la cui composizione e il cui programma furono decisi a tavolino dai rispettivi leader, con un «contratto» privato (nel testo si parla dell’accordo tra due «signori», a sottolineare il definitivo rifiuto di ogni élite).

Nell’art.92 della Costituzione si legge: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Nel 2018 è avvenuto il contrario. Furono Di Maio e Salvini a decidere che il premier sarebbe stato Giuseppe Conte, uno sconosciuto avvocato, fino ad allora estraneo alla politica militante, che era amico del leader dei 5Stelle (che pure aveva promesso, all’inizio, un «politico di altissimo profilo» …).

E che di fatto, nel suo primo governo, si guardò bene dall’interferire sulle decisioni dei suoi ministri. Quanto al programma, nella nostra storia costituzionale repubblicana esso è di solito approvato dal Consiglio dei Ministri subito dopo la formazione del nuovo Governo, per essere poi presentato dal Presidente del Consiglio al Parlamento, e venire così approvato dalle Camere.

Nel 2018, invece, tutto era già stato stabilito nel «contratto». In aula non ci fu bisogno di discutere nulla. A garantire la democrazia non era il voto del Parlamento, bensì la risposta dei fedelissimi all’appello di Salvini nelle piazze oppure il voto online sulla piattaforma Rousseau (Di Maio), nello stile che già il leader del Carroccio aveva inaugurato col suo fatidico appello preelettorale alla folla plaudente: «Giurate? Giurate?»..

«Per la prima volta nella storia», aveva detto Di Maio durante la contrattazione, «si porta avanti una trattativa che mette al centro i temi che rappresentano tutte le esigenze degli italiani e questo ci rende ancora più orgogliosi». Tutta la storia politica precedente era stata ignobilmente gestita da “politiconi” e “professoroni” che avevano pensato solo ai loro interessi…

Di fronte alle luminose figure di Di Maio e Salvini, sparivano uomini di Stato come De Gasperi, Dossetti, Moro, Scalfaro e tanti altri che avevano ricostruito l’Italia dalle macerie della guerra, gestendo un enorme consenso popolare (ben maggiore di quello dei 5stelle), pur restando poveri – De Gasperi, quando andò negli Stati Uniti, dovette farsi prestare un cappotto – e fedeli al loro impegno di servire il Paese…

Sulle ceneri del populismo

Oggi sappiamo come è andata a finire. I «signori» Di Maio e Salvini sono parte a pieno titolo della élite che avevano a gran voce contestato, limitandosi a sostituirne i precedenti componenti. Ma non è questa la cosa più grave. Il punto cruciale è che questa classe politica emergente ha fatto un clamoroso naufragio, di cui l’incapacità di concludere la legislatura è solo l’ultimo segnale.

Più grave è la storia politica di un Parlamento che ha visto il succedersi di clamorosi capovolgimenti di maggioranze e soprattutto una palese incapacità di esprimere una politica adeguata alle esigenze del Paese, tanto da richiedere una specie di “commissariamento” ad opera del ben più qualificato “tecnico” Draghi.

C’è da chiedersi, alla luce di questa precedente esperienza, se l’entusiasmo di coloro che oggi salutano il ritorno al voto popolare sia fondato. Senza metterne in dubbio la piena opportunità istituzionale, sono le prospettive politiche ad apparire inquietanti. Certo, la Meloni è contenta. Da tempo si agitava per arrivare a queste consultazioni, in cui i sondaggi la vedono favorita. È noto che la sua più grande aspirazione è di diventare la prima donna premier della storia della Repubblica.

Per questo obiettivo è stata molto disponibile ad ammorbidire molti punti cruciali del suo originario programma. Ma già questa tendenza a identificare il bene del Paese con il proprio successo personale non può non lasciare perplessi. Siamo sicuri che anche per l’Italia il cambio dal governo Draghi al governo Meloni sarebbe un passo avanti?

Già a livello internazionale il prestigio della leader dei Fratelli d’Italia non è neppure lontanamente paragonabile a quello di cui gode l’ex presidente della BCE. Solo Putin si rallegrerà. Anche all’interno, peraltro, soprattutto per la gestione di una crisi economica resa acuta dalla guerra in Ucraina, dalla crescita dell’inflazione, dalle difficoltà di approvvigionamento energetico, la competenza e l’affidabilità dei due personaggi non è lontanamente paragonabile.

Ma forse più inquietante di queste incognite riguardanti il probabile vincitore delle prossime elezioni è il contesto culturale in cui esse si svolgono. Cosa è rimasto, sulle ceneri del populismo? Difficile dirlo. Lo stesso successo di Fratelli d’Italia nei sondaggi sembra esprimere più una delusione nei confronti degli altri partiti che una vera scelta ideologica di destra.

Quanto alla sinistra, da tempo, ormai, il Pd, orfano del marxismo, si è sempre più appiattito sull’ideologia individualista liberale, tradendo le sue origini, che l’avevano visto nascere come frutto di un’alleanza tra socialisti e cattolici. Le sue grandi battaglie di questi anni non sono state combattute per evitare che più di cinque milioni di italiani si trovassero nella condizione di povertà assoluta (ultimo rapporto Istat), ma per l’introduzione dell’aborto, delle unioni omosessuali, del suicidio assistito.

La verità è che, su entrambi i fronti sembrano scarseggiare le idee. Sono sempre state, diceva qualcuno, “merce di contrabbando”. Ma oggi scarseggiano anche i contrabbandieri. In questo vuoto, possiamo solo augurarci che l’imminente, rovente campagna elettorale che ci aspetta non impedisca, a chi ancora cerca di fare questo mestiere pericoloso, di continuare ad esercitarlo.

 *Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.

Scrittore ed Editorialista.


sabato 14 maggio 2022

UCRAINA, STATI UNITI, EUROPA


- di Giuseppe Savagnone
*

Il quesito di Draghi al presidente americano

Il recente incontro, a Washington, tra Mario Draghi e il presidente Biden, è stato oggetto di letture diverse. Tutti i quotidiani e i notiziari televisivi hanno dato grande risalto alle parole del premier italiano: «Se Putin pensava di dividerci, ha fallito». Ed è vero: la mossa del leader russo si è rivelata disastrosa per i suoi stessi interessi politici anche da questo punto di vista, perché ha compattato come non mai Stati Uniti ed Europa, NATO e UE, e ha spinto verso l’Alleanza Atlantica anche Paesi come la Finlandia e la Svezia, che si erano fino ad ora mantenuti in una posizione di prudente neutralità.

Davanti all’affermazione del premier italiano, tuttavia, i commentatori si sono divisi. Ci sono stati quelli che si sono fermati ad essa e l’hanno assunta per quello che diceva, come riaffermazione di una sintonia senza riserve. Altri sono andati a cercarne il retroterra in ciò che il testo della frase in sé non diceva, ma che poteva evincersi dal contesto del discorso fatto da Draghi al suo interlocutore americano. Un discorso in cui ha avuto un posto centrale l’insistenza sulla necessità di «promuovere negoziati credibili per costruire una pace duratura».

Il contesto della riaffermata vicinanza tra Stati Uniti ed UE sarebbe dunque, in questa prospettiva, la richiesta di una maggiore disponibilità americana ad ascoltare le richieste dei suoi alleati, di cui fino ad ora Biden, con l’appoggio incondizionato di Johnson, non sembra aver molto tenuto conto. La questione essenziale non riguarda la fornitura di armi all’Ucraina, né la fermezza nelle sanzioni alla Russia – entrambe date per scontate dai governi europei –, ma quella dell’atteggiamento di fondo dell’Occidente nella guerra in corso. 

Da questo punto di vista, un analista non certo sospetto di “antiamericanismo” come Domenico Quirico ha potuto rilevare che «la divaricazione tra la guerra degli europei e quella degli americani contro l’aggressione russa combattuta sul suolo ucraino si sta, giorno dopo giorno, allargando (…)». Divaricazione fatale ed inevitabile perché ben diversi sono i punti di partenza e gli scopi che europei ed americani si propongono. I primi sostengono la resistenza ucraina per poter arrivare a «negoziare con Putin», i secondi per «spazzare via la potenza russa come pericolo permanente». Insomma, «per gli europei questa guerra è una sciagura che bisogna tentare di esorcizzare sveltamente. Per gli americani una imperdibile occasione di riaffermare una “iperpotenza” a cui sono giustamente affezionatissimi» («La Stampa», 11 maggio 2012). 

Si capisce perché, nel resoconto che sullo stesso quotidiano viene fatto dell’incontro fra il premier italiano e quello americano, leggiamo: «Il quesito che Draghi porta in dote, in rappresentanza dell’Europa, investe innanzi tutto Stati Uniti e Regno Unito, la loro volontà di ritrovare o meno la parola negoziato nel proprio vocabolario» (Ilario Lombardo, «La Stampa», 11 maggio 2012). Un quesito impertinente – nel senso letterale del termine – , in una situazione in cui da parte americana (e inglese) si continua a ripetere che l’obiettivo non è di finire la guerra, ma di vincerla. È in questa logica che Biden sta chiedendo al congresso di approvare una spesa iperbolica – 40 miliardi di dollari – da aggiungere a quelle, già enormi, fatte finora per armare e sostenere l’Ucraina.

La chiusura di Putin e quella della NATO

Da parte americana si fa notare che Putin non sembra in alcun modo desideroso di trattare. È verissimo. L’atteggiamento del leader russo è stato, fin dalla vigilia di questa aggressione, impermeabile ad ogni tentativo diplomatico. Macron e Scholtz hanno provato, uno dopo l’altro, a bloccare l’imminente invasione, entrambi senza successo. Di più: dalle affermazioni del capo del Cremlino è dato evincere che il suo disegno non è solo quello, ufficialmente dichiarato, di rompere l’assedio della NATO – di cui la preannunciata adesione dell’Ucraina sarebbe l’ultimo anello – , ma la ricostituzione dei confini, o almeno dell’area d’influenza, dell’ex Unione sovietica. 

Ma è difficile respingere l’impressione che da parte americana ci sia stato un analogo, simmetrico atteggiamento di totale chiusura ad ogni possibile dialogo. Già alla vigilia dell’invasione, quando Biden non ha mosso un dito, non ha detto una parola, per tentare di fermarla; e poi nel corso della guerra, quando si è scatenato in una serie di violentissimi attacchi al leader russo, rendendo impensabile, a prescindere dalla sua indisponibilità, ogni confronto.

In nome dell’etica

C’è chi si indigna di queste riserve sul comportamento degli Stati Uniti, perché le ritiene inopportune in un momento in cui l’unico obiettivo può essere quello di concentrarci sulla difesa dell’Ucraina dall’invasore. Una indignazione che riflette la profonda commistione tra dimensione politico-militare e dimensione etica che fin dall’inizio ha caratterizzato questo conflitto. Ma proprio l’etica, se da un lato esclude che si accetti una resa incondizionata alla prepotenza altrui (come sarebbe stato assistere passivamente all’occupazione dell’Ucraina), esige che si faccia il possibile per far cessare una guerra che continua a mietere migliaia di vittime. 

Biden – appoggiato incondizionatamente da Zelens’kyi – sembra invece disposto a condurla fino all’ultimo ucraino e giustifica la sua intransigenza insistendo sul carattere eccezionale, in qualche modo unico, dei crimini di Putin. Solo che basta un po’ di memoria per ricordarne altri, non meno gravi, dal punto di vista sia etico che politico, di cui l’amministrazione americana sembra non tenere conto.

Non sono passati neppure vent’anni da quando gli Stati Uniti, nel 2003, invasero l’Iraq accusandolo di essere una base del terrorismo fondamentalista islamico e di conservare armi di distruzione di massa che costituivano una minaccia per l’umanità. La prima accusa apparve subito palesemente infondata visto che Saddan Hussein era sì uno spietato dittatore (come del resto altri, sostenuti fino ad oggi dagli Stati Uniti), ma risultava assolutamente estraneo ad ogni forma di fondamentalismo (il suo ministro degli esteri, Aziz, era un esponente della minoranza cristiana). La seconda fu assolutamente smentita quando delle famose armi, a invasione compiuta, non fu trovata nessuna traccia.

Rivelazioni successive portarono a ricostruire il gioco di menzogne con cui il presidente Bush, per giustificare la sua decisione, aveva consapevolmente fabbricato a tavolino la propria falsa accusa. Il risultato di queste menzogne fu, allora, una guerra dalle conseguenze umanitarie incalcolabili, che destabilizzò per molti anni il Medio  Oriente provocando centinaia di migliaia di vittime (secondo un rapporto dell’OMS, 150.000 tra i soli iracheni). Ma nessuno ha messo al bando gli Stati Uniti e tanto meno ha proposto di mandare sotto processo alla Corte penale internazionale il responsabile di quella scelta assurda, che possiamo tranquillamente definire criminale. 

Anche perché, sebbene Biden dica di stare raccogliendo prove contro Putin per farlo condannare da quel tribunale, gli Stati Uniti, come del resto la Russia e la Cina, non hanno mai voluto riconoscerlo e hanno sempre rifiutato di sottoporre alla sua giurisdizione i comportamenti dei propri soldati nelle diverse operazioni militari condotte in questi anni in varie parti del mondo.

L’irrilevanza dell’Europa

Tutto ciò non sminuisce di un millimetro le gravissime responsabilità della Russia nell’attuale vicenda ucraina e non può certo essere invocato per un agnostico “né con la NATO né con Putin”, ma esclude che verso il secondo si adotti una linea di assoluta chiusura che non c’è mai stata, in passato, verso il Paese guida della prima. Questo è, almeno, il punto di vista dell’UE, che Draghi è venuto ad esporre a Washington. 

Sarà ascoltato? Il corso della crisi, fino a questo momento, non lascia ben sperare. L’Europa, in essa, ha avuto solo il ruolo subordinato che le concede il suo appartenere a una NATO a trazione americana. E non è un caso. Il progetto proposto dal presidente francese Mitterand a Praga nel 1991, all’indomani del crollo del muro di Berlino, per integrare anche i Paesi dell’Est (Ucraina compresa) in una grande Confederazione europea – un progetto che avrebbe potuto rendere l’Europa protagonista tra Usa e Russia e forse evitare l’attuale conflitto – è caduto nel vuoto, sia per l’incapacità degli Stati europei di mettere in discussione le loro anguste logiche particolaristiche, sia per l’accanita opposizione degli Stati Uniti, a cui non era affatto gradita la nascita di un terzo blocco di forze tra loro e la Russia.

Il 9 maggio scorso, a Bruxelles, Emmanuel Macron ha rilanciato, a distanza di trent’anni, l’idea del suo predecessore. Una via per tradurre il disagio dell’Europa in un progetto costruttivo che, senza rompere l’amicizia con l’alleato americano, le consenta di prendere in mano, finalmente, le vicende che si svolgono sul suo territorio, senza essere schiacciata, come adesso sta accadendo, tra super-potenze che la ignorano.

 *Pastorale Scolastica Diocesi di Palermo

 www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 14 maggio 2021

NATALITA', INVERTIRE LA ROTTA

 Draghi: un'Italia senza figli è destinata a scomparire

Agli Stati Generali della Natalità, all’Auditorium di via della Conciliazione, il forte intervento del Papa, del premier Draghi, del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, De Palo, che li ha organizzati. Ma anche di esponenti del mondo politico, istituzionale e del lavoro. Imperativo comune: sostenere la famiglia, pena la fine dell’esistenza dell’Italia

                                                                                                               Debora Donnini  

"Un'Italia senza figli è un'Italia che non crede e non progetta. È un'Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire". Queste parole del presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, esprimono una consapevolezza di cui nel Paese si sta prendendo sempre più atto. Una consapevolezza suffragata dai dati che da anni accendono l’allarme dipingendo un Paese morente, colpito ulteriormente dalla pandemia: nel 2020 sono nati 404mila bambini, il 30% in meno rispetto agli ultimi 12 anni, record negativo dall’unità d’Italia. Con 1,24 figli per donna contro i 2,1 che assicurerebbero un ricambio generazionale, l’Italia sta scomparendo progressivamente con ricadute drammatiche sul sistema pensionistico e sanitario ma anche con una penalizzazione del desiderio, che pure c’è, di avere figli: l’80 per cento dei giovani italiani vorrebbero due o più figli.

Draghi: assegno unico, misura epocale destinata a permanere

L'assegno unico per le famiglie - sul quale il Forum delle Associazioni Familiari si è impegnato fortemente - "è una di quelle trasformazioni epocali” destinate a permanere, promette Draghi. Da luglio la misura entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati, che oggi non hanno accesso agli assegni familiari. Nel 2022, la estenderemo - afferma - a tutti gli altri lavoratori, che nell’immediato vedranno un aumento degli assegni esistenti. 

La questione giovani, segnati dalla precarietà

Ricordate anche le misure, previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, per giovani, donne e famiglie, tra cui "la realizzazione di asili nido e scuole per l'infanzia, l'estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche". Investimenti nelle politiche attive del lavoro, nelle competenze scientifiche e nell'apprendistato. Nel complesso, misure da "venti miliardi" circa. Prevista anche una clausola per incentivare le imprese, come condizione per partecipare al Piano, "a assumere più donne e giovani". E' proprio l'incertezza a pesare fortemente, segnala ancora. Per decidere di avere figli, i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia mentre in Italia il percorso è segnato dalla precarietà. La spesa sociale per le famiglie è, inoltrre, molto più bassa che in altri Paesi come la Francia e il Regno Unito.

Individualismo non è una vittoria

Un percorso che dunque non può non passare dalle madri. Il discorso di Draghi arriva a uno dei punti decisivi: "Si è guardato - afferma - alle donne che decidevano di avere figli come un fallimento, e all'individualismo come una vittoria”. Per il premier, “la consapevolezza dell'importanza di avere figli è un prodotto del miglioramento della condizione della donna, e non antitetico alla sua emancipazione” ma lo Stato deve accompagnarla questa nuova consapevolezza.

Da Palo: senza figli non c'è sviluppo sostenibile

Le parole di Draghi e del Papa sono state precedute dall’introduzione del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo, che con passione solleva da anni una questione, molto sentita a livello sociale, che oggi si concretizza con questi Stati generali della Natalità. Con il declino demografico che vive l’Italia, non ci sarà alcuno sviluppo sostenibile. Con la realtà dipinta dai dati si evidenzia, dunque, “un terremoto” che viene sottovalutato ma che ha già compromesso l’architrave della casa. “Ormai fare figli è diventato un lusso, se è vero che è una delle prime cause di povertà”, nota De Palo. Quello che prima era ricchezza, che lo è sempre stato, quando i Paesi sono cresciuti economicamente, oggi di fatto in Italia viene penalizzato. Si tratta dunque di “una questione sociale universale”, rimarca De Palo, anche di chi non ha figli perché avrà bisogno delle generazioni di domani per poter vivere. Senza contare che sono proprio i giovani di domani che porteranno innovazione. È dunque urgente cambiare mentalità: non si tratta di spesa ma di investimento. E rivolgendosi a Draghi, a nome di milioni di famiglie italiane, si appella: “facciamolo bene questo assegno” unico e universale. Bisogna quindi invertire la rotta, restituire speranza la Paese: “i figli – conclude – sono il segnale di un Paese che torna a desiderare e amare”.

Dati sulla natalità caleranno ancora

Ma i dati sulla natalità sono destinati a essere rivisti al ribasso, avverte il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, intervenendo all’incontro: "Nel 2021 - spiega - il confine dei 400mila nati raggiunto nel 2020 e' destinato a essere superato al ribasso" con tre possibilità per il domani: la più pessimistica che è quella su cui ci sta incamminando “con 350mila nati in un Paese di 60 milioni di abitanti".

Sostenere le donne e misure globali

Da parte sua la ministra della Famiglia, Elena Bonetti, richiama l’Italia a un nuovo inizio, che passa anche per le donne: per loro “libertà significa scegliere insieme lavoro e maternità e non essere costretta a scegliere tra le due", afferma. Centrale, in questo senso, una intera riforma delle politiche familiari, “la prima della nostra storia, il cosiddetto Family Act,il Family Act”, ha rimarcato la Bonetti, scelto come asse nel percorso di ripartenza per rimettere al centro i bambini. Con l'assegno unico e universale - ha proseguito – li si riconosce come bene comune. Si esigono investimenti per la loro educazione, si investe nel lavoro femminile e insieme nella valorizzazione della maternità.

Vatican News

 

Francesco: senza natalità non c'è futuro. Se la famiglia riparte, riparte tutto

 

https://www.statigeneralidellanatalita.it/

Discorso di Papa Francesco

 

Discorso del Presidente del Consiglio, Draghi

 

 

 

 

 

domenica 7 marzo 2021

RITORNO DELLO STATO E DELLA POLITICA

                                       - di Giuseppe Savagnone

Un “prima gli italiani” non sovranista

In un momento in cui le dimissioni del segretario del Pd evidenziano le divisioni e le contraddizioni di questo partito, agitando lo scenario della vita politica italiana, la notizia che più ha colpito l’opinione pubblica è che Draghi ha bloccato l’esportazione di 250.000 vaccini AstraZeneca, prodotti in Italia ma destinati dall’azienda farmaceutica all’Australia.

Una mossa – concordata con l’UE – che evidenzia la possibilità di tutelare con fermezza gli interessi italiani senza cadere nella logica del sovranismo e che, piuttosto, conferma la linea dura adottata da premier nei confronti delle multinazionali farmaceutiche, più sensibili ai propri profitti che al rispetto degli accordi presi con i governi (come AstraZeneca, inadempiente nei confronti di quello italiano).

La drastica presa di posizione di Draghi smentisce le reiterate accuse rivoltegli in questi giorni da certi giornali, dichiaratamente “di parte”, di non aver cambiato niente, riflettendo gli umori di quegli italiani che guardano con delusione al permanere, anzi all’accentuarsi delle misture restrittive, senza rendersi conto che i provvedimenti presi finora non erano frutto di un arbitrio, come qualcuno sosteneva, ma nascevano dai problemi oggettivi posti dalla pandemia.

Al di là del populismo

In realtà, se appena si ha la capacità di alzare lo sguardo per aprirsi a una visione d’insieme, è innegabile che qualcosa sta cambiando. È lo stile con cui il presidente del Consiglio sta gestendo l’emergenza. Si dirà che è una questione di forma e non di sostanza. Ma in politica – e non solo là – spesso la forma e la sostanza coincidono.

È un dato di fatto che Draghi, al di là delle più che discutibili scelte nella formazione del governo, con la sua autorevolezza ha restituito prestigio e forza all’autorità dello Stato. Da troppo tempo questa autorità era stata esercitata da personaggi che ne avevano indebolito l’immagine e la credibilità. Sullo sfondo, c’era la logica populista (e, remotamente, rousseauiana), secondo cui chi governa è solo un portavoce della volontà generale del popolo sovrano. Salvo, poi, ad assistere alla manipolazione di questa volontà popolare da parte di abili demagoghi. Da qui i famosi “contratti” di Berlusconi col popolo italiano e le sue promesse iperboliche. Da qui la denuncia dei 5stelle contro la “casta”. Da qui i bagni di folla di Salvini nelle piazze. In questa logica si collocava anche il titolo di «avvocato del popolo» assunto da Conte. Il risultato finale era stato quello di governi in balìa del tiro alla fune tra i partiti che avrebbero dovuto sostenerli, dell’andamento dei sondaggi, degli esiti delle consultazioni sulla piattaforma Rousseau, dei continui contrasti con le regioni.

Un nuovo stile

Draghi ha dato un taglio a tutto questo. È lui, come prevede del resto la Costituzione, a rappresentare il governo. Dai tempi in cui, nel primo esecutivo Conte, un ministro faceva il bello e il cattivo tempo, arrivando a dichiarare pubblicamente che dell’opinione del presidente del Consiglio non gli importava nulla, sono passati meno di due anni, ma sembrano cento. E, così come non è lo zimbello dei partiti, Draghi non è neppure l’avvocato del popolo. Non fa dipendere la sua autorità dalla «volontà generale», ma dalla carica legittimamente assunta per la designazione del presidente della Repubblica e il voto del Parlamento. È il rappresentante dello Stato. Per questo può permettersi di seguire una linea politica impopolare, senza deflettere di fronte a critiche e malumori, e senza neppure dover ricorrere a quelle continue conferenze stampa con cui il suo predecessore cercava di tenere alto il livello del consenso. Emblematica di questa linea fortemente “istituzionale” la scelta di un militare, il generale Figliuolo – e non di un imprenditore, com’era Domenico Arcuri –, al posto di Commissario straordinario per l’emergenza Covid 19. Draghi sa di non poter contare ciecamente sul senso di responsabilità di una parte della popolazione, che continua a protestare contro le ultime chiusure e a violare i criteri più elementari di prudenza. E neppure su quello dei partiti della coalizione di “unità nazionale” che sostengono il suo governo, al cui interno non mancano coloro che strizzano l’occhio al malcontento popolare, facendo il doppio gioco. Ma l’imperturbabilità del volto del premier riflette una fermezza che non si lascia turbare, almeno all’apparenza, da questi inconvenienti.

Il rapporto con le regioni e con l’Europa

Anche con i governatori regionali il nuovo governo sembra avere una più chiara volontà di esigere un orientamento comune. È evidente, in una emergenza che coinvolge tutto il Paese, che gli interessi e i punti di vista delle singole regioni vanno tenuti presenti, ma non possono essere assunti come normativi. È necessario, per la somministrazione dei vaccini, seguire regole comuni ed evitare gli arbìtri. Su questa linea si sta muovendo Draghi e, anche se la resistenza degli egoismi particolaristici è forte, anche questa è una novità.  Di questo maggiore protagonismo dello Stato è un ulteriore segno il progetto di promuovere la produzione di vaccini anti-Covid in Italia. Ne stanno parlando il ministro Giorgetti e i rappresentanti di Farmindustria, l’associazione delle aziende del settore. Le delusioni derivanti dal comportamento ambiguo e scorretto delle multinazionali farmaceutiche – oltre che dalle incertezze della gestione dei vaccini da parte dell’Europa – sta spingendo il governo a cercare una strada che potrebbe essere più lunga, ma si prospetta più sicura. Va ricordato, a questo proposito, che l’approvvigionamento di vaccini anti-Covid non riguarda solo l’emergenza in atto, ma anche il futuro, perché si prevede che la vaccinazione debba essere ripetuta anche nei prossimi anni. Sarebbe dunque importante non dipendere dal balletto delle promesse e delle marce indietro delle attuali case produttrici.

Ma non è il ritorno della politica…

Ritorna dunque lo Stato. Non certo contro il popolo – è stato il populismo a inventare questa contrapposizione – ma, almeno in linea di principio, al servizio del bene comune, che ha come suo fruitore fondamentale proprio il popolo. Non si può ancora dire se la svolta di Draghi produrrà gli effetti sperati – è troppo presto per dare un giudizio sull’orientamento politico complessivo di questo governo –, ma è innegabile che, almeno nello stile e nel metodo, qualcosa è cambiato. Qualche commentatore ha visto in questo un ritorno della politica. È un giudizio ottimistico che purtroppo non si può condividere. Il soggetto ultimo della politica, in una democrazia, non è lo Stato, ma la comunità dei cittadini. Lo Stato è un organo, che può funzionare più o meno bene, ma non può sostituire la comunità politica. Ora è proprio questa che negli ultimi decenni, in Italia, si è imbarbarita, inseguendo slogan sempre più ingannevoli. Anche la decadenza del senso dello Stato è una conseguenza di questa deriva. E non basta certo una figura attenta al senso delle istituzioni, com’è l’attuale presidente del Consiglio, a riscattare il vuoto di coscienza e di responsabilità verso il bene comune, che si manifesta anche nei comportamenti quotidiani di tante persone e che si riflette, poi, in tante convulsioni autoreferenziali dei partiti, di cui l’ultima, in casa del Pd, è un esempio.

… perché questo dipende da noi

È dai “rappresentati” che bisogna ricominciare, se si vuole che la categoria dei “rappresentanti” cambi, non solo quantitativamente (come nella riforma approvata dall’ultimo referendum) ma, quel che più conta, qualitativamente. È necessario un nuovo stile di partecipazione. Bisogna ridare forza alle idee rispetto alle chiacchiere, alle argomentazioni rispetto agli stati d’animo irrazionali, alla verità rispetto alle fake news.

Ogni cittadino è chiamato a questo risveglio civile, a partire da se stesso e cercando di suscitarlo negli altri. Ci sono nella nostra società risorse di umanità che possono e devono essere valorizzate e immesse nella vita pubblica, anche utilizzando gli stessi social che oggi spesso veicolano piuttosto rabbia, odio e disinformazione. C’è una responsabilità degli intellettuali che dev’essere riscoperta da loro stessi, prima che dagli altri. C’è una presa di coscienza richiesta ad ognuno, quale che sia il suo ruolo, di fronte a una carenza che colpisce tutti e che il Covid ha solo evidenziato. Così – e solo così – ritorna la politica.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

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sabato 27 febbraio 2021

GOVERNO NUOVO?


Un contesto positivo

 e un risultato deludente

 -di Giuseppe Savagnone*


Ora che sono stati nominati anche i 39 sottosegretari e la squadra del nuovo governo è stata completata, è possibile darne una prima valutazione “a caldo”. Nella consapevolezza che saranno i fatti a dire, in ultima istanza, in che misura e in che direzione siamo in presenza di una svolta rispetto al passato; ma anche che il comportamento futuro di coloro che sono stati appena investiti del compito di governare il nostro Paese non può prescindere dalla loro identità politica, frutto della loro storia personale, e dal contesto in cui la loro scelta è stata fatta dai partiti.

Un contesto che, per quanto riguarda i ministri, era apparso decisamente positivo, specialmente a confronto con le precedenti esperienze dei governi Conte. Il capo dello Stato – favorito dal clima di “ultima spiaggia” che caratterizzava il momento – ha garantito al presidente incaricato Draghi la possibilità di scegliere i nomi dei titolari dei vari dicasteri in piena autonomia.

Forse proprio per questo, quando la lista è stata resa pubblica, non si è potuto evitare di provare quella che un equilibrato editorialista ha definito «una punta di delusione». È vero che il governo doveva essere – questa era l’unico vincolo – “politico”; è vero che la pretesa di Berlusconi che fosse quello “dei migliori” appariva in partenza uno slogan velleitario; ma forse era legittimo aspettarsi una maggiore discontinuità rispetto al personale stantìo e, in qualche caso, squalificato dei passati governi della Seconda Repubblica. È sembrato quasi che Draghi abbia preferito rinunziare a esercitare il suo potere di andare oltre le logiche strettamente partitiche – magari nominando personalità “di area”, gradite, ma non organiche ai rispettivi apparati partitici –, per rispettare alla fine le preferenze di questi apparati, limitandosi a far presidiare qualche posto chiave da alcuni tecnici di propria fiducia.

La legge della jungla non favorisce l’«alto profilo»

E così ha fatto anche per la scelta dei sottosegretari, in cui invece era esplicitamente previsto il ruolo decisivo dei partiti. Ma qui già il contesto è bruscamente cambiato, trasformandosi in quello di una rissa che ha paralizzato la vita del governo per diversi giorni. Non più tenute a freno dal presidente del Consiglio – e forse incoraggiate dalla disponibilità che questi aveva avuto nei loro confronti – le forze politiche sono uscite allo scoperto, dando vita a una lotta senza esclusioni di colpi che ha avuto come unica regola la legge della jungla. E questa volta Draghi ha dovuto far ricorso alla sua autorevolezza non per agire in autonomia, ma per imporre la fine di questi giochi di palazzo.

Il risultato finale, però, non è meno deludente di quello registrato a livello ministeriale. Anzi. Tutti i giornali hanno ironizzato sulla nuova sottosegretaria alla Cultura, la quale, quando ricopriva lo stesso incarico nel governo Conte 1, aveva ammesso di aver letto l’ultimo libro tre anni prima; o sull’altro, nominato sottosegretario all’Istruzione, che pochi giorni fa ha postato sulla sua pagina Facebook la frase «chi si ferma è perduto», attribuendola a Dante, mentre invece deriva da un albo di «Topolino».

Non si tratta di demonizzare nessuno, ma è chiaro che non sono simili figure che possono aiutarci a veder realizzato l’auspicio del presidente Mattarella che questo fosse, per usare le sue parole, «un governo di alto profilo». E purtroppo non sono questi gli unici casi in cui il criterio della scelta dei nuovi sottosegretari sembra essere stata la fedeltà ai rispettivi leader di partito, più che la loro competenza e il loro spessore culturale.

La mancanza di un progetto comune

Ma non è questo l’aspetto della formazione del nuovo governo che appare più inquietante. Purché si faccia finta di non aver mai sentito parlare di un “governo dei migliori”, il ricordo di altri governanti del passato altrettanto discutibili ci potrebbe aiutare a sorvolare. Il guaio è che, a questo limite, qui se ne aggiunge un altro, ben più gravido di conseguenze politiche, perché relativo alla esigenza da cui l’attuale esecutivo è nato, quello di esprimere «l’unità nazionale».

Già il clima che aveva accompagnato la scelta dei ministri induceva a serie perplessità. Tra le forze politiche non sembrava esserci alcun reale sforzo di dialogare tra loro per costruire un minimo progetto comune. Né sembravano in grado di farlo, date le radicali distanze tra di loro e con lo stesso indirizzo europeista del governo a cui aderivano, superate nel giro di pochi giorni con una giravolta troppo improvvisata per non essere dubbia.

Il solo polo attrattivo, per tutti, erano i 209 miliardi del Recovery Fund, su cui ognuno voleva avere le mani non per contribuire, con le proprie specifiche sensibilità e competenze, a un unico percorso, ma per trarne le risorse necessari ai propri piani, peraltro incompatibili con quelli degli altri partner di governo. L’unità della compagine governativa veniva affidata in modo esclusivo alla capacità del presidente Draghi di crearla dal nulla, con i colpo di bacchetta magica del suo personale prestigio.

Ora, con la nomina dei sottosegretari, si accentua l’impressione che questo governo, dietro l’etichetta della “unità nazionale”, si avviato ad essere quello del tiro alla fune tra posizioni antitetiche. Si va dal grillino Carlo Sibilia, che sulla sua pagina Facebook, nel febbraio 2017, aveva addirittura scritto di Mario Draghi: «Andrebbe arrestato», e che ora farà parte del suo governo come sottosegretario all’Interno, alla leghista Stefania Pucciarelli, che nel 2017 mise “mi piace” su Facebook a un utente che scriveva «la prima casa agli italiani, agli altri un forno» e l’anno dopo ha pubblicato un video contro i migranti, denunciando di essere «l’unica italiana in un vagone del treno». E non sono gli unici casi.

Qui il problema non è di competenza o meno, ma di identità e di linea politica. Tutti convertiti dalla bacchetta magica di Draghi? Oppure entrati a far parte di una compagine governativa che dichiaratamente va in direzione opposta alla loro, con la speranza di poter contribuire a modificare questa direzione?

Un passaggio di consegne simbolico

È un indebito processo alle intenzioni? C’è almeno un caso in cui le intenzioni sono state esplicitate. È quello del nuovo sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che ricopriva questa carica quando il ministro degli Interni era Salvini e che è considerato l’ideatore dei famosi “Decreti sicurezza”, che rendevano molto difficile non solo l’ingresso dei migranti nel nostro Paese, ma anche quella integrazione che avrebbe loro consentito di passare da “clandestini” a “regolari”. Molteni entra sostituendo il dem Matteo Mauri, che aveva molto lavorato per smontare e modificare quei Decreti. Un passaggio di consegne simbolico…

Il leader della Lega aveva preannunciato questa nomina. In una intervista di qualche giorno fa aveva espresso le sue riserve sulla conferma del ministro degli interni, Luciana Lamorgese, a suo avviso inadatta fronteggiare il problema migratorio – in realtà su posizioni molto diverse dalle sue – e aveva garantito che avrebbe provveduto a «metterle accanto qualche persona in gamba, che avrebbe fatto cambiare passo». A rendere problematica questa soluzione era il fatto che Molteni, nell’ultimo anno, aveva inondato la sua pagina facebook con attacchi durissimi alla Lamorgese. Il Pd perciò si era opposto e la stessa ministra aveva espresso la sua perplessità. Ma la nomina è stata fatta.

È abbastanza evidente il preciso progetto di Salvini di creare, all’interno del Ministero, un contraltare alla guida del ministro, per riportare le politiche del governo sulla linea che la Lega ha sempre sostenuto e, quando ha potuto, ha realizzato. A conferma di ciò, in queste ultime settimane il leader leghista ha moltiplicato le denunzie dell’aumento degli sbarchi, riprendendo temi che gli erano carissimi, ma che la sua lontananza dal potere e la pandemia avevano contribuito a relegare in secondo piano.

Gli otri vecchi

Di questo gioco di contrappesi è un altro esempio la nomina, come sottosegretario alla Giustizia, dell’ex avvocato di Berlusconi, artefice di molte delle raffinate strategie giudiziarie che hanno consentito al leader di Forza Italia di sfuggire a quasi tutte le azioni giudiziarie nei suoi confronti. Difficile non vedere anche in questo caso una mossa volta a controbilanciare la posizione del nuovo ministro, Marta Cartabia, certamente estranea a queste logiche.

Ma si potrebbero citare anche altre nomine come quella di Giuseppe Moles, vicinissimo a Berlusconi, come sottosegretario in un ministro-chiave per gli interessi del “cavaliere”, quello all’informazione e all’editoria, in collegamento con l’altro forzista, Gilberto Picchetto Frattini, sottosegretario allo Sviluppo economico, importantissimo per il problema delle frequenze TV.

L’asse Lega-Forza Italia esce dunque clamorosamente vittorioso nella lotta per formare “il governo di unità nazionale”. L’unico neo è che si tratta delle stesse forze che hanno dominato per vent’anni la Seconda Repubblica (altro che “svolta”!) e che il loro progetto non è mai stato quello che ora Draghi attribuisce a questo nuovo governo. Mentre gli altri partiti sembrano privi di anima, come il Pd, o nel caos, come i 5stelle.

Dice il Vangelo che se si mette vino nuovo (il progetto del premier) in otri vecchi (i partiti che dovrebbero realizzarlo) si rompe tutto. L’altra ipotesi, non meno preoccupante, è che gli otri finiscano per cambiare il vino. Speriamo che i fatti smentiscano questa triste previsione.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

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giovedì 18 febbraio 2021

LA SCUOLA NEL PROGRAMMA DEL GOVERNO DRAGHI

 

LA SCUOLA : “La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo. Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la Didattica a Distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a DistanzaNon solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà.  Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo. Infine, è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli Itis (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 mld agli Its, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza”.

“Il nostro obiettivo è combattere la pandemia, il virus è nemico di tutti. Ringrazio il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica senza precedenti.  Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più  breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con  la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole”. 

Poi aggiunge: “Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: ‘Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano’. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività”.

E ancora: “Un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti”.

Continua: “Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità”.

Poi aggiunge: “Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Draghi, poi, ribadisce: “La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato. La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento. Il piano di vaccinazione. Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno. La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente”.

E ancora: “Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”.

Poi:  “L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”.

Sul Recovery Plan: “La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata. Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che
ogni azione ha una conseguenza.  Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia. La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica. Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile. Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Le missioni del programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente. Dovremo rafforzare il programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano. Governo continuamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: UE, Alleanza atlantica e Nazioni unite”.

Infine: “Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia”.

Orizzonte Scuola

 

DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DELPRESIDENTE DRAGHI

 

 


 

sabato 13 febbraio 2021

GOVERNO DRAGHI. LUCI ED OMBRE


 Il vuoto politico dietro
 il governo di Draghi


-         di Giuseppe Savagnone

 Il lato oscuro della situazione attuale…

La critica più spietata dell’attuale situazione politica italiana è, forse, l’irriverente vignetta di Giannelli pubblicata sul «Corriere della sera» dopo il via libera al nuovo governo da parte della piattaforma Rousseau.

In uno scenario dominato dalla scritta «CIRCOITALIA» una folla di pagliacci, nani e ballerine, che hanno le sembianze dei principali protagonisti della scena pubblica, suona a distesa trombette e tromboni, salutando la discesa dell’acrobata Grillo che, da un trampolino con la scritta “Rousseau”, plana verso Draghi – a sua volta vestito da Superman – con una acrobatica giravolta, tendendogli la mano.

…E il lato chiaro

Davanti agli sviluppi della crisi di governo, è possibile, peraltro, anche una reazione diversa, che ne valorizzi gli indubbi aspetti positivi. Il presidente Mattarella, con la pazienza e l’equilibrio che hanno contraddistinto il suo difficilissimo lavoro di questi anni, è riuscito a evitare che, in un momento cruciale, che richiedeva una leadership politica sicura per la gestione dei fondi europei e della somministrazione del vaccino, il Paese si trovasse praticamente senza governo e impantanato in una campagna elettorale lacerante.

Una salutare discontinuità di metodo

E la figura di Draghi è stata sicuramente la scelta più ragionevole per fronteggiare l’emergenza creata dall’irresponsabile gioco dei partiti sulla pelle degli italiani. Anche il metodo a cui si è rigorosamente attenuto il presidente incaricato conferma la serietà e la credibilità della persona. La sua scelta di decidere in totale autonomia il programma e la lista dei ministri – secondo quanto peraltro è previsto dalla nostra Costituzione –, evidenzia la radicale discontinuità con ciò a cui si è assistito, dopo le elezioni del marzo 2018, quando i leader di Lega e 5stelle pretesero di gestire la formazione del nuovo governo, esautorando del tutto il presidente incaricato Conte, e stabilendone il programma con un “contratto” tra privati, frutto di un tira e molla che spiega i problemi successivi.

I giochi della politica sulla testa delle persone

È dunque pienamente comprensibile il sospiro di sollievo che milioni di cittadini stanno tirando, intravedendo un po’ di luce, in fondo al tunnel che si era creato con una crisi “al buio”, provocata da Italia viva per ragioni ideali che nessuno ha mai ben capito, e per altre, utilitaristiche, che invece sono apparse subito chiare. Mai come in questo momento, dopo più di due anni dall’affermazione del populismo, le vicende dei palazzi del potere sono apparse tanto estranee alle reali esigenze e alle richieste della gente. E non si può non augurare buona fortuna a Draghi e al suo governo, soprattutto tenendo conto del disastro che un suo fallimento rappresenterebbe per le persone in carne ed ossa che in questo momento invocano aiuto.

Unità nazionale?

Resta lo sgomento davanti allo spettacolo offerto in questi giorni dalle forze partitiche, ben rappresentato dalla vignetta di Giannelli. Il nuovo premier è calato dall’alto come un deus ex machina, un messia. Il nuovo governo non nasce, come dovrebbe, dalla politica. Non perché lo si possa definire solo “tecnico” – nessun governo può esserlo veramente, e questo neppure lo pretende –, ma perché non ha dietro di sé un progetto maturato nella dialettica tra i partiti che lo sostengono.

Si parla con soddisfazione di un esecutivo “di unità nazionale”. Ma l’unità è tale solo se nasce da un confronto e dal superamento argomentato dei conflitti. Non si può definire tale un’ammucchiata di soggetti che non hanno alcun vero dialogo tra di loro e che danno l’impressione di non sapere più nemmeno tanto bene chi sono.

La giravolta dei 5stelle…

Emblematico il caso dei 5stelle. Da almeno dieci anni non hanno perduto occasione per ribadire il loro disprezzo e la totale disistima nei confronti di Draghi. Ancora nell’arile del 2020 Di Battista esprimeva l’opinione ufficiale del Movimento quando, davanti all’ipotesi di un governo guidato da lui, esclamava: «Dio ce ne scampi! Per tutto quello che ha fatto all’Italia e contro l’Italia prima da direttore del Tesoro e poi da governatore della Banca d’Italia!».  

…E quella di Salvini

Quanto alla Lega, Salvini diceva nel febbraio 2017: «I complici della Merkel, di Draghi e della Ue che ci sta affamando non potranno mai sedersi al tavolo con noi». E citando le parole dell’allora presidente della BCE «l’Euro ci tiene uniti, è irrevocabile», commentava: «Spiace che un italiano sia complice di chi sta massacrando la nostra economia».

Un anti-europeismo viscerale

Non era una questione di antipatia personale. Entrambe queste forze politiche hanno avuto in comune, da sempre, il loro deciso anti-europeismo. Quando erano al governo insieme, il nostro Paese, che era sempre stato un punto di riferimento nella UE, è stato sull’orlo della rottura con Bruxelles. Misuriamo oggi, alla luce dell’aiuto decisivo che l’Europa ci sta offrendo, in questo momento di crisi, l’abisso in cui una simile evenienza – per fortuna superata dall’avvento del Conte 2 – ci avrebbe gettato…

Le ragioni dei soldi

Sono bastati pochi giorni perché sia 5stelle che Lega capovolgessero la propria linea. Per i primi la motivazione sarebbe l’occasione “storica” di creare un ministero per la transizione ecologica. Ma se davvero questo ministero era ai loro occhi così decisivo, come mai in ben due governi dove i pentastellati sono stati presenti non è mai stato costituito?

Quanto alla Lega, Salvini ha spiegato la sua “conversione” con estrema franchezza: «Preferisco mettermi in gioco e gestire 209 miliardi che stare fuori». Certo, ha precisato, nell’interesse dei nostri figli. Ma questo non è un progetto politico. La sola prospettiva chiara che emerge dalle parole del leader leghista è quella di sedere anche lui al tavolo del potere, quando si tratterà di spendere il denaro che l’Europa ci ha dato (suo malgrado).

Il Pd senza memoria

Ma neppure gli altri sostenitori del nuovo governo che sta nascendo sembrano in grado di offrigli un vero retroterra politicamente qualificato. Il Pd da troppo tempo sta sforzandosi, vanamente, di ricordare che cosa è un partito “di sinistra”. Nel suo programma, ormai da tempo, il tema della giustizia e quello della responsabilità sociale, sono stati sostituiti da quello dei diritti senza doveri, caro all’individualismo liberale (quello che Marx esecrava).

Non è un caso che i suoi maggiori successi siano stati registrati, in questi anni, sul fronte della bioetica (fecondazione assistita, pillola abortiva, suicidio assistito) e del gender (legge Cirinnà). Nel frattempo, però, la forbice tra ricchi e poveri, nel nostro Paese, si è andata allargando paurosamente. Oggi, secondo i dati forniti dal «Sole24ore», il 20% degli italiani detiene quasi il 70% della ricchezza nazionale, un altro 20% ne possiede il 16,9%, mentre al 60% più povero resta appena il 13,3% della ricchezza del paese.

Il vero Salvini era stato Minniti!

Significativo anche il comportamento sulla questione dell’immigrazione. È vero, il Pd, quando era all’opposizione, si è contrapposto a Salvini sulla questione dei “porti chiusi”. Ma in realtà era stato il precedente ministro degli Interni, Minniti – Pd – a stringere con la Libia degli accordi di cooperazione che prevedevano la repressione violenta dei migranti. È stato grazie a questi accordi che il flusso migratorio si è drasticamente ridotto già nei mesi precedenti l’avvento al governo della Lega (Salvini si è pavoneggiato di un successo non suo). Al prezzo di un trattamento che l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani ha definito, allora, «un oltraggio alla coscienza dell’umanità». E il ritardo enorme del Pd, quando è andato al governo, nell’abolire i “decreti sicurezza” emanati da Salvini, conferma questa scarsa capacità di andare oltre gli slogan umanitari.

L’esperienza di Monti

Oggi molti temono che il governo di Draghi, come quello di Monti – che veniva a sua volta a salvare l’Italia dopo il populismo dei “contratti” di Berlusconi, e generò per reazione quello dei 5stelle – si muova seguendo logiche di ordine puramente finanziario ed economico, senza tenere conto sufficientemente del problema della giustizia sociale. Magari producendo, come contraccolpo una nuova ondata populista.

È vero che adesso, a differenza che nel caso di Monti, lo scenario non è quello di uno spread alle stelle e di una carenza di risorse, bensì di una eccezionale abbondanza di mezzi per affrontare i problemi del Paese. Possiamo dunque sperare che le scelte che saranno fatte non lo siano al pezzo di lacrime e sangue, soprattutto dei più deboli socialmente. Ma non c’è nessuna forza politica, dietro questo governo, che sia in grado di garantirlo.

Auguri a Draghi , ma soprattutto agli italiani

Resta comunque il fatto che, in questa oscillazione tra governi “tecnici” (che poi sono anche politici) e populismo, è la vera politica a essere ormai da troppo tempo latitante. Auguriamo dunque a Draghi, sinceramente, buon lavoro. Ma soprattutto auguriamo all’Italia di veder rinascere, al più presto, una classe politica – espressione a sua volta di una rinnovata coscienza civile dei cittadini – che non renda più necessario, in futuro, l’attesa di un messia.

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